Sulmona: tredicenne denudato e perquisito in caserma, la mamma denuncia gli abusi

La procura apre un’inchiesta per presunti abusi da parte degli agenti di polizia.

Prima perquisito e poi costretto a fare flessioni in caserma. La vittima sarebbe un ragazzino di 13 anni con problemi psichici. Il fatto sarebbe avvenuto in una caserma della polizia a Sulmona, in Abruzzo. La procura ha aperto un’inchiesta. A riportare la notizia p il quotidiano “Il Centro”.

Secondo quanto riportato dal quotidiano abruzzese la denuncia sarebbe stata fatta dalla mamma e la procura avrebbe aperto un’inchiesta per presunti abusi commessi da poliziotti del commissariato nei confronti del tredicenne. I fatti sarebbero avvenuti il 24 febbraio. Stando al racconto della donna – così riporta Il Centro – il figlio è stato denudato per essere sottoposto a una perquisizione negli uffici della polizia in via Sallustio, probabilmente alla ricerca di droga. Episodio accaduto, sempre stando alla denuncia, lo scorso 14 febbraio.

Trasferimento punitivo e percosse per aver denunciato le condizioni di isolamento e le minacce delle guardie

NAPOLI. Salvatore Basile rischia di pagare a carissimo prezzo il video di protesta di cui si è reso protagonista l’8 febbraio scorso. Fino qui detenuto nel carcere di Secondigliano, il successivo 11 marzo per il 29enne è stato bruscamente disposto il trasferimento nel penitenziario di Trapani. Un provvedimento “punitivo”, scaturito dall’aver fatto trapelare all’esterno informazioni relative alla casa di reclusione di Napoli durante il videocolloqui con i parenti, le cui conseguenze non sembrano ancora essere finite. Arrivato in Sicilia, Salvatore Basile sarebbe stato infatti oggetto di percosse da parte della penitenziaria e si troverebbe ancora in cella di isolamento nonostante abbia già terminato il periodo di quarantena anticovid. La vicenda è stata oggetto di una circostanziata denuncia che venerdì pomeriggio la moglie di Basile, Gilda Di Biasi, ha formalizzato presentandosi ai carabinieri della stazione rione Traiano. Soltanto la mattina prima la donna era infatti riuscita ad avere il primo colloquio in videocollegamento con il marito e la scena che le si è presentata davanti agli occhi non è stata delle più rassicuranti: «Da quello che ho appreso – ha messo a verbale la donna – poiché Salvatore ha raccontato fatti interni al carcere è stato trasferito in quello attuale di Trapani. Detto questo, vorrei far presente che durante la videochiamata effettuata questa mattina tra me e mio marito, quest’ultimo mi ha riferito di essere vittima quotidiana di percosse come schiaffi e pugni da parte della polizia penitenziaria, al punto tale da avere in quegli istanti dolore alle costole. Nella circostanza mi ha mostrato la parte destra del collo dove presentava colorito rosso e viola (dei lividi, ndr), a duo dire provocati dagli agenti penitenziari». Una vicenda dai contorni inquietanti ma con eventuali responsabilità ancora tutte da accertare. Sta di fatto che, contatta dal “Roma”, la donna aggiunto alcuni ulteriori informazioni che non lasciano presagire nulla di buono: «Da quello che ho capito – spiega – Salvatore si trova adesso in cella di isolamento nonostante abbia già da diversi giorni finito la quarantena precauzionale. Dal suo arrivo a Trapani non gli è stato inoltre consentito di cambiarsi i vestiti, tant’è che ormai dal 19 marzo indossa sempre la stessa tuta del Napoli, e in video l’ho trovato molto dimagrito. A inizio aprile andrò a Trapani per il colloquio in presenza ma fino ad ora nessuno dal carcere è stato in grado di dirmi se riuscirò effettivamente a incontrarlo o meno». La vicenda è intanto già finita sul tavolo del garante comunale dei detenuti, Pietro Ioia, il quale chiede all’autorità giudiziaria che «si faccia massima chiarezza sulla carcerazione di Basile» e sulle eventuali «responsabilità degli agenti che l’hanno in custodia».

Egitto, condannata a un anno e mezzo l’attivista Sanaa Seif per accuse fasulle

Il 17 marzo un tribunale del Cairo ha condannato l’attivista egiziana Sanaa Seif a un anno e mezzo di carcere per le accuse fasulle di “diffusione di notizie false”, “uso improprio dei social media” e “offesa a un pubblico ufficiale in servizio”.

Sanaa Seif era stata arrestata il 23 giugno 2020 da agenti in borghese mentre stava entrando negli uffici della Procura del Cairo per denunciare un’aggressione subita il giorno prima, quando si trovava di fronte alla prigione di Tora in attesa che le venisse consegnata una lettera del fratello Alaa Abdel Fattah, lì detenuto. Alcune donne avevano circondato Sanaa, la madre Laila Soueif e la sorella Mona e le avevano picchiate sotto gli occhi degli agenti della sicurezza.

