Aula bunker di Rebibbia: inizia il processo contro le 54 persone accusate della rivolta di marzo 2020

La solidarietà si fa sentire forte con un presidio all’esterno

Da Rete Evasioni

CHI HA DIFESO LA PROPRIA VITA NON SI PROCESSA!
Un anno fa le persone detenute hanno indicato l’unica soluzione possibile per evitare il contagio di massa in celle sovraffollate: svuotare le galere.
Alle proteste e alle richieste di salute e libertà lo Stato ha risposto con pestaggi, trasferimenti punitivi, morti e torture: strano modo di tutelare la salute delle persone…
Il tracollo sanitario che ha trasformato le carceri in focolai era in corso già da tempo, così come il sovraffollamento. Quanto sta accadendo in queste settimane nella sezione femminile di Rebibbia, al pari di altre carceri, ne è una terribile conseguenza: ad oggi si parla di 40 donne contagiate e sono le stesse detenute a raccontare del mancato ricovero per chi è in gravi condizioni, della mancanza di mascherine e di tamponi, dell’isolamento totale cui sono costrette tra la chiusura dei colloqui e l’obbligo di stare in cella 24 ore su 24.
L’8 aprile, 54 detenuti di Rebibbia verranno processati in aula bunker per la rivolta del 9 marzo 2020. Altre 20 detenute sono sotto indagine per una protesta avvenuta in contemporanea nella sezione femminile.
Noi siamo al loro fianco e vogliamo che la nostra solidarietà arrivi forte e chiara. Chi ha protestato aveva ragione: l’unica sicurezza contro il contagio non può che essere la libertà.
DOMENICA 11 APRILE – ORE 10:30
presidio con microfoni aperti davanti alla sezione femminile di Rebibbia (pratone) per portare i nostri saluti alle detenute

Rebibbia, affidamento ai servizi revocato: contestò le precarie condizioni igieniche in quarantena

di Damiano Aliprandi

Era tra i detenuti che al carcere di Rebibbia avevano rifiutato il vitto per protestare contro le precarie condizioni igieniche nelle quali vivevano in quarantena, a causa della riscontrata positività al Covid, in un reparto dismesso da mesi. Il 31 marzo gli doveva essere confermato l’affidamento ai servizi: revocato a causa di una denuncia dell’autorità giudiziaria per aver partecipato ad azioni di protesta quando era ristrettoproprio nel reparto obsoleto in questione.

La denuncia della garante di Roma Gabriella Stramaccioni

A riportare questa surreale vicenda è la garante del comune di Roma delle persone private della libertà Gabriella Stramaccioni. «Risultato positivo al Covid a fine dicembre insieme ad altri 40 – racconta la garante – viene spostato in isolamento in un reparto dismesso (da mesi) del carcere. Rimangono qui alcuni giorni, in condizioni igieniche precarie, in stanze abbandonate da tempo, con materassi e lenzuola vecchie e puzzolenti, senza disinfettanti e materiale per la pulizia». Avvisata dai familiari di questa situazione, la garante Stramaccioni decide di entrare nel reparto il 12 gennaio, accompagnata dalla direttrice del carcere di Rebibbia Nuovo Complesso e dal medico della Asl. «Purtroppo – prosegue la Garante nel racconto – la situazione corrisponde a quello che mi è stato descritto ed i detenuti sono in agitazione da giorni, preoccupati ed impauriti, non ricevono informazioni. Hanno deciso di rifiutare il vitto per protesta. Cerchiamo di calmare gli animi, parlo con molti di loro (dallo spioncino e da lontano) e faccio molta fatica a controllare il disagio per quello che vedo con i miei occhi». A quel punto la direttrice si impegna a far arrivare nuovi materassi e lenzuola, il medico si impegna a rafforzare il servizio di assistenza. «Torno dopo pochi giorni con il Garante regionale Anastasia – spiega Stramaccioni – ed effettivamente qualcosa è migliorato, anche se per le persone positive al Covid dovevano essere, a nostro avviso, adottate misure più significative e quindi inviamo una nota congiunta a tutti i soggetti coinvolti».

Il 31 marzo l’amara sorpresa: la revoca della misura alternativa

A febbraio i detenuti di Rebibbia tornati negativi rientrano nei loro reparti, dopo aver passato un mese in una situazione angosciante. Tutto è bene quel che finisce bene? No. Per uno di loro il 31 marzo si doveva confermare l’affidamento ai servizi grazie anche a una relazione positiva dell’area educativa e a causa di una sofferenza da disturbo bipolare con conseguente riconoscimento dell’invalidità all’80%. «Ma ora questa misura è stata revocata – rende noto la garante -. Il motivo: c’è una denuncia dell’autorità giudiziaria per aver partecipato ad azioni di protesta quando era ristretto nel reparto obsoleto in questione. Esattamente il giorno che sono andata in visita nel reparto dismesso per verificare le loro precarie condizioni». La garante denuncia quello che definisce un «cortocircuito della giustizia». Interviene a tal proposito anche il garante regionale Stefano Anastasìa: «Il potere disciplinare andrebbe valutato con cautela dalla magistratura di sorveglianza, non ci si può affidare come fosse oro colato».

