Carcere di Bologna: omicidio colposo con previsione ?

Esposto alla Procura della Repubblica di Bologna e a chiunque interessato/a di Vito Totire, medico del lavoro/psichiatra, presidente centro “Francesco Lorusso”

Gli organi di informazione hanno notificato l’evento del decesso di una donna privata della libertà che sarebbe morta a causa o in concomitanza dell’uso di una bomboletta di gas butano; siamo intervenuti di recente (20 marzo 2024 ) su un evento analogo accaduto nel carcere di Modena nel 2023 il che ci ha consentito di analizzare in maniera aggiornata la questione legata al rischio in esame; facciamo dunque alcune osservazioni rispetto all’evento di Bologna :

  • Gli usi possibili della bomboletta di gas butano sono noti; accanto all’uso per la preparazione dei cibi compatibile con la vita in campeggio (non a caso il nome di “bomboletta da campeggio” e non di “bomboletta da penitenziario”), vi sono altri usi ben noti a tutti e noti dunque anche alla amministrazione penitenziaria, ai medici del carcere, a tutti i soggetti istituzionali che si occupano di questioni relative alla salute delle persone ristrette
  • Pur constatato il frequente uso con finalità cosiddette voluttuarie e/o autolesioniste e suicidarie le istituzioni non hanno adottato le necessarie e semplici misure di prevenzione; auspichiamo che vengano chiamate a spiegare una condotta che, a nostro avviso, si configura come omissione di misure di sicurezza
  • I dati epidemiologici dicono che la bomboletta è il secondo mezzo (5.6%) utilizzato per atti suicidari dopo la impiccagione (1) ; noi , in sintonia con la letteratura scientifica sul tema, non riteniamo che la prevenzione del suicidio si limiti all’impedire l’accesso al mezzo ma RITENIAMO CHE LA FACILITA’ DELLA DISPONIBILITA’ DEL MEZZO FACILITI FORTEMENTE IL PASSAGGIO ALL’ATTO
  • Se la incidenza dell’uso della bomboletta si riesce a quantificare negli atti suicidari è più difficile farlo negli atti para-suicidari (tentativi “non riusciti” di suicidio) e negli atti autolesionisti che anche quando censiti non sono abitualmente “classificati” in quanto ai mezzi usati
  • Apparentemente incomprensibili le motivazioni della facile disponibilità e del facile accesso per tutti alla bomboletta ; incomprensibili solo apparentemente , a nostro avviso, in quanto in verità la bomboletta è un maldestro , mortifero tentativo di supplire alle gravi mancanze del penitenziario per quel che riguarda la gestione dei pasti e della alimentazione; in altri termini “il carcere” tollera il facile accesso a un mezzo mortifero per tentare, senza successo, di tamponare le sue lacune e le sue inadempienze; infatti : 1) la carta dei diritti dell’Onu relativa alle persone private della libertà recita che occorre garantire , per ragioni igienistiche ma anche psicologiche, il refettorio, che come è noto nel carcere di Bologna (e in quasi tutti gli altri penitenziari italiani) non esiste il che costringe a consumare i pasti in cella (averla definita camera di pernottamento…non merita commenti) con una grave commistione dello spazio dedicato ai bisogni fisiologici con quello in cui si lavano le stoviglie; per far fronte a questa umiliante e rischiosissima condizione-palese violazione dei diritti sanciti dalla carta dell’ONU del 1955 adottata , ancorché tardivamente, anche dalla UE- “IL CARCERE” consente la libera distribuzione di gas butano !!! Una distribuzione del tutto, di fatto, libera in quanto, nonostante qualche impacciato tentativo di selezione, chiunque, anche se personalmente escluso dall’accesso al mezzo mortifero, se la può procurare; i partecipanti al “gruppo di auto-aiuto carceri” informano che una bomboletta è acquistabile da un detenuto che ne sia stato privato con due pacchetti di sigarette o con sei euro;
  • Forse quanto fin qui esposto potrebbe essere considerato “opinione” della associazione scrivente; in sostanza utopia e speranza irrealistica in un mondo migliore? Tuttavia vediamo che nell’ultimo rapporto semestrale della Ausl di Bologna il “problema” delle bombolette di gas viene affrontato

