Mohamed Amin Bassioud, suicidato dallo Stato a Cosenza

“Mio figlio depresso, lo tormentavano”.

Il ragazzo di 25 anni si trovava ai domiciliari. Si è lanciato dal terzo piano durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed Amin Bassioud e’morto così, a Cosenza.

25enne di nazionalità italiana e di origini tunisine. Era agli arresti domiciliari e da tempo soffriva di un grave disagio psichico. Nel marzo scorso, era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria dopo aver commesso atti di autolesionismo. Straziante il lamento della madre che ci accoglie e con dignità racconta l’accaduto: “Erano le due e un quarto – spiega la donna al manifesto – e sono rientrata dal lavoro, aspettavo un operaio che doveva ripararmi una finestra. Hanno suonato alla porta, ho aperto e c’erano due carabinieri. Non mi sono meravigliata, perché è accaduto altre volte che venissero a controllarlo”.
Il ragazzo “era molto depresso per la morte del padre e per il fatto di essere agli arresti. Loro lo hanno infilato in una stanza e hanno chiuso la porta. Ho chiesto di farmi entrare, ma me lo hanno impedito. Faceva caldo, hanno alzato la persiana, da fuori ho visto mio figlio che si lanciava sotto, non ho fatto in tempo a fermarlo”.
È ancora sul balcone la sedia che il ragazzo ha usato per scavalcare la ringhiera e buttarsi nel vuoto. Un macabro silenzio avvolge il popoloso quartiere di via Mille, nel centro di Cosenza. Dalle palazzine circostanti arrivano i vicini di casa. “Qui sono venuti altre volte i carabinieri – spiega la signora Bassioud – e lo picchiavano, cioè lo trascinavano sul pavimento. C’era in particolare un carabiniere che lo perseguitava. Oggi pomeriggio, dopo che si è lanciato dal balcone, mi sono precipitata giù e mi hanno persino impedito di abbracciare il suo corpo”. Anche la fidanzata del ragazzo conferma il racconto: “Durante un’altra perquisizione, in passato, lui è svenuto. Voleva lanciarsi giù anche quella volta. Lo hanno preso, trascinato, gli hanno rovesciato in faccia una pentola d’acqua. Per questo motivo, oggi la madre ha cercato di entrare nella stanza, perché sapeva che il figlio ci aveva già provato e voleva evitare che succedesse”.
Dal Manifesto, 24 luglio 2026
Da La Base, di Cosenza

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