Turchia: La deputata Leyla Guven condannata 22 anni per terrorismo.

Erdogan scatena i giudici: 22 anni alla deputata curda Leyla Guven. La Parlamentare dell’Hdp era accusata di «terrorismo» per il suo ruolo al Congresso della società democratica: un’associazione di oppositori, avvocati e difensori dei diritti umani

L’escalation contro Leyla Guven, storica esponente della sinistra curda in Turchia, ieri ha toccato la vetta: una condanna a 22 anni e tre mesi di prigione per terrorismo.

Il percorso compiuto fino alla sentenza di ieri contro l’ex parlamentare 56enne del partito di sinistra Hdp e co-leader del Dtk (Democratic Society Congress) ha occupato tutti gli ultimi 10 anni, per inasprirsi a partire dal 2015 con l’esplosione del consenso per la formazione filo-curda, la ripresa della campagna militare turca contro il sud est e poi nel Rojava, il nord-est siriano: prima l’arresto, poi un lungo sciopero della fame, il rilascio in attesa del processo, una prima condanna a sei anni non concretizzata perché protetta dallo status di deputata e infine (lo scorso giugno) il ritiro dell’immunità parlamentare.

Una cancellazione che ha aperto alla sentenza più dura, quella comminata ieri dalla corte penale di Diyarbakir: 14 anni e tre mesi per l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica (il Pkk) e altri 8 anni per due diverse accuse di propaganda terroristica (il riferimento è a due discorsi pubblici che Guven ha tenuto a Batman e Diyarbakir).

Nello specifico, la procura ha chiesto condanne per fondazione, guida e appartenenza a organizzazione terroristica, incitamento a proteste illegali e partecipazione disarmata a riunioni illegali. Subito è stato spiccato un mandato d’arresto, ma mentre scriviamo non è ancora chiaro dove l’ex deputata si trovi: ieri in tribunale erano presenti solo i suoi due legali, Serdar Celebi e Cemile Turhalli Balsak.

Immediata è giunta la condanna dell’Hdp: «La magistratura ha mostrato ancora una volta di agire in linea con gli interessi del partito di governo – si legge in una nota – Non riconosciamo questa punizione illegittima e dannosa». «Questa decisione ostile – prosegue il comunicato – non va solo contro Leyla Guven e non solo contro il Dtk, ma contro tutti i curdi e tutta l’opposizione. Né lei né noi ci arrenderemo a causa di punizioni e arresti».

Guven è considerata un simbolo della lotta all’autoritarismo che oggi caratterizza la Turchia. Ex sindaca, ex deputata, prigioniera politica tra il 2009 e il 2014, riarrestata a gennaio 2018 per aver criticato l’operazione militare di Ankara nel cantone curdo-siriano di Afrin, nel novembre dello stesso anno ha iniziato uno sciopero della fame durato fino al 26 maggio 2019, sostenuto da migliaia di prigionieri e prigioniere curde nelle carceri turche ma anche da donne esponenti della sinistra mondiale, da Angela Davis a Leila Khaled: 200 giorni a digiuno contro l’isolamento a cui è sottoposto il leader del Pkk Abdullah Ocalan.

Ridotta pelle e ossa, era stata rilasciata a gennaio 2019 ma aveva proseguito la protesta nella sua casa di Baglar, a Diyarbakir. Con la mascherina al volto, gli organi vicini al collasso, continuava a chiedere «democrazia, diritti umani e giustizia».

Nulla di nuovo sotto il sole a strisce turco: le accuse mosse sono sempre le stesse, tutte derivazioni varie ed eventuali del reato “terrorismo”, con cui in cinque anni una magistratura sempre più erdoganizzata e un ministero degli interni campione di commissariamento di enti locali hanno devastato l’Hdp.

