Con Luigi e i compagni condannati, la repressione dello Stato borghese non fermerà le lotte necessarie

Con Luigi e i compagni condannati, la repressione di questo Stato borghese con tutti i suoi apparati non può fermare la lotta necessaria e ad ampio raggio contro governo padroni capitalisti, questo sistema imperialista.

proletari comunisti Palermo

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da Antudo 27 maggio

Oggi il Tribunale di Palermo ha pronunciato il suo verdetto, scagliando contro Luigi una condanna di 4 anni, 9 mesi e 15 giorni, infliggendo 14 giorni di reclusione a un altro compagno e decretando un’assoluzione. In questo modo lo Stato tenta di blindare con la repressione chiunque osi alzare la testa contro la macchina della guerra. La sentenza comunque fallisce nel suo intento primario: quello di intimidirci, di isolarci o di ridurci al silenzio. La ferocia con cui viene colpito chi si è opposto ai profitti insanguinati di Leonardo Spa e alla complicità italiana nel genocidio è la prova definitiva che la nostra lotta ha colpito il cuore pulsante del sistema. Il potere manifesta la propria paura del dissenso che non si lascia addomesticare e risponde con l’unica lingua che conosce, ovvero quella della criminalizzazione sistematica della lotta.

Se pensano di aver chiuso una partita o di aver fiaccato i nostri animi con il peso di queste condanne, non hanno compreso la natura profonda e incrollabile della nostra determinazione. Questa sentenza non ci scalfisce, ma diventa anzi un monito per rilanciare l’opposizione con ancora più vigore e coerenza. Ogni giorno inflitto ai nostri compagni si trasforma in motivazione per continuare a combattere contro la servitù bellica della Sicilia e il progetto imperiale diffuso nei territori. L’unico modo è non concedere alcuno spazio al loro disegno di dominio, perché la nostra resistenza è quotidiana e inarrestabile. Siamo orgogliosamente al fianco di chi è stato colpito, pronti a trasformare ogni attacco repressivo in un nuovo terreno di scontro e di mobilitazione permanente. La lotta contro la guerra imperialista e contro chi la finanzia prosegue ora con più forza di prima, poiché non sarà mai la repressione a fermare il cammino di chi non accetta di farsi complice di questo sistema di dominio.

Annullata con rinvio la conferma delle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e altri attivisti. ORA SCARCERATELI!

Da Osservatorio repressione

Annullata con rinvio la conferma delle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e altri attivisti. La Suprema Corte boccia l’utilizzo di fonti indeterminate e materiale privo di verifiche. Un colpo durissimo a un’inchiesta che appare sempre più come una montatura politico-giudiziaria commissionata da Israele andata a male.

La Suprema Corte ha infatti annullato con rinvio le ordinanze con cui il Tribunale del Riesame di Genova aveva confermato le misure cautelari nei confronti di Mohammed Hannoun e degli altri indagati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso associazioni impegnate nella solidarietà con il popolo palestinese.

Non si tratta di un dettaglio tecnico. La Cassazione ha demolito uno dei pilastri fondamentali dell’impianto accusatorio: l’utilizzo di presunte “fonti aperte” mai identificate, mai sottoposte a verifica e prive di qualsiasi accertamento sulla loro attendibilità.

Secondo la Corte, un giudice non può fondare una decisione sulla base di materiale di cui non siano chiaramente indicati origine, provenienza e affidabilità. Le cosiddette “fonti aperte” non sono automaticamente fatti notori e non possono essere utilizzate come prove semplicemente perché reperite online o richiamate dagli investigatori.

Ancora più significativa è l’affermazione secondo cui risultano inutilizzabili anche materiali provenienti dai servizi israeliani se non accompagnati dalle necessarie garanzie di verificabilità e controllo processuale.

È una censura pesantissima.

Per mesi l’inchiesta è stata presentata all’opinione pubblica come la scoperta di una rete di finanziamento del terrorismo operante in Italia. Titoli, dichiarazioni e ricostruzioni mediatiche hanno contribuito a costruire l’immagine di una presunta infrastruttura clandestina legata ad Hamas. Oggi la Cassazione afferma che una parte decisiva di quel castello accusatorio poggia su elementi che non possono essere utilizzati in un processo.

Parallelamente, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura che tentava di difendere l’impianto investigativo. Nelle motivazioni si legge una critica netta al tentativo dell’accusa di ottenere una rivalutazione delle prove incompatibile con il giudizio di legittimità e priva dei necessari riscontri documentali.

Tradotto in termini politici e giudiziari: la Procura non è riuscita a dimostrare in maniera adeguata nemmeno il percorso attraverso il quale le risorse raccolte dalle associazioni sarebbero effettivamente arrivate a organizzazioni terroristiche.

Adesso il Tribunale del Riesame dovrà riesaminare l’intera vicenda praticamente dalle fondamenta.

Dovrà verificare l’attendibilità delle fonti utilizzate dagli investigatori. Dovrà stabilire se esistano elementi autonomi sufficienti a sostenere l’accusa. Dovrà chiarire la natura delle organizzazioni coinvolte. Dovrà accertare se gli indagati fossero realmente consapevoli di eventuali finalità terroristiche dei fondi raccolti.

In altre parole, dovrà fare ciò che in uno Stato di diritto dovrebbe essere fatto fin dall’inizio: basare le decisioni su prove verificabili e non su presunzioni.

La vicenda assume un significato ancora più ampio se inserita nel contesto degli ultimi mesi. Dall’arresto di Anan Yaeesh all’inchiesta contro Hannoun, fino alla condanna di Ahmad Salem per il cosiddetto “terrorismo della parola”, emerge un quadro nel quale l’attivismo palestinese e la solidarietà con la Palestina sembrano essere diventati oggetto di una particolare attenzione repressiva.

Naturalmente ogni indagine deve seguire il proprio corso e ogni eventuale responsabilità va accertata nelle sedi competenti. Ma proprio per questo è fondamentale che le garanzie processuali valgano per tutti, anche per i palestinesi.

Le motivazioni della Cassazione ricordano un principio elementare che troppo spesso sembra essere stato dimenticato nel dibattito pubblico: non si possono costruire accuse sulla base di suggestioni, dossier opachi, informazioni non verificabili o materiale proveniente da apparati di intelligence stranieri senza adeguati controlli.

Perché quando si accetta che le garanzie vengano ridotte per una categoria di persone considerate “sospette” per definizione, il problema non riguarda più soltanto quelle persone. Riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto.

L’impressione è che l’operazione che aveva portato agli arresti di dicembre stia mostrando crepe sempre più profonde. E che dietro la retorica della lotta al terrorismo stia emergendo una realtà molto diversa: quella di un’inchiesta costruita su fondamenta assai più fragili di quanto fosse stato raccontato.

Sarà ora il Tribunale del Riesame a dover verificare se, una volta eliminate le scorciatoie investigative censurate dalla Cassazione, resti davvero qualcosa in grado di sostenere l’accusa.