Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Caccia all’uomo. I dittatori che usano l’Interpol per mettere le mani su dissidenti rifugiati

dal Huffingtonpost Italy

di Federica Olivo

In Italia quattro casi in poco più di un mese: Paesi con regimi non democratici come Turchia, Iran e Russia utilizzano le “red notice” che servirebbero per arrestare criminali internazionali contro i dissidenti, nel mentre diventati rifugiati o cittadini europei. Le Polizie eseguono perché manca un filtro. Le tre opzioni per risolvere il problema. A colloquio con gli avvocati Canestrini e Tirelli e con Riccardo Noury di Amnesty International

Bilal Cinar è un rifugiato politico turco residente in Svizzera. Quando è arrivato in Italia per una vacanza in Abruzzo non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stato arrestato dall’Interpol su richiesta della Turchia, con l’accusa di terrorismo. Che la richiesta turca lanciata attraverso l’alert Interpol fosse una persecuzione mascherata lo ha capito anche il governo italiano, intervenuto solo dopo l’arresto. Non avrebbe mai immaginato che una vacanza si sarebbe trasformata in un soggiorno in carcere neanche Tural Mammadov, originario dell’Azerbaijan dove era stato ai vertici dell’intelligence, arrestato a Roma su richiesta del Paese d’origine per una truffa che sarebbe stata commessa 10 anni fa. Anche lui è stato arrestato nonostante in Germania avesse una forma di protezione. Non è molto diversa la storia di una donna iraniana di 33 anni. Di lei per motivi di sicurezza non si può diffondere il nome. Si può dire però che è rifugiata in Inghilterra, dove studia e lavora, e che avrebbe voluto trascorrere una vacanza in Italia. Appena arrivata in Sardegna, a Olbia, è stata però arrestata su richiesta dell’ Iran, per una presunta truffa. Reato secondo lei inesistente, secondo Teheran commesso nel 2024. Un altro caso arriva dalle Marche: il 17 agosto in provincia di Ancona è stato arrestato Deniz Pektas, oppositore politico comunista di Recep Tayyip Erdoğan, residente in Germania e cittadino tedesco. In viaggio verso la Grecia, era di passaggio in Italia. Ankara lo accusa di terrorismo. Una serie di organizzazioni che in Europa si battono per la tutela dei dissidenti turchi ha lanciato un appello in suo sostegno, sostenendo che “le politiche di repressione e sorveglianza dello Stato turco vengono portate avanti anche attraverso il meccanismo dell’Interpol”.

Le storie citate sono accadute tra luglio e agosto 2026. Quattro casi poco più di un mese. Solo in Italia. Il meccanismo è sempre lo stesso. Alcuni Paesi con un regime non democratico utilizzano le red notice dell’Interpol – mandati di cattura che servirebbero per sgominare i latitanti in giro per il mondo – per colpire gli oppositori politici. Che spesso nel mentre hanno ottenuto lo status di rifugiato in un Paese occidentale, o ne sono diventati cittadini. Se queste persone incappano in un controllo di Polizia in un aeroporto, in strada o dopo la registrazione in un albergo, la notifica rossa Interpol prevale sullo status di rifugiato o di oppositore politico. Non perché valga di più, ma perché nei sistemi di Polizia il mandato compare, i diritti della persona no. O almeno non subito. Così l’ignara Polizia, compiendo il suo dovere, in realtà arresta una persona che è tutelata dal diritto internazionale.

Il paradosso è servito. Gli alert che servirebbero a sgominare nei 196 Paesi che aderiscono all’Interpol il crimine mondiale, diventano strumento di persecuzione. Non per colpa di chi arresta ma di chi emette il mandato: “Il regolamento di Interpol – spiega Riccardo Noury di Amnesty International Italia – prevede che non si possa dar seguito a richieste di natura politica o razziale. Quello che succede in concreto però è diverso. Le ricerche hanno documentato un abuso delle red notice da parte di regimi non democratici: la Russia innanzitutto, altri Paesi dello spazio sovietico, ma anche la Turchia e l’Iran. Come Amnesty abbiamo approfondito la vicende in un rapporto a gennaio di quest’anno. In generale, ci troviamo almeno 10 volte l’anno ad affrontare, nei Paesi monitorati, casi del genere”. Anche l’Unhcr segue da tempo la vicenda e a novembre 2025 ha lanciato un allarme sulle red notice diramate da El Salvador.

