Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

Solidarietà a Maja, aggredita e sottoposta a procedimento disciplinare in carcere

Queste aggressioni non devono rallentare il processo di solidarietà e lotta contro la repressione, ma ci devono stimolare a moltiplicare le iniziative in occasione delle udienze per Maja, Gabri e Anna del 18 e 30 settembre!

Traduciamo dal Comitato di Solidarietà per Maja (https://www.basc.news/uebergriff-von-waertern-und-disziplinarverfahren-gegen-maja/)

Dalla fine di giugno, la direzione e gli agenti del carcere di Budapest dove Maja è detenuta hanno cercato di impedirle di indossare i cosiddetti abiti femminili. Le molestie sono degenerate il 17 luglio 2026, quando diversi agenti hanno sopraffatto Maja nella sua cella, ferendola leggermente. Il carcere ha quindi avviato un procedimento disciplinare contro Maja, accusandola di aver aggredito gli agenti. Il procedimento è tuttora in corso. Maja rischia un divieto di tre mesi di partecipare ad attività ricreative e di gruppo, il che comporterebbe un nuovo isolamento totale.

A partire da maggio 2026, Maja aveva indossato frequentemente in carcere gonne e vestiti, ricevuti in pacchi di abbigliamento dalla sua famiglia. Alla fine di giugno 2026, si è tenuto un incontro con l’amministrazione penitenziaria, durante il quale la richiesta di Maja di partecipare all’ora d’aria generale è stata respinta senza ulteriori spiegazioni. Nel corso dell’incontro, il responsabile della sicurezza ha comunicato verbalmente a Maja che indossare abiti femminili era proibito.

Maja continuò a indossare gonne, vestiti e altri indumenti considerati femminili. Alcuni agenti cercarono di fermarla, altri no. Alla fine, Maja ebbe la meglio e poté vestirsi come voleva per un breve periodo.

Successivamente, l’istituto iniziò a sfruttare le visite di familiari, avvocati, parlamentari e del sacerdote come occasioni per vessare Maja: le fu detto di indossare leggings sotto il vestito al ginocchio o di infilare il vestito nei pantaloni; durante una visita, un agente le scattò una foto; gli agenti litigarono con Maja, sostenendo che indossare abiti femminili fosse proibito in un carcere maschile. Il 13 luglio 2026, anche un ufficiale di grado superiore disse a Maja che l’abbigliamento femminile era vietato. A Maja non fu mai fornita alcuna giustificazione scritta o legale per questo.

Il 17 luglio 2026, una squadra di cinque agenti, tra cui il capo della sicurezza e un agente mascherato, fece irruzione nella cella di Maja. Volevano perquisire la cella alla ricerca di oggetti proibiti. Maja chiese di conoscere il regolamento interno in tedesco e di poter telefonare al suo avvocato e al consolato. Gli agenti si rifiutarono categoricamente. Maja indossava biancheria intima e una canottiera e le fu ordinato di vestirsi. Maja indossò un vestito. Gli agenti le intimarono di cambiarsi. Maja si rifiutò. Dopo cinque minuti di discussione, la minacciarono di ricorrere a misure coercitive. Maja chiese una giustificazione legale, ma fu inutile. A un segnale dell’agente di turno, l’agente mascherato gettò Maja a terra, diversi agenti si inginocchiarono su di lei, le premettero la testa sul pavimento e la ammanettarono.

Maja fu condotta in una sala visite con metodi dolorosi. Da quel momento in poi, fu presente anche il direttore dell’istituto. Il medico le diagnosticò un labbro spaccato e dolore alla fronte sinistra. Maja fu spogliata con la forza per la visita. Le fu tolto il vestito e le fu data al suo posto una polo. In seguito, Maja riferì le seguenti lesioni: un labbro spaccato, un orecchio contuso, dolore alla mandibola e alla tempia sinistra e un forte mal di testa.

In seguito a questa aggressione, gli agenti hanno rimosso tutti gli indumenti femminili, o quelli che ritenevano tali, dalla cella di Maja e l’hanno portata al campo. Un agente ha poi informato Maja che sarebbero stati avviati procedimenti disciplinari contro di lei per aver aggredito gli agenti. Successivamente, un commando di sei uomini armati di mitragliatrice ha portato Maja, ammanettata, legata con una cintura e incatenata, all’ospedale cittadino, dove le è stata fatta una radiografia alla testa.

