Ivrea – “Gli agenti mi picchiavano in infermeria e intanto il medico sorseggiava il suo caffè”

 

Dagli atti dell’indagine sul carcere di Ivrea i primi dettagli sui pestaggi. Avvisi di garanzia a 24 uomini della polizia penitenziaria e un sanitario

Due agenti picchiavano Alì, calci e pugni, e “il medico di turno della casa circondariale, anziché impedire l’evento come sarebbe stato suo obbligo, continuava a sorseggiare il caffè al distributore automatico”. Ivrea, 7 novembre 2015. Questo episodio è il primo di una serie di contestazioni che la procura generale di Torino ha fatto a 25 indagati, 24 agenti di polizia penitenziaria e un medico, coinvolti a vario titolo in pestaggi e punizioni che avvenivano principalmente nell'”acquario”, come era soprannominata l’infermeria che dava sul corridoio.

È arrivata a una svolta l’inchiesta sui pestaggi al carcere di Ivrea, dove i muri dell’infermeria almeno per due anni hanno coperto percosse e umiliazioni compiuti dagli agenti nei confronti di diversi detenuti. Finora erano stati solo loro, con le testimonianze, a far uscire allo scoperto il trattamento che ricevevano, mentre i verbali falsificati provavano a sviare le indagini sostenendo che i detenuti fossero caduti “accidentalmente sul pavimento reso scivoloso dall’acqua degli idranti usati per spegnere i focolai appiccati in sezione”.

Ora la magistratura ha riconosciuto la fondatezza delle accuse individuando i possibili responsabili, che nei giorni scorsi hanno ricevuto l’avviso a comparire per essere interrogati, difesi dagli avvocati Celere Spaziante ed Enrico Calabrese. Alcuni agenti sono ancora in servizio nel carcere eporediese, altri nel frattempo sono stati trasferiti in altri penitenziari.Le carte dell’inchiesta dipingono un quadro inquietante di quello che accadeva dietro le sbarre. Detenuti malmenati anche con manganelli, umiliazioni come quelle di tenere i carcerati nudi, tutto con l’omertà di altri detenuti e di un sistema che fingeva di non vedere.Sono sette anni che si cerca di far luce su quello che accadeva nel carcere di Ivrea. Gli episodi contestati risalgono al 2015 e 2016. Da allora l’inchiesta aperta dalla procura di Ivrea ha subito parecchie traversie, tra richieste di archiviazioni e opposizioni fatte dall’associazione Antigone, fino a quando la procura generale non l’ha avocata.Sono stati i sostituti pg di Torino Giancarlo Avenati Bassi e Carlo Maria Pellicano, partendo dalle denunce, ad allargare le indagini ad altri episodi e a individuare i reati ipotizzati: lesioni e falsi aggravati. “Le contestazioni mosse dalla magistratura a 25 indagati sono la dimostrazione che il sistema giudiziario funziona e che quest’avocazione che aveva fatto tanto rumore è stata la strada giusta per fare giustizia – commenta Antigone – I fatti sono precedenti all’introduzione del reato di tortura, tuttavia dall’inchiesta emerge come quello di Ivrea fosse un carcere punitivo, come ce ne sono in Italia, e lontano dallo scopo rieducativo che gli istituti penitenziari dovrebbero perseguire”

 

LA STAMPA (TORINO)

 

Stanze per le punizioni e isolamenti: “Nel carcere di Ivrea condizioni disumane”

La relazione del Garante nazionale dei detenuti all’indomani della rivolta nel penitenziario avvenuta nel 2016

IVREA. «Condizioni strutturali e igieniche al di sotto dei limiti di accettabilità nel rispetto della dignità dell’essere umano». Ecco il carcere di Ivrea nel 2016, visto con gli occhi dell’allora Garante nazionale dei detenuti. Una visita d’emergenza la sua, a novembre, dopo una rivolta repressa con violenza. Tanta. Botte, manganellate, sevizie che travalicano i limiti dell’ordine pubblico. E di quanto accettabile in uno stato democratico.

