Nei giorni scorsi la requisitoria dei pg di Cassazione, che avevano parlato dell’«inutilizzabilità» delle prove dell’Intelligence israeliane confluite nel fascicolo di Genova.
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Dal presidio oggi a Roma
Un partecipato presidio si è svolto oggi a Roma per la libertà di Hannoun e di tutti i prigionieri per la Palestina. La sentenza della Cassazione è attesa in nottata o domattina

Press Release – Day of solidarity with The Palestinian detainees. Conference: (Justice for Palestinian Detainees) – infosolidaire
a cura soccorso rosso proletario
Press Release
Day of solidarity with The Palestinian detainees.
Conference: (Justice for Palestinian Detainees)
18.04.2026 from 14h00 to18h00
Église du Beguinage
1000 Bruxelles, Begijnhof, 7
Justice pour les prisonniers palestiniens
– Conférence avec des avocats et des ex-prisonniers
– Littérature des prisons avec 6 auteurs
– Exposition
– Atelier d’art
1st session 14h00-16h00
Conference : (Justice for Palestinian Detainees)
The situation of Palestinian detainees and the Israeli law of Death Penalty, crimes, impacts and waited reactions with lawyers, ex prisoners, NGO’s.
– Lawyer Abdel Majid Mrari EFD International – France
– Lawyer Jan Fermon – Belgium : Criminal law, international humanitarian law and human rights law. (IADL).
– Lawyer Hassan Abbadi – Palestine
– Lawyer Dominique Cochain – Association pour la justice au Moyen-Orient- France
– Lawyer Najet Hadriche – Tunis
– Lawyer Almutassem Al Kilani – France
2de session:16h00-18h00
Conference: (Literature of prisons)
Literature of prisons, 8 books, 6 authors to present their books about prisoners.
– Palestinian artist, writer Muhammad Sabaaneh
– Lawyer and Author Ali Abu Hlal
– Lawyer and Author Hassan Abbadi
– Writer Siham abu Awad
– Dr. Sanàa Zakarneh
– Sumud – Belgique
– Writer Agnechka Piwar – Poland
In parallel:
Exhibition of three Palestinian artists about Palestinian detainees.
– Mohammad Sabaaneh
– Zaid Ayaseh
– Ahmed Frassini
Creative corner: Artists , workshop.
Organisors:
Pal Club – Belgium
European Alliance to defence of Palestinian Detainees.
Dehoop asbl, Hanzala – Belgium, Lagrange Points, Health Care 4 Palestine, Ixelles 4 Palestine, La Clé de Sole, Sumud, Palestinian National Mouvement, Tayyar.be, Église du Beguinage
For further information, send an email to : April.18th@outlook.com
or call Ahmed Frassini 0495708756
Detenuti del carcere di Opera denunciano nuovi pestaggi e abusi con una lettera: “Qui è la prassi”
Nuove accuse di pestaggi nel carcere di Opera a Milano. Con una lettera indirizzata a Fanpage.it, una trentina di detenuti hanno denunciato presunte violenze, abusi e condizioni disumane dopo i fatti già emersi a dicembre.
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A cura di Giulia Ghirardi
L’inizio della lettera scritta dai detenuti del carcere di Opera, indirizzata a Fanpage.it
L’inizio della lettera scritta dai detenuti del carcere di Opera, indirizzata a Fanpage.it
A distanza di pochi mesi dalla presunta aggressione che si sarebbe verificata nel carcere di Opera la scorsa Vigilia di Natale, un nuovo episodio riaccenderebbe i riflettori su quello che i detenuti definiscono senza mezzi termini un “sistema malato e al collasso”.
continua su: https://www.fanpage.it/milano/detenuti-del-carcere-di-opera-denunciano-nuovi-pestaggi-e-abusi-con-una-lettera-qui-e-la-prassi/
https://www.fanpage.it/
Liberare Hannoun e tutti gli incriminati per la montatura giudiziaria imperialista/sionista
L’8 aprile scendiamo in piazza davanti alla Corte di Cassazione, nei giardini di Piazza Cavour, per gridare forte che non resteremo in silenzio.
In quel giorno si terrà il ricorso in Cassazione di Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly e Riyad Albustanji: quattro prigionieri palestinesi la cui vicenda parla di repressione, ingiustizia e criminalizzazione della solidarietà.
Essere presenti significa schierarsi.
Dalla parte di chi resiste.
Dalla parte del popolo palestinese.
