Ambra è stata uccisa dal carcere – Presidio solidale a Spini

Da oltre il ponte

Domenica 14 marzo nel carcere di Spini di Gardolo è morta, in circostanze ancora da chiarire, una ragazza di Bolzano di soli 28 anni. Si chiamava Ambra, ed era madre di due figli.

La notizia – come spesso accade quando si apprende di persone morte fra le mura dei penitenziari a meno che non ci siano delle rivolte – è stata accolta nella pressoché generale indifferenza. Si sa solo che, secondo quanto riportato dalla testata online IlDolomiti, la Procura ha disposto gli accertamenti medico-legali di routine per capire ciò che è accaduto. Al di là di cosa possa emergere da tali “accertamenti” è evidente come la sua morte sia strutturale ad un’istituzione totale che – soprattutto in tempi di pandemia – fa esasperare contraddizioni e malessere di chi è detenuto e privato dei propri contatti diretti con amici e parenti. Sappiamo che Ambra veniva da una storia personale molto difficile e che nell’ultimo periodo era particolarmente provata per la sua condizione. Una cosa non difficile da immaginare e comprendere, in un luogo di sofferenza dove ogni malessere viene “risolto” con abbondanti prescrizioni di psicofarmaci, punizioni e dove nell’ultimo anno i contatti sociali erano stati annullati o limitati.

La sua carcerazione, così come la sua morte, sono la tragica dimostrazione di come il carcere sia un’istituzione riservata ai poveri, a chi non può permettersi avvocati di fiducia oppure a chi non ha una casa in cui eventualmente scontare la pena.

Secondo Ristretti orizzonti solo nel 2020 ci sono state 154 morti (mancate insufficienti cure, ecc.) nelle carceri italiane e 61 suicidi, il numero più alto dell’ultimo ventennio. Nel 2021 sono già 32 i morti e almeno 7 i suicidi.

Invitiamo tutti e tutte a partecipare al presidio che ci sarà sabato 3 aprile dalle ore 16 sotto le mura del carcere di Spini di Gardolo per rompere il silenzio e l’indifferenza intorno alla morte di Ambra. Per sapere cosa è successo, smascherare le responsabilità di chi non è intervenuto e per denunciare le condizioni di detenuti e detenute che negli ultimi anni nel carcere trentino più volte si sono suicidati mentre numerosi altri sono stati i tentativi non riusciti.

Per ricordarla e per far sentire a chi soffre dietro le sbarre che non sono soli e sole. Perché le morti in carcere non sono mai “casuali” o “naturali”.

Repressione permanente? Azione resistente! Appello alla mobilitazione il 17 Aprile 2021

Carpi 26 antifascistə che nel 2017 contestarono pacificamente un presidio di Forza Nuova sono investitə da un processo che vedrà la sentenza di primo grado il 23 Aprile, col rischio concreto di essere condannatə dal Tribunale di Modena per aver intonato canti della Resistenza in una riunione pubblica non autorizzata.

Da questa vicenda sono scaturite domande e riflessioni all’interno della rete solidale costruitasi negli anni intorno a chi quella sera si mobilitò spontaneamente per dimostrare il proprio dissenso verso la presenza sgradita ed estranea in città di un’organizzazione neofascista e razzista.

Questo processo politico si inserisce in un quadro repressivo molto più ampio volto a criminalizzare le pratiche dell’antifascismo militante e di quei movimenti che si oppongono allo stato di cose presente, a delegittimare chiunque osi mettere in discussione un sistema che produce enormi ingiustizie e disuguaglianze sociali, guerre e miseria, devastazione ambientale e migrazioni forzate, sdoganamento del fascismo e del razzismo.

Un processo politico che fa emergere tutte le contraddizioni di un’Italia repubblicana che, se da una parte ha cercato di tagliare i ponti con il suo passato fascista, dotandosi di una Costituzione che poggia le basi sugli insegnamenti di quella tragica esperienza, sugli ideali e sui valori della Resistenza e della lotta di Liberazione dal nazifascismo, dall’altra parte si ritrova ancora in corpo capisaldi e radici di quel passato, visibili e tangibili in un Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS) e in un Codice Penale in cui permangono misure repressive ereditate rispettivamente dal regio decreto del 1931 e dal Codice Rocco di epoca fascista, nonostante le numerose modifiche apportate sia attraverso riforme parziali da parte del Parlamento sia mediante pronunce di illegittimità da parte della Corte Costituzionale.

Una piaga che puntualmente si riapre nel momento in cui ci sia da reprimere chi si mobiliti dal basso, in modo spontaneo o autorganizzato, contro ogni ingiustizia e contro ogni forma di discriminazione.