con una proposta chiara: EVITARNE L’USO E LA DISTRIBUZIONE; la Ausl giunge alla suddetta conclusione -e fa anche una proposta tecnica alternativa- in relazione a rischio incendio, scoppio , ecc.; non vogliamo fare la esegesi del testo ma ci pare evidente che “ecc.” possa essere interpretato nel senso che chi ha compilato il rapporto  “minus scripsit quam voluit” forse con la aspettativa che i destinatari del report semestrale potessero facilmente comprendere gli “eccetera” che, comunque sia, sono fin troppo evidenti, almeno a noi

  • nessuno dei destinatari del rapporto semestrale (inviato nell’ottobre 2023) pare aver dato cenno di interessamento fattivo al tema ; noi, a differenza dei destinatari ufficiali/istituzionali, il suddetto rapporto non lo riceviamo d’ufficio, dobbiamo chiederlo, a volte reiteratamente, ma in conclusione avendolo acquisito abbiamo avuto modo di farne una lettura critica.

La donna di 55 anni, slovacca (altro non sappiamo) di cui parliamo è stata vittima di una condotta che si configura come grave omissione di misure di prevenzione in un contesto nel quale deve essere evitata la accessibilità al gas butano in relazione al profilo di rischio della popolazione detenuta, per questi motivi:

  • esistenza di una forte pulsione tossicofila e di una rilevante quota di persone tossicodipendenti
  • elevatissima presenza di persone in trattamento con psicofarmaci che entrano facilmente in sinergia negativa con il gas butano in particolare per la depressione della capacità respiratoria e per gli effetti collaterali a danno dell’apparato cardiovascolare; i dati epidemiologici a questo riguardo sono netti ed esaustivi; appunto il carcere differisce dal campeggio sia per le condizioni ambientali sia per le caratteristiche socio-sanitarie delle due distinte popolazioni

Conclusioni: avanziamo la ipotesi che possa essere congrua una indagine che valuti se l’evento possa configurarsi come omicidio colposo con previsione nel contesto di “colpa di organizzazione”.

Riteniamo che la Procura della Repubblica, a partire da questo ennesimo evento luttuoso, possa adottare iniziative e stimoli finalizzati alla bonifica di un rischio mortale e morbigeno che può e deve essere azzerato.

A disposizione per eventuali approfondimenti necessari.

(1) L’ultimo rapporto della Ausl di Bologna è commentato nell’articolo pubblicato dalla rivistaVoci di dentro n.51 febbraio 2024 pp.44-47

Turchia repressione info

Italiana, osservatrice alle elezioni in stato di fermo in Turchia
Anna Camposanpiero è partita per la Turchia questa mattina invitata dai compagni curdi per le elezioni amministrative di domenica 31 marzo. 
Doveva svolgere il ruolo di osservatrice alle elezioni su invito del partito della Sinistra Verde nato dopo la messa fuorilegge del partito Hdp ma nella Turchia di Erdogan la repressione continua a colpire le forze di opposizione, i movimenti di sinistra e in particolare quello curdo.
Arrivata a Istanbul alle 17 ora locale, è stata fermata al controllo passaporti, portata in una stanza, gli hanno ritirato il passaporto e il bagaglio. Preso impronte digitali e foto segnaletica. Si è rifiutata di firmare un documento di cui non capiva il contenuto e si è rifiutata di consegnare il cellulare. E’rinchiusa in una stanza con altre 4 persone in attesa di espulsione. 