12 aprile: documenti per tutti/e, repressione per nessuno/a

Il 12 aprile in diverse città d’Italia si scenderà in strada per dire basta alle politiche migratorie razziste che ormai da decenni, e sempre di più, costringono migliaia di lavoratori e lavoratrici immigrate a sottostare al ricatto dei documenti, agli abusi continui delle questure, a forme di sfruttamento, segregazione e repressione sempre più feroci.

Negli ultimi anni, l’Unione europea e i suoi stati membri hanno realizzato una politica sull’immigrazione sempre più selettiva e brutale, inasprendo i meccanismi di ricattabilità e precarietà, e rendendo quindi sempre più difficile per migliaia di persone l’ottenimento o il rinnovo di un documento. Leggi che moltiplicano irregolarità ed esclusione sono andate di pari passo con politiche securitarie fatte di respingimenti, deportazioni e detenzione, di militarizzazione dei confini e di guerre predatorie e operazioni militari all’estero. In Italia, all’apparato legislativo già fortemente discriminatorio si sono sommati via via l’aumento dei costi per l’ottenimento dei documenti e i quotidiani, strutturali, abusi amministrativi in tutto il paese: questure che richiedono documentazione non necessaria per il rinnovo dei permessi di soggiorno, uffici anagrafe che non rilasciano i certificati di residenza, mancato rispetto dei contratti di lavoro, tempi di attesa infiniti per il rinnovo del documento.

I decreti sicurezza entrati in vigore nel 2018 (in continuità con quelli precedenti del 2009 e del 2017) e solo in parte modificati non hanno fatto altro che peggiorare questi meccanismi e ostacolare ancora di più migliaia di persone in Italia, molte delle quali proprio a seguito di questi decreti hanno perso il permesso di soggiorno e quindi anche la possibilità di avere un contratto di lavoro e di affitto. Oltre a inasprire il regime giuridico a cui sono sottoposte le persone immigrate, gli stessi decreti sicurezza hanno battuto ulteriormente la strada della criminalizzazione di chiunque osi alzare la testa – anche in questo caso con effetti più incisivi nei confronti degli immigrati la cui repressione passa anche dalle minacce di revoca del permesso e di espulsione.

I lavoratori e le lavoratrici immigrati, poi, sono una delle categorie che ha dovuto pagare il prezzo più alto della pandemia e delle politiche che hanno cercato di gestirla: innumerevoli ostacoli nell’accesso al sistema sanitario pubblico e ai bonus, in virtù della propria situazione giuridica; esposizione al rischio di contagio perché ammassati nei centri di accoglienza, nei centri per il rimpatrio (CPR) o nelle carceri, o perché costretti ad andare a lavorare, come facchini, braccianti, badanti e riders, magari senza contratto e passibili così anche di sanzioni. Anche la sanatoria varata dal governo si è rivelata totalmente (e prevedibilmente) fallimentare, in quanto moltissimi non hanno potuto accedervi a causa di criteri iper-restrittivi, mentre tanti altri da mesi attendono di sapere se la propria domanda è andata a buon fine o meno. Infine, nessuna garanzia di vaccinazione per chi non è iscritto al servizio sanitario nazionale.

Per questo il 12 aprile torneremo in strada con le rivendicazioni di chi, nonostante subisca le forme più pesanti di sfruttamento e segregazione, continua a lottare coraggiosamente:

– permesso di soggiorno incondizionato per tutti non legato al contratto di lavoro
– accesso alla residenza
– accesso alla cittadinanza, anche per chi è nato/a in Italia
– abolizione di tutti i decreti sicurezza
– fine degli abusi e dei lunghi tempi di attesa nelle questure,
– azzeramento dei costi dei permessi
– chiusura dei centri di detenzione (CPR) e fine dei rimpatri
– permesso di soggiorno europeo

Non si può più aspettare, documenti per tutt* e repressione per nessun*! Appuntamenti nelle città:

Roma h.10 Piazza San Silvestro
Torino h. 9.30 davanti all’Ufficio Immigrazione della Questura
Milano h. 11 davanti alla Prefettura
Modena h. 9 davanti alla Prefettura (Viale Martiri della libertà)
Napoli Piazza Matteotti (davanti alla Questura) h. 10
Viterbo h. 9 Piazza del Plebiscito (davanti alla Prefettura)
Taranto h 10 davanti la Prefettura (Via Anfiteatro)

