Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Carceri, storie di ordinaria violenza

Proponiamo 2 documenti, uno dei genitori di un ragazzo fino a un mese fa detenuto nel carcere di Torino, l’altro è un video di Antigone, a cura di Fanpage, sul carcere di Mammagialla di Viterbo:

Dal corriere di Torino

«Mio figlio in isolamento per mesi. Nudo, con la luce sempre accesa e senza acqua corrente»

Il diario drammatico narrato dalla famiglia del giovane, 24 anni, in carcere per una tentata rapina. Poi il trasferimento in una cella di osservazione del reparto psichiatrico, dove avrebbe dovuto trascorrere solo poche notti

«Mio figlio in isolamento per mesi. Nudo, con la luce sempre accesa e senza acqua corrente»

La «liscia», così la chiamano al carcere Lorusso e Cutugno. Non è una cella come le altre: è la numero 150 e si trova all’interno del Sestante, il reparto psichiatrico. Una stanza completamente vuota, priva di mobili e suppellettili. Le uniche parvenze di arredo sono un materasso, una coperta e il bagno a vista con lo scarico attivato dall’esterno. M., 24 anni, nella «liscia» avrebbe dovuto trascorrere solo poche notti, invece vi sarebbe rimasto per molto più tempo: oltre i limiti stabiliti dai regolamenti. «È rimasto nudo, con la luce sempre accesa e senza acqua corrente», denuncia il padre.

Ilgiovane entra in carcere nel dicembre del 2019: deve scontare due anni di reclusione per una tentata rapina. Prima viene mandato all’istituto penitenziario di Verbania, poi trasferito a Torino perché ha problemi psichici: la diagnosi è disturbo borderline della personalità. «Una patologia che è possibile curare con la psicoterapia», racconta il papà. In carcere, però, le sue condizioni di salute si aggravano ed M. tenta il suicidio. Basta questo per trasferirlo in una cella di osservazione del reparto psichiatrico: lì non c’è nulla con cui possa provare a mettere fine alla propria vita. Quel trasferimento avrebbe dovuto essere temporaneo. Invece M. ci rimane per diversi mesi. Uscirà nel febbraio del 2021, quando i genitori riescono a riportarlo a casa (sta scontando il resto della pena ai domiciliari). Un risultato raggiunto al temine di una strenua battaglia a suon di carte bollate, istanze davanti al giudice di Sorveglianza, perizie psichiatriche e interventi del garante dei detenuti.

«Mio figlio è stato sottoposto a un trattamento disumano. È stato denudato e abbandonato in una cella – spiega il padre -. Per calmarlo lo hanno imbottito di psicotici. A nulla è servito insistere sul fatto che avesse bisogno di psicoterapia e non di trattamenti farmacologici, che per altro come effetti collaterali portano a depressione e suicidio». È un diario drammatico quello narrato dalla famiglia del giovane. «Mio figlio ha riportato anche alcune ustioni: si era rotta la finestra e non l’hanno riparata. Così in pieno inverno e con solo una coperta addosso per scaldarsi, si è rannicchiato vicino al termosifone fino a bruciarsi. Per quattro giorni, poi, non gli hanno fornito acqua in bottiglia e così quando dall’esterno attivavano lo scarico dei bagni, lui la raccoglieva prima che finesse negli escrementi. Lo hanno mortificato, insultato, umiliato».

Una perizia psichiatrica ha anche stabilito che M. era sottoposto a trattamento psicofarmacologico «esagerato» e «abnorme», con il rischio «non solo di aggravare e perpetuare la sintomatologia psichica e comportamentale, ma anche di ostacolare e compromettere le possibilità di recupero». «Da quando è a casa sta meglio, ma è uscito distrutto dal carcere. Ancora adesso ha gli incubi per quello che ha subito». Della vicenda di M. si è occupata anche Emilia Rossi, componente del collegio del Garante nazionale dei detenuti. Nel luglio dello scorso anno ha fatto un’ispezione. «Abbiamo riscontrato il disagio di questo giovane – spiega –. Sono anni che denunciamo l’inadeguatezza del Sestante e soprattutto della camera liscia».

