Soccorso Rosso Proletario

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Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Israele continua la sua guerra contro studenti e ricercatori palestinesi, uno di questi, Mahmoud Talal al-Najjar, era diretto in Italia con una borsa di studio

Tra il primo e il due giugno, le forze israeliane hanno lanciato una nuova campagna della loro guerra genocida contro il popolo palestinese. A essere presi di mira sono stati studenti e ricercatori, tanto nella Striscia quando in Cisgiordania. Sono state a decine le persone fermate, e di almeno cinque appartenenti al mondo universitario non si hanno ad ora notizie.
Partiamo dalla West Bank. I militari israeliani hanno condotto vari arresti in tutta la regione, e hanno fatto irruzione nei dormitori dell’Università di Birzeit, dove hanno preso in custodia Jolan Abu Awwad, Natali Abu Daya, e Sama Safi. Un’altra studentessa, Leila Khalil, è stata arrestata durante un’irruzione nella casa di famiglia a Beitunia. Il giorno prima, le forze sioniste erano entrate anche all’interno del campus dell’Università di Al-Quds, nell’occupata Gerusalemme Est.
Passiamo ora allo scenario di Gaza. Lo scorso 1° giugno oltre 20 studiosi palestinesi stavano venendo evacuati dalla Striscia, per dirigersi verso l’Italia, dove avrebbero dovuto godere di borse di studio. Due di loro, però, sono stati arrestati dalle forze israeliane, senza che ne venissero chiarite le motivazioni.
Una studentessa è stata rilasciata poco dopo, ma il ricercatore Mahmoud Talal al-Najjar è scomparso al valico di Kerem Abu Salem, e di lui non si sa più nulla, stando a quel che riferisce il fratello ed è riportato dalla piattaforma palestinese Quds News Network. al-Najjar era finalmente riuscito a ottenere i permessi di viaggio necessari per lasciare la Striscia dopo mesi di estenuanti tentativi e ostacoli burocratici. Avrebbe continuato i suoi studi all’Università di Tor Vergata di Roma.
La vicenda risulta ancora più angosciante – ed è espressione plastica del terrorismo sionista – per il fatto che al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia. Il 25 ottobre 2024, infatti, un raid aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo sul colpo sua moglie e i loro quattro figli. Nello stesso attacco hanno perso la vita anche altri suoi parenti.
Nessuna dichiarazione è per ora arrivata né dall’Università italiana, né dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Del resto, la Farnesina, per bocca del suo massimo responsabile, ha fatto presente che gli sta bene il fatto che, in occasione del trattamente ricevuto dagli attivisti della Flotilla, la richiesta formale di scuse sia caduta nel vuoto. Figurarsi se si muove qualcosa per un “semplice” accademico.
Nemmeno la ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha speso una parola in merito. Appena una ventina di giorni fa, la “ministra somaro”, come è stata soprannominata nelle mobilitazioni studentesche, si era fregiata dell’accoglienza negli atenei nostrani di altri 72 studenti gazawi, mentre l’esecutivo continua a sostenere il governo israeliano che ha raso al suolo il tessuto universitario della Striscia.
Tali ennesimi atti criminali sono stati condotti in un contesto di perdurante instabilità. Nelle stesse ore, Tel Aviv ha continuato a mietere vittime a Gaza, con il conteggio diffuso dal ministero della Salute che ha raggiunto i 935 morti e 2.860 feriti dall’inizio del “cessate il fuoco”, nell’ottobre scorso. Le operazioni di demolizione continuano nelle aree orientali di Khan Yunis e di Gaza City.

Libertà per Domenico Centrone e per gli altri 9 attivisti del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla

Da 11 giorni Domenico Centrone (NICO), del Coordinamento Molfetta per la Palestina è trattenuto dalle forze di polizia in Libia.

