Caccia all’uomo. I dittatori che usano l’Interpol per mettere le mani su dissidenti rifugiati

dal Huffingtonpost Italy

di Federica Olivo

In Italia quattro casi in poco più di un mese: Paesi con regimi non democratici come Turchia, Iran e Russia utilizzano le “red notice” che servirebbero per arrestare criminali internazionali contro i dissidenti, nel mentre diventati rifugiati o cittadini europei. Le Polizie eseguono perché manca un filtro. Le tre opzioni per risolvere il problema. A colloquio con gli avvocati Canestrini e Tirelli e con Riccardo Noury di Amnesty International

Bilal Cinar è un rifugiato politico turco residente in Svizzera. Quando è arrivato in Italia per una vacanza in Abruzzo non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stato arrestato dall’Interpol su richiesta della Turchia, con l’accusa di terrorismo. Che la richiesta turca lanciata attraverso l’alert Interpol fosse una persecuzione mascherata lo ha capito anche il governo italiano, intervenuto solo dopo l’arresto. Non avrebbe mai immaginato che una vacanza si sarebbe trasformata in un soggiorno in carcere neanche Tural Mammadov, originario dell’Azerbaijan dove era stato ai vertici dell’intelligence, arrestato a Roma su richiesta del Paese d’origine per una truffa che sarebbe stata commessa 10 anni fa. Anche lui è stato arrestato nonostante in Germania avesse una forma di protezione. Non è molto diversa la storia di una donna iraniana di 33 anni. Di lei per motivi di sicurezza non si può diffondere il nome. Si può dire però che è rifugiata in Inghilterra, dove studia e lavora, e che avrebbe voluto trascorrere una vacanza in Italia. Appena arrivata in Sardegna, a Olbia, è stata però arrestata su richiesta dell’ Iran, per una presunta truffa. Reato secondo lei inesistente, secondo Teheran commesso nel 2024. Un altro caso arriva dalle Marche: il 17 agosto in provincia di Ancona è stato arrestato Deniz Pektas, oppositore politico comunista di Recep Tayyip Erdoğan, residente in Germania e cittadino tedesco. In viaggio verso la Grecia, era di passaggio in Italia. Ankara lo accusa di terrorismo. Una serie di organizzazioni che in Europa si battono per la tutela dei dissidenti turchi ha lanciato un appello in suo sostegno, sostenendo che “le politiche di repressione e sorveglianza dello Stato turco vengono portate avanti anche attraverso il meccanismo dell’Interpol”.

Le storie citate sono accadute tra luglio e agosto 2026. Quattro casi poco più di un mese. Solo in Italia. Il meccanismo è sempre lo stesso. Alcuni Paesi con un regime non democratico utilizzano le red notice dell’Interpol – mandati di cattura che servirebbero per sgominare i latitanti in giro per il mondo – per colpire gli oppositori politici. Che spesso nel mentre hanno ottenuto lo status di rifugiato in un Paese occidentale, o ne sono diventati cittadini. Se queste persone incappano in un controllo di Polizia in un aeroporto, in strada o dopo la registrazione in un albergo, la notifica rossa Interpol prevale sullo status di rifugiato o di oppositore politico. Non perché valga di più, ma perché nei sistemi di Polizia il mandato compare, i diritti della persona no. O almeno non subito. Così l’ignara Polizia, compiendo il suo dovere, in realtà arresta una persona che è tutelata dal diritto internazionale.

Il paradosso è servito. Gli alert che servirebbero a sgominare nei 196 Paesi che aderiscono all’Interpol il crimine mondiale, diventano strumento di persecuzione. Non per colpa di chi arresta ma di chi emette il mandato: “Il regolamento di Interpol – spiega Riccardo Noury di Amnesty International Italia – prevede che non si possa dar seguito a richieste di natura politica o razziale. Quello che succede in concreto però è diverso. Le ricerche hanno documentato un abuso delle red notice da parte di regimi non democratici: la Russia innanzitutto, altri Paesi dello spazio sovietico, ma anche la Turchia e l’Iran. Come Amnesty abbiamo approfondito la vicende in un rapporto a gennaio di quest’anno. In generale, ci troviamo almeno 10 volte l’anno ad affrontare, nei Paesi monitorati, casi del genere”. Anche l’Unhcr segue da tempo la vicenda e a novembre 2025 ha lanciato un allarme sulle red notice diramate da El Salvador.

Le storie che abbiamo raccontato si sono evolute in maniera diversa. Cinar, assistito come Pektas dall’avvocato Nicola Canestrini, è stato scarcerato a qualche giorno dall’arresto, su richiesta del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. In un provvedimento di due pagine il Guardasigilli ha spiegato che l’uomo, poiché rifugiato, gode del principio di non respingimento e non può essere estradato. Ha chiesto quindi l’immediata liberazione. Il cittadino azero, assistito dall’avvocato Alexandro Tirelli, è ancora in carcere e si spera nei domiciliari. La donna iraniana è stata scarcerata dopo che la sua avvocata, Maria Grazia Sanna, ha dato al giudice il materiale di Amnesty sulla repressione in Iran. Per Pektas si attende l’udienza di domani, 20 agosto.

L’Interpol periodicamente prova mitigare il problema, senza successo. Secondo l’approfondimento fatto a gennaio 2026 dall’Ong francese Disclose, ad alcuni Paesi è stato chiesto di aggiustare il tiro: si tratta di Russia, Bielorussia, Siria, Afghanistan, Myanmar e Yemen. Non c’è la Turchia, messa sotto osservazione nel 2021 per la persecuzione di attivisti, dissidenti e giornalisti. Nel 2025, secondo un report interno menzionato da Disclose, l’Interpol ammetteva: “Le richieste di Ankara continuano a rappresentare una sfida”.

Il buco è evidente. La soluzione, secondo gli addetti ai lavori, non può essere affidata a sistemi amministrativi dell’Interpol: “Un rifugiato politico riconosciuto da uno Stato europeo è stato arrestato in Italia davanti ai suoi figli e ha passato quattro giorni in carcere spiega l’avvocato Canestrini, riferendosi al caso Cinar – perché la segnalazione Interpol viene eseguita in automatico senza che nessuno verifichi se sia un abuso o chi sia la persona che si sta arrestando. Non è un errore: è il sistema che funziona così, e serve un intervento del legislatore perché smetta di funzionare così”.

Che non sia un errore ma un automatismo è evidente dalla casistica: l’anno scorso in Sardegna vittima di una red notice strumentale era stato Mahdi Rahimian. Anche lui iraniano, rifugiato in Olanda, pensava di essere al sicuro e invece è stato bloccato dall’Interpol, con una generica accusa di truffa. Anche lui è stato scarcerato, dopo aver trascorso notti in cella, quando le autorità italiane hanno capito che era un rifugiato. Un caso simile era accaduto a Napoli nel 2023: un uomo venezuelano era stato arrestato su mandato del Venezuela, che lo accusava di essere un criminale e ne chiedeva l’estradizione. Ma Cordero Mendez era tutt’altro che un criminale: era un magistrato che si opponeva al regime di Nicolas Maduro. E per questo era stato costretto a fuggire.

La pratica delle red notice strumentali è risalente nel tempo: aveva fatto scalpore nel 2015 il caso di Rachid Mesli, avvocato algerino difensore dei diritti umani, arrestato alla frontiera tra Italia e Svizzera. Per risolvere il suo caso c’era voluto tempo: alla fine Mesli, dopo un passaggio ai domiciliari, era stato rilasciato e l’estradizione negata. A distanza di più di 10 anni i nodi non sono ancora stati sciolti. E il sistema delle notifiche rosse dell’Interpol continua a essere permeabile agli abusi. Come cambiarlo? Per Noury le strade sono due: “Potrebbe essere utile – ci spiega – cancellare dagli archivi Interpol le persone che hanno ottenuto l’asilo politico e sospendere i nomi di quelle che hanno fatto richiesta di protezione”. Il singolo cittadino, se viene a conoscenza di un mandato Interpol ingiusto nei suoi confronti, può chiederne la cancellazione, ma è una procedura lunga, farraginosa e condotta in via amministrativa. È insufficiente a scongiurare che i rifugiati siano arrestati e soprattutto può essere intrapresa solo da chi ha gli strumenti per farlo. Una cancellazione automatica come quella proposta da Amnesty avrebbe un effetto più ampio. L’altra strada, aggiunge Noury, sarebbe quella seguita qualche anno fa la Siria: “Escludere un Paese dall’Interpol, nel momento in cui ha un governo che perseguita i dissidenti”.

Un tagliando alle adesioni Interpol quando un Paese passa da un regime democratico a un regime autoritario andrebbe fatto anche secondo l’avvocato Tirelli: “Sarebbe poi utile stabilire che se un cittadino ha ottenuto protezione in un Paese Ue, o che ha accordi in materia con l’Ue, non lo si può arrestare all’interno del perimetro europeo”. Per il legale di Mammadov inoltre servirebbe più formazione in Italia: “Assistiamo a molte difformità tra una Corte d’appello e un’altra. Non tutte hanno la stessa preparazione in materia di estradizioni e accordi internazionali. C’è la necessità di una sensibilizzazione maggiore. E di un approfondimento di questa disciplina da parte degli addetti ai lavori”.

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