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18.März: Zusammen gegen Repression (Hamburg)

Der Staat baut seit Jahren schon seine Befugnisse aus. Vor allem Polizei und andere Sicherheitsbehörden bekamen weitreichende Rechte, während die Grundrechte immer weiter ausgehöhlt wurden. Im aktuellen Rondenbarg-Verfahren nimmt die Justiz Rache für den Gesichtsverlust beim G20 Gipfel und gleichzeitig will man so das Versammlungsrecht weiter einschränken. Linke Demonstrationen sehen jetzt schon von außen eher aus wie Polizeiaufmärsche. Wenn überhaupt demonstriert werden darf, denn viele Themen sollen aus dem Stadtbild verschwinden, Palästinenser:innen war es u.a. in Hamburg am längsten verboten ihr Anliegen auf die Straße zu tragen.

Antifas aus dem Knast!

Mittlerweile sitzen mehrere Antifaschist:innen in deutschen Knästen. Auch wenn Regierungsvertreter:innen sich gern auf Anti-AfD-Demonstrationen ablichten lassen, wird in diesem Land ein konsequenter Antifaschismus immer noch mit langjährigen Haftstrafen verfolgt. Bei kleineren Aktionen wie dem Protest gegen Alexander Gauland (AfD) im Hamburger Rathaus sollen mit massenhaften Geldbußen Aktivist:innen abgeschreckt werden. Aber auch die europäischen Nachbarn stehen dem in nichts nach, so sind u.a. mehrere Antifaschist:innen in Budapest vor Gericht angeklagt, weil sie die faschistische Demonstration Tag der Ehre zu verhindern versuchten, andere sollen an Ungarn noch ausgeliefert werden.

Migrantische Genoss:innen vergessen wir nicht!

Der deutsche Staat schlägt mit noch größerer Härte vor allem auf türkische und kurdische linke Strukturen ein. Leider wird dies von der Öffentlichkeit kaum wahrgenommen. Mit einem konstruierten Terrorvorwurf (§129b) werden immer wieder Menschen eingesperrt, obwohl man ihnen persönlich keinen konkreten Tatvorwurf macht. Alleine eine angebliche Mitgliedschaft in der PKK (Arbeiterpartei Kurdistands) oder der DHKP-C (revolutionäre türkische Organisation) reicht für mehrjährige Haftstrafen aus, so macht sich Deutschland zum Handlanger Erdogans.

Kein Mensch ist illegal?

Geflüchtete werden in diesem Land immer noch in Lager gesperrt und mit einer Residenzpflicht belegt, so dass sie sich nicht frei bewegen dürfen. Es wurde ein ganzes System der Diskriminierung geschaffen, überall gibt es Abschiebegefängnisse. Dort wird man eingesperrt, falls sonst die Abschiebung erschwert oder vereitelt werden würde. Die aktuelle Bundesregierung hat mit dem „Rückführungsbeschleunigungsgesetz“ diesen entrechteten Menschen weitere Schikanen auferlegt. Sie versuchen der radikalen Rechten den Wind damit aus den Segeln zu nehmen, dass sie ihre Politik umsetzen.

Keine Knete, dann Knast!

Jedes Jahr müssen etwa 55.000 Menschen eine Ersatzfreiheitstrafe absitzen, weil sie sich die Geldstrafe nicht leisten können. So kann man fürs Schwarzfahren in den Knast gehen, aber z.B. fürs falsch Parken nicht. Mehr als 50 % der Menschen sitzen wegen Eigentumsdelikten in den Gefängnissen. Kaum sind darunter reiche Steuerbetrüger, weil ihnen häufig Deals angeboten werden, während die „kleinen Fische“ in den Knast gehen. Dies ist ein Ausdruck der Klassenjustiz. Im Knast werden die Gefangenen dann unter schäbigen Bedingungen für paar Euro die Stunde auch noch ausgebeutet. Die schlechten Verhältnisse in den Gefängnissen machen die Menschen psychisch und gesundheitlich kaputt.