In un rapporto del 2017, il Garante ne chiedeva l’abolizione rilevando non solo le pessime condizioni igienico-sanitarie, ma anche «l’illegittimità dello stato di isolamento del detenuto» per un periodo superiore al limite di 15 giorni previsto dalla legge. E ora la storia di questo ragazzo è anche racchiusa nell’ultimo rapporto di Antigone, l’associazione che dagli anni Ottanta si occupa di diritti nell’ambito del sistema carcerario e alla quale la famiglia si è rivolta per chiedere aiuto. È stata scelta perché rappresenta un caso limite, la cui crudezza mette a nudo «quanta strada ancora c’è da fare per garantire diritti e protezione a chi vive all’interno delle carceri italiane», si legge nel documento.

Il video di Fanpage

‘Ho subito aggressioni, ho cicatrici in faccia e su tutto il corpo’, ‘Vi scongiuro aiutatemi, ho paura di morire’. Queste sono solo alcune delle frasi contenute nelle lettere scritte dai detenuti del carcere Mammagialla di Viterbo. Richieste di aiuto e racconti del terrore indirizzati all’Associazione Antigone che da anni si occupa di tutela dei diritti umani nel sistema penale e penitenziario.   (le immagini del carcere ‘Mammagialla’ sono state gentilmente concesse dall’Associazione Antigone) https://youmedia.fanpage.it/video/aa/…

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Torino – grave operazione repressiva contro i NO TAV a torino – tutti liberi subito

Torino: Si sa, procura e questura torinesi non smettono mai di stupire. A quasi due anni dai fatti questa mattina la polizia ha eseguito tredici misure cautelari nei confronti di attivisti No Tav e giovani impegnati nelle lotte sociali in città nell’ambito di un’indagine sul Primo Maggio del 2019.

Fu un Primo Maggio particolare quello del 2019, il TAV era un tema centrale del dibattito politico di quei mesi. Nell’autunno precedente erano venute allo scoperto le “madamine”, operazione a freddo del sistema Si Tav per rappresentare un’inesistente base sociale favorevole all’opera. Il bluff era stato svelato e ridicolizzato con la grande manifestazione dell’8 dicembre a Torino che aveva visto decine di migliaia di persone riempire le strade della città per gridare forte il proprio NO.

La retorica che andava per la maggiore e che vedeva tra i suoi promotori il PD e i sindacati confederali nella loro interezza, insieme alle destre di ogni colore e alla Confindustria, era che la grande opera inutile avrebbe portato lavoro e progresso, pura propaganda smentita dai fatti (e persino da alcuni ormai noti rapporti europei). A quella retorica il movimento No Tav ha sempre opposto la considerazione per cui “c’è lavoro e lavoro”, cioè esistono lavori degni che si prendono cura del territorio, della salute collettiva, di ciò che è utile, bello e giusto e ci sono lavori che invece devastano, inquinano, sfruttano e riproducono la violenza dell’uomo sull’uomo e sulla natura.

Quel Primo Maggio del 2019 voleva essere usato dal sistema SI TAV come palcoscenico per la propaganda della grande opera, con tanto di madamine, esponenti di fratelli d’Italia e berlusconiani di ferro scesi in piazza in quella data forse per la prima volta in vita loro, ma non avevano fatto i conti con la valle che resiste e con le centinaia e centinaia di lavoratori e lavoratrici precari, studenti, riders e facchini della logistica che ogni anno si ritrovano in piazza all’interno dello spezzone sociale per portare avanti lo spirito originario di lotta del Primo Maggio. Quel Primo Maggio era la fotografia plastica di due Torino radicalmente diverse, da un lato le consorterie di speculatori, imprenditori e lobbies con i loro partiti politici di riferimento e i sindacati gialli a fare da sussidiari, dall’altra la Torino di chi lotta per sopravvivere, quella del sudore, delle pedalate in bicicletta per consegnare la cena, degli scarponi allacciati sui sentieri, dei giovani che si oppongono al cambiamento climatico e pretendono un futuro migliore.

lo spezzone sociale di quel Primo Maggio fu partecipato da migliaia di persone, era probabilmente lo spezzone sociale più grande che si ricordi negli ultimi anni, sicuramente era lo spezzone del corteo più folto e numeroso, tale da superare i numeri del resto della manifestazione nel suo complesso. In un primo maggio che progressivamente da giornata di lotta per i diritti degli oppressi si è trasformato prima in “festa dei lavoratori” e poi in “festa del lavoro” (come si legge nelle carte dell’inchiesta redatte in questura), gli spezzoni istituzionali si sono progressivamente svuotati, mentre la coda del corteo si è arricchita di nuove istanze, nuovi bisogni, nuove visioni sul futuro.

