Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Libertà per Patrick Zaki

 “Ancora resistendo, grazie per il supporto di tutti”. Questo è il messaggio che Patrick Zaki, il ricercatore egiziano che studia all’Università di Bologna, fa arrivare dal carcere di Tora in Egitto dove è rinchiuso da più di un anno. 

Patrick ha consegnato il libro Cent’anni di solitudine, con all’interno il biglietto scritto in italiano. La notizia è stata riportata su Facebook dagli attivisti della campagna Patrick Libero: “Sembrava stare bene in generale – hanno scritto – ma era confuso su ciò che è successo nell’ultima udienza, sapeva che la sua detenzione era stata rinnovata di 45 giorni, ma non che i suoi avvocati avevano presentato appello per far cambiare la Corte che si occupa del suo caso. La fidanzata gli ha detto che l’appello era stato respinto” hanno scritto gli attivisti sul social. Il messaggio di Patrick ha colpito molti in Italia.

“Questa resistenza di Patrick, perché così dobbiamo chiamarla, dovrebbe trasmettere a tutte le persone che da 14 mesi si stanno mobilitando per lui un’energia ancora maggiore per continuare a fare tutto il possibile perché Patrick sia rilasciato e naturalmente pretendere che chi può fare qualcosa di decisivo lo faccia” ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Il riferimento – ha aggiunto Noury- è ovviamente al governo italiano”.

la Francia pone una nuova condizione inaccettabile per la liberazione di Georges Ibrahim Abdallah

L a Francia ha puesto como condición que el preso se arrepienta para conceder en contrapartida un “indulto presidencial”. Un indulto y no una liberación sin condiciones ya que el preso de Lannemezan ha cumplido con creces su pena.

Traducido del francés para Rebelioń por Beatriz Morales Bastos

Non intendo negoziare la mia innocenza, nè rinunciare alla mia posizione

Francia ha puesto una nueva condición a la liberación de Georges Ibrahim Abdallah. Esta información, que se publicó en el diario libanés Al Akhbar el pasado 1 de abril de 2021, no era una inocentada (1). Incluso sería risible si no fuera trágicamente reveladora de las infamias francesas y de la dependencia de Francia respecto a Israel y Estados Unidos.

Más allá de la denegación de derecho que constituye el encarcelamiento prolongado de Georges Ibrahim Abdallah, Francia ha puesto una nueva condición a su liberación, que haga acto de contrición, en suma, que muestre arrepentimiento, exige Francia, que tanto está tardando en arrepentirse de sus crímenes coloniales. Una condición suplementaria que se añade a la condición sangrante de que a su regreso a Líbano no se produzca ningún recibimiento popular, que vuelva a su país avergonzado y que no sea acogido como un héroe.

En los 37 años en que ha estado preso ninguno de los sucesivos gobiernos franceses ha calibrado todavía al personaje: orgulloso como un roble, duro como una roca, de una límpida claridad, incorruptible.

Su respuesta, que recogió el diario Al Akhbar, fue como él: “nunca negociaré mi inocencia. No renunciaré a mi postura”, declaró Georges Ibrahim Abdallah al terminar su encuentro con la ministra libanesa de Justicia, Marie Claude Najm, en la cárcel de Lannemezan, en el departamento de los Altos Pirineos de la región de Occitania, en el sudoeste de Francia.

Marie Claude Najm es la primera persona perteneciente al gobierno libanés que se ha entrevistado con su compatriota, el preso libanés, en dos ocasiones durante tres horas en total. Al Akhbar precisa que estuvo acompañada por el Director General de Seguridad libanés, el general Abbas Ibrahim.

Al Akhbar recuerda que en las dos visitas que Macron hizo a Líbano en 2020 tras la explosión que en el puerto de Beirut el 4 de agosto de 2020 multiplicó sus consejos y amonestaciones a la clase política libanesa y dio lecciones sobre el proceso de construcción del Estado, aunque, destaca el diario libanés, el presidente francés omitió totalmente hablar de “las fragantes violaciones de los derechos humanos que comete Francia en el caso de Georges Ibrahim Abdallah”. Y el diario libanés añade: “Francia ejecuta las órdenes de Estados Unidos e Israel, aunque Georges Ibrahim Abdallah ha cumplido su pena”.