Le storie che abbiamo raccontato si sono evolute in maniera diversa. Cinar, assistito come Pektas dall’avvocato Nicola Canestrini, è stato scarcerato a qualche giorno dall’arresto, su richiesta del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. In un provvedimento di due pagine il Guardasigilli ha spiegato che l’uomo, poiché rifugiato, gode del principio di non respingimento e non può essere estradato. Ha chiesto quindi l’immediata liberazione. Il cittadino azero, assistito dall’avvocato Alexandro Tirelli, è ancora in carcere e si spera nei domiciliari. La donna iraniana è stata scarcerata dopo che la sua avvocata, Maria Grazia Sanna, ha dato al giudice il materiale di Amnesty sulla repressione in Iran. Per Pektas si attende l’udienza di domani, 20 agosto.

L’Interpol periodicamente prova mitigare il problema, senza successo. Secondo l’approfondimento fatto a gennaio 2026 dall’Ong francese Disclose, ad alcuni Paesi è stato chiesto di aggiustare il tiro: si tratta di Russia, Bielorussia, Siria, Afghanistan, Myanmar e Yemen. Non c’è la Turchia, messa sotto osservazione nel 2021 per la persecuzione di attivisti, dissidenti e giornalisti. Nel 2025, secondo un report interno menzionato da Disclose, l’Interpol ammetteva: “Le richieste di Ankara continuano a rappresentare una sfida”.

Il buco è evidente. La soluzione, secondo gli addetti ai lavori, non può essere affidata a sistemi amministrativi dell’Interpol: “Un rifugiato politico riconosciuto da uno Stato europeo è stato arrestato in Italia davanti ai suoi figli e ha passato quattro giorni in carcere spiega l’avvocato Canestrini, riferendosi al caso Cinar – perché la segnalazione Interpol viene eseguita in automatico senza che nessuno verifichi se sia un abuso o chi sia la persona che si sta arrestando. Non è un errore: è il sistema che funziona così, e serve un intervento del legislatore perché smetta di funzionare così”.

Che non sia un errore ma un automatismo è evidente dalla casistica: l’anno scorso in Sardegna vittima di una red notice strumentale era stato Mahdi Rahimian. Anche lui iraniano, rifugiato in Olanda, pensava di essere al sicuro e invece è stato bloccato dall’Interpol, con una generica accusa di truffa. Anche lui è stato scarcerato, dopo aver trascorso notti in cella, quando le autorità italiane hanno capito che era un rifugiato. Un caso simile era accaduto a Napoli nel 2023: un uomo venezuelano era stato arrestato su mandato del Venezuela, che lo accusava di essere un criminale e ne chiedeva l’estradizione. Ma Cordero Mendez era tutt’altro che un criminale: era un magistrato che si opponeva al regime di Nicolas Maduro. E per questo era stato costretto a fuggire.

La pratica delle red notice strumentali è risalente nel tempo: aveva fatto scalpore nel 2015 il caso di Rachid Mesli, avvocato algerino difensore dei diritti umani, arrestato alla frontiera tra Italia e Svizzera. Per risolvere il suo caso c’era voluto tempo: alla fine Mesli, dopo un passaggio ai domiciliari, era stato rilasciato e l’estradizione negata. A distanza di più di 10 anni i nodi non sono ancora stati sciolti. E il sistema delle notifiche rosse dell’Interpol continua a essere permeabile agli abusi. Come cambiarlo? Per Noury le strade sono due: “Potrebbe essere utile – ci spiega – cancellare dagli archivi Interpol le persone che hanno ottenuto l’asilo politico e sospendere i nomi di quelle che hanno fatto richiesta di protezione”. Il singolo cittadino, se viene a conoscenza di un mandato Interpol ingiusto nei suoi confronti, può chiederne la cancellazione, ma è una procedura lunga, farraginosa e condotta in via amministrativa. È insufficiente a scongiurare che i rifugiati siano arrestati e soprattutto può essere intrapresa solo da chi ha gli strumenti per farlo. Una cancellazione automatica come quella proposta da Amnesty avrebbe un effetto più ampio. L’altra strada, aggiunge Noury, sarebbe quella seguita qualche anno fa la Siria: “Escludere un Paese dall’Interpol, nel momento in cui ha un governo che perseguita i dissidenti”.