Questa evidenza probabilmente non poteva essere tollerata. Già dai giorni prima della manifestazione era evidente che si sarebbe tentato di relegare le voci di dissenso lontane dai responsabili delle politiche sociali, ambientali e sindacali che hanno falcidiato territori e generazioni di giovani e meno giovani del nostro paese. La polizia ha più volte tentato di bloccare lo spezzone sociale, di costringerlo al fondo del corteo, di provocarne il ridimensionamento, ma i numeri sono cresciuti, così come la determinazione e la volontà di portare avanti le proprie rivendicazioni. Nonostante tre violente cariche il corteo è arrivato in piazza San Carlo e finalmente la voce del paese reale ha potuto esprimersi su quel palco che fino a pochi minuti prima era stato il teatro della sfilata politico-sindacale.

Adesso a quasi due anni di distanza arriva la vendetta dello Stato per quella giornata di lotta, con delle misure cautelari assolutamente insensate dato il lungo periodo intercorso ed utilizzate unicamente per “punire” chi ha partecipato con generosità allo spezzone sociale.

Ancora una volta tra l’altro siamo di fronte ad un’inchiesta “selettiva” in cui ad essere colpiti e colpite sono compagni e compagne noti per la loro generosità e partecipazione alle lotte. L’obbiettivo di questura e procura è naturalmente quello di offrire alla stampa dei ritratti deformati di chi si spende per contrapporsi alla barbarie istituzionale, alla devastazione ed allo sfruttamento.

In particolare ancora una volta nel mirino degli inquirenti è finita Dana, in carcere da mesi per aver parlato ad un megafono, che guarda caso è nuovamente accusata di un reato di opinione e cioè di aver raccontato dal microfono del furgone dello spezzone sociale quanto stava accadendo in piazza, di aver rincuorato chi resisteva alle cariche, di aver ricordato ai partiti ed ai sindacati le loro responsabilità. E’ evidente che ormai a Torino non si puniscono unicamente i comportamenti legittimi o meno, ma è in corso una vera è propria caccia alle idee di chi non è allineato con il dettato dominante.

Tutt* liber* subito!

Da notav.info

 Genova – lo Stato borghese lancia una grave operazione repressiva contro i lavoratori portuali

 a difesa del commercio di armi a favore del regime assassino e genocida dell’Arabia saudita e a difesa dei fascisti

