Anan Yaeesh in isolamento per aver denunciato una decisione razzista del DAP

Anan Yaeesh sanzionato per la protesta di al-Adha

Da Il manifesto

Aver protestato per l’esclusione di due detenuti di fede cristiana dalla celebrazione della festa di al-Adha nella saletta comune del carcere di Melfi è costato ad Anan Yaeesh una sanzione disciplinare: quindici giorni di privazione delle attività sociali.

Il 27 maggio, in occasione dell’al-Adha i detenuti di fede musulmana della sezione Alta sicurezza 2 avevano chiesto e ottenuto dalla direzione del carcere di Melfi di festeggiare tutti insieme nella saletta di socialità. Tutto bene fino a che, il giorno stesso della festività, dal Dap è arrivato uno stop: i due detenuti cristiani di quel braccio non avrebbero potuto partecipare, nonostante fossero stati invitati e fossero pure ben lieti di andare.

Nel suo ricorso contro la sanzione disciplinare, Yaeesh, che tra l’altro ha denunciato il Dap per violenza privata aggravata dalla discriminazione, ha affermato che, proprio il 27 maggio, quando intorno alle quattro del pomeriggio la polizia penitenziaria è arrivata per far rispettare l’ordine del Dap senza voler offrire spiegazioni al riguardo, un agente gli avrebbe detto che «voi stranieri non potete mangiare nello stesso tavolo con gli italiani».

Al che il detenuto palestinese (sta scontando 5 anni e 6 mesi per l’accusa di aver finanziato un gruppo armato nella Cisgiordania circondata da insediamenti illegali israeliani) ha risposto che senza i suoi amici cristiani non avrebbe mangiato da nessuna parte, aggiungendo che le frasi appena sentite gli sembravano gravi. Un atteggiamento che la polizia penitenziaria, in tutta evidenza, ha reputato offensivo. Da qui la sanzione.

Dai familiari abbiamo appreso che Anan è in sciopero della fame per protesta, e ha inviato due lettere, una delle quali rivolta all’ambasciata palestinese:
Alla cortese attenzione dell’Ambasciata di Palestina in Italia
​Io sottoscritto, Anan Kamal Afif Yaeesh, cittadino palestinese, titolare di passaporto e carta d’identità palestinesi, attualmente detenuto in Italia presso la casa circondariale di Melfi,
​dichiaro di essere vittima di persecuzioni e discriminazioni all’interno del penitenziario. Con la presente, Vi richiedo ufficialmente di adempiere alle Vostre responsabilità in quanto rappresentanza ufficiale del popolo palestinese, e di presentare un’istanza formale al Governo italiano affinché venga inviata una commissione d’inchiesta interna presso il carcere di Melfi.
​Anan Yaeesh
Carcere di Melfi

