Aggiornamenti sul Processo d’appello No Tav a Torino

Processo d’appello No Tav a Torino

Questo processo, riguardante la giornata di lotta del 3 luglio 2011, è iniziato a metà del gennaio scorso, è stato un poco paralizzato dalla pandemia, ha tenuto un paio di udienze in giugno-luglio, é ripreso all’inizio di novembre ha prefissata un’altra udienza per giovedì 21 gennaio del prossimo anno. Insomma, è impegnato a riportare in galera qualcun*. Nei giorni delle udienze siamo presenti in meno di dieci, mentre davanti al tribunale ci sono sempre compas in presidio con musica, interventi … insomma non siamo lasciati sol*.

Infatti è processo deciso dalla cassazione: che nel 2017 ha spedito al tribunale di Torino l’ordine di riaprirlo data l’assenza, in tanti casi, di documentazione riguardo alle condizioni concrete dei reati attribuiti a numerose-i condannate-i di noi (cioè oltre una ventina di compas di tante regioni).

Scopo e funzione principale del processo dunque è:

dare fondamenta all’accusa, così la procura ha schierato due-tre pm che con il sostegno degli avvocati della “parte civile”, cioè delle aziende edili, scavatrici attive nei cantieri Tav, si impegnano a rafforzare le condizioni dei “reati” e a tacere, nascondere l’attacco della polizia.

Nell’udienza di ieri, 17 dicembre, il procuratore generale si è impegnato nell’aggravare, per esempio, il lancio dei sassi da parte di noi manifestanti contro la polizia, tacendo totalmente che quel lancio era risposta agli spari di lacrimogeni sul corteo, che era l’azione per dare vita, continuità alla lotta contro la devastazione della valle.

In questa situazione ha trovato così posto in aula la lettura di due nostre prese di posizione qui allegate con un abbraccio a todos.

Comunicato

Infrastrutture: 27,7 miliardi <><> Sanità 9: miliardi

E’ quanto verrà investito con i fondi del Recovery plan.

La pandemia che ha colpito non solo il nostro paese, ma tutto il pianeta, ha evidenziato come la Sanità italiana non sia stata capace di affrontare questa emergenza.

I tagli, sia al personale che alle strutture ospedaliere, effettuati da TUTTI i governi negli ultimi decenni ci hanno impedito di poter usufruire di posti letto nelle terapie intensive, e non solo, adeguate alle necessità emergenziali.

Nonostante una altissima cifra di morti che ci colloca al primo posto in Europa e al quinto nel mondo, di tutto l’ammontare dei miliardi europei concessi con il Recovery Plan solo 9 sono stanziati per recuperare le deficienze sanitarie; e sono solo una minima parte di quanto, in termini di denari, è stato sottratto alla Sanità; e sono assai insufficienti per risanare una Sanità portata al collasso dalla politica legata al profitto piuttosto che alle esigenze dei cittadini.

Nel contempo, alle infrastrutture, oltremodo non sempre utili, e spesso solo dispendiose la cifra concessa si ammonta a tre volte superiore a quella della Sanità.

Si finanzia la speculazione e gli interessi mafiosi e si lascia nelle gravi difficoltà dimostrate in questi mesi il più importante dei BENI per la vita dei cittadini: la SANITA’.

La linea ad alta velocità Torino–Lione ha dimostrato tutta la sua inutilità nei decenni trascorsi dalla sua progettazione, che si perde nei tempi andati, ad oggi. Senza che alcuno ne abbia sentito la mancanza. Tutti i dati dimostrano che questa opera non offe alcun servizio che già non faccia l’attuale linea “storica”.

E nonostante che i residenti della Val di Susa si siano visti ridimensionare non poco il presidio ospedaliero del territorio, come d’altronde milioni di altri cittadini italiani, devono assistere allo sperpero di milioni e milioni di denaro pubblico in questa opera che forse mai vedrà il suo termine ultimo.

Normale che tutta la Valle si opponga, da quasi trenta anni, a questo sperpero di denaro.