Ob draußen oder drinnen sollen wir mit diesem System der Strafe domestiziert werden, damit die Eigentumsordnung weiter durchgesetzt wird, aber diese Ordnung bedeutet für uns immer Ausbeutung und Unterdrückung. Wer sich mit den Verhältnissen nicht abfinden will und sich für eine bessere Welt einsetzt, dem droht in dieser Gesellschaft der Polizeiknüppel und auch der Knast. Lassen wir die Betroffenen nicht alleine, halten wir immer zusammen und sind solidarisch, wenn der Staat wieder Linke verfolgt und schlagen wir organisiert zurück!

  1. März ist der „Tag der politischen Gefangenen“

Historisch wurden an am 18.März an den Aufstand der Pariser Kommune im Jahr 1871 erinnert, aber auch an ihre Zerschlagung und die folgende Repression. 1923 erklärte die Internationale Rote Hilfe den 18.03. zum ‚Internationalen Tag der Hilfe für die politischen Gefangenen‘. Nach dem Faschismus gab es erst seit 1996, auf Initiative linker Gruppen und der Roten Hilfe, einen Aktionstag für die Freiheit der politischen Gefangenen. Seitdem finden jedes Jahr Veranstaltungen und Aktionen statt

Demo/Konzert 17:30 Uhr Zum Grüner Jäger/Arrivati Park

https://de.indymedia.org/node/346728

Turchia – sciopero della fame dei prigionieri politici rivoluzionari nelle prigioni tipo F

Hunger strike by prisoners in Tekirdağ F Type Prison No 1

TKP-ML and MLKP prisoners in Tekirdağ F Type Prison No 1 went on a hunger strike in support of the hunger strike by PKK prisoners against the isolation in İmralı Island and violations of rights in prisons since November.

TKP-ML and MLKP prisoners in Tekirdağ F Prison No 1 organised a 3-day hunger strike to support the hunger strike of PKK prisoners and against the deepening violations of rights in prisons.

According to the information we received through the families of the prisoners, Murat Deniz, Yaşar Eriş, Bülent Kapar, Ahmet Doğan, Ümit Emrah Köse, Ercan Görtas, Özgür Dinçer went on a 3-day hunger strike on 12,13,14 March.

In the message they sent, the prisoners said, “We went on this hunger strike in solidarity with the hunger strike that has been going on since November and against the increasing violations of rights in prisons.”

Source: https://ozgurgelecek51.net/tekirdag-1-nolu-f-tipi-hapishanesindeki-tutsaklardan-aclik-grevi/

Anan dal carcere di Terni: “La resistenza non è terrorismo

 

l 14 marzo si è svolto l’interrogatorio di garanzia di Anan Yaeesh nella Casa Circondariale di Terni. La prospettazione accusatoria accolta dal GIP del Tribunale dell’Aquila è relativa all’ organizzazione di un gruppo terroristico denominato “Brigata Tulkarem”, operante nella città di Tulkarem in Cisgiordania, gemmazione delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa. 

Anan ha rilasciato una lunga e articolata dichiarazione spontanea pronunciando un j’accuse nei confronti del carattere squisitamente politico dell’indagine. In particolare, ha raccontato la condizione di oppressione e violenza subita dal popolo palestinese sottoposto al giogo militare israeliano nell’indifferenza della comunità internazionale. Ha raccontato la sua storia di giovane palestinese, l’uccisione della sua fidanzata ad opera dell’esercito israeliano mentre andavano a scuola, le mani sporche del sangue della ragazza, il tentato omicidio di cui è stato vittima nel 2006 ad opera di soldati israeliani, gli 11 colpi di arma da fuoco da cui è stato raggiunto, l’orrore provato dalla madre alla vista del suo ferimento e del conseguente ictus da cui la stessa fu raggiunta perdendo per sempre le capacità cognitive, i suoi amici uccisi dall’esercito.