Il 30 luglio e il 4 agosto 2026 si sono tenute due udienze nell’ambito del procedimento disciplinare, durante le quali sono stati interrogati i cinque ufficiali e Maja. L’istituto ha deciso di escludere Maja dalle attività ricreative e comunitarie per tre mesi. Gli avvocati di Maja hanno presentato ricorso contro tale decisione, che ha effetto sospensivo.

In qualità di comitato di solidarietà per Maja, consideriamo questi eventi una nuova escalation nella lotta per l’autodeterminazione di Maja. Maja, persona non binaria, è detenuta in un sistema carcerario che insiste nell’imporre le sue norme di genere binarie. Attraverso una resistenza quotidiana e sempre più diretta a queste norme dominanti, Maja è soggetta a gravi violenze psicologiche e ora anche fisiche. Questo incidente dimostra ancora una volta che Maja non avrebbe mai dovuto essere estradata in Ungheria. La Germania deve assumersi la responsabilità di ciò. Il Ministero degli Esteri e l’ambasciata, tuttavia, si limitano a fare false promesse e a rimanere vistosamente in silenzio e assenti.

Maja scrive a riguardo: “Voglio parlarne perché non smettono di trattarci con condiscendenza con regole, divieti e istruzioni, a volte persino ricorrendo alla violenza, come oggi. Possiamo rispettarci a vicenda, oppure dobbiamo lottare per farlo”. Continua: “Sapevo che sarebbe finita così. Ho assaporato ogni giorno in cui ho trovato la fiducia in me stessa per amarmi ed essere onesta con me stessa. Tanti sguardi inquietanti, commenti stupidi, urla, essere ignorata, tutto perché indossavo ciò che mi piaceva”.

Nella lotta per l’autodeterminazione e nella resistenza contro le norme di genere e il sistema carcerario, siamo al fianco di Maja. Mostra la tua solidarietà a Maja. Protestiamo contro il procedimento disciplinare e la minacciata esclusione di tre mesi da tutte le attività ricreative e comunitarie.

Comitato di solidarietà per Maja, 11 agosto 2026

libertà per il compagno Misir Besra e per tutti i prigionieri politici in india – soccorso rosso proletario

libertà per il compagno Misir Besra e per tutti i prigionieri politici in india

 in via di traduzioine

FREE COMRADE MISIR BESRA AND ALL POLITICAL PRISONERS IN INDIA!

a joint statement published by REBEL! on the 3rd of August.


On Tuesday the 28th of July, the reactionary Indian state announced the arrest of the last standing member of the Central Committee of the Communist Party of India (Maoist), comrade Misir Besra. With this, it claims the end of the century-old revolutionary Communist movement in India. In press images they brought out comrade Misir Besra out with a hood over his head and chained, perhaps in an attempt to intimidate the masses and humiliate the fighter who stood for them. To show them that this is the fate that awaits anyone who dares to resist the fascist state’s “Samadhan Prahar” offensive.

What they continue to forget is that the movement derives its strength not from the subjective will of a few brave souls but the objective suffering of the billion-strong Indian masses. Jharkhand is one of the poorest states in India, despite holding 40% of its mineral resources. This is because of the extractive semi-feudal, semi-colonial system in India, which rests on the caste oppression of the Adivasi people of India, and siphons off their wealth to a handful of billionaires. Since India is oppressed by imperialism (principally western imperialism), ultimately this wealth serves to enrich their foreign masters. To drive the Adivasis off their land and make it available for mineral extraction, the state is ready to use private armies alongside its paramilitary forces to genocide, rape and pillage countless villages, with only the CPI (Maoist) to defend them. Anyone who supports the just struggle of the Adivasi people for their jal-jangal-jameen (water, forests, and land) is branded a Maoist and incarcerated or even executed, without any due process.

 

All this reveals is the old state’s own fear of losing its grip on the people, as the discontent of the Indian masses intensifies amid continuing crisis in the world imperialist system. This is why it uses Israeli drones against the Adivasi people’s resistance, pellet guns against student protesters, and draconian laws like the UAPA against democratic activists. The decrepit Indian state can do its best to suppress the masses, but the objective development of history will seal its fate in the trash heap.

We stand firm in our continued solidarity with the revolutionaries in India and demand the immediate and unconditional release of comrade Misir Besra!

FREE COMRADE MISIR BESRA AND ALL POLITICAL PRISONERS IN INDIA!
DOWN WITH BRAHMANICAL HINDUTVA FASCISM!
JAL-JANGAL-JAMEEN FOR THE ADIVASI PEOPLE OF INDIA!