Normale che questa Lotta abbia trovato solidarietà, sostegno e partecipazione da parte di interi settori della popolazione sia della regione che nazionali.

La risposta della politica istituzionale ai suoi massimi livelli non si è basata sulla dialettica e il confronto. NO! Nessuna ragione si è mai voluta sentire, ancorché discutere.

La risposta è stata una feroce repressione. Che si è sviluppata con una violenza inaudita, come ci dimostrano anche gli ultimi arresti di persone colpevoli solo di aver sostenuto uno striscione o parlato ad un megafono durante un’azione dimostrativa e pacifica; come ci ha dimostrato il tentativo della Procura torinese, miseramente bocciato dalla Cassazione, di accusare di terrorismo per una azione di sabotaggio il cui unico danno è stato subito da un generatore.

Il processo odierno, che si ripete in questa Corte d’Appello dopo la bocciatura in Cassazione ha solamente rappresentato la volontà dello Stato di voler annientare il Movimento No Tav con anni e anni di galera inflitti sulla sola base della presenza in zona degli imputati, insieme oltretutto a decine di migliaia di altre persone.

Esprimiamo solidarietà con Dana Lauriola in carcere alle Vallette, con Emilio Fabiola Stella Mattia Stefanino e Massimo ai domiciliari e con tutti i colpiti da misure restrittive.

Torino 17 dicembre 2020 GLI IMPUTATI DEL PROCESSONE NO TAV

17- dicembre – 2020

Siamo qui per rafforzare la resistenza allo sconvolgimento del territorio della Val Susa, per far posto a ulteriori autostrade, a villaggi per famiglie ricche – resistenza iniziata all’apertura dei primi cantieri lungo la valle avvenuta oltre 10 anni fa.

Il 3 luglio 2011 fu una giornata di mobilitazione generale ancor oggi, qui, sotto processo che, nonostante arresti, militarizzazione dei cantieri aperti in valle, è riuscita in sostanza a limitarli, fino anche a bloccarli.

Anche in questo processo cercate di affermare ulteriori condanne sospinte dalla “parte civile” la cui “civiltà” manifesta appieno il proprio essere oggi nell’esplosione e modi di affrontare l’epidemia in corso. L’apparato sanitario non è stato in grado di affrontarla per l’assenza negli ospedali dell’accesso a terapie e tecniche curative necessarie, segnando così la morte di migliaia di persone.

Anche qui le “parti civili” sono parte direttamente di sostegno dell’accusa, delle aziende impegnate nell’apertura di cantieri e degli attacchi della polizia per far avanzare la devastazione della valle.

Esprimiamo piena solidarietà alle iniziative del movimento No Tav, a compagne- compagni colpite con il carcere, arresti e controlli di ogni tipo.

Le vostre condanne non ci disperdono come dimostra la notte di presidio realizzata in valle sabato scorso.

Avanti No Tav

GLI IMPUTATI DEL PROCESSONE NO TAV

No Tav, dalla Cassazione clamorosa smentita del teorema torinese

– Livio Pepino, Il Manifesto . La sentenza della Cassazione che ha annullato pressoché in toto le pesanti condanne inflitte dalla Corte di appello di Torino nel maxiprocesso per gli scontri in Valsusa nel 2011, è una smentita senza precedenti dei teoremi di Procura e giudici torinesi nei confronti dei No Tav.

Non è certo la prima.

Basta ricordare, per limitarsi ai casi più noti, la caduta rovinosa dell’imputazione di terrorismo nel processo per il danneggiamento di un compressore e l’annullamento di numerose misure cautelari.

Ma questa volta la smentita è, se possibile, ancora più significativa.

Per coglierne il senso conviene ripercorrere la vicenda.

I fatti risalgono all’estate del 2011 e si verificano alla Maddalena di Chiomonte dove, all’esito di numerosi ripensamenti, si è deciso di cominciare lo scavo del tunnel geognostico propedeutico alla costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione.

