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10/04/2026
Nel 2025 le denunce contro chi manifesta aumentano del 58% senza un corrispondente aumento della violenza: il segno di uno spostamento dalla repressione dei reati alla gestione preventiva del dissenso.
Quando si parla di sicurezza in Italia, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sull’andamento generale dei reati. È un riflesso automatico: numeri complessivi, classifiche, città più o meno “pericolose”. Eppure, proprio dentro i dati ufficiali, esiste un altro indicatore molto meno discusso, ma forse ancora più rivelatore: quello che riguarda le manifestazioni e chi vi partecipa.
Il bilancio 2025 della Polizia di Stato, pubblicato il 10 aprile 2026, segnala un aumento netto e difficilmente ignorabile: le denunce contro attivisti, attiviste e partecipanti alle manifestazioni sono passate da 2.051 nel 2024 a 3.243 nel 2025. Un incremento del 58,12% in un solo anno. Un dato che, preso da solo, potrebbe suggerire un aumento della conflittualità sociale o una maggiore diffusione della violenza nelle piazze.
Ma è proprio qui che i numeri smettono di essere lineari e iniziano a raccontare un’altra storia.
Se si guarda al numero complessivo delle manifestazioni, non si registra alcuna crescita significativa, anzi. Nel 2025 si sono svolte 11.250 manifestazioni, contro le 12.302 del 2024. Anche gli episodi di “turbativa dell’ordine pubblico” restano una minoranza: 390 casi nel 2025, pari al 3,4% del totale, contro i 302 del 2024, cioè il 2,4%. In altre parole, oltre il 96% delle manifestazioni continua a svolgersi senza particolari criticità.
Il quadro che emerge è quindi paradossale solo in apparenza: le piazze non sono più conflittuali di prima, ma le denunce aumentano in modo esponenziale. Non c’è proporzione tra i due fenomeni. E questo scarto è il punto centrale.
Perché se non è la violenza a crescere, allora bisogna chiedersi cos’è che sta cambiando davvero. La risposta sta nel modo in cui il conflitto sociale viene gestito.
Negli ultimi anni, e in particolare con i decreti sicurezza più recenti, si è assistito a un progressivo spostamento di paradigma. Il sistema non si limita più a intervenire dopo che un reato è stato commesso. Sempre più spesso interviene prima, o comunque abbassa la soglia che separa ciò che è lecito da ciò che diventa perseguibile.
Un esempio evidente è la trasformazione del blocco stradale in reato penale. Si tratta di una pratica storicamente legata alla protesta sociale, utilizzata in contesti molto diversi — dai movimenti ambientalisti alle mobilitazioni studentesche — che oggi entra più facilmente nella sfera penale. A questo si aggiunge l’estensione della flagranza differita, che consente di denunciare una persona anche giorni dopo una manifestazione, sulla base di immagini o video, e l’introduzione di strumenti come il fermo preventivo fino a 12 ore.
Ma il cambiamento più profondo avviene forse fuori dal codice penale, in quell’area meno visibile delle misure amministrative. Il Daspo urbano, il foglio di via, l’avviso orale sono strumenti che non richiedono una condanna, ma una valutazione di “pericolosità” da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Possono limitare concretamente la libertà di movimento, impedire la partecipazione a manifestazioni, escludere una persona da determinati spazi urbani.
In questo quadro, il numero delle denunce racconta solo una parte del fenomeno. Le 3.243 persone denunciate nel 2025 sono la superficie di un sistema molto più ampio, che include sanzioni amministrative, multe, restrizioni e provvedimenti preventivi che spesso non vengono nemmeno contabilizzati in modo sistematico.
Le mobilitazioni degli ultimi mesi per la Palestina offrono un esempio concreto di questo meccanismo. In diverse città italiane, da Bologna a Genova, da Cagliari ad altri contesti, si sono registrati centinaia di denunciati legati a proteste, spesso per blocchi stradali o iniziative simboliche. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di pratiche non violente: cortei, presidi, azioni dimostrative. Eppure, nel nuovo quadro normativo, queste forme di protesta vengono sempre più frequentemente tradotte in reati o colpite da sanzioni.
Non si tratta di un’anomalia, ma di un effetto coerente del sistema che si è costruito negli ultimi anni. Un sistema in cui la risposta al conflitto non passa più soltanto dal processo penale, ma si articola attraverso una molteplicità di strumenti preventivi, più rapidi e meno garantiti.
A questo punto, la questione si sposta inevitabilmente dal terreno della sicurezza a quello della democrazia. Perché se le piazze restano in larga parte pacifiche, ma cresce in modo significativo il numero delle persone colpite da denunce e provvedimenti, allora il problema non è l’aumento della violenza, ma il modo in cui il dissenso viene governato.
I dati del 2025 non raccontano un paese più pericoloso. Raccontano piuttosto un paese in cui cambia la relazione tra Stato e conflitto sociale. Un paese in cui, a fronte di una sostanziale stabilità delle manifestazioni e dei livelli di tensione, si espandono gli strumenti repressivi a disposizione delle autorità.
E in cui la linea che separa la tutela della sicurezza dalla limitazione dei diritti diventa sempre più sottile.
Ahmad Salem è stato condannato a 4 anni di reclusione a fronte di una richiesta di 3 anni e 6 mesi avanzata dal pubblico ministero. Una sentenza intollerabile, profondamente razzista e islamofobica, contro la quale è ancora più necessario e urgente tornare a mobilitarsi contro questo governo fasciosionista alleato dei peggiori regimi nazisti, guerrafondai e genocidiari, Israele in primis.
La stessa udienza di oggi al tribunale di Campobasso, si è svolta in un clima intimidatorio da stato di polizia, con la Questura che ha convocato un tavolo tecnico per la “sicurezza” disponendo la chiusura di tutte le strade del centro cittadino per creare un clima artificiale di tensione e paura e criminalizzare la solidarietà verso il popolo palestinese.
Ahmad Salem, giovane palestinese di 24 anni cresciuto nel campo profughi di al-Baddawi in Libano, è detenuto da quasi un anno nel carcere di Rossano Calabro, in regime di alta sicurezza. Era arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale e si è presentato a Campobasso per richiedere asilo politico. Durante la sua audizione davanti alla Commissione territoriale, il suo telefono è stato sequestrato e analizzato: da lì è nato un impianto accusatorio fondato sugli articoli 414 (istigazione a delinquere) e 270 quinquies del codice penale.
«Un impianto fragile, costruito su poche frasi decontestualizzate estratte da un video di otto minuti, – fanno sapere dal movimento – in cui Ahmad invitava alla mobilitazione contro il genocidio in corso a Gaza, denunciava il silenzio del mondo arabo e chiamava alla partecipazione popolare. Quelle parole, che rientrano pienamente nel diritto di espressione politica e di solidarietà internazionale, sono state trasformate dalla Digos di Campobasso in “propaganda jihadista”. Ancora più grave è la contestazione relativa ai presunti “materiali istruttivi”: semplici video degli attacchi della resistenza palestinese, diffusi pubblicamente negli ultimi anni anche da testate italiane, tra cui la Rai. Nessuna indicazione tecnica, nessun contenuto addestrativo. Eppure, questo è bastato per sostenere un’accusa di “autoaddestramento con finalità di terrorismo”.