Apartheid nel carcere di Melfi, la denuncia di Anan Yaeesh

Carcere di Melfi, il Dap esclude i cristiani dalla festa musulmana

Nel carcere di Melfi cristiani e musulmani non possono mangiare insieme. Un mese fa, il 27 maggio, in occasione della festività di al-Adha, i detenuti di fede musulmana del circuito di alta sicurezza numero 2 avevano organizzato un momento conviviale nella saletta della sezione. La direzione aveva dato il suo assenso e tutto sembrava pronto per una classica situazione di socialità dietro le sbarre, come a Natale e a Pasqua. Niente di eccezionale, in teoria: piccoli momenti di vita comuni a tutti gli «ospiti dello stato».
E PERÒ, la mattina del giorno di al-Adha è arrivata una comunicazione: divieto di partecipazione per gli unici due detenuti cristiani della sezione, che pure erano stati invitati e avevano accettato di buon grado di prendere parte alla cosa. Di più, i due non avrebbero potuto nemmeno avvicinarsi alla saletta «fin quando i detenuti musulmani non avessero finito il convivio». Inutili le proteste: la decisione era discesa direttamente dal Dap, quindi dal ministero della Giustizia, e non c’era alcuna possibilità di opporsi. Anzi, alle richieste di spiegazioni è stata opposta la minaccia di vietare la celebrazione di qualsiasi attività da lì in avanti.
A rendere nota la vicenda è Anan Yaeesh, il rifugiato e attivista politico palestinese condannato in primo grado dalla Corte d’assise dell’Aquila a 5 anni e 6 mesi per l’accusa di aver finanziato un gruppo armato a Tulkarem, nella Cisgiordania assediata dalle colonie illegali di Israele.
«Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici?», si domanda Yaeesh in una lettera. «Mi è stato impedito per lunghi anni di vedere la mia famiglia da parte dell’occupazione israeliana – si legge ancora -. Quando sono stato recluso nelle carceri italiane, ho pensato di essere solo qui. Invece ho scoperto di avere centinaia di famiglie, migliaia di fratelli e sorelle italiani, cristiani, che mi sono stati più vicini della mia vera famiglia e non mi hanno lasciato solo neanche un attimo durante il periodo della mia detenzione. Nessuno mi ha mai chiesto quale fosse la mia fede religiosa».
Così come, prosegue il palestinese, non si sono mai posti domande di natura religiosa gli attivisti della Flotilla, «spinti solo dalla loro umanità e dalla convinzione di difendere la libertà e fermare le stragi». A Melfi sì. O meglio, a Melfi il Dap ha deciso che la questione della fede è fondamentale per decidere chi può accedere e chi no alla saletta dove si sta tutti insieme per qualche momento, fuori dalla propria cella.
DA QUI la conclusione: «Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici? Questo razzismo è estremamente chiaro. Per noi non ci sono bianchi né neri, né occidentali né orientali. Siamo tutti nati su un’unica terra e tutti nati liberi. Siete voi ad aver deciso di essere dei servi, noi abbiamo deciso di essere liberi».
Attraverso il suo avvocato Flavio Rossi Albertini, Yaeesh ha anche deciso di denunciare alla procura di Potenza per violenza privata aggravata dalla finalità discriminatoria i responsabili del Dap che hanno preso la decisione di vietare ai detenuti cristiani di partecipare alla festa di al-Adha. Una decisione «fondata su un’evidente discriminazione religiosa». Perché non c’era alcun dissapore tra i detenuti, perché in passato i carcerati di qualsiasi confessione avevano già potuto festeggiare insieme senza che si ponessero problemi, perché la saletta della sezione è un luogo di socialità e non di culto.
Da un articolo di Mario Di Vito su Il manifesto 
Isolamento, apartheid e razzismo quindi, non solo in Israele ma anche in un carcere italiano, dove fino a poco tempo fa, le mobilitazioni in sostegno del partigiano palestinese Anan Yaeesh hanno scandito, fin dal suo trasferimento a Melfi, le varie fasi del processo alla resistenza palestinese che lo ha condannato, e le cui motivazioni non è dato sapere, perché il tribunale dell’Aquila ha chiesto e ottenuto la proroga di altri 90 giorni per il deposito in Cassazione, ostacolando e ritardando di fatto l’azione legale avverso la sentenza.
Dopo di essa calma piatta intorno ad Anan Yaeesh. Oltre a lui altri 6 palestinesi sono detenuti attualmente nelle carceri dell’imperialismo italiano, colpevoli di solidarietà con il popolo palestinese e con la sua Resistenza, ma solo lui ne ha rivendicato fino in fondo e con orgoglio l’appartenenza.
Anan non ha mai smesso di lottare con il suo stesso corpo contro discriminazioni e abusi, anche all’interno del carcere. Il 4 ottobre scorso iniziò uno sciopero della fame in solidarietà alla grande mobilitazione dell’autunno. Poco dopo praticò dei tagli sul suo corpo per denunciare le difficili condizioni del carcere e rivendicare i propri diritti violati. E ora abbiamo appreso da suoi familiari che Anan sarebbe in sciopero della fame per protestare contro l’isolamento che gli sarebbe stato inflitto in seguito a questa denuncia, dove peraltro vengono chiamati in causa gli stessi responsabili del DAP, per violenza privata aggravata dalla finalità discriminatoria.
Di seguito il comunicato di Anan diffuso dai familiari:
Io sono il detenuto Anan Yaeesh.
Sono stato condannato a 15 giorni di isolamento.
Mi è stato vietato di uscire dalla cella.
Mi è stata privata l’esposizione al sole.
Mi è stata vietata la partecipazione a qualsiasi attività con gli altri detenuti.
​E questo per aver bloccato una decisione razzista che vietava ai nostri fratelli cristiani italiani di mangiare con me perché sono un musulmano palestinese.
​Attualmente sto rifiutando il cibo fornito dall’amministrazione penitenziaria fino a quando non sarà fatta giustizia, e chiedo l’istituzione di una commissione d’inchiesta esterna al carcere.
​Il mio messaggio è:
Anche se mi condannassero a più della mia pena per altri 100 anni, non rinuncerò alla giustizia e non abbandonerò il popolo italiano, perché per me sono esattamente come il popolo palestinese.
​Viva la Palestina libera e no al razzismo.
​Anan Yaeesh
Carcere di Melfi