En 2018 el Estado libanés decidió por fin ocuparse del caso de Georges Ibrahim Abdallah, que desde entonces se ha convertido en el preso político más antiguo de Europa. El presidente [libanés] había planteado en caso de Georges Ibrahim Abdallah a Emmanuel Macron durante la visita del presidente francés a Bairut.

Francia había autorizado la visita de la ministra libanesa de Justicia a Lannemezan a condición de que se hiciera discretamente “sin publicidad”, como si el Estado francés se sintiera incómodo, avergonzado de su prevaricación.

Además, Francia ha puesto como condición que el preso se arrepienta para conceder en contrapartida un “indulto presidencial”. Un indulto y no una liberación sin condiciones ya que el preso de Lannemezan ha cumplido con creces su pena.

Georges Ibrahim Abdallah ha comunicado que “no tenía la intención de negociar sobre la base de las condiciones francesas” ya que se considera un “preso político” y que como tal Francia debe “asumir sus responsabilidades”, añade Al Akhbar

El diario libanés destaca también que Georges Ibrahim Abdallah “nunca atacó los intereses franceses puesto que llevó a cabo su lucha contra la dominación imperialista y las fuerzas coloniales para la defensa de los pueblos”.

Por último, Al Akhbar recuerda las palabras pronunciadas por Macron durante su viaje a Líbano con ocasión de su campaña presidencial de 2017: “Macron se había pronunciado desde Beirut en contra de que Francia reconociera un Estado palestino sin un acuerdo entre ambas partes (palestina e israelí)” y “contra toda presión sobre Israel”.

Durante su anterior reunión con responsables libaneses en diciembre de 2018 Georges Ibrahim Abdallah ofreció una lección de dignidad y de valor a sus compatriotas al exhortarles en los siguientes términos: “No mendiguen mi libertad. No se sitúen en una posición de debilidad. Ahora existe en Líbano un liderazgo combativo. […] Francia no tiene influencia en Oriente Próximo, excepto en Iraq y Líbano”».

El diario Al Akhbar publicó esta información la víspera del 70 aniversario, el 2 de abril, de Georges Ibrahim Abdallah, un hombre que habrá pasado más de la mitad de su vida en la cárcel por permanecer fiel a sus ideas. Larga vida a Georges Ibrahim Abdallah. Que su ejemplo de fidelidad a sus convicciones y de determinación en su lucha sirva de lección a las generaciones venideras.

Minneapolis: ennesimo omicidio di polizia mentre è in corso il processo all’assassino di George Floyd

Minneapolis (Minesota) ore 14, 11 aprile. La polizia ha sparato a Daunte Wright, ventenne afroamericano che durante un controllo di polizia alla sua auto avrebbe tentato di scappare. Un agente ha quindi sparato al ragazzo che risalito in auto si è schiantato a poche centinaia di metri.

Minneapolis è la stessa città dove 9 mesi fa l’agente Chauvin aveva ucciso George Floyd soffocandolo con un ginocchio sulla gola.

Appena la notizia è circolata migliaia di persone si sono radunate presso la centrale di polizia del quartiere Brooklyn Center dove hanno trovato la guardia nazionale a fronteggiarli.

Il sindaco ha indetto il coprifuoco cittadino fino all’alba.

Gli Stati Uniti si svegliano con l’ennesimo omicidio poliziesco di un afroamericano da parte della polizia.

A pochi kilometri dai fatti è in corso da tre settimane il processo al suddetto agente colpevole della morte di George Floyd.

Ennesimo omicidio di polizia negli USAancora una volta a Minneapolisancora una volta di un afroamericano, nella stessa città dove venne ucciso George Floyd e dove si sta tenendo in questi giorni il processo contro l’agente Derek Chauvin, che lo soffocò durante quel fermo di polizia del maggio 2020.

La vittima è stata identificata dai familiari come Daunte Wright, un ventenne afroamericano. I fatti sono avvenuti questa domenica poco prima delle 14, quando un agente ha fermato il veicolo dove viaggiava Wright in seguito ad una presunta violazione del codice stradale. La polizia ha dichiarato che l’autista è rientrato nel veicolo mentre gli agenti tentavano di arrestarlo e un poliziotto ha aperto il fuoco, tanto sarebbe bastato secondo gli stessi poliziotti perchè uno di essi aprisse il fuoco uccidendolo.