Con altri nove delegati civili umanitari del Convoglio Terrestre della Global Sumud, sono partiti da Tripoli il 15 maggio 2026 (Nakba Day) per consegnare aiuti umanitari a Gaza, creare un corridoio di solidarietà e fornire supporto specialistico alla ricostruzione delle infrastrutture civili di Gaza guidata dai palestinesi.

Secondo fonti provenienti dalla Libia orientale (Governo di Salvezza Nazionale), oggi Nico e gli altri 9 attivisti sono stati condotti davanti all’ufficio del procuratore generale e alla procura di Bengasi, dove è stata decisa la proroga della loro detenzione, in quanto, secondo le autorità libiche, sarebbero entrati nella zona senza autorizzazione.

Questa è l’ultima corrispondenza di Nico, pubblicata dal Coordinamento Molfetta per la Palestina il 24 maggio, subito prima del suo sequestro:

“Al quinto giorno di accampamento nel deserto alle porte di Sirte, le nostre trattative con le autorità territoriali della Libia dell’Est sono ad un punto di non ritorno.

Nella giornata di martedì 19 maggio abbiamo inviato una prima delegazione di attiviste e attivisti internazionali, tra cui specialisti e personale medico, nel territorio sotto il governo di Haftar per consegnare personalmente una lettera e proseguire con le negoziazioni con la Mezzaluna Rossa.
Tra loro due italiani, Marco Contadini e Leonarda Alberizia, che hanno accettato con coraggio di mettere i propri corpi a rischio per questa trattative sfidando le intimidazioni del governo della Cirenaica. Fortunatamente, la delegazione è tornata in accampamento sana e salva.

Non avendo ricevuto alcuna risposta dalla Mezzaluna Rossa nelle successive 24 ore, nella giornata di ieri abbiamo fatto partire una seconda ambasciata con i termini dei nostri accordi per la consegna degli aiuti umanitari a Gaza. Questa delegazione è stata rimbalzata indietro in maniera minacciosa nonostante la nostra disponibilità al compromesso, chiarendo definitivamente la posizione della Mezzaluna Rossa e delle autorità della Libia Est: il Convoglio non deve passare, gli aiuti devono essere lasciati qui senza alcuna garanzia di consegna al popolo palestinese.

Tutto questo è accaduto mentre, con il poco segnale internet disponibile, ricevevamo le dolorose immagini delle torture subite dai nostri compagni e compagne della Flotilla da parte delle autorità di occupazione israeliane. Ad oggi, siamo l’ultimo avamposto di attivisti e attiviste in viaggio verso Gaza in questa missione per rompere l’assedio e riabbracciare il popolo palestinese, l’ultima speranza di questa primavera di movimento.

Non ci lasceremo intimidire da questo ostacolo. Preoccupati dalle ripetute e impunite violazioni di ogni fondamento del diritto internazionale, e forti del Primo Protocollo dell’ Articolo 40 della Convenzione di Ginevra sulla protezione delle vittime dei conflitti internazionali, vogliamo procedere con il nostro convoglio coscienti di essere portatori della volontà di milioni di cittadini liberi nei nostri paesi di origine. La nostra solidarietà con il popolo palestinese, oggi più che mai, non è negoziabile.”

Riteniamo questi arresti illegittimi e il silenzio dei media occidentali complice. L’arresto di Nico non ha altro fondamento se non quello della complicità del governo fascista italiano con i torturatori-assassini in Libia, in Israele e ovunque l’imperialismo made in Italy abbia i propri interessi geostrategici.

Vogliamo Nico e tutte liberi subito, “la nostra solidarietà non è negoziabile”

Soccorso rosso proletario

Di seguito il comunicato del Coordinamento Molfetta per la Palestina:

Il 15 maggio, durante il 78esimo anniversario della Nakba, Nico Centrone è partito con il Land Convy (carovana Sumud) da Tripoli alla volta del valico di Rafah per poter portare cibo, medicine e materiali per la ricostruzione alla popolazione della Striscia di Gaza stremata dal genocidio per mano di Israele. Il giorno 24 maggio una delegazione di dieci attivisti e attiviste, tra cui il nostro compagno, si è staccata dal resto del convoglio per andare a trattare il passaggio degli aiuti umanitari nei territori della Libia Est: da quel momento abbiamo perso i loro contatti. Al momento le dieci persone sono ancora trattenute dalle forze di polizia e non si hanno notizie certe sul loro rilascio. L’illegittimo trattenimento di Domenico, rientra in un quadro generale più complesso, fatto di paura e repressione per tutte coloro che manifestano resistenza all’occupazione e che si oppongono al genocidio del popolo palestinese. In questo contesto di repressione generale e sistemica rientrano gli oltre 10.000 prigionieri politici palestinesi, molti dei quali vivono da decenni l’inferno delle carceri israeliane; in questa ottica dobbiamo inquadrare anche la istituita legge che prevede l’applicazione della pena capitale ai palestinesi in Cisgiordania per accusa di terrorismo a detta dell’occupante sionista, e in questo contesto di deumanizzazione generale del popolo palestinese si intensificano sempre di più gli attacchi dei coloni israeliani a scapito dei palestinesi della Cisgiordania, vivendo quotidianamente una dimensione di guerra civile, nella quale si organizza la resistenza all’occupante sionista. E’ proprio la resistenza palestinese in Cisgiordania che ci dimostra quanto il disegno di repressione riguardi anche i popoli occidentali complici del genocidio palestinese: esmplare è il caso di Anan Yaeesh, un resistente di Tulkarm, condannato in Italia a 5 anni e 6 mesi per “associazione con finalità di terrorismo” in un processo che è un attacco diretto alla resistenza palestinese. Per questo motivo saremo sempre affianco dei prigionieri politici incarcerati per la resistenza e l’autodeterminazione del popolo palestinesi: perché per noi è questo il modo di schierarsi dalla parte giusta della storia e opporci al sistema genocidario sionista.
Essere a fianco di tutti i prigionieri politici significa schierarsi dalla parte dell’oppresso e far emergere tutte le complicità che ci sono tra il governo italiano e l’entità sionista e manifestare reale solidarietà verso il popolo palestinese.
Nico ha sentito nel più profondo del suo cuore l’ingiustizia che vive quotidianamente la popolazione gazawi ed è proprio questo spirito di solidarietà autentica che lo ha animato per partire con il convoglio umanitario della Global Sumud Flotilla per portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, secondo pratiche di nonviolenza e in pieno rispetto delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale umanitario.
Tutt* noi vediamo nella causa palestinese la lotta madre a tutte le ingiustizie e disuguaglianze del nostro pianeta.
Chi è partito per terra e per mare, come Nico, credeva e crede ancora che è necessario opporsi fermamente al sistema bellicista e neocoloniale che vede nell’entità sionista il centro nevralgico del potere e soprattutto per la voglia di costruire un mondo più giusto e più eguale per tutti e tutte le oppresse.
Pretendiamo dunque il rilascio immediato e il rientro in sicurezza di Domenico Centrone e delle altre 9 persone trattenute, così come pretendiamo la liberazione di tutte e tutti i prigionieri politici illegittimamente incarcerati e pretendiamo la fine della complicità del governo italiano con l’entità sionista!

Contro la repressione.
Contro il Genocidio del popolo palestinese.
Per la liberazione di Nico.
Per la liberazione di tutt*.

“Ripudiare la Guerra, Difendere la Terra”, sei persone di Extinction Rebellion sequestrate per ore a Roma dallo stato di polizia. “Nessuna notizia da ore”

di Extinction Rebellion

Questa mattina all’alba sei persone che stavano per entrare in azione con Extinction Rebellion sono state prelevate dalle Forze dell’Ordine nelle vicinanze dell’Altare della Patria, dove è prevista la cerimonia del 2 giugno con le più alte cariche dello Stato.