Un tagliando alle adesioni Interpol quando un Paese passa da un regime democratico a un regime autoritario andrebbe fatto anche secondo l’avvocato Tirelli: “Sarebbe poi utile stabilire che se un cittadino ha ottenuto protezione in un Paese Ue, o che ha accordi in materia con l’Ue, non lo si può arrestare all’interno del perimetro europeo”. Per il legale di Mammadov inoltre servirebbe più formazione in Italia: “Assistiamo a molte difformità tra una Corte d’appello e un’altra. Non tutte hanno la stessa preparazione in materia di estradizioni e accordi internazionali. C’è la necessità di una sensibilizzazione maggiore. E di un approfondimento di questa disciplina da parte degli addetti ai lavori”.

Pubblichiamo qui un comunicato stampa per informare sulla situazione dei prigionieri politici in Paraguay

Sciopero della fame dei prigionieri politici paraguaiani: Laura Villalba, Carmen Villalba e Francisca Andino
La Campagna Internazionale di Solidarietà con la Famiglia Villalba annuncia che le prigioniere politiche paraguaiane Laura e Carmen Villalba, insieme a Francisca Andino, hanno iniziato oggi, 4 agosto 2026, uno sciopero della fame per chiedere un trasferimento urgente da un regime di massima sicurezza a un regime standard; questo nell’ambito della loro campagna per porre fine all’isolamento e alle vessazioni a cui sono sottoposte dal 12 ottobre 2024, prima nel carcere di Minga Guazú, poi nel carcere di Emboscada, in un’ala riservata agli uomini, e attualmente nel COMPLE (Complesso Penitenziario Femminile Privato della Libertà), a Emboscada.
Il COMPLE è l’unico carcere in Paraguay riservato esclusivamente alle donne. Lo speciale regime di massima sicurezza a porte chiuse le tiene isolate, sole, in celle individuali, 24 ore su 24. Si tratta di un regime punitivo e tortuoso, caratterizzato da trattamenti inumani e degradanti, in cui non hanno accesso a cure mediche adeguate, vestiti, acqua e cibo, e non possono ricevere visite da amici o membri della Campagna Internazionale.
Carmen è in carcere dal 2004. Nel 2021 ha scontato l’intera pena di 18 anni. Tuttavia, il sistema giudiziario, politico e carcerario hanno cospirato per fabbricare nuovi casi al fine di impedirne la liberazione. Francisca, 65 anni e affetta da molteplici problemi di salute, è in carcere da 22 anni; ha quindi scontato l’intera pena quest’anno, ma rimane isolata dietro le mura dell’ingiustizia. Carmen e Francisca hanno conseguito la laurea in psicologia durante la detenzione; desiderano proseguire gli studi, ma questo viene loro negato, così come a Laura, infermiera, che vorrebbe continuare la sua formazione.
Laura è stata incarcerata per sei anni (è stata arrestata nel 2020, pochi mesi dopo l’omicidio delle ragazze – María Carmen, sua figlia, e Lilian Mariana, sua nipote, figlia di Carmen – e pochi giorni dopo la scomparsa di Lichita (figlia di Carmen), mentre la stava disperatamente cercando).
Secondo la sentenza, Laura deve ancora scontare 25 anni di carcere, una condanna che illustra in modo lampante la crudeltà che imperversa in Paraguay. È l’unica persona incarcerata per l’omicidio delle ragazze (giudicata “cattiva madre” e condannata come membro del gruppo EPP, di cui non ha mai fatto parte). I testimoni dell’accusa contro di lei erano membri delle Forze di Missione Congiunta che presero parte al crimine.
A un mese dal sesto anniversario dell’omicidio delle ragazze e della scomparsa di Lichita, la Campagna Internazionale chiede al Ministero della Giustizia del Paraguay di porre rimedio a questa situazione illegale che colpisce i prigionieri politici e denuncia la mancata osservanza delle raccomandazioni formulate dal Comitato delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate in merito alla scomparsa di Lichita e all’omicidio di María Carmen e Laura Mariana Villalba. A tal fine, la nona delegazione internazionale si recherà in Paraguay intorno al 2 settembre per colloqui con le autorità governative e le organizzazioni che difendono i diritti umani, i diritti delle donne e i diritti dei bambini, e visiterà i prigionieri politici nei luoghi di detenzione, per essere loro vicini e per esprimere la nostra preoccupazione per la loro libertà e le loro vite.
Non chiediamo altro che giustizia. I diritti umani e i diritti delle donne devono essere rispettati anche per coloro che sono in carcere. Mantenerli in una situazione punitiva in questo clima di impunità, in uno Stato che uccide i propri figli, costituisce un crimine contro l’umanità, per il quale i responsabili, nei governi che si succedono, saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni a livello nazionale e internazionale.
Il 13 agosto abbiamo ricevuto la notizia che Carmen, Laura e Francis, detenute presso il Comple – il carcere femminile di Emboscada, in Paraguay – hanno interrotto lo sciopero della fame, ma chiedono di poter proseguire con le attività programmate per questi giorni, affinché si possa ottenere un cambiamento nel regime di massimo isolamento a cui sono sottoposte, che a loro dire è peggiore di quello delle precedenti prigioni in cui sono state detenute.
Ciò che ci hanno formalmente chiesto è di continuare a lottare per ottenere giustizia per le ragazze e affinché Lichita venga ritrovata viva, che a Carmen sia permesso di partecipare alle ricerche e che il tentativo del pubblico ministero di sospendere il caso che coinvolge le ragazze non venga consentito.