Lì si organizza l’opposizione della Valle con un presidio di migliaia di persone che, il 27 giugno, vengono sgomberate, con inaudita violenza e con un uso massiccio di lacrimogeni, da reparti di varie polizie in assetto di guerra.

Allo sgombero fa seguito, il 3 luglio, un imponente corteo di protesta all’esito del quale si verificano pesanti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Sei mesi dopo il gip di Torino emette 41 misure cautelari nei confronti di attivisti No Tav imputati di violenza pluriaggravata a pubblico ufficiale e di lesioni.

La lettura del provvedimento dimostra un inedito salto di qualità dell’intervento giudiziario che, da mezzo di accertamento e di perseguimento di responsabilità individuali, si trasforma sempre più in strumento di tutela dell’ordine pubblico.

Le misure cautelari, pur facoltative, vengono emesse per reati che consentono, con il bilanciamento di aggravanti e attenuanti, la sospensione condizionale della pena e vengono giustificate tra l’altro, con la singolare considerazione che «i lavori per la costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione proseguiranno almeno altri due anni; pertanto, non avrà fine, a breve termine, il contesto in cui gli episodi violenti sono maturati».

La motivazione si concentra, più che sulle condotte individuali, su una ritenuta responsabilità collettiva sino all’affermazione che «è superflua l’individuazione dell’oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell’ordine rimasto ferito, come lo è l’individuazione del manifestante che l’ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati (preventivati o anche solo prevedibili) commessi in quel frangente, nel luogo dove si trovavano».

La pericolosità degli imputati viene desunta essenzialmente da rapporti di polizia e, per uno di essi, addirittura dal fatto che «nel 1970 è contiguo ai movimenti della sinistra extraparlamentare «Lotta Continua» e «Potere operaio» e partecipa a una manifestazione non preavvisata» (sic!).

Il seguito è coerente, all’insegna di quello che è stato definito il «diritto penale del nemico». Il procuratore della Repubblica interviene di continuo sulla stampa affermando in modo tranchant che «a operare sono squadre organizzate secondo schemi paramilitari affluite nella Valle da varie città italiane ed europee per sperimentare metodi di lotta incompatibili con il sistema democratico».

I vertici degli uffici giudiziari torinesi non consentono lo svolgimento a palazzo di giustizia di un convegno sul tema organizzato dai Giuristi democratici. Il processo è sostenuto in modo acritico da un’alleanza di ferro tra fautori dell’opera, Partito democratico e media locali e nazionali. Interviene persino il presidente della Repubblica che «rinnova l’apprezzamento per come magistratura e forze dellordine stanno operando in quella tormentata area della Valsusa»).

In questo clima, e in aule presidiate da forze di polizia come se fossero campi di battaglia, si svolgono i dibattimenti di primo e di secondo grado che si concludono con pesanti condanne di gran parte degli imputati. Ebbene, oggi, sei anni dopo l’inizio del processo, la Cassazione riconosce l’inconsistenza e la forzatura di questa operazione.

Certo, occorre aspettare le motivazioni.

Ma, intanto, alcune cose sono chiare già dal dispositivo: che le motivazioni delle condanne non sono congrue (tanto da imporre un nuovo processo per quasi tutte le posizioni), che alcuni dei reati contestati semplicemente non esistono (tanto da determinare l’annullamento della sentenza sul punto), che la sostituzione della responsabilità individuale con una inedita responsabilità collettiva a titolo di concorso non può avere cittadinanza nel nostro sistema, che alcune delle pene inflitte sono eccessive.

È quanto basta per dire che è necessaria una completa rilettura della vicenda.

Tutti i governi dei paesi imperialisti in Europa preparano repressione e carcere per chi si ribella – la Francia di Macron ad esempio

Un articolo dal giornale dei compagni marxisti-leninisti-maoisti francesi

in via di traduzione



Depuis plusieurs semaines maintenant, nous entendons beaucoup parler de l’article 24 de la loi de sécurité globale. En effet, cet article (suspendu pour le moment) vise à empêcher la population de diffuser des images de violences policières. Si cet article cristallise légitimement la colère des masses populaires, l’article 23 est tout aussi infâme, et illustre bien la façon dont l’État prépara son système carcéral en vue d’années de lutte intense.