Tanti piccoli golpe Akp-diretti: il Partito democratico dei Popoli ha visto imprigionare i propri leader nazionali, Selahattin Demirtas e Fiden Yukesdag, insieme a una decina di altri parlamentari; arrestate migliaia di amministratori locali, membri di partito e semplici sostenitori; commissariare quasi ogni comune vinto nelle due ultime tornate elettorali municipali. E stracciare l’immunità parlamentare solo al fine di poter procedere contro l’espressione della partecipazione politica curda e di sinistra alla vita nazionale, talmente ristretta da accogliere ben poche forme di espressione politica al di fuori dell’erdoganismo.

di: Chiara Cruciati – il Manifesto

da: nena-news.it

Ma quali scuse, liberate Mumia Abu-Jamal!

La famiglia MOVE rifiuta le scuse di Filadelfia e chiede la liberazione di Mumia Abu-Jamal

Da Infoaut

Città del Messico / La famiglia dell’organizzazione MOVE negli Stati Uniti ha dichiarato che “non le interessa nessuna discolpa da parte di nessun pubblico ufficiale a Filadelfia” per il bombardamento contro di loro del 1985, e ha detto che “se i pubblici ufficiali della città fossero sinceri” metterebbero in libertà il prigioniero politico Mumia Abu Jamal, detenuto da 39 anni.

La famiglia MOVE rifiuta le scuse di Filadelfia e chiede la liberazione di Mumia Abu-Jamal

“Loro non possono restituirci i nostri 11 famigliari, che assassinarono nel 1985, ma possono restituirci il nostro fratello Mumia Abu Jamal, che fu imprigionato 39 anni fa per un crimine che non commise, e tutto il mondo lo sa”, ha dichiarato in un comunicato.

Di seguito il comunicato completo:

ON A MOVE/IN MOVIMENTO tutti!

Questa è una dichiarazione della famiglia MOVE per informare che alla famiglia MOVE non interessa nessuna discolpa da parte di nessun pubblico ufficiale a Filadelfia per il bombardamento della nostra famiglia nel 1985, che causò l’assassinio di 11 nostri famigliari (5 dei nostri bambini e 6 adulti). Se i pubblici ufficiali della città fossero sinceri nel rettificare il disastro del 1985, metterebbero in libertà il nostro fratello Mumia Abu Jamal, immediatamente!

Loro non possono restituirci i nostri 11 famigliari, che assassinarono nel 1985, ma possono restituirci il nostro fratello Mumia Abu Jamal, che fu imprigionato 39 anni fa per un crimine che non commise, e tutto il mondo lo sa, inclusa Maureen Faulkner, alla quale è sfuggita di bocca la difesa dell’Ufficio Federale delle Prigioni.

In MOVE diciamo che se i pubblici ufficiali di Filadelfia credono che offrire le scuse sia la risposta, allora dovrebbero discolparsi con le famiglie di Walter Wallace, Winston Hood, William Green… e con le famiglie delle innumerevoli vittime della brutalità poliziesca che sono state assassinate nella città del cosiddetto “amore fraterno”.

Stiamo dicendo che una discolpa senza azione non significa nulla! LIBERATE MUMIA ABU JAMAL! VIVA L’AFRICA PER SEMPRE!

La familia MOVE.

18 dicembre 2020

Desinformémonos

Traduzione a cura di Comitato Carlos Fonseca

Ancora omicidi polizieschi negli USA: Andre Maurice Hill era disarmato ed è stato ucciso nel garage di casa sua!

A Columbus un agente ha aperto il fuoco contro un cittadino disarmato – Ansa /CorriereTv

Scoppiano le proteste, a Columbus, per un secondo caso di omicidio commesso da poliziotti in poche settimane. Un afroamericano di 47 anni, Andre Maurice Hill, era nel garage di casa sua quando è stato colpito più volte dall’agente Adam Coy. La polizia aveva ricevuto una chiamata da un residente del quartiere per un incidente, quando viene notato l’uomo all’interno della macchina. Adam Coy spara a Maurice Hill disarmato e aspetta diversi minuti prima di prestare soccorso, l’uomo morirà poco dopo. Il poliziotto aveva già denunce a carico per uso eccessivo della forza, ora è stato sospeso. Il sindaco di Columbus, Andrew Ginther, chiede il suo immediato licenziamento. Hill è il secondo afroamericano ucciso dalla polizia in meno di tre settimane. Il primo è il 23enne Casey Goodson Jr, colpito a morte mentre comprava dei panini.