Ha affermato di rifiutare lo stigma del terrorista per sé e per il suo popolo, ha ricordato che tutti i popoli hanno diritto a lottare per la loro libertà contro l’esercito invasore, ha paragonato la lotta palestinese a quella dell’Italia durante la resistenza, e ha sottolineato che, piuttosto, nessun Paese occidentale ha mai tentennato nel sostenere l’Ucraina, che fino ad oggi è anche stata armata dello stesso occidente. Ha ricordato l’orrore della guerra di Gaza e i 30 mila morti palestinesi di cui oltre due terzi donne e bambini, e retoricamente chiesto chi sono i terroristi.

Ha ricordato inoltre che la lotta per la Palestina si gioca nei territori occupati e non altrove, riferendosi con ciò agli articoli di giornali che paventavano il pericolo di atti di violenza in Italia. Ha concluso dicendo di volere soltanto la pace e la libertà per il proprio popolo.

Comitato per la liberazione di Anan Yaeesh

Per scrivergli:

  • Anan Yaeesh, casa circondariale di Terni – Strada delle Campore, 32, Terni CAP 05100
  • Mansour Doghmosh, casa circondariale di Rossano –  Contrada Ciminata, Rossano (CS) CAP 87068
  • Ali Saji Rabhi, casa circondariale di Ferrara – Via Arginone, 327, Ferrara CAP 44100

Solidarietà a Ghassen ben Khalifa, giornalista e militante tunisino per la causa palestinese! campagna congiunta Italia/tunisia

Il regime da stato di polizia tunisino di Saied continua a perseguitare per mezzo di una montatura giudiziaria il militante politico e sociale e per la causa palestinese, il giornalista Ghassen ben Khalifa. 

Già nell’estate del 2022, Ghassen era stato accusato di gestire una pagina facebook legato al radicalismo islamista e quindi accusato di terrorismo, tale accusa è apparsa subito come una palese montatura dato che Ghassen è notoriamente un militante della sinistra rivoluzionaria.

Per inciso si è trattato del primo caso di persecuzione giudiziaria verso un militante rivoluzionario dai tempi del regime di Ben Ali, neanche i governi della restaurazione post-rivolta, meglio noti con la formula fuorviante di “transizione democratica” (2011-2021), avevano perseguito militanti di sinistra.

Dopo cinque giorni di stato di fermo e una grande manifestazione di solidarietà a Tunisi in piena estate, Ghassen era stato infine scarcerato ma il procedimento giudiziario non veniva ancora archiviato.

Seguirono delle udienze in tribunale in cui il gestore reale della pagina incriminata ha dichiarato ogni volta di essere lui stesso il gestore della pagine e l’autore delle pubblicazioni e di non conoscere Ghassen.

Intanto si aggiunse anche l’accusa di “offesa altrui per mezzo di social media” e di “partecipazione ad un complotto terrorista” e di “condotta offensiva verso il presidente”.

Il 14 marzo scorso il giudice di prima istanza del tribunale di Ben Arous (zona di Grande Tunisi) ha condannato Ghassen a 6 mesi di reclussione, non con effetto immediato in attesa di un’ulteriore udienza che prevede l’esame delle accuse più gravi per il prossimo 5 aprile.

Il nostro partito esprime sincera solidarietà al compagno Ghassen Ben Khalifa, denuncia il regime reazionario da stato di polizia di Saied sostenuto dall’imperialismo, compreso l’imperialismo italiano oggi rappresentato dal governo neo-fascista Meloni.

Proletari Comunisti/ PCm- Italia

Soccorso Rosso Proletario- Italia

16/03/2024

Riportiamo qui di seguito le traduzioni ufficiose di alcuni comunicati:

– Una prima dichiarazione di Ghassen Ben Khalifa per mezzo della sua pagina facebook:

Divario personale/politico/assurdo:

Per quanto riguarda la parte “morale” del caso ridicolo e inventato contro di me (accusandomi di essere un moderatore di una pagina “islamista” chiamata “Al-Burkan Al-Tunisi”), il tribunale di primo grado di Ben Arous ha emesso una decisione contro di me ieri: sei mesi di carcere (senza esecuzione immediata).

