Cile – settimana di mobilitazione e appoggio ai prigionieri politici mapuche – info

CHILE: SEMANA DE MOBILIZAÇÕES EM APOIO AOS PRISIONEIROS POLÍTICOS MAPUCHE

As mobilizações continuam a apoiar os presos políticos mapuche nas prisões de Angol, Temuco e Lebu, que estão em greve de fome. No caso dos presos da prisão de Angol, eles cumprem 90 dias nesta semana e sua saúde se deteriorou consideravelmente.

Por essa razão, durante esta semana a luta se intensificou, exigindo inúmeras ações, como bloqueios nas estradas, retomadas, ayekanes, marchas e ataques em apoio às demandas dos presos políticos.

Na manhã desta segunda-feira, 27 de julho, foram registradas fotos em todos os municípios da província de Malleco, além do município de Temuco. Em Temuco, a repressão foi imediata, deixando um saldo de 12 detidos, dos quais 9 lamien e um peñi estão detidos e na terça-feira de manhã, 28 de julho, eles passariam ao controle de detenção.
Os municípios que possuem atuações da campanha são os de Ercilla, Victoria, Lonquimay, Collipulli, Traiguén, Galvarino, Curacautín. Que continuam sendo ocupados pelas famílias e comunidades dos prisioneiros de Peñi .
O funcionário da comunidade Newen Ñuke Mapu, Ada Huentecol, destaca: “O fundamental aqui são as demandas de nossos irmãos que estão em greve de fome, eles estão em greve de fome há 85 dias, onde o estado deve fornecer uma solução para nossas demandas , em que a Convenção 169 da OIT, nos artigos 7,8,9, 10, não foi respeitada. Minha pergunta é por que um prisioneiro normal de winka tem privilégios? Como o que aconteceu com o assassino de Camilo Catrillanca “
Essas mobilizações fazem parte da chamada para intensificar ações de solidariedade nesta semana, com várias ações para o povo mapuche e também o povo chileno. Entre essas ações, uma grande marcha Mapuche-Huilliche foi convocada para a manhã desta quarta-feira, dia 29, que será replicada com várias ações em todo o país.
Liberdade para os presos políticos mapuche!

Piacenza – massacrato in caserma e minacciato in carcere

“Io, massacrato nella caserma Levante”. Hikim oggi è minacciato dai secondini: “Se parli torni in Marocco”

“Calci nello stomaco, pugni, schiaffi forti. E mentre mi pestavano, quello là, Montella, rideva. Si abbracciava con gli altri…”. Hicham Hikim risponde al telefono dal Centro di permanenza rimpatri di Gradisca d’Isonzo dove è arrivato il 12 luglio scorso. E racconta la sua versione sulla caserma Levante.

Ha passato un anno e mezzo in carcere nel carcere di Piacenza per spaccio di hashish. È cittadino marocchino, da otto anni è in Italia e conosce bene l’appuntato e i metodi della caserma Levante. Perché il 30 ottobre 2017 è stato proprio Giuseppe Montella ad arrestarlo, insieme a Valentina, la fidanzata italiana, in un giardino di Piacenza.

In questi tre anni Hicham ha scelto il silenzio. Non ha denunciato alcuna violenza, né al processo né agli assistenti psico-sociali che lo hanno accolto a luglio nel Cpr. Dopo aver saputo dell’inchiesta di Piacenza, invece, ha deciso di parlare. Anche se la decisione gli sta creando problemi. “Qualche giorno fa le guardie mi avevano detto ‘niente Marocco, tornerai a Piacenza entro 45 giorni’. E invece ora che si è sparsa la voce che voglio raccontare la verità, sono tornate per dirmi: ti rimpatriamo nel tuo Paese”. La sua versione dei fatti è, in queste ore, all’attenzione degli investigatori. Hikim aveva un precedente per spaccio. “Non ho mai venduto un grammo di droga: i carabinieri sono arrivati mentre, a casa di un amico, consumavamo cocaina”.

Sono passati tre anni dal suo arresto, ma i fatti li ricorda bene Hikim. “Ero in quel parco con Valentina e stavamo fumando una canna insieme a un ragazzo che si era avvicinato” racconta a Repubblica. “Dopo un po’ si è avvicinato Montella con altri due uomini, uno pelato e uno che si chiama Crepa, l’unico per bene. Si sono presentati come carabinieri e hanno invitato me e Valentina a seguirli in caserma. Mentre hanno lasciato l’altro ragazzo sulla panchina. Penso fosse il loro informatore”.