(Signatories: Revolutionaire Actie, Inquilabi, RFL, Balikbayan, Lestari Bergerak)

Torino Presidio di solidarietà al carcere delle Vallette: mercoledì 5 agosto ore 18.30 – massimo sostegno e partecipazione

Mercoledì 29 luglio, i due giovanissimi attivisti tedeschi arrestati per la straordinaria manifestazione del 25 luglio al cantiere di Chiomonte, hanno ricevuto la convalida della misura cautelare in carcere. I capi d’imputazione sono devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale.

I due giovani (un ragazzo e una ragazza) sono stati fermati a seguito di controlli e perquisizioni della loro auto, sulla base della cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine.

Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e devastante della Torino-Lione, di cui in conferenza stampa ci siamo proclamati tutti e tutte responsabili. I primi capri espiatori individuati per rifarsi della inadeguatezza dei loro enormi e costosissimi apparati di sicurezza che quel giorno hanno miseramente fallito.

Siamo tutt* black bloc è stata la risposta del movimento già 15 anni fa dopo l’assedio al cantiere di Chiomonte a seguito dello sgombero della Libera Repubblice della Maddalena, dimostrando la capacità di non cadere nel tranello delle fratture interne e della divisione in “buoni e cattivi”. Oggi ci troviamo nuovamente a doverlo ribadire con fermezza, perchè il 25 luglio, c’eravamo tutti/e.

I due giovani amici tedeschi non devono essere lasciati soliLa solidarietà, dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza collettiva, perchè non possiamo che essere grati a tutti e tutte coloro si mettono al nostro fianco per combattere questa lunga battaglia che dura ormai da trent’anni. Chiamiamo quindi un presidio di solidarietà al carcere di Torino per far sentire a questi due giovanissimi e generosi ragazzi la nostra vicinanza e gratitudine.

Diamoci appuntamento mercoledì 5 agosto alle ore 18.30 all’ingresso del carcere delle Vallette – Via Maria Adelaide Aglietta 35, Torino – per farci sentire da loro, ma anche da tutti e tutte le detenute che lì dentro sono rinchiuse.

Libertà per i/le No Tav!
Tutti e tutte libere
A sarà düra!

Depositate le motivazioni del processo ad Anan Yaeesh – Il comunicato del Comitato Free Anan

Le motivazioni confermano un processo politico, organizziamoci verso l’Appello per la piena assoluzione

A distanza di mesi dalla conclusione del processo di primo grado, celebrato dinanzi alla Corte d’Assise di L’Aquila e conclusosi a gennaio 2026 con la pronuncia della sentenza nei confronti di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, sono state finalmente depositate le motivazioni. Dopo un primo termine di 90 giorni e una proroga di tre mesi, è stato necessario attendere fino a luglio per leggere ciò che era già emerso chiaramente nel corso del dibattimento: l’inconsistenza dell’impianto accusatorio. Le motivazioni confermano come l’intera indagine sia stata costruita su teoremi forzati, evidenziando uno scarto netto tra la “gravità” delle contestazioni iniziali e la realtà dei fatti emersa in aula.
A fronte di una spropositata richiesta di 12 anni avanzata dalla Procura, la Corte ha condannato Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi, concedendogli le attenuanti generiche e applicando il minimo della pena previsto per l’articolo 270-bis. Un ridimensionamento drastico che tuttavia non cancella una condanna del tutto politica. Ad Anan viene contestata la partecipazione alle Brigate al-Aqsa, nonostante nel dibattimento sia emerso il suo sostegno a una formazione differente, la Brigata Tulkarem, attiva nel nord della Cisgiordania occupata. Anche sulla “finalità terroristica” dell’associazione appare ben poco lineare la motivazione espressa dalla Corte d’Assise di L’Aquila.
Il diritto internazionale e umanitario – Convenzioni di Ginevra, Risoluzione ONU 37/43, la stessa Carta dell’ONU – riconosce la legittimità della resistenza, anche armata, contro un’occupazione militare straniera, con l’unico limite della tutela dei civili (Convenzione di New York 1999). Nel processo non è emersa alcuna prova di azioni contro civili da parte della Brigata Tulkarem, le cui azioni sono rivolte esclusivamente contro l’occupazione.
La Procura ha tentato di contestare ad Anan la pianificazione di un attacco alla base militare israeliana di Avnei Hefetz, nei pressi di Tulkarem, speculando sull’omonimia con l’insediamento dei coloni tra l’altro difficilmente considerabili, a nostro avviso, come “terzi estranei al conflitto”, dato che la cronaca degli ultimi giorni mostra come siano ausiliari organizzati in gruppi paramilitari armati dell’esercito israeliano. Resta però un dato inconfutabile: l’attentato non è mai avvenuto.
Per Ali Irar e Mansour Doghmosh le motivazioni confermano quanto sostenuto da sempre: la loro unica colpa è stata quella di essere palestinesi. Il loro coinvolgimento è servito unicamente a dare “spessore” all’inchiesta. La sentenza ha completamente smontato l’ipotesi di ruoli “apicali” o direttivi, riducendo il tutto a un semplice rapporto di amicizia con Anan. Nel frattempo, però, la loro vita è stata stravolta da mesi di carcere in alta sicurezza, dalla revoca dei permessi di soggiorno e dalla perdita del lavoro: un prezzo umano devastante pagato per la sola colpa di essere stati amici e coinquilini di Anan.
In conclusione, questo processo dimostra nuovamente l’uso politico dell’antiterrorismo per criminalizzare chiunque sostenga la resistenza di un popolo sotto occupazione, contro il quale viene perpetrato un genocidio in mondovisione. Nel frattempo, l’Italia continua a fornire mezzi, armamenti e appoggio all’occupazione israeliana anche nel pieno del genocidio, arrivando a ospitare le gite e vacanze di “decompressione” dei militari israeliani che si sono macchiati di crimini di guerra e contro l’umanità.