Pensiamo ai maxi processi e alle accuse di “pericolosità sociale” che investono i lavoratori e le lavoratrici in lotta contro sfruttamento, paghe da fame, turni massacranti e precarietà o le generose militanti che si oppongono a grandi opere inutili e imposte che devastano natura e territori compromettendo salute e futuro di chi li abita.

Pensiamo alle accuse di “adunata sediziosa” o “devastazione e saccheggio” che pendono come una spada di Damocle sulle teste di coloro che, dal G8 di Genova del 2001 in poi, partecipino a proteste di piazza o di coloro che non siano disposti a rimanere indifferenti di fronte a becere manifestazioni d’odio razziale e xenofobo, omofobo e sessista, spesso inscenate da gruppi o partiti dichiaratamente neofascisti con il beneplacito di Questure e Prefetture.

Con l’applicazione delle vecchie leggi fasciste ancora in vigore e dei Decreti Sicurezza di Minniti e Salvini, mai modificati nelle parti relative alla limitazione del diritto di manifestare e delle libertà sindacali, nelle ultime settimane stiamo assistendo a un’ulteriore recrudescenza della repressione, con uno stillicidio quotidiano di provvedimenti cautelari e punitivi ai danni di coloro che si oppongono a politiche sempre meno rispettose dei diritti e della dignità di noi tuttə, che ci consegnano una democrazia svuotata di contenuti e riempita di autoritarismo.

Centinaia e centinaia di processi imbastiti su giudizi politici ancora prima che penali. Centinaia e centinaia di processi politici in cui compagne e compagni sono processatə e condannatə NON per quello che abbiano eventualmente fatto ma per quello che sono (antifascistə e antirazzistə, lavoratori in lotta per rivendicare i propri diritti, militanti in prima linea contro la devastazione dell’ambiente e lo sperpero di risorse pubbliche) e per quello che rappresentano (i valori dell’antifascismo, di giustizia sociale e ambientale, libertà e uguaglianza).

Siamo dell’idea che sia oggi più che mai necessario riconquistare lo spazio pubblico, uno spazio reale, per chiedere con forza e determinazione:

  • l’assoluzione di tutte e tutti coloro sotto processo per reati d’opinione, reati politici o sociali;
  • la cancellazione degli articoli del TULPS, del Codice Penale e dei Decreti Sicurezza usati per reprimere il diritto al dissenso e le libertà sindacali, a partire dai residuati giuridici del regio decreto del 1931 e del Codice Rocco di epoca fascista;
  • la fine dell’accanimento giudiziario nei confronti di chi si batte per un mondo radicalmente diverso, più giusto, più equo, libero dallo sfruttamento e dall’oppressione.

Sulla base di queste rivendicazioni, lanciamo una prima giornata di mobilitazione con un presidio in piazza a Carpi sabato 17 Aprile.

In considerazione della fase pandemica che stiamo attraversando e delle limitazioni agli spostamenti tra Regioni e/o Comuni, proponiamo a quelle realtà territoriali impossibilitate a partecipare che vivano sulla propria pelle l’urto della repressione o che abbiano a cuore queste tematiche di mobilitarsi a loro volta nelle piazze e nelle strade delle rispettive città, ciascuna con le proprie modalità e con i propri contenuti.

Avanziamo questa proposta con la massima umiltà, assumendoci fin da ora l’impegno a fare in modo che la data del 17 Aprile diventi solo una tappa di un percorso volto alla costruzione di un ampio fronte comune di lotta contro la repressione e all’apertura di spazi di cooperazione tra le Nuove Resistenze allo stato di cose presente radicate sui territori.

Ne va della forza e incisività delle lotte sociali e della lotta contro il fascismo che, ovunque e sotto qualunque veste si presenti, è oggi come ieri il nemico.

Per info e adesionilantifascismononsiarresta@gmail.com

Assemblea #lantifascismononsiarresta

Il processo agli antifascistə di Carpi

La sera del 4 agosto 2017, a Carpi si tiene una manifestazione autorizzata di Forza Nuova davanti a una palazzina che di lì a poco avrebbe ospitato alcuni richiedenti asilo. Decine e decine di cittadinə si mobilitano spontaneamente per dimostrare il proprio dissenso nei confronti di quell’azione ritenuta intimidatoria e squadrista e verso la presenza sgradita ed estranea in città di un’organizzazione neofascista e razzista. Recatisi sul luogo del presidio, lanciano slogan e intonano canti della Resistenza fino alla partenza dei militanti di Forza Nuova, giunti da tutta la regione, scortati dalla polizia.