I due vengono condotti in caserma. “Ci hanno perquisito e non hanno trovato niente, se non quella canna. Ero così tranquillo che abbiamo chiesto di andare via. Valentina, che all’epoca lavorava da Amazon, aveva il turno in magazzino”.

Montella, però, ha una proposta da fare. “Se tu mi aiuti, io ti aiuto” dice a Hikim. “Fammi beccare qualcuno che ha la cocaina e io ti faccio andare via”. Hikim risponde: “Faccio tutto, ma non l’infame”. E a quel punto la vicenda precipita. “A quel punto mi hanno cominciato a picchiare in tre: Montella, uno pelato e robusto, e un altro con gli occhi azzurri. Mi hanno dato tante botte. Schiaffi, forti in faccia. Pugni. Poi sono caduto per terra e mi hanno preso a calci nello stomaco. Poi è arrivato un altro carabiniere, penso fosse una specie di comandante, e mi ha detto: mettiti faccia al muro. Io l’ho fatto. E sono rimasto a lungo così: ogni volta che passava qualche carabiniere alle mie spalle, mi dava uno schiaffo”.

Hikim non poteva fare molto. “Gridavo, ma ho capito subito che non mi avrebbe aiutato nessuno. Montella, a quel punto, ha riprovato a convincermi: ‘L’unica possibilità che hai per andare via da qui è darci una mano’. Ma io non volevo lavorare per loro, perché non sono un infame. Gliel’ho detto. E lui mi ha picchiato ancora. A quel punto gli ho detto: ‘Non puoi mandarmi in carcere per una canna’, perché io avevo soltanto quella in tasca. Una canna! Montella però ha messo le mani in tasca e ha preso un pezzo di fumo. E mi ha detto: ‘Questo è il tuo, ora vai in carcere’. Ci sono rimasto per tre anni”.

I carabinieri della caserma Levante riferirono in conferenza stampa di aver arrestato e la ragazza per 11 grammi di hashish venduto a un ragazzo con il passeggino. E che Valentina, la sua fidanzata, aveva anche un trita erba e un bilancino di precisione.

“Tutte cavolate. Ma voi ve li vedete due ragazzi che, prima di andare al lavoro, vanno in un parco anche con un trita erba e un bilancino? Che fai, pesi la droga sulla panchina?”.

Perché parlare ora? “Perché prima avevo paura. E perché soltanto ora, davanti a tutta l’Italia che si è accorta chi erano Montella e quelli della Levante, forse la parola di un ragazzo marocchino può avere un peso contro quella di uomini in divisa”.

da zonedombratv.it

Nessuno crede al suicidio: verità e giustizia per Mario Paciolla

La drammatica notizia della morte di Mario Paciolla, cooperante napoletano di 33 anni, impegnato nella Missione di Verifica delle Nazioni Unite sul processo di pace in Colombia, si iscrive in una trama di violenza che va compresa a partire dalla sistematica violazione da parte del governo colombiano degli accordi di pace firmati nel 2016.

La drammatica notizia arriva dieci giorni fa, mercoledì 15 luglio alle 19.40, quando viene comunicato il ritrovamento del corpo senza vita di Mario Paciolla nella sua casa di San Vicente del Caguán, nella regione del Caquetá, nel sud del paese, dove lavorava per la Missione di Verifica delle Nazioni Unite impegnata nel sostegno al processo di pace.

Questa regione del sud della Colombia è stata per decenni una delle roccaforti delle FARC-EP, la principale e storica guerriglia colombiana che dopo oltre cinquant’anni di conflitto armato ha firmato nel 2016 a L’Avana gli accordi di pace con il precedente governo Santos, lasciando le armi e cominciando la transizione alla vita civile, con la formazione del partito politico FARC, la cui sigla significa oggi Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune. Come molte altre regioni del paese, il Caquetá si trova oggi investito da una ondata di violenza portata avanti dai gruppi paramilitari e dai narcotrafficanti che occupano i territori abbandonati dall’ex guerriglia, massacrando leader sociali e comunitari, contadini ed ex guerriglieri che hanno deposto le armi.

L’esperienza di Mario Paciolla come cooperante lo ha portato a conoscere e vivere in diverse aree del mondo, ma dal 2016 si trovava in Colombia, dove aveva collaborato fino al 2018 con le Peace Brigades International, organizzazione per i diritti umani che si occupa di accompagnamento e sostegno alle comunità e agli attivisti ed attiviste per i diritti umani in diversi dipartimenti del paese. In un comunicato, PBI chiede che venga fatta chiarezza sui fatti e ricorda Mario come “un amico straordinario per il suo impegno nella difesa dei diritti umani […] e con una grande passione per il suo lavoro”.

Le prime informazioni rese pubbliche dai media italiani e colombiani riportano la versione della polizia colombiana secondo cui il cooperante italiano si sarebbe suicidato: ma nessuno crede a questa versione.

Troppe cose non tornano: le ferite di arma da taglio ritrovate sul corpo e ai polsi di Mario, trovato impiccato in casa sua, le dichiarazioni della madre, che ha denunciato ai media come la scorsa settimana Mario le avesse raccontato di sentirsi molto preoccupato per le sue condizioni di sicurezza e di aver saputo qualcosa di molto grave che lo faceva sentire in pericolo, diverse testimonianze che parlano di tensioni con i capi missione, ed infine la sua decisione di tornare prima del previsto a Napoli (aveva già prenotato il viaggio per il 20 luglio).

Tutti questi elementi delineano uno scenario inquietante che esige risposte chiare, una indagine accurata ed una ricostruzione dei fatti che hanno portato alla sua tragica morte e delle responsabilità di tutti gli attori in campo.

Nell’appello che chiede verità e la giustizia, e che ha già raccolto oltre cinquantamila adesioni, si legge che Mario Paciolla «si sentiva con la famiglia confessando la sua apprensione per strani comportamenti di gente a lui nota che lo facevano sentire minacciato. Era chiuso in casa per le misure del contenimento del contagio Covid-19, aveva appena comprato il biglietto aereo per tornare in Italia, ma i sicari lo hanno raggiunto prima. La scena è stata ricostruita come suicidio per impiccagione. Più di un elemento smentisce questa ricostruzione. Per favore indagate su questa ennesima morte di un giovane italiano all’estero per mano di criminali.»

Verità e giustizia per Mario Paciolla

Nell’ultima settimana si sono tenute a Napoli le assemblee della campagna Giustizia per Mario Paciolla e solo in seguito alle denunce della famiglia e degli amici, sono arrivate le prime prese di parola istituzionali in Italia. Il sindaco di Napoli De Magistris ha chiesto massima attenzione sui fatti, chiamando il ministro degli Esteri Di Maio ed annunciando la disponibilità a incontrare la famiglia, mentre una interrogazione parlamentare è stata depositata dal parlamentare di Leu Erasmo Palazzotto ed il senatore Sandro Ruotolo ha chiesto un intervento forte e immediato nei confronti del governo colombiano.

Il Ministro degli Esteri Di Maio ha assicurato il “massimo impegno” ed ha annunciato il rientro della salma, avvenuto ieri, segnalando che ci sono tre diverse inchieste giudiziarie in corso, quella della polizia colombiana, quella delle Nazioni Unite e quella italiana. In attesa dei risultati dell’autopsia e delle novità che potrebbero arrivare dalla Colombia, familiari, amici e compagni di Mario hanno scelto il silenzio stampa, continuando però a fare pressione sul governo affinché sia fatta chiarezza sui fatti.

Caminantes – Centro Studi e documentazione sul Messico e l’America Latina, l’Aula Flex e lo spazio sociale Zero81 hanno inviato una lettera aperta al rettore dell’Università Orientale, dove Mario ha studiato e partecipato alle mobilitazioni studentesche dell’Onda, sostenendo che «l’Ateneo deve contribuire al più presto a sollevare pubblicamente gli aspetti oscuri della sua tragica morte prima che le procedure legali in Colombia compiano il loro corso in una direzione che potrebbe non essere orientata a fare giustizia e verità per lui, per la sua famiglia e per tutti noi».

Nella lettera, denunciano come «il processo di Pace in Colombia è anche osteggiato da parte dei settori militari che risultano coinvolti in uccisioni di ex guerriglieri e attivisti per i diritti umani e sociali. Mario è un figlio di questo Ateneo, dei valori che ambisce a trasmettere, della vocazione internazionalista e alla cooperazione dei suoi corsi di laurea».

Sempre il Centro Studi Caminantes, in una nota pubblicata su facebook, spiega che l’ONU svolge «il compito di fornire supporto e controllare gli avanzamenti nel processo di pacificazione in atto su alcuni temi come la sicurezza, lo sviluppo delle attività legate alla formazione e alla incorporazione delle ex basi della guerriglia, lo sviluppo dell’economia in grado di passare da una “agroindustria” della produzione di droga ad una agricoltura di sussistenza e “no narcos”. […]

Non sappiamo ancora cosa sia accaduto negli ultimi tempi a Mario e quali fossero le motivazioni che gli hanno fatto dire più volte ai suoi famigliari di voler tornare al più presto a Napoli […] pensiamo che debbano essere, in primis, i suoi “datori di lavoro” a partire dal responsabile della missione ONU in Colombia Carlos Ruiz Massieu a fornire quante più notizie e chiarimenti possibili circa la situazione che si viveva nella delegazione di Caqueta».

Sgomento per la morte di Mario e richiesta di verità e giustizia sono stati espressi anche dalla Rete Accademica Europea per la Pace in Colombia (Europaz) nata a sostegno degli Accordi di Pace e del lavoro del Sistema Integral de Verdad Justicia, Reparación y No Repetición, che ha manifestato la propria preoccupazione per il futuro della pace in Colombia.  Gli ex combattenti dello spazio di reinserimento e riconciliazione di Miravalle, 61 uomini e 15 donne delle ex forze armate rivoluzionarie colombiane, che avevano conosciuto Mario nel suo ruolo di cooperante per la Missione delle Nazione Unite, hanno emesso un comunicato di condoglianze ricordandolo come «una persona fondamentale per la pace in questi territori» e ricordando come Mario li avesse sostenuti nei progetti sportivi di reinserimento attraverso le squadre di rafting degli ex guerriglieri.

Per comprendere le tensioni che hanno accompagnato gli ultimi giorni di Mario, fondamentale l’articolo di Claudia Julieta Duque (tradotto da Caminantes), pubblicato sul quotidiano colombiano El Espectador (poi ripubblicato anche sul Manifesto):

«Non erano trascorse 24 ore dalla consegna dell’ultimo rapporto (dossier) della Misión de Verificación delle Nazioni Unite in Colombia, quando una delle tue colleghe di lavoro ti ha trovato morto, amico mio poeta e giornalista, nella tua casa a San Vicente del Caguan. Quel rapporto doveva contenere le tue osservazioni come volontario (n.d.t. – Mario svolgeva un lavoro non volontario per conto delle Nazioni Unite) di quella organizzazione nella regione del Caquetà, però, così come hanno fatto con la tua morte, le Nazioni Unite sono state in silenzio».

«Conosco i tuoi contrasti interni con un’organizzazione che nel suo report del 2019 ha citato con un paragrafo di appena sei righe il bombardamento militare nel quale morirono 18 bambini/e arruolati dai dissidenti delle FARC ed alcuni di questi rimasero a terra, questo fatto causò l’uscita di scena dell’allora ministro della Difesa Guillermo Botero.

So che hai documentato più casi di questo tipo, così come lo sgombero forzato delle famiglie dei minori uccisi e gli omicidi di altri ancora. So che ti davano fastidio la leggerezza dei toni dei dossier dell’ONU, la relazione complessa di alcuni membri della Missione con la Forza Pubblica, la contrattualizzazione di civili che venivano dai ranghi militari, la passività di quell’organizzazione rispetto ai bombardamenti contro civili nel sud della regione del Meta (confinante col Caquetà) e l’aumento di omicidi selettivi di ex combattenti delle FARC».

La violenza nei territori

Se la Colombia sta tornando a livelli di violenza drammatica, è a causa delle scelte politiche di un governo di estrema destra che si oppone sistematicamente al processo di pace.

Il governo del presidente Duque è stato travolto in questi mesi da continui scandali di corruzione, di collusione e partecipazione a reti di narcotraffico, che hanno visti implicati vari esponenti (da poco è emerso uno scandalo che riguarda il fratello della vicepresidente Marta Lucía Ramírez), mentre diversi casi di stupri compiuti da militari (ultimo il caso di sequestro e stupro di una dodicenne indigena Embera),  ed altri casi di familiari ed esponenti politici della maggioranza coinvolti in procedimenti per riciclaggio e compravendita di voti, violenze e massacri.