massimo sostegno alla protesta dei detenuti nelle carceri assassine e carceri tortura – soccorso rosso proletario

 

 

da il fatto quotidiano

Ferragosto ad alta tensione nelle carceri: agenti aggrediti e disordini in tutta Italia.

Vari eventi critici segnalati negli ultimi giorni negli istituti bollenti e sovraffollati.
Ferragosto ad alta tensione nelle carceri: agenti aggrediti e disordini in tutta Italia. I sindacati: “Nordio si svegli dal torpore”

È stato un Ferragosto di tensione nelle carceri italiane, sempre più invivibili a causa del sovraffollamento (che ha toccato il 141%) e del caldo insopportabile. Vari eventi critici sono stati segnalati negli ultimi giorni…..a partire da un’evasione avvenuta sabato dalla casa circondariale di Potenza: due detenuti di nazionalità tunisina,“riusciti a sfruttare una criticità strutturale dell’istituto, arrampicandosi e raggiungendo i tetti per poi guadagnare l’esterno”

 

Solidarietà a Maja, aggredita e sottoposta a procedimento disciplinare in carcere

Queste aggressioni non devono rallentare il processo di solidarietà e lotta contro la repressione, ma ci devono stimolare a moltiplicare le iniziative in occasione delle udienze per Maja, Gabri e Anna del 18 e 30 settembre!

Traduciamo dal Comitato di Solidarietà per Maja (https://www.basc.news/uebergriff-von-waertern-und-disziplinarverfahren-gegen-maja/)

Dalla fine di giugno, la direzione e gli agenti del carcere di Budapest dove Maja è detenuta hanno cercato di impedirle di indossare i cosiddetti abiti femminili. Le molestie sono degenerate il 17 luglio 2026, quando diversi agenti hanno sopraffatto Maja nella sua cella, ferendola leggermente. Il carcere ha quindi avviato un procedimento disciplinare contro Maja, accusandola di aver aggredito gli agenti. Il procedimento è tuttora in corso. Maja rischia un divieto di tre mesi di partecipare ad attività ricreative e di gruppo, il che comporterebbe un nuovo isolamento totale.

A partire da maggio 2026, Maja aveva indossato frequentemente in carcere gonne e vestiti, ricevuti in pacchi di abbigliamento dalla sua famiglia. Alla fine di giugno 2026, si è tenuto un incontro con l’amministrazione penitenziaria, durante il quale la richiesta di Maja di partecipare all’ora d’aria generale è stata respinta senza ulteriori spiegazioni. Nel corso dell’incontro, il responsabile della sicurezza ha comunicato verbalmente a Maja che indossare abiti femminili era proibito.

Maja continuò a indossare gonne, vestiti e altri indumenti considerati femminili. Alcuni agenti cercarono di fermarla, altri no. Alla fine, Maja ebbe la meglio e poté vestirsi come voleva per un breve periodo.

Successivamente, l’istituto iniziò a sfruttare le visite di familiari, avvocati, parlamentari e del sacerdote come occasioni per vessare Maja: le fu detto di indossare leggings sotto il vestito al ginocchio o di infilare il vestito nei pantaloni; durante una visita, un agente le scattò una foto; gli agenti litigarono con Maja, sostenendo che indossare abiti femminili fosse proibito in un carcere maschile. Il 13 luglio 2026, anche un ufficiale di grado superiore disse a Maja che l’abbigliamento femminile era vietato. A Maja non fu mai fornita alcuna giustificazione scritta o legale per questo.