India – ancora un esempio per tutti – i prigionieri politici in sciopero della fame a sostegno del grande movimento di massa dei contadini

Political prisoners on hunger strike in Taloja jail in support of farmersʹ movement

Press Note

Activists-Intellectuals detained in the Elgar Parishad-Bhima Koregaon case, to join farmers in their struggle by observing day long symbolic hunger strike.

On the farmers day dated 23.12.2020, inmates of Taloja jail shall undertake a day-long hunger strike to express their solidarity with agitating farmers. Activists detained in the Elgar Parishad- Bhima Koregaon case while expressing their support to the demand of the farmers have conveyed the following message through Adv Nihalsing Rathod.

Revolutionary Zindabaad!

First of all, we pay our tributes to the martyred farmers, who laid their lives during this agitation. We are sure that their martyrdom will make this agitation more firm and resolute than it already is.
We inmates though cannot participate physically in the agitation are participating by observing a day-long symbolic hunger strike. The demands you have raised are absolutely right and just. Central Government has drawn a sinister plot to make farmers slave of the corporate giants, by passing such anti-people laws. The agenda is to grab land from the peasantry, with the aid of the law, and then make farmers serve Adani Ambani as their masters. This is the country where the farmer is revered for his contribution to society. The peopleʹs movement you all have started, foreseeing the plot, is not just historic, it is helping bring the rampant government to its senses. Present-day government, their handlers i.e. Rashtriya Swayamsevak Sangh has been against democracy since their inception. They despise unity, fraternity, equality, for it offends their casteist agenda. Those who remind them of constitutional and democratic ethos, make them feel terrified. The only way they see out is to discredit the preacher of democracy, so as to create confusion in the masses. It is out of this disgusting method, that they call people terrorists, traitors, agents, etc. they have successfully done it in the past 6-7 years, thereby impairing many activists, who dared to show them a mirror. However this time around, the agitating farmers did not let them succeed. We can feel them shivering with fear, fearing that they are losing.
In such an adversarial situation you all have raised such an inspirational movement, that it will prove to be a torchbearer for times to come. You have defeated intentions of Sangh, Modi Government, its Ministers, and their Godi Media; and exposed their plot in front of people. Fourth pillar of democracy and government both have been exposed doing service to capitalists. They have been discarding their accountability towards people. After attacking farmers with water in a chilling cold, a poor attempt was also made to divide them on the basis of religion; instead of having some discussion with them.
Public sector corporations which been build up with sweat and blood of countrymen are being gifted to capitalists. On one side, loans-penalties-taxes are being waived-off for capitalists and on the other side burden of taxes is being forced on common people. When the whole nation was suffering with Covid-19, these same rulers made workers walk thousand kilometers and were at the same time fiding opportunities in problems so they can make profits to their capitalists friends. They have been gifted packages worth lakhs and crores and its pay back is being forced on common people. This nation built up in 70 years with the relentless toiling by farmers and workers, is being brought to sell off by these scounderers. These are only the real anti nationals and terrorists.
In this symbolic day long hunger strike, we had to take decision of not involving Father Stan Swamy and Gautam Navlakha due to their health issues, against their desires. Not thinking of health, they were insisting to join in this protest; but it has been conveyed that respecting everyoneʹs opinion, they are standing morally firm with us.
There is no doubt that unity, spirit of struggle and firmness showed by farmers will be a source of inspiration to people of India. We are fully part of their struggle and we appeal all fellow citizens to join this struggle with all their means and make farmers voice louder.