Non accettiamo che la lotta per la libertà venga messa sotto accusa. Non accettiamo che chi sostiene la Palestina venga colpito. La nostra voce è parte di una lotta più grande: contro l’occupazione, contro l’oppressione, per la giustizia e l’autodeterminazione.
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La Procura generale della Suprema corte accoglie il ricorso contro la scarcerazione di uno degli indagati ma è in disaccordo con gli inquirenti genovesi sull’utilizzo degli atti provenienti dai servizi segreti di Tel Aviv . L’8 aprile la decisione
Non solo: la decisione del Tribunale del Riesame di Genova di escluderle “appare condivisibile”. Lo sostiene la Procura Generale della Corte di Cassazione, nella requisitoria in vista dell’udienza dell’8 aprile: quel giorno la Corte dovrà decidere sul ricorso della Procura di Genova contro due delle tre scarcerazioni decise dal Tribunale del Riesame, nei confronti di alcuni degli indagati arrestati a fine dicembre.
Pur escludendo gli atti israeliani i pg di Cassazione, nella memoria depositata in vista dell’udienza di mercoledì 8 aprile, ritengono che su Raed Al Sahalat, 48 anni, esponente della comunità islamica fiorentina, ci siano comunque gravi elementi indiziari e chiedono ai giudici di rinviare il provvedimento al Riesame. Gli avvocati degli indagati chiedono a loro volta alla Cassazione la scarcerazione di chi è ancora detenuto.
Il punto dell’inchiesta
A febbraio i pm Luca Monteverde e Marco Zocco si sono infatti opposti alla scarcerazione di Khalil Abu Deiah, 62enne residente a Milano e custode dell’associazione La Cupola D’Oro e contro quella di Raed Al Sahalat.
I documenti israeliani sono stati utilizzati nella maxi inchiesta genovese per provare che le numerose associazioni destinatarie dei soldi inviati dall’Italia dall’Abspp di Mohammad Hannoun erano in realtà collegate ad Hamas. Il Tribunale del Riesame di Genova ha escluso l’utilizzabilità dei file in quanto anonimi per due ragioni: anzitutto perché trasmessi da fonte anonima dell’intelligence israeliana, un funzionario dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno di Israele) identificato solo con la sigla Avi; in secondo luogo perché i documenti, come scrive lo stesso Avi nelle ottanta pagine della nota di accompagnamento, sono stati sequestrati sul campo di battaglia. “Rinvenimento – aveva sottolineato il Riesame – non comprovato da nessun verbale di sequestro”.
Gli atti dell’intelligence
Anche per la procura generale della Cassazione, come scrivono i sostituti procuratori generali della Corte di Cassazione Lucia Odello e Paolo Sansonetti, quelle fonti sono “inutilizzabili” perché non riferite a un soggetto determinabile con “l’impossibilità di esaminare in contraddittorio l’autore della comunicazione”.
Dopo gli arresti di fine dicembre restano in carcere Mohammad Hannoun, considerato vertice della cellula italiana di Hamas e altri tre indagati (Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji). Il Riesame aveva disposto invece la scarcerazione di Raed El Salahat e Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa e Khalil Abu Deiah.
Proprio nel ricorso contro la scarcerazione di El Salahat (difeso dagli avvocati Samuele Zucchini ed Emanuele Tambuscio) dove per i giudici di secondo grado, tolti atti israeliani gli indizi erano insufficienti, i pm genovesi hanno chiesto di far rientrare le cosiddette “battlefield evidence”.
Per la Procura di Genova quelle prove raccolte sul campo di battaglia sarebbero utilizzabili anzitutto sulla base di una serie di accordi di cooperazione internazionale contro il terrorismo. ‘Avi’ non sarebbe anonimo, ma ‘anonimizzato’ e la sua identità può essere confermata. E poi perché ai avviso dei pm genovesi anche se quei documenti sequestrati dall’Idf durante la guerra a Gaza fossero stati acquisiti mediante tortura, quest’ultima deve essere provata per ogni specifico documento e non come “contesto” generale.
Da Milano contro la pena di morte per i partigiani palestinesi
Carceri sotto copertura: il decreto sicurezza legittima l’arbitrio dentro gli istituti penitenziari
Lega e Fratelli d’Italia spingono per infiltrazioni nelle carceri e ampliano l’impunità operativa degli agenti: il sistema penitenziario diventa spazio opaco di controllo e repressione
C’è un passaggio nel nuovo decreto sicurezza che segna un salto di qualità inquietante nella trasformazione dello Stato penale: l’ingresso ufficiale delle operazioni sotto copertura dentro le carceri. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una scelta politica precisa. Dopo aver già ampliato i poteri dei servizi segreti fino a consentire infiltrazioni – e persino direzioni – di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni estende ora la stessa logica all’universo penitenziario.