Amnesty International ha esaminato il mandato d’arresto di Sanaa Seif su cui è riportata falsamente la notizia di un arresto a un posto di blocco. L’organizzazione per i diritti umani ha poi analizzato le prove sulla base delle quali Sanaa Seif è stata condannata ed è giunta alla conclusione che i post da lei pubblicati per denunciare l’aggressione del 22 giugno non costituivano incitamento all’odio, alla discriminazione o alla violenza.

L’ultimo capo d’accusa, “offesa a un pubblico ufficiale in servizio”, fa riferimento a un alterco avuto da Sanaa Seif con un agente di polizia che, il 22 giugno 2020, aveva spintonato la madre verso il gruppo delle assalitrici.

Sanaa Seif è nota per le sue critiche alle autorità egiziane sulla gestione della pandemia da Covid-19, soprattutto dopo la sua diffusione nelle carceri e per le campagne per il rilascio dei detenuti, compreso suo fratello Alaa Abdel Fattah. Dal 2014 l’attivista era stata già incriminata e condannata due volte per aver esercitato i suoi diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica.

Dal carcere di Busto Arsizio, lettera dei prigionieri indagati per la recente rivolta nel carcere di Varese

“Ciao a tutti!!!
Come prima cosa vorremmo ringraziarvi per tutto quello che avete fatto per noi, sappiamo anche da altre persone che ci scrivono che la nostra lettera sta circolando sui social e che ha avuto un certo seguito.
Sappiamo inoltre che i giornali, il sindaco ed infine lo stesso Salvini hanno rilasciato interviste dove affermano che è stata tutta una cosa programmata, cercando di togliere dai guai le guardie e buttando merda addosso a noi.
Sappiamo inoltre che hanno affermato che tutto è successo perchè siamo persone frustrate, che non sapendo dove scaricare la frustrazione hanno fatto una rivolta per dare sfogo a tutto ciò.
A noi sembra una cosa inconcepibile e vergognosa perchè si tratta di carcere, di anni di vita buttati e sinceramente non credo che siamo così stupidi perchè tutto ciò ricade anche sulle nostre famiglie, ma perchè siamo obbligati non vedendo altra strada per essere ascoltati.
Fino a questo momento ci sono 31 indagati con gli stessi capi d’imputazione ( danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale e devastazione) e infine noi 6 che siamo a Busto essendo stati arrestati in flagranza di reato, probabilmente pagheremo qualcosina in più come capi promotori (dicono loro).
Ci sono le guardie che si sono fatte refertare per escoriazioni e sintomi derivanti dal contatto con la corrente elettrica.
Per quanto riguarda la nostra carcerazione abbiamo fatto 21 giorni in sezione covid (in cui la norma sono 14 giorni).
Dopo ciò ci hanno portato in infermeria a scontare i 10 giorni di isolamento finiti i quali ci tengono ancora qui in osservazione come ex art 32, cioè persone pericolose, e ancora ad oggi non sappiamo quando ci porteranno in sezione normale insieme agli altri detenuti. La verità è che non vogliono che abbiamo contatti con altri detenuti perchè potremmo istigarli a fare la stessa cosa.
A molti di noi la sera che ci hanno trasferiti ci è stato detto di preparare una sola borsa con lo stretto necessario e che il resto ce lo avrebbero portato in seguito.
E’ passato 1 mese e mezzo e ancora non sono arrivati i vestiti e diversi effetti personali, ne tantomeno ci rispondono ne ci danno spiegazioni su dove sono finiti.
Come ci avete scritto vi chiediamo gentilmente se possibile di mandarci ciò che avete pubblicato.
Infine vi dobbiamo un grande GRAZIE per ciò che fate, per la vostra vicinanza e la vostra solidarietà. Speriamo di risentirvi presto perchè le vostre lettere e la vostra vicinanza ci rallegrano le giornate.
Ringraziamo inoltre i ragazzi che ci hanno scritto (dicendo che sono vostri amici) non potendo ringraziarli di persona perchè la lettera era senza mittente.
Ci auguriamo di risentirvi presto.
Un grande abbraccio
I RAGAZZI DI VARESE “

la lotta proletaria contro la repressione scarcera i compagni Carlo e Arafat

carlo e  arafat attivisti del si cobas di piacenza sono stati scarcerati e i divieti di dimora per altri lavoratori revocati

la montatura poliziesca e giudiziaria contro gli operai in lotta è stata respinta con la grande manifestazione a piacenza di sabato 13 che è proseguita con altre iniziative quotidiane a piacenza e con una vasta solidarietà in tanti posti di lavoro e realtà del movimento