Il 17 luglio 2026, una squadra di cinque agenti, tra cui il capo della sicurezza e un agente mascherato, fece irruzione nella cella di Maja. Volevano perquisire la cella alla ricerca di oggetti proibiti. Maja chiese di conoscere il regolamento interno in tedesco e di poter telefonare al suo avvocato e al consolato. Gli agenti si rifiutarono categoricamente. Maja indossava biancheria intima e una canottiera e le fu ordinato di vestirsi. Maja indossò un vestito. Gli agenti le intimarono di cambiarsi. Maja si rifiutò. Dopo cinque minuti di discussione, la minacciarono di ricorrere a misure coercitive. Maja chiese una giustificazione legale, ma fu inutile. A un segnale dell’agente di turno, l’agente mascherato gettò Maja a terra, diversi agenti si inginocchiarono su di lei, le premettero la testa sul pavimento e la ammanettarono.

Maja fu condotta in una sala visite con metodi dolorosi. Da quel momento in poi, fu presente anche il direttore dell’istituto. Il medico le diagnosticò un labbro spaccato e dolore alla fronte sinistra. Maja fu spogliata con la forza per la visita. Le fu tolto il vestito e le fu data al suo posto una polo. In seguito, Maja riferì le seguenti lesioni: un labbro spaccato, un orecchio contuso, dolore alla mandibola e alla tempia sinistra e un forte mal di testa.

In seguito a questa aggressione, gli agenti hanno rimosso tutti gli indumenti femminili, o quelli che ritenevano tali, dalla cella di Maja e l’hanno portata al campo. Un agente ha poi informato Maja che sarebbero stati avviati procedimenti disciplinari contro di lei per aver aggredito gli agenti. Successivamente, un commando di sei uomini armati di mitragliatrice ha portato Maja, ammanettata, legata con una cintura e incatenata, all’ospedale cittadino, dove le è stata fatta una radiografia alla testa.

Il 30 luglio e il 4 agosto 2026 si sono tenute due udienze nell’ambito del procedimento disciplinare, durante le quali sono stati interrogati i cinque ufficiali e Maja. L’istituto ha deciso di escludere Maja dalle attività ricreative e comunitarie per tre mesi. Gli avvocati di Maja hanno presentato ricorso contro tale decisione, che ha effetto sospensivo.

In qualità di comitato di solidarietà per Maja, consideriamo questi eventi una nuova escalation nella lotta per l’autodeterminazione di Maja. Maja, persona non binaria, è detenuta in un sistema carcerario che insiste nell’imporre le sue norme di genere binarie. Attraverso una resistenza quotidiana e sempre più diretta a queste norme dominanti, Maja è soggetta a gravi violenze psicologiche e ora anche fisiche. Questo incidente dimostra ancora una volta che Maja non avrebbe mai dovuto essere estradata in Ungheria. La Germania deve assumersi la responsabilità di ciò. Il Ministero degli Esteri e l’ambasciata, tuttavia, si limitano a fare false promesse e a rimanere vistosamente in silenzio e assenti.

Maja scrive a riguardo: “Voglio parlarne perché non smettono di trattarci con condiscendenza con regole, divieti e istruzioni, a volte persino ricorrendo alla violenza, come oggi. Possiamo rispettarci a vicenda, oppure dobbiamo lottare per farlo”. Continua: “Sapevo che sarebbe finita così. Ho assaporato ogni giorno in cui ho trovato la fiducia in me stessa per amarmi ed essere onesta con me stessa. Tanti sguardi inquietanti, commenti stupidi, urla, essere ignorata, tutto perché indossavo ciò che mi piaceva”.

Nella lotta per l’autodeterminazione e nella resistenza contro le norme di genere e il sistema carcerario, siamo al fianco di Maja. Mostra la tua solidarietà a Maja. Protestiamo contro il procedimento disciplinare e la minacciata esclusione di tre mesi da tutte le attività ricreative e comunitarie.