La repressione del regime fascista hindutva di Modi contro gli intellettuali non si ferma

 dal blog https://guerrapopolare-india.blogspot.com/

La NIA (National Intelligence Agency) all’opera per annullare la cauzione di Gonsalves e Ferreira nel caso Elgar Parishad

Il giudice speciale Chakor S Baviskar ha ordinato a Gonsalves (68 anni) e Ferreira (53 anni) di presentare le loro risposte alle richieste, che sono state pubblicate per ulteriori considerazioni il 19 giugno.

MUMBAI: Settimane dopo aver chiesto la revoca della cauzione concessa a Varavara Rao e Sudha Bharadwaj, la National Investigation Agency (NIA) si è rivolta mercoledì a un tribunale speciale per chiedere la revoca della cauzione concessa agli attivisti Vernon Gonsalves e Arun Ferreira nel caso Elgar Parishad-Bhima Koregaon, con l’accusa di aver abbiano violato le condizioni del loro rilascio

partecipando a un incontro al Mumbai Press Club all’inizio di quest’anno.

NIA si avvia per annullare la cauzione di Gonsalves e Ferreira nel caso Elgar Parishad (HT PHOTO)

Il giudice speciale Chakor S Baviskar ha ordinato a Gonsalves (68 anni) e Ferreira (53 anni) di presentare le loro risposte alle richieste, che sono state pubblicate per ulteriori considerazioni il 19 giugno. I due sono stati arrestati nell’agosto 2018 e sono rimasti in carcere per quasi cinque anni prima che la Corte Suprema concedesse loro la cauzione regolare nel luglio 2023. La corte suprema ha ordinato il loro rilascio soggettio a condizioni e ha osservato che l’accusa sarebbe stata libera di chiedere la cancellazione della cauzione in caso di violazione.

Le richieste della NIA derivano da un evento del Mumbai Press Club tenutosi il 19 gennaio, a cui hanno partecipato diversi imputati, tra cui Gonsalves, Ferreira, Rao e Bharadwaj, tutti in libertà su cauzione in quel momento. La NIA ha sostenuto che il programma fosse stato convocato per diffondere l’ideologia del PCI (Maoista) messo al bando e per discutere il futuro corso del movimento “Naxalita Urbano”. La NIA ha sostenuto che la loro partecipazione all’evento, in cui hanno interagito tra loro, ha costituito una violazione delle condizioni legate alla loro cauzione.

L’agenzia si era rivolta allo stesso tribunale il 15 maggio chiedendo l’annullamento della cauzione concessa al poeta-attivista telugu Rao (85 anni) e all’avvocato-attivista Bharadwaj (65 anni) per lo stesso episodio. Rao è attualmente in libertà su cauzione per motivi medici concessa dalla Corte Suprema, mentre Bharadwaj ha ottenuto la cauzione per inadempienza dalla Corte Suprema di Bombay nel dicembre 2021.

Durante l’udienza su tali richieste, Rao e Bharadwaj hanno chiesto la pubblicazione del materiale su cui l’agenzia si basava per sostenere la sua accusa di aver violato le condizioni della cauzione. Anche Gonsalves e Ferreira dovrebbero richiedere copie dei documenti e di altri materiali su cui la NIA si basa a sostegno della sua richiesta di annullamento della cauzione quando la questione sarà affrontata il 19 giugno, secondo la difesa.