On behalf of all: Mahesh Raut Sudhir Dhawale, Surendra Gadling, Anand Teltumbde, Rona Wilson, Hany Babu, Sagar Gorkhe,
Ramesh Gaichor, Mahesh Raut, Arun Ferreira, Varnon Ghonsalves,
Father Stan Swamy and Gautam Navlakha.

confermata la sorveglianza speciale per Eddi – confermiamo la solidarietà militante

Questa decisione arriva contro un’ampia mobilitazione civile, espressione pubblica di numerose opinioni anche giuridiche in dissenso, appelli di centinaia di giuristi e personalità della cultura, opere, libri e documentari dedicati a Eddi e alla sua vicenda.


Getta vergogna sull’istituzione, dimostrando che il suo personale non ha la caratura morale per formulare giudizi su vicende che comportano la morte o la sofferenza di milioni di persone.

Questo giudice, come quello precedente, cerca proprio per questo di lateralizzare la vicenda siriana di Eddi pretendendo che essa, che pure è conditio sine qua non dell’intera iniziativa giudiziaria, abbia ceduto il passo a ben più gravi attività politiche svolte in Italia. La procura aveva affermato il 12 novembre che l’attivismo politico di Eddi è inseparabile dalla sua partecipazione siriana. Questo è vero: non si ha una “Eddi” senza l’altra. L’ipocrisia istituzionale dell’Europa deve venire a patti con sé stessa. Eddi è un’internazionalista e una femminista e per questo è partita per la Siria, cosa che non hanno fatto altri. Ma proprio questo è ciò che il tribunale di Torino non può accettare.

Di qui la criminalizzazione indecente di attività nobili e pacifiche svolte in Italia, che denuncia un’ostilità ideologica preoccupante da parte di un Tribunale, la cui politicizzazione in seguito vicenda del Tav è ormai tema di dibattito sulla stampa nazionale e nello stesso parlamento italiano.

Le manifestazioni universitarie, ambientaliste, per i diritti sul lavoro e contro l’invasione turco-jihadista del Rojava sono definite «pericolose» e «gravissime». Sono sfide «all’autorità» poste in essere in luoghi pubblico, e tanto basta. Nessuna sentenza definitiva ha mai addossato a Eddi alcunché di illecito e non potendo fare leva su sentenze, il tribunale si fonda su «segnalazioni» di singoli poliziotti. Il collegio ha rivendica nel decreto nero su bianco la potestà della sezione preventiva del tribunale di utilizzare notizie di polizia non entrate in processi penali, elementi desunti da processi ancora in corso e persino da procedimenti che si siano conclusi con un’assoluzione. Avoca in sostanza a sé il diritto di giudicare al di fuori delle garanzie previste per uno stato di diritto e secondo criteri di assoluta eccezionalità; quindi, nei fatti, con piena arbitrarietà.

La denuncia della difesa della mortificazione del contraddittorio in primo grado, con l’espunzione di testimoni e il rifiuto del primo giudice di permettere l’interrogatorio dei poliziotti, è stata liquidata con toni sprezzanti nei confronti della difesa. Il decreto parla di “reati” sebbene non ve ne siano e, ammette in modo inquietante, Eddi è soltanto “formalmente” incensurata, Che cosa significa? Forse per il tribunale di Torino il cittadino non è presunto innocente se non “formalmente”? I principi costituzionali o del diritto internazionale umanitario non valgono a Torino nella sostanza? Affermazioni scandalose discendono da questa concezione poliziesca della giustizia, e devono essere denunciate all’opinione pubblica.

«Non si vede come possa rilevare», scrive il collegio, che un agente Digos intervenuto a impedire a una serie di ragazze di assistere a un’assemblea accademica nel 2016 «abbia minacciato in una fase ancora concitata una delle presenti, diversa dalla Marcucci, di reagire con schiaffi» (p. 15). Le testimonianze oculari di cariche effettuate a freddo e senza ragione alla manifestazione del primo maggio (dove pure Eddi non ha usato alcuna violenza) sono come tali «inverosimili» poiché «non si può supporre» nelle forze dell’ordine schierate in piazza una «ingiustificata aggressività» (pp. 19-20). Se la carica parte, la carica è motivata.