Comitato di solidarietà per Maja, 11 agosto 2026

libertà per il compagno Misir Besra e per tutti i prigionieri politici in india – soccorso rosso proletario

libertà per il compagno Misir Besra e per tutti i prigionieri politici in india

 in via di traduzioine

FREE COMRADE MISIR BESRA AND ALL POLITICAL PRISONERS IN INDIA!

a joint statement published by REBEL! on the 3rd of August.


On Tuesday the 28th of July, the reactionary Indian state announced the arrest of the last standing member of the Central Committee of the Communist Party of India (Maoist), comrade Misir Besra. With this, it claims the end of the century-old revolutionary Communist movement in India. In press images they brought out comrade Misir Besra out with a hood over his head and chained, perhaps in an attempt to intimidate the masses and humiliate the fighter who stood for them. To show them that this is the fate that awaits anyone who dares to resist the fascist state’s “Samadhan Prahar” offensive.

What they continue to forget is that the movement derives its strength not from the subjective will of a few brave souls but the objective suffering of the billion-strong Indian masses. Jharkhand is one of the poorest states in India, despite holding 40% of its mineral resources. This is because of the extractive semi-feudal, semi-colonial system in India, which rests on the caste oppression of the Adivasi people of India, and siphons off their wealth to a handful of billionaires. Since India is oppressed by imperialism (principally western imperialism), ultimately this wealth serves to enrich their foreign masters. To drive the Adivasis off their land and make it available for mineral extraction, the state is ready to use private armies alongside its paramilitary forces to genocide, rape and pillage countless villages, with only the CPI (Maoist) to defend them. Anyone who supports the just struggle of the Adivasi people for their jal-jangal-jameen (water, forests, and land) is branded a Maoist and incarcerated or even executed, without any due process.

 

All this reveals is the old state’s own fear of losing its grip on the people, as the discontent of the Indian masses intensifies amid continuing crisis in the world imperialist system. This is why it uses Israeli drones against the Adivasi people’s resistance, pellet guns against student protesters, and draconian laws like the UAPA against democratic activists. The decrepit Indian state can do its best to suppress the masses, but the objective development of history will seal its fate in the trash heap.

We stand firm in our continued solidarity with the revolutionaries in India and demand the immediate and unconditional release of comrade Misir Besra!

FREE COMRADE MISIR BESRA AND ALL POLITICAL PRISONERS IN INDIA!
DOWN WITH BRAHMANICAL HINDUTVA FASCISM!
JAL-JANGAL-JAMEEN FOR THE ADIVASI PEOPLE OF INDIA!

(Signatories: Revolutionaire Actie, Inquilabi, RFL, Balikbayan, Lestari Bergerak)

Torino Presidio di solidarietà al carcere delle Vallette: mercoledì 5 agosto ore 18.30 – massimo sostegno e partecipazione

Mercoledì 29 luglio, i due giovanissimi attivisti tedeschi arrestati per la straordinaria manifestazione del 25 luglio al cantiere di Chiomonte, hanno ricevuto la convalida della misura cautelare in carcere. I capi d’imputazione sono devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale.

I due giovani (un ragazzo e una ragazza) sono stati fermati a seguito di controlli e perquisizioni della loro auto, sulla base della cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine.

Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e devastante della Torino-Lione, di cui in conferenza stampa ci siamo proclamati tutti e tutte responsabili. I primi capri espiatori individuati per rifarsi della inadeguatezza dei loro enormi e costosissimi apparati di sicurezza che quel giorno hanno miseramente fallito.

Siamo tutt* black bloc è stata la risposta del movimento già 15 anni fa dopo l’assedio al cantiere di Chiomonte a seguito dello sgombero della Libera Repubblice della Maddalena, dimostrando la capacità di non cadere nel tranello delle fratture interne e della divisione in “buoni e cattivi”. Oggi ci troviamo nuovamente a doverlo ribadire con fermezza, perchè il 25 luglio, c’eravamo tutti/e.

I due giovani amici tedeschi non devono essere lasciati soliLa solidarietà, dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza collettiva, perchè non possiamo che essere grati a tutti e tutte coloro si mettono al nostro fianco per combattere questa lunga battaglia che dura ormai da trent’anni. Chiamiamo quindi un presidio di solidarietà al carcere di Torino per far sentire a questi due giovanissimi e generosi ragazzi la nostra vicinanza e gratitudine.

