
Urgente, si aggravano le condizioni di Mattia nel carcere di Ancona. Altro che malasanità, questa è vendetta


Un giovane No Tav racconta la manifestazione di lunedì 13/04 a San Didero e della violenza che continua ad essere perpetrata dalle forze di polizia in Val di Susa.
Succede proprio in mezzo alla Valle, quando la popolazione decide che non accetta una militarizzazione del proprio territorio per favorire la costruzione di opere inutili come l’alta velocità Torino-Lione e le opere accessorie ad essa collegate.
Succede a San Didero, luogo in cui un giovane No Tav viene violentemente colpito alla testa da uno dei migliaia di lacrimogeni che la polizia ha lanciato in questi giorni, anche ad altezza uomo, anche in mezzo al paese.
Vandalismo di Stato, incendiata macchina attivista no tav a San Didero

Questa è la macchina di un’attivista No Tav. Martedì sera aveva parcheggiato l’auto alla rotonda da cui si raggiunge il paese. Quando la polizia ha iniziato a spingere i manifestanti verso l’abitato di San Didero con cariche, lacrimogeni e idrante la macchina è rimasta oltre i cordoni. Questa è la condizione in cui è stata ritrovata, con il motore completamente incendiato e i finestrini spaccati.
Non siamo nuovi a questo modus operandi delle forze dell’ordine in Val Susa, frustrati poiché si sentono mercenari in terra ostile si danno al vandalismo, ma non ci faremo intimorire di certo, abbiamo affrontato ben altro in trenta anni di lotta. Quando in tv sentite parlare dei No Tav come Black Bloc, come teppisti ripensate a queste immagini, cartoline dai territori occupati!
A breve attiveremo una sottoscrizione per dare una mano all’attivista No Tav che ha subito questo danno. Seguiranno comunicazioni
Da https://www.notav.info
Dopo 7 mesi di detenzione Dana ottiene gli arresti domiciliari.La insistente campagna a difesa dell’ergastolo ostativo, che sta proseguendo anche dopo l’udienza della Corte costituzionale tenutasi il 23 marzo, in vista della decisione finale, è forse già per questo inopportuna: la discussione c’è stata, e la Corte è ormai riunita per decidere. In ogni modo, a fronte della continua riproposizione di argomenti contrari all’accoglimento della questione, vorrei ricordare solo tre punti essenziali e irrinunciabili.
Primo: si dimentica che non si tratta di giustificare un aggravamento di pena, ma di legittimare una pena (l’ergastolo) di per sé incostituzionale, perché esclude ogni possibilità di darvi fine. Il “diritto alla speranza” nella liberazione non può essere negato a nessuno.
Secondo: non vale dire che la possibilità di porre fine alla detenzione c’è sempre, perché dipende dalla libera scelta del condannato di collaborare attivamente con la giustizia, quando ciò è ancora possibile. In realtà la collaborazione in questo modo non è più una libera scelta, se è il solo modo per ottenere la liberazione. Il reo ha l’obbligo di sottostare alla pena legale stabilita (che non può essere perpetua), e di abbandonare i vincoli di partecipazione e di obbedienza all’associazione criminale, ma non può essere obbligato ad accusare né altri né sé stesso per esercitare i propri diritti.
Terzo: supporre che i vincoli di appartenenza all’associazione criminale siano necessariamente perpetui, e che quindi solo una “rottura” pubblicamente compiuta con la scelta di collaborare con la giustizia possa far guadagnare la liberazione, contraddice la natura e la dignità dell’essere umano.
Vuol dire considerare il condannato un soggetto incapace di esercitare la propria libertà secondo le leggi comuni a tutti, non accusando altri (o sé stesso) di reati, ma recidendo i legami di dipendenza dall’associazione criminale in vista del recupero sociale cui la pena, per Costituzione, deve tendere.
Questi sono principi fondamentali di un diritto penale conforme alla Costituzione: non c’è e non ci può essere eccezione, nemmeno in nome di una pretesa singolarità della società italiana e del suo diritto penale. Se si crede nell’essere umano, nella sua libertà e nella sua dignità, non si può ammettere né la pena di morte, né una pena senza fine come l’ergastolo ostativo.
Valerio Onida
da Corriere della Sera
Per i disordini avvenuti nel carcere di Rebibbia, il 9 marzo del 2020 a seguito delle misure disposte per contenere la diffusione del Covid, 46 detenuti sono stati rinviati a giudizio. Lo ha deciso il gup di Roma fissando il processo al 30 giugno prossimo. Altri quattro imputati hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato.
Intanto a Uta un altro detenuto è stato suicidato dallo stato. Il corpo, come riporta oggi l’Unione Sarda, è stato scoperto dai compagni di cella. L’uomo si è tagliato la gola durante un momento di solitudine, troppo forte evidentemente la depressione in un momento come questo, in piena emergenza Covid, dove le carceri stanno diventando sempre più pericolose. L’uomo era stato condannato per una serie di furti, in una vicenda che non sembrava ancora chiusa. Sulla vicenda è stata comunque aperta una inchiesta.
Alla vigilia del 14 aprile, quando il Tribunale di Sorveglianza di Torino deciderà sulle sorti di Dana, questa notte a San Didero sono arrivati più di 1000 agenti delle forze dell’ordine per occupare la zona interessata ai lavori per la costruzione del nuovo autoporto.Le truppe d’occupazione, con la loro solita “discrezione”, si sono fatti largo tra i tanti manifestanti accorsi in difesa del territorio, lanciando lacrimogeni ad altezza uomo e, nonostante alcuni feriti tra i No Tav, i resistenti si sono poi recati verso il Presidio ex- Autoporto per trovare riparo e ricompattarsi nella lotta.
Senza nessuna vergogna, con l’Italia che urla alle terapie intensive e un Governo che non si preoccupa della salute e della tutela dei suoi cittadini, ormai anche in grave crisi economica e sociale, lo Stato sostiene Telt nell’avanzamento di quest’opera scellerata ed ecocida.
Una manciata di operai, difesi dalle forze di Polizia in tenuta antisommossa, infatti, sono lentamente avanzati nei lavori di distruzione di un nuovo pezzo del territorio Valsusino.
Ieri in molte città d’Italia si sono svolti presidi di fronte a questure e prefetture per chiedere un radicale cambiamento delle leggi sull’immigrazione e per condannare il razzismo e la repressione che colpisce chi lotta.