Genova. Cinque lavoratori del collettivo autonomo lavoratori portuali sono indagati dalla procura di Genova per associazione per delinquere finalizzata a reati che vanno dalla resistenza all’accensione di fumogeni al lancio di oggetti pericolosi e, perfino, all’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti.
All’alba del 24 febbraio le loro abitazioni, così come il luogo di lavoro, sono stati perquisiti dalla Digos che ha sequestrato telefoni, tablet e pc per trovare conferma di ‘azioni’ che il Calp ha sempre reso pubbliche sulla sua pagina Facebook. Due le tipologie di condotte contestate, da un lato quella antimilitarista in particolare con le manifestazioni e i presidi contro le navi della flotta Bahri, accusata di trasportare armi per rifornire l’Arabia Saudita nella guerra in Yemen, traffico recentemente bandito anche dall’Italia con lo stop alla vendita di bombe, dall’altra quella antifascista con blitz davanti alle sedi di Casapound, Forza Nuova e Lealtà azione, che di fatto sono consistiti in scritte e portoni sigillati con la colla.
“Per molti di questi reati, che nella maggior parte dei casi si riducono a semplici contravvenzioni gli attivisti del Calp sono stati assolti – spiega l’avvocato Laura Tartarini – oppure si tratta di processi, come la protesta di Corvetto contro il comizio di Casapound, che devono ancora cominciare”. Tra i fatti contestati la trasferta ad Arezzo, in particolare a Castiglion Fibiocchi dove i militanti del Calp erano andati ad appendere uno striscione e a fare scritte contro l’assoluzione dei due aretini condannati in primo grado e assolti in appello per la morte di Martina Rossi, figlia di Bruno, membro storico del collettivo.
  “La Procura di Genova sostiene che il Calp si è reso colpevole di avere strumentalizzato la protesta con ‘dispositivi modificati in modo da renderli micidiali’ – spiegano gli attivisti in un video facendo riferimento a uno degli episodi contestati – I bengala e i fumogeni utilizzati dai portuali per attirare l’attenzione sulle navi dalle stive e i ponti piene di armi e esplosivi diretti a fare stragi sarebbero “micidiali”, non le armi e gli esplosivi caricati sulle navi. In realtà il Calp ha usato un’arma “micidiale”, ossia lo sciopero. Questo ha fatto tremare gli armatori e i terminalisti: non i razzi luminosi e i fumi colorati, ma che il traffico criminale di armi non sia solo criticato idealmente ma sia bloccato materialmente dai lavoratori” proseguono ricordando la protesta che aveva visto protagonisti sindacati e associazioni cittadine per evitare l’imbarco nel porto di Genova di generatori destinati a un uso militare.

protesta al carcere di Asti per il focolaio Covid – ma polizia e stato pensano solo alla repressione

I detenuti non sono rientrati in cella per paura dei contagi e hanno dormito nei corridoi e nei box delle guardie di turno
Sono giorni molto difficili alla Casa di reclusione di Asti.
In un comunicato congiunto firmato da tutti i sindacati di polizia penitenziaria viene chiesto l’ intervento straordinario del Gruppo Operativo Mobile, una specialità di agenti abituati ad agire in situazioni di emergenza di ordine pubblico.
<Se ne rimarca l’urgenza – si legge nel comunicato dei sindacati – in considerazione del fatto che alcuni detenuti nei giorni scorsi dopo la notizia di soggetti positivi al Covid, si sono categoricamente rifiutati di entrare in cella e hanno dormito con i materassi in mezzo ai corridoi e si sono insediati nel box riservato all’agente di guardia di turno. Se La situazione di Asti sta ancora reggendo è solo grazie al poco personale della Polizia Penitenziaria presente ben oltre gli orari dei turni>.
Proprio per lo stato di forte tensione, i sindacati chiedono l’intervento immediato del GOM per scongiurare ogni situazione che mini la sicurezza dell’istituto.
Fra i destinatari di questo appello anche il sindaco di Asti, Maurizio Rasero che ha confermato di aver chiesto un incontro urgente al Prefetto, alla presenza dei sindacati di polizia penitenziaria e di tutte le altre istituzioni interessate per fare il punto della situazione.
Ieri sono stati vaccinati 150 detenuti
Sul fronte più strettamente sanitario, la Garante per i detenuti informa che i detenuti positivi sono stati isolati in quarantena e stanno tutti bene. Sono sotto stretto controllo da parte del personale sanitario del carcere, guidato dal dottor Ruta e dalla dottoressa Illo.
Nella giornata di ieri, sabato, sono stati vaccinati 150 detenuti, con AstraZeneca mentre altri 48 lo hanno rifiutato.
Rimane ancora una piccola quota di detenuti da vaccinare, 13, perché dovranno riceverlo in ambiente protetto, come l’’ospedalizzazione a causa di patologie importanti di cui soffrono. Saranno vaccinati nei prossimi giorni o appena sarà possibile organizzare le adeguate scorte per il trasferimento dalla struttura.

il ‘carcere assassino’ fa un’altra vittima a Cuneo

Un suicidio in carcere a Cuneo: la vittima è uomo di 41 anni originario del Torinese

Un suicidio in carcere a Cuneo. Un uomo di 41 anni, originario del Torinese, si è tolto la vita mentre era solo in cella, in un reparto ordinario. La scoperta è avvenuta questa mattina da parte degli agenti della polizia penitenziaria.
Il quarantenne era stato trasferito dal carcere di Biella al Cerialdo da pochi giorni.