soccorso rosso proletario saluta i compagni che tornano a loro posto di lotta

ci chiamiamo SRP e non solo SR perchè noi comprendiamo bene che i proletari sonoi principali referenti della lotta contro la repressione e combattiamo la logica che sia possibile condurre la lotta contro repressione e carcere senza avere radici e presenza di massa nelle file proletarie

anche questa vicenda di Piacenza dimostra questa verità

noi siamo per la costruzione di una ampia rete contro la repressione e carcere e senza la presenza in esso del SI COBAS dello Slai Cobas delle realtà del movimento delle donne proletarie in primis MFPR, i movimenti di lotta sociale e territoriale questa rete non si può fare

questo è il nostro lavoro e su questo occorre che anche i compagni e compagne di soccorso rosso proletario agiscano

26- marzo 2021

Sabato 3 aprile presidio al carcere delle Vallette

Aumento dei contagi, blocco dei colloqui, videocolloqui chimera, maggiore isolamento dei detenuti: questo rimane il “piano anticovid” nelle carceri italiane.

Nel mentre le richieste per cui lottano i detenuti da marzo 2020 – volte a svuotare le carceri e vedersi garantite condizioni di vita umane – rimangono del tutto inascoltate.

Piuttosto in carceri già sovraffollate vengono ogni giorno stipati nuovi detenuti. Come nel caso dei 38 ragazzi arrestati il 9 marzo con la pesantissima accusa di devastazione e saccheggio per aver preso parte alla manifestazione del 26 ottobre in Piazza Castello.

Nella sezione femminile del carcere delle Vallette a Fabiola e Dana è stata applicata la sorveglianza della posta dalla direzione in seguito allo sciopero della fame portato avanti da loro e da altre detenute. La posta di Fabiola è rallentata da più di un mese impedendo di fatto ogni comunicazione su ciò che accade dietro quelle mura.

Ritorniamo fuori dal carcere a gridare che nessuno verrà lasciato solo!

il presidio può essere raggiunto con autocertificazione.

barcellona – scarcerata Sara ..

Barcellona, scarcerata l’antagonista torinese: non è lei la donna che ha incendiato il furgone della polizia

A scagionare Sara Caterina Casiccia le immagini dei video dei tafferugli avvenuti per la manifestazione contro l’arresto del rapper Pablo Hasel
Torna in libertà Sara Caterina Casiccia, anarchica torinese: non è stata lei a cospargere di acquaragia un furgone della Guardia Urbana, prima che venisse lanciata una molotov per incendiarlo durante le proteste di inizio marzo nel centro di Barcellona contro l’arresto del rapper Pablo Hasel. A scriverlo, secondo quanto riportano i media locali, il tribunale spagnolo.
L’attivista, 35 anni di Ivrea, era stata arrestata insieme ad altre sette persone. Per lei l’accusa più grave: tentato omicidio. Sul furgone, al posto di guida, c’era un agente che riuscì a saltare giù dal mezzo in fiamme. A scagionarla sono state le indagini della polizia scientifica spagnola. I filmati delle telecamere di sorveglianza della Rambla l’hanno ripresa, poco prima dell’arresto, mentre lanciava una bottiglia di vetro contro le forze dell’ordine, ma nel video dell’incendio al furgone compare una donna con stivali marroni, una collana di stoffa lilla e un cappello in testa. «Casiccia – spiega il suo avvocato ai media spagnoli – quella sera indossava stivali neri. Nessuna collana e nessun cappello».

Il suo arresto è stato «un errore», ribadisce il legale. Che fa riferimento anche a un accendino, uno dei tanti che si vendono con il tabacco Horizon: un elemento che, secondo gli investigatori l’avrebbe collegata al gruppo degli arrestati. «Non si può tenere una persona in prigione per una accendino» commenta l’avvocato. La donna resta indagata e deve presentarsi periodicamente in Tribunale. In Italia Casiccia non avrebbe mai partecipato a scontri di piazza. Videomaker underground conosciuta come “Tzara Kasjtcha”, produce film e videoclip in particolare sul mondo circense. Vicina agli squatter e al movimento delle case occupate, nel Canavese ha partecipato a diversi presidi di solidarietà per anarchici arrestati o sottoposti a misura cautelare.

Da qualche anno vive tra il Piemonte e la Spagna. Con lei, quella notte, erano stati arrestati, per «appartenenza a gruppo criminale, disordini pubblici e danni» anche Luca Callegarini, 35 anni di Avigliana, Alberto Frisetti, 25 anni di Torino ed Ermano Cagnassone, 30 anni di Ciriè, dell’area squatter torinese. Nessuno di loro, spiegano le autorità spagnole, è residente a Barcellona. Gli inquirenti, però, sembrano escludere che il gruppo sia andato nella capitale della catalogna appositamente per unirsi alla rivolta.