Ieri sera la reazione non si è fatta attendere: in centinaia sono scesi in strada e hanno marciato fino alla sede del locale dipartimento di Polizia dove ad aspettarli c’erano agenti in assetto anti sommossa che hanno lanciato lacrimogeni contro la folla. Scontri si sono registrati fino a tarda serata.

da infoaut

La caserma levante di Piacenza La denuncia di tre studenti: “Una notte di orrore in caserma picchiati da carabinieri

Piacenza, la denuncia dei tre studenti fermati dai carabinieri: «Una notte di orrore nella caserma

La denuncia di tre studenti: "Una notte di orrore in caserma picchiata da carabinieri infedeli"

Pugni, calci e umiliazioni dopo dodici anni risuonano ancora come un’eco di sinistra nei tre universitari che per “festeggiare” la fine degli esami sono finiti nelle mani dei carabinieri della caserma Levante di Piacenza e sono stati massacrati solo da un banale errore. Una vicenda che è emersa dopo la denuncia del padre di uno di loro, un ex ufficiale dei carabinieri, che per anni non credeva al figlio ma ha dovuto ricredersi con le indagini che hanno portato  all’arresto dei militari e ora il processo per tortura, traffico di droga e altri reati gravi .

Urla, percosse e umiliazioni

È il pomeriggio del 18 maggio 2009. La Citroen C3 con i tre ragazzi passa davanti all’Università Cattolica di Piacenza. Uno allunga la mano e fa un gesto di “liberazione” proprio mentre incrocia una gazzella dei carabinieri. Forse pensando che ce l’hanno con loro, i militari li raggiungono, li ferma e li fa scendere. “C’è stato un contatto spalla a spalla tra me e Cappellano (Salvatore, arrestato, ndr) che mi ha subito preso a pugni e ha detto: ‘Togliti testa di c…'”, ha detto Gianluca D’Alessio, uno dei giovani, alla Guardia di Finanza nelle indagini dei pm piacentini Matteo Centini e Antonio Colonna, coordinati dal pm Grazia Pradella. I tre vengono portati nel Levante. “Ci hanno fatto sedere per terra ammanettati”, racconta D’Alessio, che viene spogliato “completamente nudo” e perquisito mentre un suo amico, Daniele Della Noce, viene portato in una stanza dalla quale arriveranno “solo percosse e grida di dolore”. Della Noce viene sbattuto contro la porta che si apre, cade a terra, ma viene subito “riportato dentro trascinato dai piedi”. Nella speranza di farli rinunciare, D’Alessio dice di essere “figlio di un capitano dei carabinieri”, anche se il padre, ora dirigente INPS, si era dimesso. In risposta, botte anche per lui nella stanza dove trova anche l’incaricato Giuseppe Montella, l’uomo al centro dell’inchiesta Levante, l’unico che “è rimasto a guardare”. Cappellano non si ferma nemmeno quando Gianluca grida che gli stanno rompendo un braccio: “Per me puoi anche morire”. ma viene subito “portato dentro trascinato dai piedi”.

Appeso per le manette al ramo di un albero

I tre ragazzi raccontano che nessuno ha spiegato i motivi del loro arresto e che sono stati lasciati a lungo in manette, senza acqua potabile e senza poter chiamare famiglie o avvocati fino a quando non sono stati trasferiti alla caserma di via Beverora, i cui carabinieri , invece, lo trattavano “gentilmente”. La mattina dopo, scattata per il reportage fotografico, mentre attraversavano un cortile interno, Cappellano lasciò D’Alessio letteralmente appeso per le manette a un ramo di un albero: “Era più alto di me, costringendomi a stare in punta di piedi”. Un carabiniere di passaggio, noto per essere accusato di aver aggredito soldati, “mi ha dato un pugno in faccia”, ma un altro lo ha rimosso da quella posizione orribile, dicendo: “Non voglio vedere più questa merda”. Oggi, il PM inizierà l’arringa nel processo abbreviato prima delle richieste di condanna, che potrebbero superare i 15 anni di carcere. Non possono procedere, per prescrizione, sui presunti abusi ai tre ragazzi anch’essi processati e patteggiati per punizione per violenza e minaccia a pubblici ufficiali (possono chiedere il riesame). “Ho lavorato in Arma e non ho mai visto questi metodi”, dice Riccardo D’Alessio. È sempre in contatto con suo figlio che ora vive in Germania. assicura Riccardo D’Alessio.