Alcuni reclusi denunciano violenze, ritorsioni. Sono perlopiù stranieri, con storie di povertà e di espedienti e raccontano di una stanza, «l’acquario», riservata alle punizioni più severe. E di un’altra ancora, la «stanza liscia», quella dell’isolamento. Le loro denunce vengono raccolte dall’ex garante di Ivrea e dall’associazione Antigone. Cadono nel vuoto, archiviate, sino a che la procura generale di Torino non decide di avocare il fascicolo. E ora gli agenti di custodia e i medici indagati sono venticinque.

Il carcere è cambiato nel frattempo. «Situazioni di violenza non ne vedo», assicura l’attuale garante Raffaele Orso Giacone. Parole ben diverse da quelle presenti nella relazione del 2016. Undici pagine che descrivono come fallisce un sistema penitenziario.

 

La sconfitta incomincia al piano terra, nella sezione isolamento. «Cinque stanze ordinarie più la numero 6, priva di arredo, chiamata “stanza liscia” dallo stesso personale della polizia penitenziaria», annotava il garante nazionale. Un solo letto, al centro, ancorato al pavimento, con un materasso «peraltro strappato e fuori termine di scadenza». Una finestra sigillata con una copertura di metallo, il termosifone spento. Il garante nazionale sintetizza: «Uno spazio indecoroso e degradante». Sempre al piano terra, c’è la sala d’attesa dell’infermeria. La definivano così, anche se «non ha alcun requisito strutturale e materiale» per una qualifica del genere. Larga tre metri per quattro «è completamente vuota»: non ci sono né sedie, né panche, né sgabelli. Non ci sono passaggi di circolazione d’aria. Toglie il respiro. «Lungo tutta la parete di destra c’è un vetro completamente oscurato con la vernice, tranne che per una striscia di 15 centimetri circa»: dall’esterno si può guardare dentro. I detenuti l’hanno soprannominata “acquario”. «In questa sala le persone vengono chiuse anche per ore e ne viene fatto uso come di una cella di contenimento», testimoniava l’allora referente sanitario.

Il garante nazionale ha appuntato anche questo. Come il racconto di un recluso che contro quel vetro, così gli avevano detto, ha sbattuto la testa più volte, sino a svenire e attendere diverse ore per essere soccorso. La relazione parla anche delle celle del quarto piano, quelle per chi è ammesso al regime di semilibertà o di lavoro esterno, da dove, la notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016, era partita la rivolta. «Danni all’arredo, un tavolo divelto. Sulla parete della stanza, a fianco alla finestra, evidenti strisce di sangue, impronte di dita e mani».

CORRIERE DELLA SERA (TORINO)

22 ottobre – manifestazione a Lannemezan per la liberazione di georges abdallah – soccorso rosso proletario italia aderisce e ci sarà

l’appello internazionale

Don’t let it continue any longer ! General mobilization for the release of Georges Abdallah !
September 22 – October 22, 2022 : international month of action for his release !

“Since the very beginning of the 1970s, the liquidation of the Palestinian revolution has been on the agenda of the imperialist forces and their regional reactionary affiliates. Wars and massacres have followed one another since then and the popular masses have confronted them with the means and capacities available… although the revolution has been torn (it still is today) between two poles: one seeking negotiations and endless concessions at all costs and the other committed to resistance by all means, especially the armed struggle. Countless battles have been fought, some lost, others won, but on the whole and despite all the losses and despite all the mistakes, the popular masses have been able to consolidate certain achievements whose strategic significance no one can dispute today”. (Declaration of June 27, 2020).


These words of Georges Abdallah – like so many others – sum up well his political identity, his path of struggle, his fights with these innumerable battles that he led with the Palestinian and Lebanese revolutionary forces and throughout his life, in favor of the just and legitimate cause of the Palestinian people, without concessions, without betrayals but always in active support of “the other pole”: “that of resistance by all means and especially the armed struggle” for the liberation of Palestine, all of Palestine because “Palestine can only win! Palestine will win!” (October 12, 2019).