Questo governo neoliberale di estrema destra, continua a violare in modo sistematico gli accordi di pace –  “Accordo Finale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura” – firmati nel 2016 a L’Avana di Cuba con le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, e composto principalmente da sei punti: riforma rurale integrale, partecipazione politica, fine del conflitto, soluzione al problema delle droghe ad uso illecito, risarcimento delle vittime e, infine, procedure per la verifica e l’implementazione dell’accordo.

Sono proprio le implementazioni degli accordi previsti (dalla giustizia al reinserimento, dalla questione della terra alla riparazione delle vittime) ad essere disattesi sistematicamente dal governo Duque, in una paese estremamente diseguale dove il 46% delle terre più fertili e ricche è in mano allo 0,46% della popolazione. Lo stesso governo, nel 2019, ha anche interrotto unilateralmente i negoziati in corso con la seconda guerriglia del paese, l’Esercito di Liberazione Nazionale, che opera in diversi territori del paese ed ha dichiarato una tregua unilaterale durante la pandemia.

Mentre le violenze contro gli ex guerriglieri, leader sociali e indigeni stanno portando ad un vero e proprio massacro, l’intensificazione del controllo del territorio da parte dei paramilitari e del narcotraffico non si fermano nemmeno durante la quarantena.

Le formazioni paramilitari, veri e propri eserciti privati al servizio dei latifondisti e delle oligarchie, e i cartelli del narcotraffico, assieme all’assenza di misure governative in sostegno alla politica di sostituzione delle coltivazioni illecite, questione centrale degli accordi di pace, si contendono il territorio provocando un aumento esponenziale della violenza contro comunità indigene e contadine.

Una tendenza che rischia di riportare indietro la Colombia agli scorsi drammatici decenni, quelli delle fosse comuni e dei “falsos positivos”, le migliaia di giovani ragazzi, in particolare delle classi popolari, fatti sparire ed uccisi dall’esercito e poi presentati come guerriglieri caduti dall’esercito, gli anni delle violenze e delle minacce senza fine dei paramilitari, oggi ritornati sui territori, legati all’ex presidente, il senatore del partito di estrema destra Centro Democratico, leader ombra dell’attuale governo, Alvaro Uribe Velez.

L’ennesima ondata di violenza che si è scatenata in questi ultimi tempi Colombia, a differenza di quanto riportato in modo impreciso da alcuni media italiani, non dipende dagli ex guerriglieri delle Farc, che hanno scelto la via della pace, ma da trame più complesse e opache dove operano diversi attori armati e forze militari legali ed illegali, paramilitari, narcotrafficanti e le cosiddette dissidenze delle ex-Farc, un settore minoritario dell’ex FARC-EP che non hanno accettato gli accordi di pace e continuano nello scontro armato; questei attori si contendono il territorio, le miniere legali ed illegali, la produzione e controllo del commercio delle sostanze illecite, l’estensione delle monocolture e del latifondo.

Funerale di un leader indigeno nel Cauca. Foto Cric

In questo complesso panorama opera anche la guerriglia dell’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale, che aveva iniziato le negoziazioni per la pace, poi interrotti dal governo, mentre nel 2019, poco più di due anni dopo la firma degli accordi dell’Avana, un gruppo di ex guerriglieri delle FARC  è tornato alle armi, dopo aver denunciato come il governo Duque stesse disattendendo gli accordi di pace firmati dal precedente presidente Santos.

Ma la continuità della guerra, la vera minaccia per la pace in Colombia, si basa su una logica di governo, di comando e di accumulazione di potere composta dagli interessi militari ed economici delle élite economiche oligarchiche del paese, dagli interessi politici dei settori dell’ultradestra al governo, dalla complicità tra forze militari, forze paramilitari e narcotraffico, che combinano l’avanzata del modello di sviluppo basato sull’estrattivismo, lo spossessamento delle terre e il saccheggio delle risorse come dispositivi di accumulazione capitalistica.

In questo contesto di violenza è avvenuta la morte di Mario Paciolla, che come operatore dell’ONU lavorava proprio sul monitoraggio e il sostegno ad un processo di pace che il governo colombiano per primo sta facendo naufragare.

Il massacro dei leader sociali

Mario stava lavorando proprio in una delle zone chiave, cioè le aree rurali colombiane che la guerriglia ha controllato per più di quaranta anni e che, dopo il ritiro delle FARC avvenuti secondo gli accordi di pace, sono diventate un lauto pasto da sbranare per quell’intreccio violento fatto di capitalismo estrattivista, paramilitarismo, criminalità organizzata e copertura politica da parte dell’estrema destra. Sono rimasti a difendere quelle aree del paese attivisti e attiviste sociali e comunitari, e proprio per questo sono oggetto di esecuzioni, minacce e violenza inaudita.