Report dal presidio al carcere femminile di Rebibbia

Una bella giornata quella sotto il carcere femminile di Roma Rebibbia, densa di solidarietà.

Nonostante le minacce delle guardie di far loro rapporto, le detenute ci hanno accolto unite, con entusiasmo, sventolando fazzoletti e panni dalle celle ed aggiornandoci della gravissima situazione all’interno. Le donne contagiate sono già un centinaio, su circa 300 donne recluse. Hanno detto: “vogliono farci morire qua dentro!”

Ad ogni dedica, intervento, canzone non smettevano di ringraziarci.

Eravamo una sessantina, ed era bellissimo unire le nostre voci alle loro.

Non ci sono luoghi idonei per la separazione delle detenute positive da quelle negative. Alcune fra le positive vengono ospitate al piano terra mentre le docce sono al terzo piano, quindi ricevono una fornitura di acqua calda in bacinelle. Una condizione intollerabile, determinata dal fatto che le detenute sono sempre oltre il limite di capienza previsto. Se le detenute contagiate utilizzano a turno le stesse tre docce è chiaro che le patologie infettive si diffondono più velocemente.

In un‘istituzione classista e patriarcalista come il carcere la pandemia ha inasprito di molto le condizioni già dure delle donne detenute.

Al completo isolamento si aggiunge l’impossibilità di aver cura della propria persona, la mancanza di acqua, l’impossibilità di curarsi, per il mancato ricovero anche di chi versa in gravi condizioni. Le celle sono fatiscenti, umide, manca l’aria, manca il cielo.

A ciò si aggiungono le minacce di sanzioni per chi protesta o solidarizza con chi protesta per difendere il diritto alla salute e alla vita di tutte e tutti. Ma le detenute anche questa volta sono state unite. Sanno che alcune sono indagate per le proteste dell’anno scorso, ma non si sono fatte intimidire da chi ha tutto l’interesse nel dividerle. Sanno che la loro vita conta più di un materasso bruciato.

Al presidio è intervenuta per le detenute trans, una rappresentante dell’associazione “Libellula”. Sono circa una ventina, stanno al reparto G8, che è un reparto riservato alle persone trans, ma stanno alla sezione maschile di Rebibbia per mancato adeguamento dei loro documenti. Sono al 90% immigrate, provenienti dal latino-america, e di loro da un anno non si sa più niente, le visite sono vietate anche alle operatrici. Una giovane trans, che aveva chiesto di stare in cella singola per sfuggire alla transfobia, è stata messa nella sezione di Alta Sicurezza con le politiche. Qui il suo intervento:

A lei abbiamo fatto anche una breve intervista per conoscere meglio la condizione delle soggettività trans detenute:

 

Al presidio è intervenuta anche una familiare con un intervento molto toccante.

È la figlia di G., donna 65enne tradotta in carcere in piena pandemia per un ritardo del suo avvocato nel presentare ricorso avverso la sentenza di 1 grado che l’ha condannata a 3 anni e mezzo di carcere.

G. In carcere ci entra il 26 gennaio e qui prende il covid. Viene messa in isolamento in una cella 3 metri x 3 con solo una branda e un wc. Le è stata data una bacinella e una piastra sulla quale scalda l’acqua che poi si versa addosso per lavarsi, con due bottiglie di plastica tagliate a metà. Senza acqua, senza potersi fare una doccia, senza mai guardare il cielo perché l’ora d’aria in isolamento viene soppressa e la finestra inquadra il muro, senza affetti perché le visite sono bloccate dai decreti, senza parlare con nessuna perché anche le malate Covid non possono vedersi tra loro.

Qui una parte dell’intervento della figlia.:

 

“Se ci vedono alle finestre ci fanno rapporto”, così ci hanno detto le detenute.

Ma la polizia non ha fermato né le nostre né le loro voci, ci hanno ringraziato fino alla fine del presidio e noi abbiamo portato loro la nostra piena e incondizionata solidarietà, perché chi ha difeso la propria vita non si processa. Chi dovrebbe sedere sul banco degli imputati sono stato e padroni, che si sono arricchiti sulla nostra pelle, che hanno trasformato la pandemia in strage, le carceri in focolai e non solo di covid, ma anche di rivolte. 40 anni di continui tagli alle spese sociali, alla scuola, alla sanità hanno fatto il paio con aumenti progressivi della spesa pubblica per la difesa e la “sicurezza”, ossia soldi pubblici sottratti alla tutela della salute per finanziare guerre e repressione, per permettere a poche persone di continuare ad arricchirsi indisturbate sulla pelle di miliardi di persone, facendo delle carceri discariche sociali, criminalizzando povertà e dissenso.

Il distanziamento sociale necessario per evitare il contagio è preso a pretesto per impedire di manifestare. Non vale né in carcere né in altri luoghi di maggiore sfruttamento, come nelle fabbriche o nei magazzini, dove se ci si ammala e si muore poco importa, c’è sempre l’esercito industriale di riserva. Questo si chiama imperialismo e contro di esso è giusto e necessario ribellarsi! E’ giusto ribellarsi a chi mette in pericolo la nostra vita, la nostra salute! Sul posto di lavoro o in carcere siamo della stessa classe, quella degli sfruttati e degli oppressi, e fra questi le donne sono doppiamente oppresse e sfruttate. Ed hanno doppie, triple ragioni per ribellarsi.

A loro va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà, a loro abbiamo portato la solidarietà anche di altre detenute ed i saluti e il sostegno del Mfpr Milano (che riportiamo sotto) e dell’assemblea donne/lavoratrici combattive

In questa epoca di pandemia dove in ogni luogo si subisce una repressione violenta ed ingiusta:  per chi è fuori vuol dire vivere distanti e separati, ma per chi subisce la galera  si deve accettare che vengano ammassati corpi, nessuna misura prevista per diminuire la popolazione carceraria. Oggi da più parti ci si “allarma” perché i focolai nelle carceri si stanno diffondendo e ci si sbraccia perché i detenuti vengano vaccinati: peccato che allarmi ed appelli vengano da rappresentanti di istituzioni che ben avrebbero potuto/dovuto dare soluzioni. annullato, negato, ogni prigioniero/a prova l’odio di questo sistema fallito che ci regala morte in tutte le sue forme.
Per questo e per la libertà che tutti noi ci meritiamo, vogliamo salutare e sostenere la giornata di  lotta e di denuncia delle condizioni sempre più disperate ed ingiuste di oggi a Roma in solidarietà con le detenute.
Tutta la nostra solidarietà e vicinanza, le compagne MFPR di Milano 

Firenze 14 aprile presidio contro la sorveglianza speciale

Da resistenzefirenze

UN DESERTO SOCIALE A TUTTI I COSTI

Come ulteriore giro di vite per i fatti del 30 ottobre in cui migliaia di persone si rivoltarono a Firenze contro il governo, il comune e la polizia, eccoci recapitata l’ennesima lettera verde dal tribunale: non si tratta di una denuncia, ma dell’invito per una nostra compagna a presentarsi in tribunale il giorno 14 Aprile 2021 per presenziare all’udienza in cui verrà decisa o meno l’applicazione della sorveglianza speciale contro di lei. Che significato dare a questa nuova mossa del questore?
Innanzitutto dobbiamo rilevare come la repressione sia tanto mutabile nei mezzi quanto poco lo è nei fini. Neanche un mese è passato dalla definitiva caduta del reato di associazione a delinquere spillato ormai più di dieci anni fa all’interno dell’operazione “400 colpi”, ed ecco ora, dopo i dubbi successi raggiunti con la pioggia di fogli di via staccati negli ultimi anni dalla questura, l’arrivo del Daspo anche per chi allo stadio non ha mai messo piede e, amarum in fundo, questa richiesta di sorveglianza speciale. Perché associare tra loro strategie e misure tanto diverse in questo scritto? Perché è fondamentale che queste si riconoscano per ciò che sono: operazioni di repressione politica. Per uno stato che dice di averla fatta finita con il fascismo è essenziale che, almeno in teoria, ad esser puniti siano i reati e non le idee. Ma come togliere allora i compagni dalle strade di fronte a una magistratura che per quanto sia classista non può non applicare il codice penale? Come togliere di mezzo persone e percorsi di auto organizzazione se gli stessi giudici nella maggioranza dei casi sono in imbarazzo di fronte alle richieste di carcerazione in relazione ai reati contestati? Come assicurarsi quella tanto agognata pace sociale se anche le misure cautelari preventive  svaniscono in pochi mesi proprio in virtù della moderata gravità dei reati in relazione alle leggi attuali? Ecco quindi spiegato il ricorso a questi mezzi di repressione politica, di cui da sempre lo stato italiano si serve, ma che di volta in volta possono tornare più o meno utili. Tanti piccoli reati non ti aprono così spesso le porte di Sollicciano, ma se ci inventiamo una associazione a delinquere la musica cambia. Teoria troppo fantasiosa anche per la magistratura? Allora la scavalchiamo con misure di polizia: fogli di via e Daspo, che non necessitano dell’approvazione del giudice, ma vengono emessi direttamente dal prefetto. C’è chi ancora si ostina a non voler piegare la testa? Ecco qua la sorveglianza speciale.

UNA SORVEGLIANZA (E UNA PUNIZIONE) DAVVERO SPECIALE.
Un capolavoro del legislatore democratico. Ben oltre: “l’innocente fino a prova contraria”, ben oltre le misure cautelari preventive in attesa che il processo si sgonfi, si arriva al “colpevole dei reati che potresti commettere”. Sì, perché contrariamente a quanto potremmo essere portati a pensare, avere la sorveglianza speciale non significa ricevere un’attenzione particolare da parte delle forze dell’ordine, che quella la subiamo già da sempre, significa veder materialmente distrutta la propria libertà. Del tutto arbitrariamente potremmo quindi avere per un tempo che va da uno a cinque anni l’obbligo di rientro notturno, il divieto di lasciare la provincia di residenza, di incontrare pregiudicati o persone sottoposte a misure cautelari, di partecipare a riunioni o assemblee di qualsiasi tipo e, per tutta la durata della sorveglianza speciale, possono essere sospesi passaporto e addirittura patente. Per anni dunque devi star lontano dai tuoi compagni, dai tuoi affetti, rinunciare a viaggiare o anche solo a lasciare la tua provincia, rinunciare a far politica, rinunciare ad uscire la sera… La pena per chi infrange queste regole può essere anche il carcere immediato. Tutto ciò, lo ripetiamo, non in connessione ad un particolare reato per cui viene prevista questa punizione, ma in relazione a chi sei, a cosa fai nella vita e quali reati potresti commettere in futuro. Proposta da Digos e questore, l’applicazione di questa misura passerà alle mani di un giudice che valuterà quindi se la persona che ha davanti merita l’appellativo di “minaccia della difesa sociale”. Il tutto in un perverso gioco di rimandi incrociati in cui la polizia dice che son anni che ci colpisce e quindi è giusto colpirci ancora di più, sennò avrebbero già smesso anche loro, che son tanto bravi, e difendersi è estremamente complicato… dal momento che non c’è nessun episodio criminoso di cui si viene accusati e quindi in sostanza… non c’è niente da cui difendersi! È così dunque che una compagna neanche pregiudicata rischia di veder cambiare la propria vita e chiunque abbia sofferto in questo anno delle limitazioni che ci sono state imposte per il Covid19 ed ora invoca l’estate nella speranza di poter tirare un sospiro di sollievo può capire quanto sia grave veder limitata radicalmente la propria libertà per un periodo tanto lungo.