Il caso Elgar Parishad deriva da una denuncia fatta dopo che è scoppiata una violenza vicino al memoriale di guerra di Bhima Koregaon nel distretto di Pune il 1° gennaio 2018, durante la commemorazione del bicentenario della Battaglia di Bhima Koregaon. Gli investigatori hanno affermato che i discorsi tenuti al conclave dell’Elgar Parishad tenutosi a Shaniwar Wada a Pune il 31 dicembre 2017 hanno contribuito alla violenza e che l’evento avesse legami con il PCI (Maoista) messo al bando. Gli imputati hanno negato le accuse.

Nello stesso procedimento di mercoledì, il tribunale speciale ha anche ordinato l’emissione di mandati di comparizione contro due presunti accusati fuggitivi, Prakash alias Ritupan Goswami e Ganapathy alias Mupalla Laxman Rao, dopo che la NIA ha presentato ricorso per l’avvio di un “processo coercitivo”.

La repressione antipalestinese in Palestina e in Italia – info solidale

…. in Italia continuano gli arresti di solidali con la causa palestinese (è di ieri l’ultimo a Latiano, Abdalmuti Abunada, per “terrorismo della parola”, a tutta prima un nuovo caso Ahmed Salam), arrestato proprio mentre arrivava la vile sentenza del tribunale del riesame di Genova contro Mohammad Hannoun, Riyad Albustanji, Yaser Elasaly e Raed Dawoud, arrestati lo scorso 27 dicembre con l’accusa (in buona sostanza) di essere solidali con la resistenza del popolo palestinese…

Incendio delle moschee a nord di Ramallah

“Non si fermano provocazioni e violenze in Cisgiordania, dove alcuni coloni israeliani hanno dato fuoco all’ingresso di due moschee nei villaggi di Jaljulia e Mazra’a al-Nubani, a nord di Ramallah, e imbrattato i muri con slogan razzisti che incitano all’odio. Abitanti locali li hanno affrontati e i militari dell’esercito israeliano sono intervenuti sparando lacrimogeni e granate stordenti. Non ci sono stati feriti.

“L’attacco si inserisce nel contesto di una pericolosa escalation contro le proprietà palestinesi, e quest’ultimo episodio cade nel giorno in cui il G7, nella dichiarazione finale del vertice di Evian, ha chiesto esplicitamente la fine delle violenze dei coloni. Tre giorni fa in un raid analogo diversi coloni avevano tentato di incendiare un’altra moschea nel villaggio di Burqa, sempre nella zona di Ramallah, mentre i fedeli si trovavano all’interno: si è rischiata una strage.”

https://www.rainews.it/video/2026/06/cisgiordania-coloni-israeliani-incendiano-altre-due-moschee-8e1c7d08-249a-4eb9-82c2-72c8bb0356f8.html

Pulizia etnica in Cisgiordania

La scorsa settimana Amnesty International ha pubblicato un nuovo, ampio rapporto sulla e contro la campagna di pulizia etnica dei beduini palestinesi nella Cisgiordania occupata. Chi conduce questa campagna, però, non sono i coloni più fanatici, spesso presi – nella loro speciale ferocia e infamia – a facile bersaglio di certi critici (a parole) di Israele; è lo stesso stato sionista che procede sistematicamente al trasferimento forzato di intere “comunità beduine palestinesi e di pastori nell’Area C della Cisgiordania occupata”. L’Italia di Meloni-Mattarella e l’Unione europea, naturalmente, non vedono nulla e non sanno nulla.

Beitunia – rapimento di studentesse palestinesi

Scene di ordinario terrorismo dei coloni e delle loro bande: un gruppo di militanti sionisti rapisce delle studentesse palestinesi, che urlano, temendo di non essere mai liberate, vive e incolumi. (la scena è sul canale di Joseph Stern)

La Corte suprema israeliana

I giudici “supremi” sionisti hanno sepolto vivo il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya dopo che i suoi carcerieri lo hanno tenuto in ostaggio e torturato per oltre due anni.