This political line and action, Georges Abdallah has always claimed, defended, without ever disavowing himself. And while justice has already authorized his release twice (in 2003 and then in 2013), this is the main reason for the French state’s relentlessness in refusing to release this resistance fighter – he who, according to the DST, already in 2007, would represent “a threat to the security” of France and whose “anti-imperialist and anti-Israeli convictions have remained intact.”


In the face of this political obstruction by the French state, after 38 years of detention and even though he has been eligible for release since 1999, Georges Abdallah continues tirelessly to fight his political battle while at the same time the mobilization for his release grows year after year on the national level but also abroad. This support built step by step is carried out “in the diversity of expressions” on all fronts by expressing our full solidarity with our comrade wherever we are and inscribes his liberation “in the global dynamics of the ongoing struggles”.

This mobilization has its unitary rendez-vous to coordinate the struggle and intensify the balance of power: the next one is the “international month of actions for the liberation of Georges Abdallah” where during one month, from September 22 to October 22, 2022, we call on all progressive and revolutionary solidarity forces in France and internationally to engage in actions against “the policy of annihilation of which the revolutionary protagonists are the object” and in this case Georges Abdallah. Wherever we are, during this month, let us not leave a political space vacant without the demand for the release of our comrade being imposed on the agenda; wherever we are, during this month, let us make heard before all the representatives of the French state (embassies, consulates, ministries, prefectures, departmental, regional, national and senatorial assemblies) the imperative need to have the Minister of the Interior sign the deportation decree conditioning the release of Georges Abdallah! Wherever we are, during this month, let’s not leave a free public space where the situation of our comrade and our demand to see him released are not shown.
Let a thousand solidarity initiatives flourish, from September 22 to October 22, 2022, to put pressure on the French state and demand the release of Georges Abdallah ! May a thousand initiatives flourish during this month so that what he said in his last statement on June 18 on the occasion of the celebration of the International Day of the Revolutionary Prisoner is heard and realized: “perhaps it is time that this day is intended to challenge and encourage the living forces of the revolution and its fighting vanguards, so that they implement all the measures necessary for the practical expression of the firm determination to snatch our comrades from the clutches of their criminal jailers!”

The climax of this mobilization will be in Lannemezan the demonstration of October 22, 2022 from 2:00 pm, so that we are always more numerous to “a few meters of these abominable walls” to make resound, beyond the barbed wire and the watchtowers, the echo of our slogans and to make hear to our comrade and to his jailers our determination not to give up anything until his release.


ABDALLAH, ABDALLAH, YOUR COMRADES ARE HERE !


GEORGES ABDALLAH IS PART OF OUR STRUGGLE, WE ARE PART OF HIS FIGHT !


PALESTINE WILL LIVE ! PALESTINE WILL WIN !


FREEDOM FOR GEORGE ABDALLAH l

Paris, September 7, 2022


Unitary campaign for the release of Georges Abdallah


campagne.unitaire.gabdallah@gmail.com
Facebook : pour la libération de Georges Abdallah

 

First signatories : Unitary Campaign for the release of Georges Abdallah – Collective for the release of Georges Ibrahim Abdallah (C.L.G.I.A) – Internationalist Revolutionary Collective for the release of revolutionary prisoners (CRI Rouge) – the Committee of actions and support to the struggles of the Moroccan people – Committee of popular defense of Tunisia – Car t’y es Libre (Istres) – Poitiers Palestine – Association Nationale des Communistes (ANC) – Union juive française pour la Paix (U.J.F.P) – AFPS 63 – Collectif 74 pour la libération de Georges Abdallah (Clga74) – Front Uni des Immigrations et des Quartiers Populaires (FUIQP) – L’Union Syndicale Solidaires 31 – Le Comité Action Palestine – Couserans Palestine – International Solidarity Movement – France (ISM-France) – Nouvelle Epoque – Ligue de la Jeunesse Révolutionnaire – Jeunes révolutionnaires

Accese proteste in Iran dopo l’uccisione in carcere di Mahsa Amini. 8 morti, centinaia di feriti e decine di arresti tra i manifestanti