Pur di far passare Eddi come una squilibrata il giudice si spinge ad affermare che il divieto di avvicinarsi a bar e locali pubblici tra le 18 e le 21 ogni giorno, prima di rientrare obbligatoriamente a casa, è dovuta alle probabili aggressioni che metterebbe in atto contro avventori «non in sintonia con i suoi orientamenti» (p. 23). Questa illazione non è suffragata da nulla se non dal decreto stesso, né da segnalazioni di polizia. Come indizio dell’attitudine intrinsecamente violenta di Eddi si cita la sua opposizione, nel 2016, a una manifestazione neo-fascista all’università. Essa avrebbe dimostrato la sua incapacità a tollerare «il libero confronto delle idee». Un nesso ispirato forse dalle fatiche letterarie di Bruno Vespa.

La proibizione più grave, e maggiormente contraria ai diritti umani e costituzionali – quella di manifestare e anche parlare in pubblico – viene giustificata in base a questi «paradigmi di pericolosità soggettiva». Eddi potrebbe, in altre parole, esercitare violenza anche in quelle circostanze. Stiamo parlando dell’uditorio di una sua conferenza. Chiunque può farsi da sé un’opinione di simili affermazioni e della loro natura. Se qualcuno ancora avesse dubbi su cosa è oggi il tribunale di Torino, si consideri la provocazione conclusiva del decreto. Eddi ha chiesto che le venga restituita almeno in parte la somma di 1.000 euro che ha dovuto versare allo stato come “cauzione” per essere sorvegliata, facendo presente che, per una lavoratrice della ristorazione, questo non è un periodo facile; e che chi è sottoposto a sorveglianza speciale perde automaticamente il diritto a qualsiasi sussidio corrisposto dallo stato. Il collegio risponde a p. 24: «Tra il 2018 e il 2019 la proposta ha affrontato le spese di un lungo viaggio in zona di belligeranza, per poi rientrare per via aerea, così palesando capacità reddituale non minimale».

Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est

lettera ricevuta

Dear friends and comrades,

on the 2nd and 12th of February 2021, court proceedings will take place against two comrades from Nuremberg. The current decision of the local court would be an interpretation of ‘resistance against executory officers’ unprecedented in Germany: just shouting at police officers is to be punished with a prison sentence without probation. Therefore, this would create a precedent applicable to other entirely non-violent methods of civil disobedience. These methods could then be interpreted as collaborative resistance against executory officers. This would place serious new legal instruments of state force into the hands of the executive branch of government. To help prevent this, we would be grateful for any support for the campaign #Jamnitzer #SolidaritaetGegenPolizeistaatlichkeit, for example through statements of solidarity, spreading of the issue through your structures and publications.

For as always, one thing is certain: this concerns all of us.

Greetings in solidarity and thank you for your support,

Prolos

 

Scandalous verdict in Nuremberg: a prison sentence for shouting at police

In October, the Nuremberg local court sentenced two leftist activists to 18 and 15 months imprisonment, without probation (since the judgement is not yet final, both defendants are not in prison while they await the appeal process). The reason for this sentence: they supposedly shouted at police officers at the Jamnitzer square in the summer of 2019.

The Jamnitzer square embodies the struggle against gentrification and isolation in Nuremberg. Cramped living quarters and overpriced bars are only examples for the many reasons local residents have to spend evenings outdoors. Particularly in this quarter, where private gardens are rare, the public square is a hub of community and social encounters. This however, runs directly counter to the interests of property investors who wish to attract a better paying class of citizens with expensive venues and a stylish, quiet neighbourhood. This necessitates the displacement of less affluent residents. These interests are enforced by a police force which seeks ever more aggressively to prevent the less well-off majority from using this public space.