Da più di cinque ore gli avvocati del movimento non riescono ad ottenere informazioni da parte della Questura e dei Commissariati circa lo stato delle sei persone. Extinction Rebellion denuncia che l’accaduto rappresenta una violazione delle norme da parte delle forze di polizia: chiunque si trovi in stato di fermo, che sia per identificazione, fermo preventivo o arresto, ha il diritto che i propri famigliari o avvocati siano immediatamente informati.

Il gruppo aveva con sé uno striscione con il messaggio “Ripudiare la Guerra, Difendere la Terra”, da esporre in un luogo fortemente simbolico, in cui si celebra ipocritamente l’80esimo anniversario del referendum del 2 giugno 1946 quando gli italiani, e per la prima volta le italiane, scelsero la Repubblica e votarono per eleggere l’Assemblea Costituente. Un voto con cui si decise di rompere con il passato, di liberarsi del Re e della monarchia dei Savoia, che avevano trascinato l’Italia in due guerre mondiali, in diverse spedizioni coloniali, nella dittatura fascista e nella vergogna delle leggi razziali.

L’intervento delle Forze dell’Ordine si è svolto a poche ore e nella stessa piazza in cui ieri 15 persone sono state fermate, trasferite in caserma e minacciate verbalmente dopo aver tentato di appendere uno striscione con la scritta “Dio denaro, Patria in guerra, famiglia alluvionata”.

“Quanto sta accadendo è un diretto risultato del clima di repressione e delle politiche securitarie di questo governo, come il decreto sicurezza.” dichiara il movimento. “Mentre in queste ore si festeggia la Repubblica nata dalla lotta antifascista, i suoi principi fondanti vengono calpestati: Una Repubblica democratica non può tollerare che qualcuno possa semplicemente sparire nelle mani dello Stato, neppure per qualche ora. Le forze dell’ordine hanno il dovere di agire nei confini della legge e proteggere chi è in loro custodia.”

aggiornamenti:

– Dopo oltre 7 ore, le sei persone di Extinction Rebellion prelevate questa mattina dalle Forze dell’Ordine nei pressi dell’Altare della Patria sono state rilasciate dall’Ufficio Immigrazione di Tor Sapienza. A comunicarlo sono state le stesse persone coinvolte una volta uscite dall’edificio, in quanto le comunicazioni con l’esterno sono state impedite fino al rilascio. A tutte loro, infatti, è stato strappato il telefono dalle mani non appena fermate: azione illegittima e ingiustificata, resa ancora più grave dall’aver negato il diritto previsto di contattare un avvocato o contatto di fiducia.

Questi illeciti si aggiungono alle reazioni verbalmente aggressive che le persone denunciano di aver ricevuto da parte degli agenti durante il fermo, come “voglio bruciare lo striscione con voi dentro”. Durante la permanenza in Questura, inoltre, gli agenti si sono rifiutati di chiarire alle persone stesse il loro stato legale – se di fermo o di arresto – sostenendo invece che fossero “graditi ospiti”. Informazione che non è stata fornita neanche ai legali del movimento, così la posizione delle persone, nonostante abbiano ripetutamente tentato di contattare Questure e Commissariati nel corso della mattinata.

Tutte e sei le persone sono state rilasciate con denunce per “invasione di terreni ed edifici” (art. 633 cp) nonostante solo tre di loro erano effettivamente entrate nel cantiere e le altre sono state costrette a entrarvi dagli agenti stessi. Tre di loro sono state inoltre denunciate per “resistenza a pubblico ufficiale” (art. 337 cp) per aver praticato resistenza passiva o aver tenuto una bandiera in mano. Oltre a bandiere e striscioni, ad alcune di loro sono state sequestrate anche le telecamere, nonostante non costituissero un corpo del reato, e mancassero dunque i presupposti per il sequestro.