A distanza di 9 mesi, a ben 26 tra le decine di persone che quella sera avevano contestato i forzanovisti sono recapitati dal Tribunale di Modena decreti penali di condanna “inaudita altera parte”, ovvero condanne in assenza delle parti e senza processo, per manifestazione non autorizzata.

La scelta delle 26 persone coinvolte di opporsi ai decreti penali di condanna ha portato all’apertura di un processo che vedrà la sentenza di primo grado il 23 Aprile. Il rischio concreto è che il Tribunale confermi le condanne emesse nel 2018 tramite decreti penali in base al comma 3 dell’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), legge emanata con regio decreto nel 1931 durante il regime fascista in un quadro di generale repressione del dissenso. Questo comma punisce chi “prenda parola” – o, secondo l’interpretazione della Procura di Modena, chi intoni canti della Resistenza – come se fosse l’organizzatore di una riunione pubblica non autorizzata.

Per maggiori informazioni sulla vicenda rimandiamo alla petizione lanciata su Change.org: http://chng.it/TrKRyFJ2Pg

Piacenza: Tutti sapevano degli abusi nella caserma degli “orrori” dei Carabinieri

Allora, io ammetto tutto. Ne ho fatte cavolate dottore, però se mi devo prendere le colpe degli altri no! Dentro la caserma tutti sapevano, non potevi non sapere perché ci si stava dalla mattina alla sera insieme. Si finiva gli arresti e si andava a mangiare insieme, quindi tutti dovevano sapere… fino al comandante“.

E’ il j’accuse nei confronti di colleghi e superiori messo a verbale da Giuseppe Montella, l’appuntato della caserma Levante di Piacenza arrestato insieme ad altri cinque carabinieri per gravi reati come traffico di droga, tortura e estorsione nell’estate del 2020.

Era l’inchiesta ‘Odysseus’ che ha portato anche al sequestro dell’intera stazione dell’Arma, mai successo prima in Italia.

Oggi è in calendario un’udienza per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato e Montella, ritenuto il capo del gruppo, potrebbe fare nuove dichiarazioni. Ma non è escluso che le difese aderiscano all’astensione proclamata dei penalisti e dunque la testimonianza slitterebbe.

Tutto quello che si faceva là dentro – dice Montella, in un’interrogatorio del 20 agosto 2020, pubblicato da Repubblica.it – tutti lo si sapeva. Cioè nella mia mente preferivo prendermi io le colpe per non scaricare i miei colleghi, però a questo punto penso che voi sapete tutto“. Il racconto quindi prosegue e diventa un atto d’accusa contro altri quattro carabinieri, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito (l’unico che ha scelto il rito ordinario), Giacomo Falanga e Daniele Spagnolo e, soprattutto, contro il comandante di stazione Marco Orlando.

Tutti lo sapevano – ribadisce l’appuntato 37enne originario di Pomigliano d’Arco – nel senso che non c’è nessuno che non lo sa a partire dall’ultimo fino al comandante, dalla testa ai piedi, tutti sapevamo che ogni tanto davamo una canna… qualcosa. Sapevano che quando si facevano arresti grossi si diceva, ‘teniamo due grammi, tre grammi da dare …“.

Sulle violenze agli arrestati, Montella racconta invece di schiaffi e botte, ma respinge l’accusa di pestaggi sistematici. Ma proprio le presunte torture sono tra gli episodi più pesanti finiti a processo e sui quali difese e accusa dovranno confrontarsi non appena entrerà nel vivo la discussione. Parti civili ammesse sono l’Arma dei carabinieri, due sindacati (Silca e Nsc) e l’associazione Pdm (Partito per la tutela dei diritti dei militari), oltre ad altre nove persone, tra cui proprio alcuni pusher che hanno denunciato le violenze che accadevano all’interno della caserma.

E non è tutto finito qui, perché le accuse emerse dalle indagini della Guardia di Finanza e della Polizia Locale e finite contestate nell’ordinanza cautelare di fine giugno saranno chiarite nel processo, ma c’è ancora un fascicolo in corso di indagine da parte della Procura piacentina guidata dalla procuratrice Grazia Pradella.

Un filone significativo, che ha raccolto ulteriori denunce di vittime degli ex militari della Levante e gli accertamenti sulle eventuali omissioni dei superiori dell’epoca, su cui si stanno ancora facendo verifiche.

Intanto la storica caserma di via Cacciadilupo, dopo il dissequestro, è stata riaperta e regolarmente funzionante da metà novembre, con altri carabinieri. E proprio ieri è stato eseguito il primo arresto per droga da quando il nuovo gruppo di militari si è insediato negli uffici. A finire in manette, un giovane piacentino trovato con mezzo kg di marijuana e pochi grammi di cocaina. La normalità, dopo la tempesta estiva, passa anche per questo.