Secondo il Centro Studi per la Pace Indepaz dalla firma degli accordi di pace fino al 15 luglio del 2020, sono 971 i leader sociali assassinati in Colombia, mentre sono 218 gli ex guerriglieri  assassinati dopo aver lasciato le armi.

Per quanto riguarda il primo semestre di quest’anno, sono ben 166 leader sociali e 36 ex combattenti a essere stati uccisi, con un incremento pesante durante il periodo di isolamento obbligatorio e di quarantena ancora in vigore nel paese; inoltre, sono diversi gli attentati e le stragi che hanno colpito anche amici e familiari degli ex combattenti o dei leader sociali colpiti dai paramilitari. Intanto la Colombia sta attraversando un momento drammatico in relazione all’impatto della pandemia, con il sistema sanitario al collasso e della crisi economica che ha portato ad una vera e propria emergenza per fame nei quartieri popolari e nei territori rurali, i più colpiti dalla violenza (due terzi dei leader sociali assassinati sono contadini, afrodiscendenti e indigeni).

La continuità della violenza, in un paese dove tra il 1985 e il 2018 all’incirca 7,8 milioni di persone hanno dovuto abbandonare il loro luogo di residenza per spostarsi in altre zone del paese a causa del conflitto armato, è una costante della politica colombiana. Le speranze infrante del processo di pace che ha portato agli accordi faticosamente firmati nel 2016, e l’ondata di violenza che ha visto un aumento del 30% con il nuovo governo, assieme alla miseria strutturale e alla povertà crescente, sono state le questioni al centro delle proteste sociali e delle rivolte popolari che hanno preceduto l’irruzione della pandemia.

E’ in questo contesto che si iscrive la drammatica morte di Mario, ed è per questo che rivendicare verità e giustizia significa denunciare le trame di potere e violenza che si dispiegano in questi territori e colpiscono migliaia di uomini e le donne che provano a costruire un paese di pace e di giustizia e che per questo vengono minacciati, uccisi e perseguitati.

Denunciare l’impunità dei responsabili politici, militari e paramilitari della trama di violenze che si dispiegano nei territori dove Mario Paciolla ha lavorato fino a pochi giorni fa contribuendo generosamente al processo di pace, fino a perdere tragicamente la vita, significa contribuire a fare chiarezza sulle responsabilità della sua morte, in quei territori dove comunità indigene, organizzazioni di donne, contadini, ex guerriglieri e afrodiscendenti provano a difendere la possibilità di una vita degna a fronte dell’avanzata della logica devastante della guerra e dell’estrattivismo.

da DINAMOpress

Immagine di copertina: durante l’apertura della Rassegna cinematografica “This is America” organizzata da  Làbas e Arena Orfeonica Di Broccaindosso a Bologna gli amici lo hanno voluto ricordare affinché venga fatta chiarezza sulle tragiche circostanze che hanno condotto alla sua morte.

Immagine della campagna Giusitizia per Mario Paciolla

Altre foto nell’articolo a cura del Cric.

Continue reading

Stato di polizia: Pestato a sangue da 2 sbirri in borghese. Ma quali mele marce, marcio è l’albero con tutte le sue radici!

Pestaggio del 23 enne romano, identificati i due poliziotti coinvolti: sono due agenti del reparto volanti

Sono stati identificati i due poliziotti che nella notte tra sabato e domenica sono stati protagonisti del pestaggio del ragazzo di Roma. Almeno stando alla denuncia che Marco, 23 anni, ha presentato alla stazione dei carabinieri di Porta Portese.

L’aggressione violenta è avvenuta poco dopo le 3 di notte. La vittima, insieme ad un amico, è riuscita a chiamare il 112. Sul posto, per competenza territoriale, sono giunte due gazzelle dei carabinieri e, per ragioni inspiegabili e da capire chi le abbia chiamate, anche quattro volanti della polizia.

I due poliziotti in borghese, a bordo di una Fiat 500 XL di colore grigio, secondo il racconto della vittima  tra schiaffi e pugni hanno sbandierato il distintivo della polizia. E, infatti, da quanto si è appreso i due sono stati identificati. Si tratta di due agenti del Reparto Volanti della Questura di Roma. Entrambi dell’accaduto erano fuori servizio. Al momento in Questura tutto tace, da Via San Vitale non è arrivata nessuna nota in  merito.