Ciò in attesa che si tenga la prima sessione del secondo caso, più grave (relativo ad accuse lievi come “partecipazione ad un’alleanza terroristica”, “commissione di un atto brutale contro il Presidente della Repubblica”, ecc.) il 5 aprile.

Voglio dire, il signor giudice, non è stato convinto dalle parole degli avvocati che gli hanno presentato copie delle confessioni del signore arrestato (mentre ero detenuto e stavamo consultando l’Unità nazionale per indagare sui crimini terroristici dell’Aouina ) e in cui confermava che era solo la sua pagina e che era lui a pubblicare tutto su di essa e che non mi conosceva affatto… Oltre a quanto dimostrato (dall’archivio del mio account Facebook) che alla data e all’ora presunte (secondo una relazione tecnica del Dipartimento dei Servizi Tecnici dell’Amministrazione Generale della Sicurezza Nazionale) avrei contattato la pagina da un indirizzo IP collegato al mio numero di telefono. In quel momento ero collegato dal mio account e interagivo e postavo sulla mia pagina personale da un indirizzo IP completamente diverso…

In altre parole, il signor giudice ha considerato il rapporto di sicurezza di dubbia autenticità (e non spiega affatto come sia arrivato a questa conclusione. Il secondo imputato è più forte dei risultati delle ricerche della Divisione Al-Awaina e più forte dell’apparente contraddizione dela mia nota posizione intellettuale e convinzioni politiche [divergenti] dalcontenuto di quella pagina…

La conclusione è che faremo appello contro questa sentenza ingiusta e ci prepareremo per la sessione di aprile. Assicuro a tutti i compagni e amici che il morale è alto. Rassicuro anche tutti coloro che credono che con accuse e invenzioni così ridicole possano farmi del male, intimidirmi o fare di me un esempio…

 

Comunicato della Campagna Tunisina di Boicottaggio e di Opposizione alla Normalizzazione con l’Entità Sionista

Libertà per coloro che si oppongono alla normalizzazione… Libertà per il nostro popolo e per coloro che sono al suo fianco!

Ieri, 14/03/2024, il Tribunale di primo grado di Ben Arous ha condannato a sei mesi di reclusione il compagno Ghassan Ben Khalifa, uno dei membri fondatori della campagna e caporedattore del sito web Inihez, un combattente del Coordinamento d’azione congiunta per la Palestina e membro del Comitato di solidarietà con l’attivista George Ibrahim Abdullah, questa è la continuazione del caso sollevato contro di lui dopo essere stato sospeso per cinque giorni nel settembre 2022.

La sentenza si riferisce all’accusa di “insulto verso altri attraverso i social media” mossa contro Ghassan sotto l’aspetto “morale” del caso. Si tratta di un’accusa mossa contro di lui sulla base delle accuse contenute in un rapporto di uno dei dipartimenti del Ministero dell’Interno, secondo il quale la pagina “Vulcano tunisino” era collegata a un indirizzo IP collegato al suo numero di telefono. Ciò è stato dimostrato falso dalla difesa, sulla base dell’archivio dei suoi contatti sulla sua pagina personale (da cui risulta che al momento del presunto accertamento tecnico egli era collegato alla sua pagina personale con un indirizzo IP diverso), e confessioni del moderatore della pagina che è stato sospeso prima del rilascio di Ghassan bin Khalifa nel settembre 2022, e che ha negato di conoscere il compagno o di avere qualsiasi rapporto con la suddetta pagina, che ha confermato di gestire da solo.