Dopo 536 giorni di carcere senza accuse, la Corte suprema israeliana nega il rilascio del medico Abu Safiya

Simone Bianchetta

«L’ultimo medico di Gaza» è detenuto senza accusa in Israele da dicembre 2024, in base alla Legge sui combattenti illegali del 2002, che permette di aggirare le Convenzioni di Ginevra e un regolare processo. Secondo il suo avvocato e diverse ong, durante i quasi due anni di prigionia ha subito pestaggi e torture. Sarebbero 446 i professionisti sanitari palestinesi incarcerati senza prove dal 7 ottobre 2023.

Nessuna accusa, nessun processo. Nella prigione di Nafha, la cella di isolamento del pediatra palestinese Hussam Abu Safiya resta chiusa a chiave. Lo ha deciso la Corte suprema israeliana, che ha respinto il ricorso per la sua scarcerazione, assecondando l’estensione della detenzione per altri sei mesi. Il 27 dicembre 2024, le truppe dell’Idf hanno prelevato nella Striscia di Gaza il dottore 52enne, direttore dell’ospedale di Kamal Adwan, insieme ad altre 350 persone – tra personale medico e pazienti – in nome della lotta ad Hamas.

Sono passati 536 giorni, tra fame, assenza di cure mediche e denunce di maltrattamenti e torture, ma Hussam Abu Safiya è ancora dietro le sbarre. Anzi, per aver fatto appello, 13 giorni fa è stato trasferito dalle autorità israeliane dal carcere del Naqab a quello di Nafha, in totale isolamento. Israele lo considera arbitrariamente un «combattente illegale» e, in base a una legge del 2002, può privare i detenuti dei diritti sanciti dalle Convenzioni di Ginevra e trattenerli senza accuse formali o regolare processo.

Da pungolo rosso

Torino: otto condanne nel processo di primo grado per il corteo del 9 gennaio 2025 dopo l’omicidio di Ramy

8 condanne oggi a Torino nel processo di primo grado per il corteo del 9 gennaio 2025, dopo l’omicidio poliziesco nella vicina Milano di Ramy Elgamy, con duri scontri al Commissariato di polizia Dora Vanchiglia e al Comando regionale dei carabinieri.

Da Radio Onda d’Urto

Le pene vanno dai 10 ai 16 mesi, solo in 5 casi con sospensione condizionale. L’accusa aveva chiesto fino a 3 anni di carcere. A Viminale e Ministero della difesa riconosciute provvisionali per 17mila euro. Gli avvocati difensori Gianluca Vitale, Claudio Novaro e Valentina Colletta, invece, chiedevano assoluzioni per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato.

VIVA IL 19 GIUGNO, GIORNATA DEL RIVOLUZIONARIO PRIGIONIERO

Oggi, 19 giugno, il tribunale del riesame di Genova ha confermato gli arresti cautelari di Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.

E ieri un altro palestinese è stato arrestato nel brindisino per “terrorismo della parola”, mentre un suo concittadino è stato perquisito e indagato per le medesime ipotesi di reato.

Le prove ostentate dai ROS sono magliette con su scritto: “Palestina libera dal fiume al mare”, e la retorica è sempre la stessa: islamofobica.

Ma oggi è anche il “Giorno dell’Eroismo”, una giornata dedicata ai prigionieri politici e di guerra rinchiusi nelle carceri dell’imperialismo e dei paesi oppressi dall’imperialismo.

Il 19 giugno del 1986, nelle carceri peruviane del Fronton, Lurigancho e Callao, centinaia di prigionieri politici e di guerra del Partito Comunista del Perù in rivolta contro i piani di trasferimento e concentramento portati avanti dal regime peruviano furono massacrati dalle forze armate peruviane.

In 300 morirono dopo aver rifiutato ogni falsa proposta di accordo, consapevoli del costo che il nemico gli avrebbe fatto pagare per la loro fermezza. Scelsero di dare la vita per il loro popolo, il partito e la rivoluzione, resistendo e combattendo fino all’ultimo, trasformando le tetre prigioni dell’imperialismo in “luminose trincee di combattimento”.

Anche nelle carceri dei paesi imperialisti la borghesia coltiva lo stesso spirito e illusione di “soluzione finale” contro i prigionieri rivoluzionari, che muove la mano genocida di Israele e dei regimi servi dell’imperialismo.