Ecco tutta la ricostruzione della storia pubblicata da Leggo questa mattina.

Roma, denuncia choc di Marco: «Fermato e picchiato a sangue da un poliziotto in borghese»

«Sono stato picchiato senza motivo da un poliziotto in borghese. In una delle strade più frequentate di Roma. Guardate come mi ha ridotto». Ha la voce che trema ancora dallo choc e il volto tumefatto Marco. Un ragazzo romano di 23 anni che sabato scorso ha vissuto improvvisamente un incubo.

«Erano passate le 3 di notte. Stavo tornando a casa con un mio amico dopo aver passato la serata a Trastevere – racconta – arrivati a viale Marconi si affianca allo scooter su cui viaggiavamo un’auto grigia. Era una 500 XL con a bordo due uomini. Mi fissano e mi urlano “ma che cazzo ti guardi?”. Io rispondo per le rime e continuiamo a battibeccare per qualche secondo. Quando pensavo fosse tutto finito si scatena l’inferno».

La voce trema sempre più e il dolore delle ferite diventa più forte: «Ci tagliano la strada, bloccando lo scooter e quello alla guida si avvicina a me. Mi urla in faccia parolacce e minacce di ogni tipo. Poi mi colpisce con due schiaffi fortissimi. In pieno viso. Ero pronto a reagire quando tira fuori il tesserino e mi dice di esser un poliziotto. E urla ancora “e mo che fai?”. A quel punto mi blocco. Non credevo ai miei occhi. Mi urlava “ti arresto”, “ti faccio sparare” e altre frasi rabbiose. Inizio a parlare chiedendo loro perché si stavano comportando così e per tutta risposta mi sferra un pugno in pieno volto».

Il ragazzo è una maschera di sangue. Non si regge in piedi ma decide di chiamare il 112 per denunciare il fatto. «Mettiamo il motorino davanti alla loro auto per non farli scappare – continua il ragazzo – e quell’energumeno ha tentato di togliermi il telefonino. Mi spintonava. In pochi minuti è arrivata un’ambulanza e sei o sette volanti a sirene spiegate che hanno raccolto le nostre versioni».

Marco a quel punto viene trasportato in ospedale, al Cto della Garbatella: per lui cinque punti sul labbro. La mattina seguente il fatto è stato denunciato ai carabinieri della stazione di Porta Portese. Le accuse se confermate sono pesantissime: lesioni aggravate e tentata rapina.

Dai contatti con Al Sisi alla sorveglianza per Assad, chi è Area spa, l’azienda che spia i notav

Di Davide Grasso

In un video postato su YouTube il 19 luglio il Movimento No Tav mostra le riprese di piccole telecamere nascoste nei boschi della Val Susa dalla polizia al fine di spiare gli attivisti, che le hanno scovate e rimosse diffondendone il contenuto. Da torinese ho riconosciuto due caprioli, un camoscio e il dirigente della Digos Carlo Ambra ma, ben oltre gli aspetti esilaranti, mi ha colpito negli ultimi frame un ironico “ringraziamento” all’azienda fornitrice dei dispositivi alla questura: l’Area Spa di Vizzola Ticino.

Leggere quel nome mi ha fatto rabbrividire. Area non è un’azienda qualunque. È accusata di una delle più grandi e meno conosciute vergogne della storia italiana recente: la fornitura di strumenti di intercettazione online al regime siriano di Assad nel 2011, durante le proteste popolari soffocate nel sangue.

Bloomberg denunciò il contratto tra Area e Syrian Telecom a repressione ancora in corso, nell’autunno di quell’anno, quando il ministero italiano per lo Sviluppo economico, tenuto a concedere e revocare autorizzazioni per commesse di questo tipo, era presieduto da Paolo Romani (PdL), che ancora di recente ha palesato le sue simpatie per Assad nonostante le migliaia di manifestanti sparite o torturate nelle carceri di Damasco.

La denuncia di Bloomberg indusse il governo a revocare l’autorizzazione. Il giornalismo può fare davvero tanto, quando vuole: anche salvare vite umane. L’azienda fu indagata per queste forniture nel 2016, con la contestazione di aver ri-esportato tecnologie Usa nonostante l’embargo statunitense contro la Siria del 2004.