Vergognose condanne inflitte al movimento No Tap, per difendere il profitto di pochi contro la tutela dell’ambiente e della salute dei più. Massima solidarietà del SRP

Il soccorso rosso proletario esprime la massima solidarietà agli attivisti e alle attiviste colpiti dalla repressione. Lavoratrici, lavoratori, mamme e padri di famiglia, studenti, artisti, che hanno cercato di esercitare un diritto costituzionalmente garantito, quello di lavorare e vivere in un ambiente sano, nel posto in cui sono nati, sulla terra che è loro.

Dalla stampa: Sessantasette condanne (a pene comprese tra i 6 mesi e i 3 anni 2 mesi e 15 giorni di reclusione) e 25 assoluzioni: si è concluso così il processo davanti al giudice monocratico di Lecce Pietro Baffa a 92 persone, molte delle quali aderenti al Movimento No Tap imputate in tre procedimenti per i disordini avvenuti tra il 2017 e il 2019 in occasione dell’avvio dei lavori per la realizzazione del gasdotto Tap a Melendugno, in Salento. Tra gli imputati anche gli attivisti che arrivarono in Salento da ogni parte d’Italia per appoggiare la protesta del Movimento.

Di seguito il comunicato No Tap sulle condanne:

ADELANTE

20 Marzo 2021

Adelante: si va avanti NONOSTANTE TUTTO

Si va avanti NONOSTANTE TUTTO

Avremmo tanto da dire su quanto accaduto ieri nell’aula bunker del carcere di Lecce, cercheremo di farlo, rimanendo lucidi davanti ad un giudizio che, a nostro avviso, ha avuto un evidente indirizzo politico.

Ci troviamo qui a dover commentare ancora una volta la criminalizzazione messa in atto da un apparato repressivo che coinvolge lo Stato a diversi livelli, con la complicità di una certa stampa che, senza essere presente a nessuna delle udienze, è stata pronta a giudicare, arrivando a definire “esito finale” quello che è solo il primo grado di giudizio.

Tutto questo sembra un accanimento contro il diritto al legittimo dissenso nei confronti di un’opera inutile, dannosa e imposta, presentata come strategica, che invece di strategico ha solo il raschiare il barile dei fondi europei. È un’opera climalterante che va contro ogni sana logica di cambiamento, lontana anni luce da quella transizione energetica di cui in nostri politici si vantano tanto. Pare sempre più evidente che questo accanimento è rivolto a chi protesta contro quel sistema in cui il Tap è inserito, un sistema di sviluppo che strizza l’occhio al potere economico, abbandonando intere popolazioni alla propria sorte. Un sistema che alletta con le sue sirene ma che lascia intorno a sè distruzione, povertà e un sempre maggiore divario tra classi sociali.

Non sarà questa sentenza a farci indietreggiare, non sarà questo chiaro messaggio intimidatorio a farci desistere dal continuare a credere che siamo la parte migliore di questa brutta storia, che siamo dalla parte giusta.

Ci eravamo meravigliati quando il giudice, Presidente di una sezione penale, aveva avocato i tre processi a sé, decidendo di celebrare tutte le udienze in tempo così rapidi (3 procedimenti penali, di cui uno con 78 capi di imputazione, in appena 7 mesi – udienze pressoché settimanali-, con una mole di materiale videoregistrato immenso da consultare per la difesa). Ci era sembrata del tutto fuori luogo l’esternazione del Giudice quando, nelle prime fasi dell’istruttoria, dichiarò che la testimonianza del pubblico ufficiale doveva considerarsi già di per sé veritiera. Siamo rimasti attoniti, nonostante fossimo preparati all’esito, quando il giudice leggendo i dispositivi delle sentenze ha emesso condanne che, nella maggior parte dei casi raddoppiavano, e talvolta triplicavano, le richieste del PM.

Si tratta di condanne che variano da un minimo di un mese a un massimo di 3 anni e che vedono coinvolti 86 attivisti. Pene severissime, se si pensa che molte delle imputazioni riguardano reati che vanno da oltraggio a p.u., a lancio di ciclamini o uova, a resistenza a p.u..