“Quanto avvenuto è preoccupante e surreale, un sequestro di persona a tutti gli effetti. Pratiche intimidatorie e illegittime mascherate da gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica, ancora più paradossali se avvengono nella giornata in cui dovremmo celebrare la nostra democrazia.”conclude il movimento “Mentre si verificava questo episodio inaccettabile, si svolgeva la parata per celebrare la Repubblica e la Costituzione: Costituzione che ripudia la guerra, proprio come riportava lo striscione ormai sequestrato. In una Roma sorvolata da aerei caccia, difendere la democrazia sulla Terra diventa un imperativo morale. Abbiamo denunciate una volta e lo faremo ancora.”

Con Luigi e i compagni condannati, la repressione dello Stato borghese non fermerà le lotte necessarie

Con Luigi e i compagni condannati, la repressione di questo Stato borghese con tutti i suoi apparati non può fermare la lotta necessaria e ad ampio raggio contro governo padroni capitalisti, questo sistema imperialista.

proletari comunisti Palermo

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da Antudo 27 maggio

Oggi il Tribunale di Palermo ha pronunciato il suo verdetto, scagliando contro Luigi una condanna di 4 anni, 9 mesi e 15 giorni, infliggendo 14 giorni di reclusione a un altro compagno e decretando un’assoluzione. In questo modo lo Stato tenta di blindare con la repressione chiunque osi alzare la testa contro la macchina della guerra. La sentenza comunque fallisce nel suo intento primario: quello di intimidirci, di isolarci o di ridurci al silenzio. La ferocia con cui viene colpito chi si è opposto ai profitti insanguinati di Leonardo Spa e alla complicità italiana nel genocidio è la prova definitiva che la nostra lotta ha colpito il cuore pulsante del sistema. Il potere manifesta la propria paura del dissenso che non si lascia addomesticare e risponde con l’unica lingua che conosce, ovvero quella della criminalizzazione sistematica della lotta.

Se pensano di aver chiuso una partita o di aver fiaccato i nostri animi con il peso di queste condanne, non hanno compreso la natura profonda e incrollabile della nostra determinazione. Questa sentenza non ci scalfisce, ma diventa anzi un monito per rilanciare l’opposizione con ancora più vigore e coerenza. Ogni giorno inflitto ai nostri compagni si trasforma in motivazione per continuare a combattere contro la servitù bellica della Sicilia e il progetto imperiale diffuso nei territori. L’unico modo è non concedere alcuno spazio al loro disegno di dominio, perché la nostra resistenza è quotidiana e inarrestabile. Siamo orgogliosamente al fianco di chi è stato colpito, pronti a trasformare ogni attacco repressivo in un nuovo terreno di scontro e di mobilitazione permanente. La lotta contro la guerra imperialista e contro chi la finanzia prosegue ora con più forza di prima, poiché non sarà mai la repressione a fermare il cammino di chi non accetta di farsi complice di questo sistema di dominio.

Annullata con rinvio la conferma delle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e altri attivisti. ORA SCARCERATELI!

Da Osservatorio repressione

Annullata con rinvio la conferma delle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e altri attivisti. La Suprema Corte boccia l’utilizzo di fonti indeterminate e materiale privo di verifiche. Un colpo durissimo a un’inchiesta che appare sempre più come una montatura politico-giudiziaria commissionata da Israele andata a male.

La Suprema Corte ha infatti annullato con rinvio le ordinanze con cui il Tribunale del Riesame di Genova aveva confermato le misure cautelari nei confronti di Mohammed Hannoun e degli altri indagati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso associazioni impegnate nella solidarietà con il popolo palestinese.

Non si tratta di un dettaglio tecnico. La Cassazione ha demolito uno dei pilastri fondamentali dell’impianto accusatorio: l’utilizzo di presunte “fonti aperte” mai identificate, mai sottoposte a verifica e prive di qualsiasi accertamento sulla loro attendibilità.

Secondo la Corte, un giudice non può fondare una decisione sulla base di materiale di cui non siano chiaramente indicati origine, provenienza e affidabilità. Le cosiddette “fonti aperte” non sono automaticamente fatti notori e non possono essere utilizzate come prove semplicemente perché reperite online o richiamate dagli investigatori.