Piacenza, padroni/stato tutta una fogna – ai detenuti nessun vaccino

“Su una popolazione carceraria di circa 400 detenuti ancora nessuno ha ricevuto il vaccino, né è stata intrapresa alcuna azione informativa”.
E’ quanto denunciano, relativamente al carcere di Piacenza, i sindacati Sappe, Uspp, Osapp, Sinappe, Cgil, Cisl, e Uil, che parlano senza mezzi termini di “fallimento della Medicina penitenziaria”. “Parliamo – spiegano – di persone ristrette, alcune ottantenni, con gravi patologie, e malgrado vi siano risorse a disposizione non riusciamo a capire il motivo di questa impasse. Vogliamo allertare l’Amministrazione Penitenziaria, l’azienda sanitaria e il Signor Prefetto della situazione creatasi anche nel nostro istituto con un abbandono da parte della medicina penitenziaria, per velocizzare al massimo la somministrazione dei vaccini per la popolazione detenuta. Eventuali ulteriori ritardi potrebbero, a nostro parere, essere di grave pregiudizio per l’incolumità di chi vive o lavora in carcere, perchè in caso di focolaio anche la sicurezza del territorio sarebbe minata”.
“Il Direttore del nostro Istituto – proseguono – ha messo in campo sin della prima ondata pandemica tutte le risorse a disposizione, andando anche oltre a quelle diramate, al fine di assicurare il buon andamento della gestione della stessa pandemia verso il personale di polizia e la stessa popolazione detenuta. Vogliamo far appello anche anche al Garante Regionale per i diritti delle persone detenute per la mancata somministrazione del vaccino alla popolazione detenuta del carcere piacentino”.
“Il perdurare di questo immobilismo da parte della Medicina Penitenziaria – affermano – potrebbe creare un ennesimo disastro, stavolta anche all’interno della struttura piacentina, pertanto urge una nuova campagna vaccinale per la popolazione detenuta. Siamo veramente indignati per stato stato di abbandono e non escludiamo altre forme di protesta per sollecitare gli organi competenti ad uscire dal ginepraio di questa sanità penitenziaria”. I sindacati si dicono preoccupati del fatto che la situazione “potrebbe far registrare le tensioni che nel marzo 2020 sfociarono in vere e proprie rivolte all’interno delle carceri di diverse citta italiane; tra l’altro i primi focolai già si intravedono e solo grazie al sacrificio e alla professionalità dimostrata dal reparto di polizia penitenziaria di Piacenza e alla pazienza dei detenuti sino ad oggi è stato scongiurato all’interno della struttura il  rischio di disordini”.
“Auspichiamo – concludono – che la medicina penitenziaria provveda a quanto denunciato e sollecitiamo le autorità ad un impegno comune per far fronte a questa ormai prolungata pandemia”.

Cade accusa di terrorismo per altri 4 anarchici romani

Di Frank Cimini

È caduta l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per altri quattro anarchici romani arrestati a giugno dell’anno scorso. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Roma al quale la Cassazione aveva rimandato indietro gli atti spiegando che la mera adesione all’ideologia anarchica non basta per contestare l’aggravante di aver agito con fini di eversione dell’ordine democratico.

L’accusa di terrorismo cade per Claudio Zaccone, Daniele Cortelli, Flavia di Giannantonio e  Nico Aurigemma. Sono stati tutti scarcerati a eccezione di Zaccone che resta detenuto per un’azione contro una caserma dei carabinieri.

In precedenza era stata scarcerata Francesca Cerrone. L’operazione del giugno scorso si rivela sempre di più come un flop investigativo nonostante fosse stata citata come un successo nella relazione annuale dei servizi di sicurezza.

Va ricordata la storia di una analoga operazione avvenuta a Bologna nel maggio dell’anno scorso con scarcerazione da parte del Riesame di tutti gli anarchici dopo tre settimane.

A scoprire gli altarini nel caso di Roma è stata ancora una volta la Cassazione che già in passato aveva avuto modo di fissare paletti ben precisi in relazione all’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo.  Ma gli uffici inquirenti della magistratura e quelli della Digos sembrano proseguire imperterriti per la loro strada di fatto criminalizzando manifestazioni di dissenso come quelle organizzate sotto le carceri in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid.

Francesca Cerrone aveva scontato nove mesi di custodia cautelare e dell’accusa a suo carico resta solo il presunto furto di sacchi di cemento del valore di 30 euro. Per capire il contesto politico di queste inchieste va ricordato che Nico Aurigemma si era visto negare il permesso di colloquio con i genitori e la sorella perché il pm esprimendo parere contrario aveva indicato tra i motivi il fatto che il giovane si era avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia. Cioè Aurigemma per aver esercitato il suo diritto di indagato si vedeva negare un diritto da detenuto.