PERICOLOSI PER CHI?
Pur in assenza di qualsivoglia condanna, sappiamo bene cosa finirà sul tavolo del giudice: il coraggio e la voglia di cambiare questo mondo. L’occupazione di uno spazio per giovani rapidamente divenuto un museo di arte urbana in Via Toselli prima, e a “La Crepa” poi, il sedersi davanti alle ruspe insieme agli abitanti di tutto Viale Corsica per evitare il taglio degli ippocastani, l’aver partecipato a un presidio non autorizzato di Fridays for future, l’aver contestato Nardella il giorno della Liberazione, l’aver partecipato al presidio contro lo sgombero delle famiglie in Via Carissimi, l’aver occupato una Casa delle donne in piena pandemia per offrire rifugio e assistenza a chi più sta subendo questa forzata reclusione e infine l’aver partecipato alla notte del 30 ottobre.. Questi i reati che le vengono contestati e che potrebbero meritargli questa pesante medaglia di pericolosità sociale. Ma pericolosi per chi? Esiste un solo sfruttato sulla faccia della terra che potrebbe sentirsi minacciato da tale (presunto) curriculum? A tutti noi la facile sentenza. Complici e solidali con la nostra compagna invitiamo tutti a far propria questa campagna contro la sorveglianza speciale, al suo fianco e al fianco di tutti coloro che in Italia hanno subito questa infame misura e coloro, come Eddi di Torino a cui è stata notificata di ritorno dal Rojava, che hanno deciso di non sottostarvi e di rifiutarla pubblicamente. Perché organizzare una difesa collettiva vuol dire organizzare la difesa stessa del movimento.
Invitiamo tutti e tutte il 14 Aprile 2021 dalle ore 9:30 al presidio che si terra’ di fronte al tribunale di Firenze in viale Guidoni contro questa infame misura di repressione politica

Vogliamo Dana libera! Basta persecuzioni contro il movimento NOTAV e al sud contro il Movimento NO TAP!

No Tav, in 200 al presidio di Bussoleno in favore di Dana Lauriola. Tra loro anche la sindaca

La manifestazione è stata organizzata in vista dell’udienza del 14 aprile quando il tribunale di sorveglianza dovrà pronunciarsi sulla richiesta di scarcerazione presentata dai legali dell’attivista
Un presidio forzatamente limitato nei numeri, per evitare assembramenti nella piccola piazza di fronte al municipio di Bussoleno, ma determinato nel ribadire la propria solidarietà all’attivista No-Tav Dana Lauriola, in carcere da quasi sette mesi alle Vallette di Torino, ha affollato questo pomeriggio il centro del paese valsusino dove la portavoce del movimento No-Tav viveva fino al giorno dell’arresto, nel settembre 2020. Da una settimana il popolo in lotta contro la realizzazione della Torino-Lione è mobilitato in vista del prossimo 14 aprile, quando a Torino il tribunale di sorveglianza deciderà sulla nuova richiesta dei legali di Lauriola per la scarcerazione o almeno l’assegnazione di pene alternative alla detenzione: un momento importante nella vita della 39enne condannata il 14 settembre scorso a due anni di carcere per aver preso parte, nel marzo 2012, ad una dimostrazione al casello di Avigliana dell’autostrada Torino-Bardonecchia.

Fin dal giorno della sentenza, non solo i militanti No-Tav, ma anche numerosi intellettuali e giuristi di mezza Italia hanno espresso sdegno per quella che ritengono una «condanna di per sé sproporzionata, che con il rifiuto di misure alternative si configura come una vera persecuzione politica». Anche in queste ore, da Erri De Luca all’attore-regista Elio Germano, a numerosi esponenti della società civile, sono tornate a levarsi voci di dissenso sulla carcerazione di Lauriola.

Critiche all’azione dei magistrati condivise a grandi linee anche dall’amministrazione cittadina. Tant’è che oggi la sindaca Bruna Consolini ha scelto di essere insieme ai circa 200 esponenti No-Tav in piazza Cavour, come già a settembre, poche ore dopo il trasferimento alle Vallette dell’attivista. «Nelle motivazioni dell’arresto si legge che Lauriola è in carcere perché residente a Bussoleno, paese abitato da innumerevoli No Tav, oltre che per non aver preso le distanze da chi protesta contro la Torino-Lione. Un fatto inconcepibile» lamentano da allora gli amministratori di Bussoleno, oggi in piazza per Dana Lauriola.
Quella odierna non sarà l’ultima manifestazione in programma tra la Val Susa e Torino di qui a mercoledì, data dell’atteso pronunciamento del tribunale di sorveglianza. Un altro presidio di solidarietà è previsto martedì di fronte al carcere delle Vallette: promosso dalle Fomne contra ‘l Tav e dal comitato Mamme in piazza per la libertà di dissenso, che da tempo sostengono l’attivista protagonista nei mesi scorsi anche di uno sciopero della fame insieme ad altre detenute della sezione femminile della prigione.