Ancora più significativa è l’affermazione secondo cui risultano inutilizzabili anche materiali provenienti dai servizi israeliani se non accompagnati dalle necessarie garanzie di verificabilità e controllo processuale.

È una censura pesantissima.

Per mesi l’inchiesta è stata presentata all’opinione pubblica come la scoperta di una rete di finanziamento del terrorismo operante in Italia. Titoli, dichiarazioni e ricostruzioni mediatiche hanno contribuito a costruire l’immagine di una presunta infrastruttura clandestina legata ad Hamas. Oggi la Cassazione afferma che una parte decisiva di quel castello accusatorio poggia su elementi che non possono essere utilizzati in un processo.

Parallelamente, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura che tentava di difendere l’impianto investigativo. Nelle motivazioni si legge una critica netta al tentativo dell’accusa di ottenere una rivalutazione delle prove incompatibile con il giudizio di legittimità e priva dei necessari riscontri documentali.

Tradotto in termini politici e giudiziari: la Procura non è riuscita a dimostrare in maniera adeguata nemmeno il percorso attraverso il quale le risorse raccolte dalle associazioni sarebbero effettivamente arrivate a organizzazioni terroristiche.

Adesso il Tribunale del Riesame dovrà riesaminare l’intera vicenda praticamente dalle fondamenta.

Dovrà verificare l’attendibilità delle fonti utilizzate dagli investigatori. Dovrà stabilire se esistano elementi autonomi sufficienti a sostenere l’accusa. Dovrà chiarire la natura delle organizzazioni coinvolte. Dovrà accertare se gli indagati fossero realmente consapevoli di eventuali finalità terroristiche dei fondi raccolti.

In altre parole, dovrà fare ciò che in uno Stato di diritto dovrebbe essere fatto fin dall’inizio: basare le decisioni su prove verificabili e non su presunzioni.

La vicenda assume un significato ancora più ampio se inserita nel contesto degli ultimi mesi. Dall’arresto di Anan Yaeesh all’inchiesta contro Hannoun, fino alla condanna di Ahmad Salem per il cosiddetto “terrorismo della parola”, emerge un quadro nel quale l’attivismo palestinese e la solidarietà con la Palestina sembrano essere diventati oggetto di una particolare attenzione repressiva.

Naturalmente ogni indagine deve seguire il proprio corso e ogni eventuale responsabilità va accertata nelle sedi competenti. Ma proprio per questo è fondamentale che le garanzie processuali valgano per tutti, anche per i palestinesi.

Le motivazioni della Cassazione ricordano un principio elementare che troppo spesso sembra essere stato dimenticato nel dibattito pubblico: non si possono costruire accuse sulla base di suggestioni, dossier opachi, informazioni non verificabili o materiale proveniente da apparati di intelligence stranieri senza adeguati controlli.

Perché quando si accetta che le garanzie vengano ridotte per una categoria di persone considerate “sospette” per definizione, il problema non riguarda più soltanto quelle persone. Riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto.

L’impressione è che l’operazione che aveva portato agli arresti di dicembre stia mostrando crepe sempre più profonde. E che dietro la retorica della lotta al terrorismo stia emergendo una realtà molto diversa: quella di un’inchiesta costruita su fondamenta assai più fragili di quanto fosse stato raccontato.

Sarà ora il Tribunale del Riesame a dover verificare se, una volta eliminate le scorciatoie investigative censurate dalla Cassazione, resti davvero qualcosa in grado di sostenere l’accusa.

Comunicato della Commissione Legale delle Comunità Palestinesi in Europa sulle gravi condizioni di salute dei detenuti palestinesi nelle carceri europee

La Commissione Legale dell’Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Palestinesi segue con estrema preoccupazione il grave deterioramento delle condizioni di salute dei detenuti palestinesi nelle carceri europee, in un contesto segnato da una persistente negligenza medica e da violazioni che colpiscono i diritti umani fondamentali garantiti anche dal diritto internazionale.