Il carcere non è più pensato come luogo di esecuzione della pena, né tantomeno come spazio – almeno formalmente – orientato alla rieducazione. Diventa un territorio operativo, un campo di intervento delle forze di polizia, un ambiente da penetrare, controllare, manipolare.
La modifica normativa è chiara. Intervenendo sulla disciplina delle operazioni sotto copertura (legge 146/2006), il decreto consente agli ufficiali di polizia giudiziaria – in particolare appartenenti alla polizia penitenziaria – di compiere una serie di condotte che, in condizioni ordinarie, costituirebbero reato. Possono acquistare droga, ricevere denaro illecito, occultare prove, facilitare transazioni, ostacolare l’individuazione di beni. Tutto questo, formalmente, per finalità investigative.
Ma il punto politico è un altro: queste pratiche vengono ora legittimate all’interno degli istituti di pena. Il carcere diventa così uno spazio di infiltrazione permanente, dove la distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa in nome dell’efficacia operativa. È un rovesciamento radicale.
In un contesto già segnato da sovraffollamento cronico, carenza di personale, tensioni strutturali e condizioni materiali spesso degradanti, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di produrre un effetto sistemico devastante. Non solo perché aumenta il livello di conflittualità, ma perché distrugge ulteriormente la fiducia minima necessaria alla convivenza interna.
Se ogni detenuto può essere una fonte, se ogni relazione può essere strumentalizzata, se ogni scambio può essere parte di un’operazione, il carcere smette di essere anche solo formalmente uno spazio regolato. Diventa un ambiente dominato dal sospetto generalizzato, dove la logica del controllo prevale su ogni altra funzione.
Non è un caso che realtà come Associazione Antigone abbiano denunciato apertamente questo passaggio. Il rischio, evidente, è quello di trasformare l’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione quotidiana non è più affidata a criteri trattamentali ma a logiche di ordine pubblico.
Questo intervento non è isolato. Si inserisce dentro una traiettoria coerente che caratterizza l’azione del governo negli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’estensione dei poteri di polizia, dall’introduzione dello “scudo penale” per gli agenti alla moltiplicazione dei reati e delle aggravanti, fino alla progressiva normalizzazione dello stato di eccezione.
Dentro questa logica, l’ampliamento delle operazioni sotto copertura non è un’eccezione, ma una conseguenza. Se il problema non è più la giustizia sociale ma il controllo dei corpi, allora ogni spazio – dalle strade alle scuole, dai CPR alle carceri – può essere trasformato in dispositivo di sorveglianza e intervento. La questione, allora, non è solo giuridica. È profondamente politica.
Questa norma non apre semplicemente alla possibilità di indagini più efficaci. Legittima un salto qualitativo: autorizza di fatto agenti dello Stato a compiere reati all’interno delle carceri, in un contesto già segnato da fortissime asimmetrie di potere e da una sistematica opacità.
In un sistema dove mancano controlli indipendenti, trasparenza, codici identificativi e strumenti di tutela effettiva per i detenuti, estendere le operazioni sotto copertura significa creare uno spazio in cui abuso e violenza diventano difficilmente distinguibili dall’attività investigativa. Il confine tra prova e provocazione, tra indagine e costruzione del reato, si assottiglia fino a scomparire.
Il risultato concreto è che pratiche già emerse in numerosi procedimenti – pestaggi, minacce, estorsioni, violenze – rischiano di trovare una copertura normativa indiretta. Se un agente può infiltrarsi, acquistare droga, occultare prove e interagire illegalmente con detenuti senza essere punibile, allora può anche spingersi oltre, dentro una zona grigia in cui la responsabilità diventa quasi impraticabile. Non si tratta più solo di repressione, ma di istituzionalizzazione dell’arbitrio.
Il carcere viene così definitivamente ridefinito: non come luogo di esecuzione della pena secondo principi costituzionali, ma come spazio operativo dove la sospensione delle garanzie è ammessa e regolata. Un ambiente in cui la violenza può essere esercitata e giustificata in nome dell’indagine.
Il carcere si configura sempre più come un dispositivo di controllo e coercizione, dove il potere si esercita senza trasparenza e con margini crescenti di impunità.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.


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