Otto persone sono state uccise dalle forze di sicurezza nella regione curda dell’Iran durante le proteste per la morte di Mahsa Amini, la 22enne arrestata dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo e deceduta per i maltrattamenti. Le vittime, secondo il gruppo curdo per i diritti umani Hengaw, con sede in Norvegia, sarebbero state uccise con colpi di arma da fuoco in Kurdistan (regione di origine di Mahsa), dove la polizia ha sparato contro uomini, donne e bambini scesi nelle strade. Una sesta vittima è un agente. Di fronte alle proteste, il ministro delle Comunicazioni di Teheran, Issa Zarepour, ha detto che l’accesso a Internet in Iran potrebbe essere interrotto “a causa di questioni di sicurezza” e dei “dibattiti che si stanno tenendo attualmente nel Paese”.

Dopo cinque giorni di proteste, anche se l’entità delle violenze e il numero degli arresti sono difficili da valutare, sui social media sono stati pubblicati video di pestaggi e scontri, compresi filmati in cui si sentono colpi di armi da fuoco. Alcune immagini mostrano una bambina di 10 anni ferita e insanguinata nella città di Bukan: un video è diventato virale sui social. Sulla vicenda è intervenuta l’Onu che ha denunciato la “violenta repressione” alle manifestazioni. L’Alto Commissario Nada Al-Nashif, ha espresso preoccupazione per la morte di Mahsa: “La tragica morte della giovane e le accuse di tortura e maltrattamenti devono essere indagate in modo rapido, imparziale ed efficace da un’autorità indipendente, assicurando che la sua famiglia abbia accesso alla giustizia”. Secondo la portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissario Onu, in diverse città del Paese, compresa Teheran, la polizia ha “sparato munizioni vere” e usato gas lacrimogeni.

 

Mahsa Amini aveva 22 anni e in realtà si chiamava Jina.

Arrestata dalla polizia per un velo portato in maniera “scorretta” – o qualcosa del genere – mentre si trovava nell’auto del fratello da cui si era recata in visita, è morta all’ospedale di Kasra (dove era giunta già in stato di morte cerebrale) a Teheran.

Mentre le autorità iraniane si giustificano parlando di  improbabili “preesistenti problemi di salute” (evocando prima una presunta epilessia, poi problemi cardiovascolari), dalle lastre e altri esami al cranio della giovane curda emerge la conferma di quanto già si sospettava: Jina è morta a causa delle torture, delle percosse subite subito dopo l’arresto. In particolare quella che sembra una tomografia assiale computerizzata ha evidenziato fratture ossee, una emorragia e un edema cerebrale.

Una fonte ospedaliera ha parlato di “tessuto cerebrale schiacciato, danneggiato da numerosi colpi”. Inoltre i polmoni erano “ pieni di sangue e non poteva più essere rianimata”.

In alcune delle foto di lei sul letto dell’ospedale si vede chiaramente che le orecchie sanguinano e questo sarebbe un segno inequivocabile che il coma era la conseguenza di un trauma cranico.

Indignate manifestazioni di protesta si sono svolte ovunque in Iran, ma soprattutto nel Rojhilat (Kurdistan sotto amministrazione iraniana) dove scuole e negozi sono rimasti chiusi per lo sciopero generale.

Come ho detto in realtà si chiamava Jina (o anche Zhina) che significa “donna” (Jin) in curdo. Ma al momento di registrarla all’anagrafe il funzionario del regime, come in tanti altri casi, si era rifiutato e aveva imposto la sostituzione del nome curdo con quello di Masha. Un evidente caso di colonialismo culturale che costringe milioni di curdi espropriati del loro stesso nome e costretti a portarne altri turchizzati (in Bakur), arabizzati o persianizzati (in Rojhilat).

Intanto il bilancio dei primi giorni di manifestazioni di protesta si fa sempre più pesante. Sono almeno quattro i curdi uccisi dalla polizia (quelli finora accertati), un centinaio i feriti e decine quelli arrestati.

In particolare a Saqqez, città natale di Jina Amini, i manifestanti hanno abbattuto molti simboli del regime.