La caccia al palestinese o al filo palestinese che dissente, l’accusa di terrorismo fondata sul sospetto, l’inasprimento delle condizioni di detenzione dei prigionieri politici con l’applicazione del 41 bis in Italia, la dispersione dei prigionieri, l’allontanamento dalle loro famiglie e dai loro affetti sono parte delle tecniche di annientamento psicofisico, teso a piegare e cancellare l’identità rivoluzionaria dei detenuti.

Le carceri dell’imperialismo annientano e uccidono tutti i giorni proletari e immigrati che riempiono penitenziari e CPR, dove sono realtà quotidiana condizioni di detenzione subumane, sovraffollamento inverosimile, abusi, razzismo, suicidi.

Dopo l’annuncio della falsa tregua di Trump, le grandi lotte dello scorso autunno si sono spente, ma il genocidio continua e si estende e la repressione e la prigionia politica stanno assumendo sempre più dimensioni di massa e sempre più è necessario e urgente uscire dal torpore.

In Italia abbiamo avuto 2 giovani suicidati da questo stato di polizia per aver lottato contro il genocidio del popolo palestinese; ci sono 4 palestinesi colpevoli di solidarietà a Gaza; c’è Ahmad Salem, in carcere da oltre un anno per 2 video e ora Abunada Abdalmuti, colpevole anche lui di Palestina. E c’è Anan Yaeesh, colpevole di Resistenza al genocidio palestinese, di cui più nessuno parla: il tribunale di L’Aquila ha chiesto e ottenuto una proroga per il deposito delle motivazioni della sentenza, di conseguenza l’appello potrebbe slittare all’anno prossimo.

A 40 anni dal 19 giugno 1986 ci sono ancora 1000 ragioni per lottare al fianco dei prigionieri politici rivoluzionari, perché ognuno di loro continua a combattere come può, resistendo e non rinnegando la propria identità e dignità politica. Perchè il “Giorno dell’ Eroismo” è soprattutto questo, la memoria di una vittoria morale e politica conquistata con il sangue di alcuni per il bene di tutti. Non dimentichiamoli e non dimentichiamo Anan Yaeesh, che ancora oggi incarna quei principi.

Da un intervento al presidio davanti al Tribunale di sorveglianza, in udienza per il rinnovo del 41bis ad Alfredo Cospito

Trascrizione dell’audio di questo intervento al presidio, dalla Controinformazione rossoperaia del 12.06.26

Il 41bis è una misura speciale di applicazione dello stato d’emergenza all’interno delle carceri, proprio per questo, quando è stato istituito, è stata promessa una durata limitata. Si tratta di una misura di isolamento totale che può avere un impulso molto grave sullo stato di salute psichico e fisico delle persone a cui viene comminata. Ecco perchè dovrebbe essere data in misura eccezionale per un periodo limitato.

Di fatto, come accade ad Alfredo e accade a tanti (per esempio a Nadia Lioce), questa misura viene costantemente rinnovata. Quindi le persone sottoposte al 41bis subiscono un rinnovo costante, finalizzato ovviamente a procurargli gravi danni psicologici e fisici. Per questo è una misura che noi definiamo di tortura, di “tortura bianca” che è una pratica che è stata pensata dalla CIA, dagli americani, praticata nelle carceri speciali in America, in Germania e poi in Italia. Questa tortura vuole mascherare la classica tortura, quella fisica, cioè le botte, le scosse elettriche, quindi le persone all’esterno non percepiscono la gravità della situazione, ma il livello di aggressione alla salute di una persona è equivalente.

E’ una forma di vendetta dello Stato contro queste persone, come nel caso di Alfredo, finalizzata appunto a danneggiarli.

L’unico modo per uscirne è quello di prostrarsi allo Stato, di pentirsi, di vendersi, di far mettere qualcun altro al posto proprio.

Ce lo spiega abbastanza bene nei pochi documenti, nelle poche dichiarazioni che ha potuto fare, Alfredo, quando ci descrive la situazione interna dei carceri a 41bis, dove ci sono carceri in cui non ci sono feroci boss, ma sono carceri piene di persone anziane e malate. 

Per quanto riguarda la mafia, lo scopo del 41bis è quello della trattativa, dell’eterna trattativa tra lo Stato e la mafia, gestire i rapporti incarcerando alcune persone per avere uno strumento di mediazione che permetta allo Stato di gestire l’economia criminale mafiosa, di avere un rapporto con questa economia che fa girare tanti soldi.

Noi siamo qui oggi, dopo che per anni abbiamo seguito una campagna a sostegno di Alfredo. Quando abbiamo iniziato questa campagna anni fa eravamo in pochi come oggi, però la campagna ha avuto un esito positivo, è stata una fortissima lotta, una lotta che ha permesso a tutti in Italia di capire cos’è il 41bis, una lotta che ha quasi fatto uscire il nostro compagno di prigione, una lotta che ha inciso fortissimamente sul fatto che ad Alfredo non fosse dato l’ergastolo ostativo, quindi una lotta che ha avuto un certo successo.

Noi all’epoca abbiamo detto che saremo come una puntura di spillo, saremo presenti in questa situazione perché i responsabili del 41bis stanno seduti in palazzi come questi e decidono della vita, delle sofferenze di centinaia di persone.

Quindi oggi siamo qui ancora per rinnovare questa dichiarazione: daremo fastidio fino a che Alfredo sarà in 41bis, noi abbiamo detto che la campagna in solidarietà con Alfredo finirà quando Alfredo uscirà dal carcere speciale, quindi la campagna che può avere alti, bassi, periodi di più forte mobilitazione, continua e continuerà fino al raggiungimento del proprio scopo, fino a quando ce ne sarà bisogno.

Concludo dicendo una cosa, quello che abbiamo assistito all’epoca lo ribadiamo ancora oggi, non siamo stati noi tanto a lottare per Alfredo quando è stato Alfredo che, tramite la sciopero della fame, ha lottato per tutti noi, perché quello che stiamo vedendo è un riorientamento di strumenti come il 41bis e di apparati come l’antimafia verso la repressione politica, cioè nelle prospettive del sistema c’è quello dell’aumento della repressione politica contro la conflittualità sociale. Lo vediamo in tantissimi casi a partire dal continuo stillicidio di nuove misure repressive, spesso tramite decretazioni d’emergenza con i vari pacchetti sicurezza che hanno sempre in fondo la volontà di bloccare ogni possibile rivolta, ogni possibile lotta in questo paese; lo vediamo con l’abbassamento della serie dei reati per cui si può finire in 41bis come nel caso di Alfredo, lo vediamo nell’utilizzo del Dipartimento nazionale antimafia e antiterrorismo nella repressione politica come ad esempio è avvenuto in tutti i recenti processi contro i militanti palestinesi dove abbiamo potuto vedere, seguendoli, che c’è sempre la zampina del Dipartimento antimafia locale nella scelta di reprimere i palestinesi, quindi questo è un nuovo ruolo, un nuovo orientamento della repressione.

Siamo convinti che la lotta di Alfredo sia servita per rallentare questo processo, perché quando lo Stato ha messo Alfredo al 41bis ha anche sperimentato cosa voleva dire mettere un compagno del movimento nel 41bis e c’è stata una forte risposta e quindi questo strumento che, come sappiamo, è già utilizzato contro i compagni delle nuove Brigate Rosse che da oltre vent’anni sono rinchiusi in quelle sezioni, estendere l’utilizzo di questo strumento adesso si dimostra difficoltoso perché c’è stata una risposta, e tutto questo lo dobbiamo ad Alfredo.

Questo cosa vuol dire? Che non finirà più nessuno in 41bis? Beh, purtroppo certo che no, è chiaro che lo Stato non arretra nei suoi processi anche se in qualche maniera questo processo è stato rallentato. Dipende oggi da noi qui fuori, dipende da noi mobilitarci, stare in guardia ed essere pronti a rispondere ai nuovi attacchi repressivi.

Per questo siamo qui e continueremo ad esserlo.

Fuori Alfredo dal 41bis – fuori tutti dal 41bis!
Solidarietà a tutti i compagni colpiti dalla repressione!