Sulmona: tredicenne denudato e perquisito in caserma, la mamma denuncia gli abusi

La procura apre un’inchiesta per presunti abusi da parte degli agenti di polizia.

Prima perquisito e poi costretto a fare flessioni in caserma. La vittima sarebbe un ragazzino di 13 anni con problemi psichici. Il fatto sarebbe avvenuto in una caserma della polizia a Sulmona, in Abruzzo. La procura ha aperto un’inchiesta. A riportare la notizia p il quotidiano “Il Centro”.

Secondo quanto riportato dal quotidiano abruzzese la denuncia sarebbe stata fatta dalla mamma e la procura avrebbe aperto un’inchiesta per presunti abusi commessi da poliziotti del commissariato nei confronti del tredicenne. I fatti sarebbero avvenuti il 24 febbraio. Stando al racconto della donna – così riporta Il Centro – il figlio è stato denudato per essere sottoposto a una perquisizione negli uffici della polizia in via Sallustio, probabilmente alla ricerca di droga. Episodio accaduto, sempre stando alla denuncia, lo scorso 14 febbraio.

Trasferimento punitivo e percosse per aver denunciato le condizioni di isolamento e le minacce delle guardie

NAPOLI. Salvatore Basile rischia di pagare a carissimo prezzo il video di protesta di cui si è reso protagonista l’8 febbraio scorso. Fino qui detenuto nel carcere di Secondigliano, il successivo 11 marzo per il 29enne è stato bruscamente disposto il trasferimento nel penitenziario di Trapani. Un provvedimento “punitivo”, scaturito dall’aver fatto trapelare all’esterno informazioni relative alla casa di reclusione di Napoli durante il videocolloqui con i parenti, le cui conseguenze non sembrano ancora essere finite. Arrivato in Sicilia, Salvatore Basile sarebbe stato infatti oggetto di percosse da parte della penitenziaria e si troverebbe ancora in cella di isolamento nonostante abbia già terminato il periodo di quarantena anticovid. La vicenda è stata oggetto di una circostanziata denuncia che venerdì pomeriggio la moglie di Basile, Gilda Di Biasi, ha formalizzato presentandosi ai carabinieri della stazione rione Traiano. Soltanto la mattina prima la donna era infatti riuscita ad avere il primo colloquio in videocollegamento con il marito e la scena che le si è presentata davanti agli occhi non è stata delle più rassicuranti: «Da quello che ho appreso – ha messo a verbale la donna – poiché Salvatore ha raccontato fatti interni al carcere è stato trasferito in quello attuale di Trapani. Detto questo, vorrei far presente che durante la videochiamata effettuata questa mattina tra me e mio marito, quest’ultimo mi ha riferito di essere vittima quotidiana di percosse come schiaffi e pugni da parte della polizia penitenziaria, al punto tale da avere in quegli istanti dolore alle costole. Nella circostanza mi ha mostrato la parte destra del collo dove presentava colorito rosso e viola (dei lividi, ndr), a duo dire provocati dagli agenti penitenziari». Una vicenda dai contorni inquietanti ma con eventuali responsabilità ancora tutte da accertare. Sta di fatto che, contatta dal “Roma”, la donna aggiunto alcuni ulteriori informazioni che non lasciano presagire nulla di buono: «Da quello che ho capito – spiega – Salvatore si trova adesso in cella di isolamento nonostante abbia già da diversi giorni finito la quarantena precauzionale. Dal suo arrivo a Trapani non gli è stato inoltre consentito di cambiarsi i vestiti, tant’è che ormai dal 19 marzo indossa sempre la stessa tuta del Napoli, e in video l’ho trovato molto dimagrito. A inizio aprile andrò a Trapani per il colloquio in presenza ma fino ad ora nessuno dal carcere è stato in grado di dirmi se riuscirò effettivamente a incontrarlo o meno». La vicenda è intanto già finita sul tavolo del garante comunale dei detenuti, Pietro Ioia, il quale chiede all’autorità giudiziaria che «si faccia massima chiarezza sulla carcerazione di Basile» e sulle eventuali «responsabilità degli agenti che l’hanno in custodia».

Egitto, condannata a un anno e mezzo l’attivista Sanaa Seif per accuse fasulle

Il 17 marzo un tribunale del Cairo ha condannato l’attivista egiziana Sanaa Seif a un anno e mezzo di carcere per le accuse fasulle di “diffusione di notizie false”, “uso improprio dei social media” e “offesa a un pubblico ufficiale in servizio”.