Il 19 settembre l’ONG Hengaw ha fornito alcuni dati (provvisori) sul numero delle vittime della repressione:

A Saqqez 2 morti e 17 feriti; a Divandare 2 morti e 15 feriti; a Mahabad13 feriti; a Bukan7 feriti; a Kamiyaran 4 feriti; a Ghorveh 4 feriti; a Bijar 7 feriti; a Baneh 4 feriti; a Tekab 4 feriti…

Gianni Sartori

Caso Hasib, “decapitato” il Commissariato di Primavalle

L’inchiesta sulla violenta perquisizione degli agenti nella casa di Hasib il disabile poi precipitato dal balcone. Saltano i vertici del commissariato Primavalle

di Maria D’Amico – corrispondente, a Roma, di Radio Popolare

Ufficialmente avrebbe dovuto essere un intervento finalizzato alla identificazione degli inquilini. Invece è stato un blitz non autorizzato, violento, eseguito da agenti in borghese senza nessuna autorizzazione.

Ecco cosa è successo all’interno dell’appartamento della famiglia Omerovic dove Hasib, 36 anni, disabile e sordomuto, lo scorso 25 luglio, è volato da una finestra durante una perquisizione da parte di quattro poliziotti senza divisa e senza mandato di perquisizione.

“A forzare la mano – così come dicono gli inquirenti – in particolare uno dei poliziotti componenti del gruppo, trasferito dalla squadra Mobile al Commissariato di Primavalle. La sua posizione e quella dei suoi colleghi sono al centro delle indagini da parte della Procura che indaga per tentato omicidio e falso, anche in considerazione del fatto che l’intervento era stato derubricato dagli agenti che lo hanno eseguito come un “tentativo di suicidio” .

Al commissariato di Primavalle è arrivato in tutta corsa un nuovo dirigente trasferito da Viterbo. Il del commissariato al momento dei fatti e la sua vice sono stati sollevati dall’incarico. Conferma – anche se la questura non lo ammette ufficialmente – che la sostituzione sia legata all’indagine della procura, che qualcosa non abbia funzionato nella catena di comando.

Chi ha dato l’ordine della perquisizione? Chi avrebbe dovuto controllarne l’esito? In partenza, dunque, l’attuale dirigente Andrea Sarbari e la vice dirigente Laura Buia, mentre arriva dalla questura di Viterbo Roberto Riccardi. Appare chiaro, anche se la Questura non conferma, che la sostituzione sia legata all’indagine coordinata dalla procura di Roma sulla vicenda di Hasib Omerovic.  In base a quanto si apprende la misura organizzativa si sarebbe resa necessaria per consentire una riorganizzazione delle attività del Distretto, anche «al fine di ristabilire un clima adeguato al suo interno».

La drammatica testimonianza di quanto di quanto accaduto all’interno dell’appartamento è tutta nelle parole semplici della sorella di Habib, una ragazza, disabile anche lei, presente al momento dell’arrivo della squadra.

Quel pomeriggio – ha testimoniato la ragazza – hanno suonato alla porta, quando ho aperto hanno chiesto i documenti, hanno cominciato a picchiare Hasib, che si è impaurito, è sordomuto, disabile è fuggito nella sua stanza, lì lo hanno inseguito, picchiato brutalmente fino a quando lo hanno gettato giù dalla finestra».  A supportare questo racconto le prove prove rilevate dagli inquirenti: la porta sfondata nella stanza di Hasib, le lenzuola sporche di sangue, il bastone che sarebbe stato usato per picchiarlo. Tutti oggetti sequestrati dagli inquirenti.