Può sembrare un po’ poco di fronte a quelle che ritengo violazioni palesi e di massa dei diritti umani, che non sarebbero state meno gravi senza l’embargo di un paese terzo; ma che la capacità della legge di sanzionare tali connivenze fosse labile lo mostrò, pochi mesi dopo, la scelta del nuovo ministro dello sviluppo Carlo Calenda (governo Renzi) di autorizzare Area a esportare nuovamente tecnologie per l’intercettazione di internet, stavolta a favore del regime egiziano di Al-Sisi, tra l’altro poche settimane dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni.

Calenda sospese le forniture soltanto un anno dopo, e intanto rispose: in assenza di limitazioni specifiche, come un embargo, la legge tutela la libertà di mercato. Gli egiziani avranno ringraziato: chi? Lui, la legge o il mercato? L’idea che la libertà sia quella di guadagnare anche quando il guadagno nuoce alla vita degli altri è l’architrave, purtroppo, della società in cui viviamo.

L’episodio valsusino, come spiega il Movimento No Tav sul suo sito, mostra che lo Stato è legato anche da interessi diretti agli spregiudicati esportatori nostrani di repressione, perché analoghi rifornimenti di malware sono destinati alla polizia e alla magistratura italiane. Il trasferimento dei nostri soldi a un’azienda che secondo me getta disonore sulla nostra reputazione presso popoli stranieri non ci mette, però, soltanto in delicata contrapposizione con milioni di innocenti: crea un contesto per noi stessi opaco.

Dal 2018 Area è sotto processo per aver scaricato i dati personali di migliaia di italiani sui propri server dopo averli raccolti per 37 procure. Perché? Per occupare inutilmente giga di spazio o per fare altro? Non chiedete all’intelligence: i dati dei servizi italiani potrebbero esser stati a loro volta scaricati, e poi hackerati, sui server di un altro fornitore italiano di Area, Hacker Team (sì, suona ironico).

Il Consiglio di Stato ha dichiarato per questo nel 2019 l’illegittimità dell’assegnazione ad Area di nuovi appalti statali, ma l’uso di tecnologie dell’azienda contro i No Tav in Val Susa insinua il dubbio che gli apparati di polizia siano all’oscuro anche di questo. Non è affatto vero che tutto ciò che si fa senza violare la legge è perciò stesso accettabile; né che, in nome della legge, ogni cosa sia lecita. Senza un indipendente criterio etico la scelta di farsi guidare dai codici è anzi, come mostrano casi come questo, pericolosa.

Aziende senza scrupoli possono fare del mondo un luogo peggiore senza uscire dalla legalità – protette da leggi che “tutelano il mercato” – e magari acquisire potere su di noi (in modo illegale) grazie a uno Stato che a sua volta (legalmente, ma non meno pericolosamente) accumula i nostri dati per contrastare il dissenso. Le telecamere in Val Susa non sono mera cronaca: sono parte di un puzzle epocale, che dovremmo iniziare a ricostruire.

immagini dal processo di Monaco ai compagni del TKP/ML

500 compagni in piazza, discorsi e canti di numerose organizzazioni rivoluzionarie e solidali

muslum elma condannato e scarcerato

10 compagni condannati a diverse pene – ma nessuno è in carcere attualmente

Müslüm Elma : 6 ans 6 mois
Erhan Aktürk : 4 ans 6 mois
Sinan Aydın : 3 ans 6 mois
Haydar Bern : 3 ans 4 mois
Banu Büyükavcı : 3 ans 6 mois
Musa Demir: 3 ans 4 mois
Deniz Pektas : 5 ans
Sami Solmaz : 3 ans
Seyit Ali Uğur : 4 ans 6 mois
Mehmet Yeşilçalı : 2 ans 9 mois

soccorso rosso proletario aveva mandato un messaggio solidale e inviterà in autunno un compagno per un meeting – info srpitalia@gmail. com

MLPD MK Üyesi Peter Weisspfenning, Samidoun, ADHK, KCDK-E, AGİF, BİR-KAR, SYKP, SECOURS ROUGE, İNTER-BÜNDİS, AGEB, ROTE HİLFE, YDG, KJÖ, COURAGE, DİE LİNKE Milletvekili Gökay AKBULUT, Max Zirngast, ROTE BLOCK MEXİCO, Ayrıca AZADİ e.V ve İCOR

manifestazione solidale a brema
In