Sanaa Seif era stata arrestata il 23 giugno 2020 da agenti in borghese mentre stava entrando negli uffici della Procura del Cairo per denunciare un’aggressione subita il giorno prima, quando si trovava di fronte alla prigione di Tora in attesa che le venisse consegnata una lettera del fratello Alaa Abdel Fattah, lì detenuto. Alcune donne avevano circondato Sanaa, la madre Laila Soueif e la sorella Mona e le avevano picchiate sotto gli occhi degli agenti della sicurezza.

Amnesty International ha esaminato il mandato d’arresto di Sanaa Seif su cui è riportata falsamente la notizia di un arresto a un posto di blocco. L’organizzazione per i diritti umani ha poi analizzato le prove sulla base delle quali Sanaa Seif è stata condannata ed è giunta alla conclusione che i post da lei pubblicati per denunciare l’aggressione del 22 giugno non costituivano incitamento all’odio, alla discriminazione o alla violenza.

L’ultimo capo d’accusa, “offesa a un pubblico ufficiale in servizio”, fa riferimento a un alterco avuto da Sanaa Seif con un agente di polizia che, il 22 giugno 2020, aveva spintonato la madre verso il gruppo delle assalitrici.

Sanaa Seif è nota per le sue critiche alle autorità egiziane sulla gestione della pandemia da Covid-19, soprattutto dopo la sua diffusione nelle carceri e per le campagne per il rilascio dei detenuti, compreso suo fratello Alaa Abdel Fattah. Dal 2014 l’attivista era stata già incriminata e condannata due volte per aver esercitato i suoi diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica.

Dal carcere di Busto Arsizio, lettera dei prigionieri indagati per la recente rivolta nel carcere di Varese

“Ciao a tutti!!!
Come prima cosa vorremmo ringraziarvi per tutto quello che avete fatto per noi, sappiamo anche da altre persone che ci scrivono che la nostra lettera sta circolando sui social e che ha avuto un certo seguito.
Sappiamo inoltre che i giornali, il sindaco ed infine lo stesso Salvini hanno rilasciato interviste dove affermano che è stata tutta una cosa programmata, cercando di togliere dai guai le guardie e buttando merda addosso a noi.
Sappiamo inoltre che hanno affermato che tutto è successo perchè siamo persone frustrate, che non sapendo dove scaricare la frustrazione hanno fatto una rivolta per dare sfogo a tutto ciò.
A noi sembra una cosa inconcepibile e vergognosa perchè si tratta di carcere, di anni di vita buttati e sinceramente non credo che siamo così stupidi perchè tutto ciò ricade anche sulle nostre famiglie, ma perchè siamo obbligati non vedendo altra strada per essere ascoltati.
Fino a questo momento ci sono 31 indagati con gli stessi capi d’imputazione ( danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e devastazione) e infine noi 6 che siamo a Busto essendo stati arrestati in flagranza di reato, probabilmente pagheremo qualcosina in più come capi promotori (dicono loro).
Ci sono le guardie che si sono fatte refertare per escoriazioni e sintomi derivanti dal contatto con la corrente elettrica.
Per quanto riguarda la nostra carcerazione abbiamo fatto 21 giorni in sezione covid (in cui la norma sono 14 giorni).
Dopo ciò ci hanno portato in infermeria a scontare i 10 giorni di isolamento finiti i quali ci tengono ancora qui in osservazione come ex art 32, cioè persone pericolose, e ancora ad oggi non sappiamo quando ci porteranno in sezione normale insieme agli altri detenuti. La verità è che non vogliono che abbiamo contatti con altri detenuti perchè potremmo istigarli a fare la stessa cosa.
A molti di noi la sera che ci hanno trasferiti ci è stato detto di preparare una sola borsa con lo stretto necessario e che il resto ce lo avrebbero portato in seguito.
E’ passato 1 mese e mezzo e ancora non sono arrivati i vestiti e diversi effetti personali, ne tantomeno ci rispondono ne ci danno spiegazioni su dove sono finiti.
Come ci avete scritto vi chiediamo gentilmente se possibile di mandarci ciò che avete pubblicato.
Infine vi dobbiamo un grande GRAZIE per ciò che fate, per la vostra vicinanza e la vostra solidarietà. Speriamo di risentirvi presto perchè le vostre lettere e la vostra vicinanza ci rallegrano le giornate.
Ringraziamo inoltre i ragazzi che ci hanno scritto (dicendo che sono vostri amici) non potendo ringraziarli di persona perchè la lettera era senza mittente.
Ci auguriamo di risentirvi presto.
Un grande abbraccio
I RAGAZZI DI VARESE “