Diamoci appuntamento mercoledì 5 agosto alle ore 18.30 all’ingresso del carcere delle Vallette – Via Maria Adelaide Aglietta 35, Torino – per farci sentire da loro, ma anche da tutti e tutte le detenute che lì dentro sono rinchiuse.

Libertà per i/le No Tav!
Tutti e tutte libere
A sarà düra!

Depositate le motivazioni del processo ad Anan Yaeesh – Il comunicato del Comitato Free Anan

Le motivazioni confermano un processo politico, organizziamoci verso l’Appello per la piena assoluzione

A distanza di mesi dalla conclusione del processo di primo grado, celebrato dinanzi alla Corte d’Assise di L’Aquila e conclusosi a gennaio 2026 con la pronuncia della sentenza nei confronti di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, sono state finalmente depositate le motivazioni. Dopo un primo termine di 90 giorni e una proroga di tre mesi, è stato necessario attendere fino a luglio per leggere ciò che era già emerso chiaramente nel corso del dibattimento: l’inconsistenza dell’impianto accusatorio. Le motivazioni confermano come l’intera indagine sia stata costruita su teoremi forzati, evidenziando uno scarto netto tra la “gravità” delle contestazioni iniziali e la realtà dei fatti emersa in aula.
A fronte di una spropositata richiesta di 12 anni avanzata dalla Procura, la Corte ha condannato Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi, concedendogli le attenuanti generiche e applicando il minimo della pena previsto per l’articolo 270-bis. Un ridimensionamento drastico che tuttavia non cancella una condanna del tutto politica. Ad Anan viene contestata la partecipazione alle Brigate al-Aqsa, nonostante nel dibattimento sia emerso il suo sostegno a una formazione differente, la Brigata Tulkarem, attiva nel nord della Cisgiordania occupata. Anche sulla “finalità terroristica” dell’associazione appare ben poco lineare la motivazione espressa dalla Corte d’Assise di L’Aquila.
Il diritto internazionale e umanitario – Convenzioni di Ginevra, Risoluzione ONU 37/43, la stessa Carta dell’ONU – riconosce la legittimità della resistenza, anche armata, contro un’occupazione militare straniera, con l’unico limite della tutela dei civili (Convenzione di New York 1999). Nel processo non è emersa alcuna prova di azioni contro civili da parte della Brigata Tulkarem, le cui azioni sono rivolte esclusivamente contro l’occupazione.
La Procura ha tentato di contestare ad Anan la pianificazione di un attacco alla base militare israeliana di Avnei Hefetz, nei pressi di Tulkarem, speculando sull’omonimia con l’insediamento dei coloni tra l’altro difficilmente considerabili, a nostro avviso, come “terzi estranei al conflitto”, dato che la cronaca degli ultimi giorni mostra come siano ausiliari organizzati in gruppi paramilitari armati dell’esercito israeliano. Resta però un dato inconfutabile: l’attentato non è mai avvenuto.
Per Ali Irar e Mansour Doghmosh le motivazioni confermano quanto sostenuto da sempre: la loro unica colpa è stata quella di essere palestinesi. Il loro coinvolgimento è servito unicamente a dare “spessore” all’inchiesta. La sentenza ha completamente smontato l’ipotesi di ruoli “apicali” o direttivi, riducendo il tutto a un semplice rapporto di amicizia con Anan. Nel frattempo, però, la loro vita è stata stravolta da mesi di carcere in alta sicurezza, dalla revoca dei permessi di soggiorno e dalla perdita del lavoro: un prezzo umano devastante pagato per la sola colpa di essere stati amici e coinquilini di Anan.
In conclusione, questo processo dimostra nuovamente l’uso politico dell’antiterrorismo per criminalizzare chiunque sostenga la resistenza di un popolo sotto occupazione, contro il quale viene perpetrato un genocidio in mondovisione. Nel frattempo, l’Italia continua a fornire mezzi, armamenti e appoggio all’occupazione israeliana anche nel pieno del genocidio, arrivando a ospitare le gite e vacanze di “decompressione” dei militari israeliani che si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità.

Per tutte queste ragioni questa battaglia non si ferma qui: la sentenza verrà impugnata in Appello per chiedere la piena assoluzione. Non accettiamo che il sostegno alla resistenza di un popolo venga criminalizzato. Continueremo a mobilitarci dentro e fuori le aule di tribunale al fianco di Anan e di tutti gli altri detenuti politici palestinesi nelle carceri italiane.

Comitato Free Anan