Riassumendo: le posizioni di otto persone sono al vaglio della procura, le indagini dovranno accertare se Omerovic sia caduto dalla finestra o sia stato lanciato durante la violenta perquisizione. Un vertice tra inquirenti e investigatori ha visto la partecipazione, la scorsa settimana, del procuratore Francesco Lo Voi, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, il pubblico ministero Stefano Luciani e il capo della squadra mobile di Roma, Francesco Rattà. Tra le otto posizioni al vaglio della procura, ci sarebbero tre agenti e una funzionaria, responsabili dell’accesso nella casa di Omerovic in via Gerolamo Aleandri. Non è chiaro se risultino già indagati formalmente per il reato di tentato omicidio e altri reati, come il falso, contestabili in quanto esponenti delle forze Continue reading

Riccardo Germani, ADL Cobas, condannato dalla cassazione a 8 mesi per essersi difeso da un’aggressione fascista, ora è indagato anche per un picchetto. Solidarietà dal soccorso rosso proletario

Da Radio onda d’urto

La Corte di Cassazione ha condannato a 8 mesi il compagno Riccardo Germani. I fatti riguardano l’irruzione squadrista messa in campo dai militanti di Casapound, avvenuta nel 2018 a Palazzo Marino, in occasione di una discussione consigliare sul diritto alla cittadinanza.

Ad aggravare la sua posizione gli è stata notificata anche un’altra apertura di indagini per “manifestazione non autorizzata” legate ad alcune vertenza sindacali.

La ricostruzione di quanto successo quattro anni fa e il commento sulla condanna da parte di Riccardo.

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Manganellate e un fermo al comizio di Giorgia Meloni a Palermo. Massima solidarietà ai manifestanti!

Una cinquantina di manifestanti sono stati bloccati dagli agenti in tenuta anti sommossa in via Ruggero Settimo mentre cercavano di raggiungere il Politeama, luogo in cui si è svolto il comizio della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. I contestatori hanno tentato di superare il blocco da via Marianno Stabile e dalla contestazioni verbali si è passati allo scontro: una ventina di persone sono state caricate dagli agenti e un ragazzo è stato portato via da una volante della polizia. Lo stesso è stato poi rilasciato e, come riferisce il suo avvocato Giorgio Bisagna, “gli è stato notificato verbale di sequestro di una… bottiglietta”.

In una lunga lettera un gruppo di manifestanti, che si firma come “Le contestatrici e i contestatori di Giorgia”, ha fornito la propria versione dei fatti  raccontando del perché si trovasse lì:

“Ci siamo ritrovati in piazza, soltanto a seguito di catene spontanee di messaggi, con cartelli vari in difesa del welfare, del diritto al reddito, di quello all’aborto e contro ogni discriminazione di genere”. Poi aggiungono: “A Giorgia Meloni e tutti i possibili candidati mandiamo un saluto ricordando che, come i passati governi hanno fatto e continuano a fare, se verranno messe in campo politiche rivolte contro chi soffre, i disoccupati, i percettori di reddito, i poveri, le donne, gli studenti, gli ultimi, verrano  sempre contestati nelle nostre piazze e nella nostra Palermo. Ieri è stato solo un avvertimento, un esempio di come chi vive i nostri territori è pronto a difenderli e contestare chiunque continui a condurre politiche scellerate verso gli ultimi. I territori sono di chi li vive, chi li abita, chi da sempre è costretto a sopportare e contrastare le politiche che dall’alto verso il basso costringono le nostre città e i suoi abitanti nella precarietà e incertezza. La piazza di ieri ha dimostrato come l’unica opposizione possibile si faccia nelle piazze, un opposizione sociale dei nostri territori. Alle forze dell’ordine rivolgiamo invece un semplice e banale pensiero: se era la paura che volevate creare, beh, dovrete ritentare”.

Soccorso rosso proletario si unisce e sottoscrive il comunicato di solidarietà dello Slai Cobas sc di Palermo:

Esprimiamo la massima solidarietà a tutti coloro che hanno contestato oggi il comizio che la fascista Meloni stava facendo al Politeama a Palermo e che sono stati prima bloccati e poi caricati a freddo dalla polizia. Il manifestante portato in questura deve essere liberato subito!