Ma ciò che fa più pensare, e lo hanno ribadito anche i nostri legali, sono i soli 15 giorni valutati da Giudice come sufficienti per depositare le motivazioni delle sentenze. Il numero elevatissimo di attivisti imputati e la complessità dei contesti e dei fatti, ci aprono ad un interrogativo: ci chiediamo se il Giudice dovrà spendere giorni e nottate per fornire motivazioni soddisfacenti o se, in realtà, il tutto non lo abbia già elaborato. Ai 15 giorni ne seguiranno 30 affinché i nostri legali possano elaborare e depositare gli appelli. Tempi strettissimi che non solo limitano la possibilità di imbastire una difesa serena e priva di pressioni, ma che impongono ancora una volta un tour de force ai nostri legali.

La regia che si cela dietro all’imposizione di questo sistema ha da sempre avuto bisogno di criminalizzare chi lotta per le giustizie sociali ed ambientali, così come ha la necessità di incutere timore nelle popolazioni istituendo zone rosse e limitazioni, mostrando i muscoli e schiacciando la ragione ma, malgrado tutto questo, ci sentiamo di ribadirlo ancora più forte:

Nonostante tutto ci troverete ancora qui:
noi l’effetto
voi la causa del nostro malcontento

storie di ordinaria violenza poliziesca .. perfino dentro il Tribunale!

SI accende una sigaretta prima del processo, detenuto malmenato da un agente

Torino:la procura apre un’inchiesta, l’episodio nella camera di sicurezza del palagiustizia

La procura di Torino ha aperto un fascicolo d’inchiesta su quanto accaduto nelle scorse settimane in una camera di sicurezza del tribunale di Torino, dove un giovane detenuto in attesa dell’udienza ha raccontato di essere stato malmenato da un agente della polizia penitenziaria dopo aver acceso una sigaretta.
L’udienza era alle 11. Il trentenne, che è in carcere al Lorusso e Cutugno per altre vicende da ottobre 2019 e nel processo che doveva affrontare era accusato di truffa, era assieme ad altri detenuti nella cella di sicurezza. “Qui non si fuma”, gli avrebbe detto l’agente togliendogli la sigaretta dalle labbra e di fronte al rifiuto del detenuto di consegnare l’accendino lo avrebbe colpito violentemente al volto, facendogli sbattere la testa contro il muro e facendogli cadere gli occhiali a terra. E sarebbero stati gli altri agenti a intervenire separando i due. Una scena che aveva impressionato molto sia gli altri detenuti, che avevano iniziato a urlare e a inveire, sia un paio di operatori sanitari che accompagnavano la scorta del gruppo di detenuti.
Stordito dal colpo e dolorante, con un filo di sangue che usciva da una ferita al naso, sarebbe stato richiamato dall’agente, che ha una lunga esperienza alle spalle, che assieme alle scuse e all’offerta di ripagare gli occhiali rotti gli avrebbe chiesto, con velate minacce, di non riferire nulla dell’accaduto all’udienza. E in effetti l’imputato era riuscito a mascherare la ferita e il dolore sia davanti al pm Paolo Scafi che al giudice Giorgia De Palma e nulla aveva detto nemmeno al suo difensore, l’avvocato Andrea Stocco. Anche perché – ha raccontato in seguito il giovane – gli agenti erano in aula, a pochi passi da lui.
Solo nel pomeriggio, quando il detenuto ha avuto un malore e un fortissimo mal di testa, ha raccontato dell’aggressione subita. Inizialmente aveva detto di essere caduto dalle scale la mattina in tribunale, avendo perso l’equilibrio a causa delle manette. Poi però, portato in ospedale, ha cambiato versione. Del caso si è subito interessata la direttrice della casa circondariale, Rosalia Marino, che ha avviato un’indagine interna.
“Da quel momento ho paura di essere punito, vivo nel terrore”, ha detto al suo avvocato, che ha raccolto la sua testimonianza e ha presentato in procura una denuncia per lesioni. Il fascicolo è stato assegnato al pm Giovanni Caspani.