As a result, in June 2019, park users had had enough and a stop-and-search incident was met by a group of people congregating in solidarity with those stopped by the police and making verbal demands that the police leave the square and stop their harassment, causing the officers to retreat. The incident has led to enforced police presence, even in the form of specialist units, and constant surveillance, accompanied by the prosecution of even minor administrative offences.

But the consequences of this evening in June are even more far reaching, as local media has taken up the police narrative, constructing scenes approaching civil war, clearly attempting to make the police’s reaction and the two – obviously politically motivated – prosecutions appear more reasonable. Within this narrative, spontaneous solidarity among a group of park users is construed as a disciplined mob and one man randomly named as the ringleader.

The legal practice applied to the proceedings was from the start highly dubious and the political motivation is clearly discernible. The older defendant was supposedly identified from a photograph showing eight men over 50 who looked nothing like one-another, but were all ascribed to leftist circles by the interior intelligence agency. The principle applied here was clearly that it would be equally desirable to get a hold of any one of them. The younger defendant was identified based on just one police officer’s statement which was so vague it resulted in the intelligence agency producing three blocks of photographs of eight different individuals – the defendant being the only one in his block roughly fitting the officer´s vague description. In court however, the police officer suddenly claimed to identify the accused with great certainty, in spite of a different witness’s assurances that the defendant had not even been present at the incident. The judge also ignored the fact that the police witness’s boyfriend, also a police officer, had sat in on the proceedings prior to his girlfriend’s statement and had left to have lunch with her directly after other relevant witness statements and directly before she made hers.

This only underlines the fact that the outcome of the case had at this point already been decided upon. It was simply an instrument to address the political issue which had arisen from the use of the Jamnitzer square. The state prosecutor stressed in their demand that this verdict had to create a precedent as deterrence to prevent the Jamnitzer from becoming a No-Go-Area. In fact, the only thing currently threatening to make it a No-Go-Area is continued police harassment. The lawless spaces they evoke seem to be more often found in police stations and courtrooms.

The judge basically followed the demands of the state prosecutor, issuing sentences of 18 and 15 months respectively, permitting neither sentence to be suspended on probation. At the same time as such show trials are held to boost the police’s ego and suppress leftist organising, the state refuses to dissolve the „National Socialist Underground“, NSU, complex. Extremist right wing factions and violent excesses in police and army are dismissed as isolated cases, the existence of militant right wing networks in organs of state force is denied. This presentation of alternative facts is a tested method to obstruct the public gaze.

Constant police scandals have not prevented the police force from being equipped with ever more powers, such as through the police competency law. And the line between intelligence agencies and police becomes ever more blurred, while our rights are curtailed and even the mildest forms of resistance are punished with prison sentences. This is open preparation for the state’s enforced battle against its own people. Political opponents are the first guinea pigs for these methods, but we do not have a long way to go before every football match resembles a military parade, youths are routinely beaten up and strikes and labour unions are criminalised.

Where injustice becomes law, resistance becomes a duty. Because this situation concerns us all! Show solidarity – only a united struggle can preserve the rights and freedoms which a united struggle won for us. We are grateful for any support for the campaign #Jamnitzer #SolidaritaetGegenPolizeistaatlichkeit, for example through statements of solidarity, spreading of the issue through your structures and publications.

Let us confront their oppression with our solidarity!

A solidarity account has been created with the legal aid network “Rote Hilfe” for the two prosecuted comrades:

Rote Hilfe Nuremberg

Sempre al fianco di chi denuncia e lotta contro i torturatori assassini

tra sabato e ieri sono stati trasferiti i 5 da Modena. Abbiamo notizia di 4 destinazioni certe, manca il quinto e non sappiamo quando arriveranno sue notizie. È stato scritto un testo con le parenti, perchè da parte loro arriva forte la richiesta di continuare a scrivere e a tutti e ad attivare altre/i, solidali laddove ci siano, nelle città di destinazione
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A fine novembre 5 persone detenute nel carcere di Ascoli hanno scritto un esposto alla Procura di Ancona.
In questo atto, con grande coraggio, hanno riportato quanto realmente accaduto a marzo nel carcere di Modena e di Ascoli in seguito alle rivolte, in relazione ai pestaggi, agli spari e a alla morte di Salvatore Piscitelli.
Il 10 dicembre sono stati trasferiti nel carcere di Modena. La scelta stessa di questo trasferimento è subito apparsa una forte intimidazione agli occhi di chi, sin da marzo, non aveva creduto alla narrazione delle “morti per overdose”, fossero essi/e parenti o solidali, seppur tra loro sconosciuti/e. Le condizioni di detenzione in cui hanno tenuto i 5 ragazzi a Modena sono state altrettanto intimidatorie: in isolamento (sanitario), con divieto di incontro tra loro, in celle lisce con vetri rotti, senza possibilità di fare spesa e di ottenere accredito dei versamenti in tempi utili per poter fare la spesa, senza i loro vestiti e con coperte consegnate bagnate qualora richieste.
Immediatamente, all’esterno, si è attivata un’eterogenea rete di solidarietà, costituita da parenti e solidali.
La solidarietà messa in campo si è mossa su più fronti: sostegno legale, saluti sotto le mura del carcere, lettere, mail di pressione alla direzione del carcere, sollecitazioni ai garanti regionale e nazionale.
Varie testate giornalistiche, a distanza di 9 mesi dal massacro avvenuto nel carcere modenese, hanno riportato i fatti, o si sono trovate costrette a farlo, data la forza della voce dei 5 detenuti e la determinazione di parenti e solidali in loro sostegno. La verità è scomoda da dire e da sostenere, infatti non in tutti i casi è stata riportata per quello che è o è stata detta parzialmente. In un caso, invece, un giornalista è stato licenziato per l’articolo scritto.
Molti giornali e media ufficiali, a marzo, avevano riportato senza se e senza ma la voce dei carcerieri: i 14 morti durante le rivolte di marzo, 9 dei quali deceduti a Modena o in trasferimento dal carcere di quella città, erano morti per overdose a loro dire. Ma dei pestaggi e degli spari nessuno aveva parlato.
A detta del carcere di Modena, gli interrogatori dei 5 uomini che hanno fatto l’esposto sarebbero dovuti avvenire lunedì. La realtà è stata diversa: sin da venerdì 18 il procuratore ha svolto gli interrogatori. A questi sono seguiti trasferimenti in differenti carceri. L’intento, ancora una volta, è la frammentazione e l’isolamento.
Al momento si conoscono le destinazioni di 4 dei 5 detenuti. Tutti loro, dopo l’isolamento effettuato a Modena, verranno sottoposti a nuovo isolamento nelle rispettive destinazioni. Una cosa è chiara: la forza e il coraggio di queste 5 persone vanno sostenuti con forza.
La solidarietà, nelle sue molteplici forme, va portata avanti per ridurre l’effetto di questa frammentazione.
Lanciamo un forte invito a scrivere a tutti loro! Non lasciamoli soli: una lettera, una cartolina, un telegramma! Spezziamo l’isolamento e rafforziamo la solidarietà.
Di seguito gli indirizzi, ad ora conosciuti, delle nuove destinazioni:

Claudio Cipriani
C.C. Parma, Strada Burla 57, 43122 Parma

Ferruccio Bianco
C.C. Reggio Emilia, Via Luigi Settembrini 8, 42123 Reggio Emilia

Francesco D’angelo
C.C. Ferrara, Via Arginone 327, 40122 Ferrara

Mattia Pelloni
C.C. Ancona Montacuto, Via Montecavallo 73, 60100 Ancona

SE LE MURA DELLE CARCERI SONO ALTE, SE CON LA DISPERSIONE PROVANO A DIVIDERE CHI ALZA LA VOCE INSIEME, LA SOLIDARIETA’ LE SUPERA E CI TIENE UNITE/I.