Per tutte queste ragioni questa battaglia non si ferma qui: la sentenza verrà impugnata in Appello per chiedere la piena assoluzione. Non accettiamo che il sostegno alla resistenza di un popolo venga criminalizzato. Continueremo a mobilitarci dentro e fuori le aule di tribunale al fianco di Anan e di tutti gli altri detenuti politici palestinesi nelle carceri italiane.

Comitato Free Anan

La lotta paga e uniti si vince: Ryiad Al-Bustanji ringrazia tutti coloro che si sono spesi per far valere i suoi diritti in carcere

Solo pochi giorni fa la sua famiglia, in una lettera al team legale di Al-Bustanji, denunciava le condizioni durissime a cui veniva sottoposto nella sua detenzione a Bancali, che ne mettevano a rischio la vita, la salute, i suoi legami affettivi.
La mobilitazione di tutti i solidali che si sono uniti in rete in vista della giornata nazionale di lotta del 18 luglio in sostegno di tutti i prigionieri palestinesi in Italia, ha fatto sì che un primo importante risultato concreto si sia ottenuto.
La massiccia campagna stampa delle compagne e dei compagni di Culleziu contra a la Gherra, Giovani Palestinesi Sardegna, Amicizia Sardegna-Palestina, Associazione dei Palestinesi in Italia, UNIGCOM e Unica per la Palestina, la segnalazione del soccorso rosso proletario alla senatrice Ilaria Cucchi, che ha scitto al carcere, al DAP e ai garanti nazionale e regionale dei detenuti, la visita nel carcere sassarese della Garante, immediatamente interessata anche dai compagni sardi, hanno finalmente dato una svolta alla situazione detentiva di Al-Bustanji.
Ryiad è stato subito sottoposto a una visita medica accurata. Ora riceve le cure e gli alimenti adeguati ed è seguito attentamente nel centro clinico del carcere per tutte le sue patologie. Le ore di videocolloqui con la famiglia gli sono stati ripristinati e gli è stato restituito il ventilatore per far fronte alle temperature insopportabili.
Questa prima vittoria, oltre a renderci felici, ci sprona ad andare avanti e a rilanciare l’appello per la difesa di tutti i prigionieri palestinesi detenuti in Italia, che invitiamo a sottoscrivere e a diffondere.

In vacanza in Italia solo i terroristi dell’IDF: arrestato in Abruzzo un cittadino turco accusato di appartenere al Mlkp (Partito Comunista ML turco)

Mentre il governo fascista Meloni concede al criminale terrorista Netanyahu, anche lui gravato da un mandato di cattura internazionale, di sorvolare tranquillamente il cielo sopra l’italia, oltre ad accogliere in resort di lusso i macellai dell’IDF con tanto di scorta di digos e polizia, questa notte un cittadino turco, Bilan Cinar, di 41 anni è stato arrestato dalla polizia di Chieti per appartenenza al Mlkp, definito terrorista dal governo fascista di Erdogan.

Ancora una volta il governo moderno fascista italiano se ne frega dei diritti umani e appoggia nella repressione i governi più sanguinari pur di non scontentare la sua borghesia con i suoi interessi economici, commerciali, militari e geostrategici

Teniamo alta l’attenzione su questo caso, ancora una volta sarà la Corte di Appello dell’Aquila a dover decidere sulla conferma dell’arresto