L’article 23 de la loi de sécurité globale prévoit que « Les personnes condamnées à une peine privative de liberté pour une ou plusieurs infractions (…) ne bénéficient pas des crédits de réduction de peine (…) lorsque ces infractions ont été commises au préjudice d’une personne investie d’un mandat électif public, d’un militaire de la gendarmerie nationale, d’un fonctionnaire de la police nationale …) ». En clair, l’article prévoit de supprimer les remises de peine pour les personnes condamnées pour des infractions commises à l’encontre de membres des forces de l’ordre ou d’élus.

Bien-sûr, l’objectif de cet article est clair : maintenir en prison le plus longtemps possible toute personne qui s’attaque à des flics ou à des politiciens bourgeois. En cela, l’article vise évidemment les manifestations, les révoltes, les grèves, et tous les évènements de contestation au cours desquels des personnes peuvent légitimement s’en prendre aux flics dans le but de lutter contre l’infâme système capitaliste-impérialiste dont les policiers sont les chiens de garde.

Alors que la justice bourgeoise est déjà expéditive et extrêmement répressive à l’encontre de toutes celles et ceux qui luttent contre le capitalisme, cette loi va donc encore renforcer cela, et nous pouvons être certains que les juges et les flics sauront utiliser cet article de loi à leur avantage. En effet, il est très fréquent que les flics accusent de façon mensongère des innocents de violences ou d’outrages dans le but de récupérer des dommages et intérêts ou dans le but d’envoyer ces personnes derrière les barreaux. Avec ce nouvel article de loi, nous pouvons être certains que ces pratiques seront de plus en plus fréquentes, et que lorsqu’ils arrêteront des militants pour des faits ne rentrant pas dans le champ d’application de cet article 23, les flics n’hésiteront pas à ajouter un outrage inexistant à l’affaire dans le but de faire sauter les réductions de peine à la personne condamnée.

Par ces réformes qui se multiplient, mais aussi par la construction de nouvelles places de prison, l’État se prépare donc aux années qui viennent. Nous le savons déjà, la lutte des classes ne va faire que s’intensifier au sein de l’État français dans les années à venir. Le pourrissement de l’impérialisme français, les crises économiques amplifiées par la crise sanitaire, les reformes antisociales qui se multiplient et le renforcement des organisations révolutionnaires comme les Jeunes Révolutionnaires, sont autant d’éléments qui promettent des années intenses de lutte. Alors, l’État se prépare tout naturellement à essayer d’écraser ces révoltes. C’est pourquoi, comme il l’a fait au cours du mouvement des gilets jaunes, il s’apprête à mettre en prison le plus de militants possible. L’État espère ainsi, par cette répression de plus en plus féroce, contrecarrer les révoltes populaires et maintenir le plus longtemps possible le système capitaliste. Seulement, l’État ne comprend pas que même avec toute la répression du monde, il ne pourra que retarder sa chute, mais il ne pourra jamais l’empêcher.

L’État ne comprend pas non plus qu’un militant révolutionnaire derrière les barreaux n’arrête pas de militer, mais il adapte juste ses modes de militantisme à l’environnement carcéral, comme l’ont fait les prisonniers politiques du Parti Communiste du Pérou dans les années 1980 et 1990 en profitant de leurs temps derrière les barreaux pour lire des ouvrages de théorie révolutionnaire, pour organiser la vie de la prison selon des principes communistes et pour convaincre d’autres détenus de rejoindre les forces révolutionnaires.

Ainsi, alors que l’État renforce son arsenal répressif pour essayer en vain d’écraser les révoltes, nous, révolutionnaires, ne pouvons voir en cela qu’un signe positif : l’État a peur de la révolution. À nous maintenant de faire de cette peur une réalité.