La Commissione pone in cima a queste priorità il caso del detenuto palestinese Riyad Al-Bustanji (60 anni), detenuto nel carcere di Rossano Calabro in Italia. Al-Bustanji soffre di diabete e di diverse altre patologie croniche, oltre ad aver subito un grave peggioramento della vista che minaccia di fargli perdere l’occhio a causa dei ritardi nel fornire le cure e l’assistenza medica necessarie.

In merito a ciò, la Commissione, insieme ad altre associazioni in Italia, si è mobilitata per delle visite al carcere di Rossano allo scopo di monitorare le condizioni di detenzione di Al-Bustanji. Hanno visitato il carcere membri del Parlamento europeo e delle istituzioni locali; l’ultima è stata quella dell’eurodeputato Mimmo Lucano, il quale ha testimoniato il declino dello stato di salute di Al-Bustanji e le precarie condizioni umanitarie all’interno della struttura.

Contestualmente, la Commissione esprime profonda preoccupazione per il caso del detenuto palestinese Mahmoud Al-Adra (71 anni), detenuto in Francia, che lotta da anni contro un cancro al colon, oltre a soffrire di malattie cardiache e neurologiche croniche. Tali circostanze rendono il suo stato di salute estremamente critico, richiedendo cure mediche specialistiche e permanenti.

Si segnala che l’Autorità Palestinese ha proceduto al trasferimento e alla consegna di Al-Adra alle autorità francesi il 16 aprile 2026, prelevandolo dall’ospedale Alia di Hebron nonostante la gravità del suo stato di salute e in assenza di provvedimenti da parte delle autorità giudiziarie palestinesi.

La persistente detenzione di prigionieri affetti da gravi patologie, in un regime di privazione sistematica delle cure mediche necessarie, costituisce una palese violazione del diritto internazionale umanitario e delle convenzioni sui diritti umani, configurandosi come tortura e negligenza medica intenzionale che ne minaccia direttamente la vita.

L’Unione delle Comunità e Organizzazioni Palestinesi in Europa ritiene le autorità italiane e francesi pienamente responsabili di qualsiasi peggioramento delle condizioni di salute e dell’incolumità dei detenuti.

Pertanto, la Commissione Legale dell’Unione delle Comunità in Europa chiede quanto segue:

– Intervento medico immediato e urgente per garantire cure e assistenza sanitaria completa ai detenuti palestinesi.

– Autorizzazione alle organizzazioni per i diritti umani di far visita ai detenuti e monitorare le loro condizioni di salute.

– Sollecitazione alle autorità giudiziarie di Italia e Francia affinché riesaminino questi fascicoli, garantendo il rispetto degli standard umanitari e legali.

– Intensificazione delle mobilitazioni legali e mediatiche a sostegno dei diritti dei detenuti palestinesi e del loro diritto a trattamenti e cure umane.

Commissione Legale
Unione delle Comunità e
delle Organizzazioni Palestinesi – Europa
10 maggio 2026

Irish Republican Prisoners Welfare Association (IRPWA) denuncia SRP informa

Irlande du Nord : L’IRPWA dénonce la détention prolongée de prisonniers républicains

L’Irish Republican Prisoners Welfare Association (IRPWA) a dénoncé la prolongation de détentions et les retards judiciaires visant plusieurs prisonniers républicains irlandais qui est la continuité de la répression politique menée par l’État britannique. L’organisation cite notamment les cas de Gavin Coyle et Brian Carron, maintenus en détention provisoire depuis près de trois ans sans dossier judiciaire complet, ainsi que celui de Rory Logan, toujours emprisonné malgré la libération sous caution de ses coaccusés. L’IRPWA dénonce également le maintien en détention de Niall Sheerin, toujours incarcéré plusieurs mois après sa date de libération théorique à la suite d’une décision fondée sur un rapport des services de renseignement britanniques. Selon l’organisation, ces procédures illustrent une politique d’« internement par détention provisoire », accusée de contourner les garanties judiciaires et de cibler les militants républicains irlandais et leurs familles.