La repressione poliziesca si abbatte ancora una volta su chi esprime tutto il proprio giusto e più che legittimo ribrezzo nei confronti della politica borghese rappresentata in questo caso dalla nera esponente di FdI, razzista contro i migranti, contro proletari e masse popolari attaccando per esempio il reddito di cittadinanza mentre è a favore dei miliardi da regalare ai padroni a fondo perduto, che attacca i diritti delle donne conquistati con la lotta a cominciare dal diritto all’aborto; un partito quello della Meloni che è una vera associazione a delinquere ramificata nel paese, sostenitrice della guerra imperialista, dell’invio armi in Ucraina al servizio degli interessi dei padroni e dell’imperialismo, principalmente Usa.

Anche questi fatti dimostrano che lavoratori, operai, proletari, donne, giovani, migranti devono attrezzarsi e organizzarsi per rispondere con la necessaria lotta contro repressione e contro ogni attacco antioperaio, antiproletario, razzista, sessista dentro la tendenza della borghesia  al moderno fascismo che avanza.

Slai cobas per il sindacato di classe Palermo/Sicilia

Buona e più grande del previsto la partecipazione all’assemblea proletaria anticapitalista di Roma del 17 settembre

Di seguito il Report comune:

L’Assemblea proletaria anticapitalista di Roma ha avuto una buona riuscita. Presenti complessivamente più di 70, in grande maggioranza espressioni di realtà di lotta sindacale, sociale e di organizzazioni politiche anticapitaliste, e provenienti da diverse città, Taranto, Roma, Viterbo, Napoli, Palermo, Viareggio, Bergamo, Milano, l’Aquila, Torino, Ravenna, ecc.

Il luogo in cui si è tenuta, Metropoliz – Museo dell’altro e dell’altrove, è stato un valore aggiunto, e il suo significato, la sua vitalità è stata ben illustrata dagli interventi di presentazione iniziali.

Un risultato che è andato al di là delle previsioni, e che avrebbe richiesto un’intera giornata per permettere l’intervento di tutti, dibattito e conclusioni unitarie.

Ciononostante, tutta l’assemblea si è svolta in un clima di lotta, unità, domanda e condivisione di iniziative e scadenze, analisi e anche proposte sul fronte teorico della formazione operaia.

L’assemblea è stata la manifestazione della realtà necessaria di unire e collegare le lotte, costruire un patto d’azione politico e sociale, avanzare sul fronte unico di classe.

Grande peso hanno avuto nell’assemblea non solo gli interventi delle realtà di fabbrica e del territorio, ma anche la discussione sulla guerra, sulla repressione e più in generale la lotta contro lo Stato del capitale, in una prospettiva rivoluzionaria.

Sia pure in forme differenziate per le realtà di lotta diverse e per la pluralità di riferimenti politici presenti, l’assemblea ha cercato la strada della socializzazione delle lotte, della riflessione sugli aspetti più significativi di esse, del sostegno reciproco e del superamento di limiti di organizzazioni e riferimenti sindacali, soprattutto quando essi sono spesso di autoproclamazione e autoreferenzialità e di visione ristretta delle dinamiche delle lotte sindacali stesse.

L’assemblea ha affermato chiaro che l’unità da costruire è una unità di lotta e un contributo di contenuti e partecipazione da immettere e relazionare con tutte le realtà del sindacalismo di classe e combattivo, dei movimenti sociali e territoriali, del fronte di opposizione politica, antifascista, antimperialista, naturalmente contro il nuovo governo che scaturirà dalle elezioni.

L’assemblea ha cercato negli interventi delle varie realtà di lotta di cogliere in ciascuna di esse l’elemento generale, nello sforzo di trasformare ogni lotta particolare in lotta generale, da sviluppare e scagliare contro padroni, governo, Stato e Istituzioni locali.

Centrali nell’assemblea sono stati gli interventi operai, dalla Tenaris Dalmine alla Tessitura di Mottola, alla Gkn – intervenuta in collegamento telefonico; gli interventi sullo stato attuale della lotta dei migranti dei campi rappresentata nella denuncia e nelle iniziative sviluppate attualmente da Campagne in lotta; le voci dirette di un gruppo di operai indiani di Bergamo sulla realtà dello super sfruttamento dei lavoratori immigrati da parte di cooperative, appalti, e la loro determinazione di lotta. Quindi interventi sul fronte della sanità impegnati in uno scontro quotidiano e nel lavoro per un coordinamento nazionale; poi interventi sulla pesante ristrutturazione in corso nelle Poste, sulla lunga esemplare battaglia dei lavoratori e delle lavoratrici precarie delle cooperative sociali di Palermo, ecc; realtà da comprendere, sostenere e allargare.