A Roma, Milano, Bergamo, Torino, Modena, Viterbo, Taranto e Napoli, gruppi numerosi e determinati di immigrati/e e non hanno gridato a gran voce la loro rabbia ed esposto una precisa lista di rivendicazioni, tra cui la regolarizzazione di chiunque sia sprovvisto di permesso di soggiorno, lo sblocco delle domande di sanatoria, l’istituzione di un permesso unico europeo, l’abolizione del legame fra permesso di soggiorno, contratto di lavoro e residenza, l’abolizione dei decreti sicurezza, l’abolizione del costo dei rinnovi, la cittadinanza per chi è nato in Italia, la fine degli abusi delle questure, la chiusura dei centri di detenzione per immigrati e la fine dei rimpatri coatti. A Palermo e Teramo, compagne e compagni hanno affisso striscioni in solidarietà in città. Oltre a questo, in molte piazze si è messo l’accento sull’accesso alla salute (come nel caso di chi, col permesso in proroga, si vede respinto dagli uffici dell’ASL) e sulla situazione pandemica che, con la sua scriteriata gestione ha influito duramente soprattutto sulla vita dei lavoratori immigrati. Si è chiesto per questo che il piano vaccinale prenda al più presto in considerazione anche coloro che, a causa delle politiche razziste italiane ed europee in tema di immigrazione, sono al momento privi di documenti.
Molte di queste delegazioni sono state ricevute dai prefetti delle loro città ed hanno consegnato la piattaforma rivendicativa, mentre nelle piazze sottostanti si dava vita ad assemblee e discussioni. La risposta dello Stato, come sempre, è stata vaga ed elusiva. Molti prefetti si sono nascosti dietro la scusa della scarsità di organico (adesso risolta, secondo loro, con l’assunzione di lavoratori interinali), o dietro altre scuse di simile, scarsa consistenza.

Chi però stamattina è sceso in piazza, nonostante la pioggia, sa bene che la giornata di oggi è solo l’inizio. Già nei prossimi giorni riprenderanno i movimenti assembleari per organizzare nuove sempre più determinate mobilitazioni. Perché non possiamo più aspettare e continueremo a lottare ed unirci, da nord a sud, dalle città alle campagne.
Perché solo la lotta paga e non ci fermeremo finché non avremo DOCUMENTI PER TUTT* e REPRESSIONE PER NESSUN*!!!
A Roma la forte testimonianza di una donna proletaria che ha il marito in carcere perché per sopravvivere in Italia senza documenti ha dovuto arrangiarsi vendendo CD. Di seguito il suo intervento: