Le motivazioni confermano un processo politico, organizziamoci verso l’Appello per la piena assoluzione
A distanza di mesi dalla conclusione del processo di primo grado, celebrato dinanzi alla Corte d’Assise di L’Aquila e conclusosi a gennaio 2026 con la pronuncia della sentenza nei confronti di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, sono state finalmente depositate le motivazioni. Dopo un primo termine di 90 giorni e una proroga di tre mesi, è stato necessario attendere fino a luglio per leggere ciò che era già emerso chiaramente nel corso del dibattimento: l’inconsistenza dell’impianto accusatorio. Le motivazioni confermano come l’intera indagine sia stata costruita su teoremi forzati, evidenziando uno scarto netto tra la “gravità” delle contestazioni iniziali e la realtà dei fatti emersa in aula.
A fronte di una spropositata richiesta di 12 anni avanzata dalla Procura, la Corte ha condannato Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi, concedendogli le attenuanti generiche e applicando il minimo della pena previsto per l’articolo 270-bis. Un ridimensionamento drastico che tuttavia non cancella una condanna del tutto politica. Ad Anan viene contestata la partecipazione alle Brigate al-Aqsa, nonostante nel dibattimento sia emerso il suo sostegno a una formazione differente, la Brigata Tulkarem, attiva nel nord della Cisgiordania occupata. Anche sulla “finalità terroristica” dell’associazione appare ben poco lineare la motivazione espressa dalla Corte d’Assise di L’Aquila.
Il diritto internazionale e umanitario – Convenzioni di Ginevra, Risoluzione ONU 37/43, la stessa Carta dell’ONU – riconosce la legittimità della resistenza, anche armata, contro un’occupazione militare straniera, con l’unico limite della tutela dei civili (Convenzione di New York 1999). Nel processo non è emersa alcuna prova di azioni contro civili da parte della Brigata Tulkarem, le cui azioni sono rivolte esclusivamente contro l’occupazione.
La Procura ha tentato di contestare ad Anan la pianificazione di un attacco alla base militare israeliana di Avnei Hefetz, nei pressi di Tulkarem, speculando sull’omonimia con l’insediamento dei coloni tra l’altro difficilmente considerabili, a nostro avviso, come “terzi estranei al conflitto”, dato che la cronaca degli ultimi giorni mostra come siano ausiliari organizzati in gruppi paramilitari armati dell’esercito israeliano. Resta però un dato inconfutabile: l’attentato non è mai avvenuto.
Per Ali Irar e Mansour Doghmosh le motivazioni confermano quanto sostenuto da sempre: la loro unica colpa è stata quella di essere palestinesi. Il loro coinvolgimento è servito unicamente a dare “spessore” all’inchiesta. La sentenza ha completamente smontato l’ipotesi di ruoli “apicali” o direttivi, riducendo il tutto a un semplice rapporto di amicizia con Anan. Nel frattempo, però, la loro vita è stata stravolta da mesi di carcere in alta sicurezza, dalla revoca dei permessi di soggiorno e dalla perdita del lavoro: un prezzo umano devastante pagato per la sola colpa di essere stati amici e coinquilini di Anan.
In conclusione, questo processo dimostra nuovamente l’uso politico dell’antiterrorismo per criminalizzare chiunque sostenga la resistenza di un popolo sotto occupazione, contro il quale viene perpetrato un genocidio in mondovisione. Nel frattempo, l’Italia continua a fornire mezzi, armamenti e appoggio all’occupazione israeliana anche nel pieno del genocidio, arrivando a ospitare le gite e vacanze di “decompressione” dei militari israeliani che si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità.
Per tutte queste ragioni questa battaglia non si ferma qui: la sentenza verrà impugnata in Appello per chiedere la piena assoluzione. Non accettiamo che il sostegno alla resistenza di un popolo venga criminalizzato. Continueremo a mobilitarci dentro e fuori le aule di tribunale al fianco di Anan e di tutti gli altri detenuti politici palestinesi nelle carceri italiane.
Comitato Free Anan