Chiaramente è entrata di peso nell’assemblea la questione dei morti sul lavoro, della salute e sicurezza a partire dal saluto emozionato e impegnato contro l’ennesima morte/assassinio di uno studente in formazione-lavoro. Sono seguiti interventi sulla grande battaglia in corso contro le stragi impunite, come quella di Viareggio, e altri interventi che non si sono potuti fare per ragioni di tempo nell’assemblea, di Vito Totire (scritto), della Rete per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro e territorio e del ricercatore Chiodo su pandemia e sanità

Un peso importante emotivo hanno avuto gli interventi contro la repressione, con un richiamo alla necessità, anche storica, di assumere questa lotta non come mera denuncia, vittimismo o solo, pur indispensabile, azione sul fronte legale dei processi, ma per comprendere anche il salto che lo stato attuale della repressione domanda, con i riferimenti storici aggiornati alle grandi esperienze del ‘68, autunno caldo, anni ‘70.

Forte è stata la denuncia e in certi casi l’analisi della guerra interimperialista in corso e della sua dinamica, dell’economia di guerra che ne consegue scaricata sui proletari e masse popolari, e sulle iniziative necessarie di parte proletaria: lotta per più salario meno orario, salario garantito ai disoccupati, non pagare le bollette, opposizione alle Basi militari,- con intervento inviato e condiviso del Movimento NO MUOS – lotta contro il proprio governo imperialista, unità internazionalista con tutti i proletari e i popoli in lotta nel mondo.

Tutta l’assemblea ha sostenuto l’indispensabile unità tra lotta economica e lotta politica e il rifiuto di ogni fiducia al sindacalismo confederale, ai partiti parlamentari e alla via elettorale.

Interessante è stato lo sforzo di alcuni intellettuali marxisti di introdurre elementi della formazione teorica dei proletari nell’analisi del modo di produzione capitalista, base e fondamento per affrontare tutte le questioni della società, dal lavoro all’ambiente, al carovita, ai tagli della spesa pubblica, alla questione delle lotte delle donne.

Su quest’ultimo tema l’assemblea ha avuto una forte impronta con gli interventi delle compagne, che sono state la maggioranza, che hanno portato la marcia in più delle lotte delle donne lavoratrici, ultima la Beretta di Trezzo, l’esperienza agente di unità/collegamento dell’Assemblea nazionale donne/lavoratrici, e soprattutto la doppia lettura femminista e proletaria su tutti i terreni, dal lavoro all’aborto, contro ogni generica questione di genere e contro ogni forma di concessione al femminismo istituzionale e piccolo borghese; dichiarando già da ora “guerra” ad un possibile governo diretto da una donna fascista, la Meloni

Tanta carne a cuocere in questa assemblea, dentro una visione combattiva ed ottimista (tranne un solo intervento) che dimostra che il cammino dell’unità delle lotte e del fronte unico di classe è necessario e ha ripreso la sua marcia.

L’assemblea non ha avuto una conclusione e un piano di lavoro comune, per i tempi ma soprattutto per la necessità di approfondire le questioni e trovare i punti di convergenza praticabili come Assemblea proletaria anticapitalista e come parte del movimento proletario e popolare generale in questo autunno, anche nell’orizzonte dello sciopero generale che viene proposto per dicembre; affermando però che la questione principale ora è accendere e alimentare i tanti “fuochi” possibili e necessari di lotta proletaria, estenderli e collegarli, “scagliare” ogni singola lotta, vertenza nella battaglia generale contro il governo.

Sono disponibili le registrazioni di tutti gli interventi, saranno pubblicate le trascrizioni di alcuni di essi, come di altri che non sono potuti intervenire ma hanno inviato loro testi all’assemblea.

Assemblea proletaria anticapitalista

17-9-2022