Noi, della campagna tunisina di boicottaggio e di opposizione alla normalizzazione dell’entità sionista, condanniamo questa sentenza ingiusta contro il nostro compagno e gli dichiariamo il nostro assoluto sostegno. Mentre sosteniamo il nostro compagno, siamo solidali con noi stessi e con coloro che appartengono alla resistenza e a coloro che sono allineati con lui.

Chiediamo inoltre a tutti i compagni, uomini e donne, a tutti gli individui in lotta e alle forze progressiste di unirsi attorno al caso Ghassan e di fare pressione e mobilitarsi davanti al Tribunale di primo grado a Tunisi il 5 aprile, in coincidenza con la prima sessione relativa alla seconda parte del caso in cui deve affrontare accuse inventate come “partecipazione ad un complotto terroristico” e “aver commesso un’offesa al Presidente della Repubblica”.

Le sentenze arbitrarie ci renderanno solo più uniti e risoluti. Libertà per chi si oppone alla normalizzazione.

– Comunicato del Coordinamento dell’azione congiunta per la Palestina in Tunisia

🔴#dichiarazione

Tunisia il 15 marzo 2024

#Giudizi_ingiusti_non_dissuaderanno_noi_e_noi_fermi_nella_opzione_di_supporto_resistenza_e_anti_normalizzazione

Ieri, giovedì 14 marzo 2024, il Tribunale di primo grado di Ben Arous ha condannato a sei mesi di reclusione in un sottocaso contro il compagno Ghassan Ben Khalifa, giornalista, redattore capo del sito Inhivez, attivista del movimento Coordinamento dell’azione congiunta per la Palestina, membro della campagna tunisina di boicottaggio e di opposizione alla normalizzazione dell’entità sionista e membro del comitato del Comitato tunisino di solidarietà con il combattente per la libertà George Ibrahim Abdullah.

È importante che il Coordinamento dell’Azione Comune per la Palestina chiarisca all’opinione pubblica che questa sentenza si basa su un rapporto di sicurezza che includeva il nome dell’attivista di sinistra Ghassan bin Khalifa in un caso relativo alla gestione di una pagina sul social network Facebook con contenuti “islamisti”. Il principale imputato viene arrestato e ammette di essere il proprietario e il gestore della pagina, di essere responsabile di tutti i suoi post e di non avere alcun rapporto o conoscenza con il compagno.

Il Coordinamento di Azione Comune per la Palestina, pur considerando che questa sentenza ingiusta e tutto ciò che si trama contro il suo attivista, si colloca nel contesto della sua attività di lotta legata al sostegno della resistenza e contro la normalizzazione, conferma che prendere di mira i suoi attivisti con accuse inventate non li scoraggerà dal portare avanti le proprie azioni di lotta. Gli apparati di sicurezza in agguato contro gli attivisti non farà altro che aumentare la loro fermezza.

Il coordinamento invita inoltre tutte le organizzazioni politiche nazionali, progressiste e rivoluzionarie, i gruppi e le istituzioni della società civile a sostegno della causa palestinese e tutti i tunisini a presenziare in gran numero il 5 aprile 2024 davanti al Tribunale di primo grado tunisino per sostenere l’attivista di sinistra Ghassan Ben Khalifa nella prima udienza del caso originale in cui è accusato di “partecipazione ad un accordo criminale” e di “aver commesso un atto spregevole contro il Presidente della Repubblica” e altre accuse inventate.

SRP riprende la pubblicazione della repressione e carcere a livello nazionale e internazionale

si tratta di una campagna prolungata fino al 19 giugno 2024 – giorno dell’eroismo dei prigionieri politici peruviani e giornata internazionale storica di solidarietà e sostegno con le lotte dei prigionieri politici di tutto il mondo

invitiamo ad aderire e sostenere Soccorso Rosso  Proletario nello sforzo di una assemblea nazionale in autunno  24

unico indirizzo da usare è

srpitalia@gmail.com

18 marzo 2024