Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

Alle Vallette 5 detenute sono in sciopero della fame per il diritto all’affettività e alla salute. Solidarietà dal SRP

È il quarto giorno di sciopero della fame al carcere delle Vallette di Torino. A Dana, Fabiola, Stefania e Maria Emanuela ieri si è aggiunta un’altra reclusa, di cui ancora non conosciamo il nome, facendo salire a 5 il numero delle donne che stanno portando avanti la protesta, di cui pubblichiamo di seguito le rivendicazioni e l’appello accorato dei familiari
Questo è un appello accorato che chiediamo di far girare il più possibile.
Non possiamo rimanere in silenzio!
Dana, Fabiola, Stefania e Manuela ( speriamo se ne aggiungano tante altre!), detenute nel carcere di Torino, da ieri hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza contro le disumane condizioni vissute nel penitenziario.
Tutto è nato due giorni fa, quando a decine di parenti, in modo arbitrario, sono state negate le visite in quanto, in zona arancione, non sarebbe possibile incontrare gente proveniente da fuori comune. I e le parenti non sono stati solo respinti ma colpevolizzati per aver cambiato comune e minacciati di sanzione.
Questo accade dopo due mesi durante i quali i colloqui in presenza erano stati annullati,  sostituiti da 5 videochiamate di mezz’ora, quindi senza garantire le 6h di colloquio previste da normativa. Poi finalmente il ministero sblocca la possibilità di visitare detenut*, i/le parenti si accalcano ai cancelli del carcere per prenotare ma gli uffici sono aperti ad intermittenza e senza indicazioni di orario: per prenotare devi “tentare la sorte” recandoti continuamente al carcere e sperando sia aperto.
Noi in questa bolgia siamo riusciti a prenotare solo 2 colloqui su gennaio ma anche ai genitori di Dana, residenti fuori Torino, brutalmente viene impedito il colloquio.
Questo regolamento è sconosciuto! Non è pubblicato da nessuna parte, nessuno lo comunica e lo si scopre a piccole dosi di giorno in giorno.
Uno stillicidio senza controllo che sta massacrando i diritti dei detenuti e dei loro cari.
Dana, Fabiola, Stefania e Manuela hanno perciò cominciato la loro protesta pacifica e determinata, chiedendo alla direzione del carcere 5 cose molto chiare e  basilari:
1. Ripristino delle videochiamate per i detenuti che non possono fare i colloqui in presenza;
2. per chi può svolgere i colloqui in presenza, dato che sono ridotti, poter completare le 6h mensili previste dalla legge, con videochiamate;
3. ripristinare il servizio di prenotazione visite via mail;
4. togliere la chiamata all’avvocato dalle 6h di colloqui parentali previste dalla legge;
5. Il mantenimento della chiamata straordinaria settimanale, introdotta proprio in vista della sospensione dei colloqui familiari;
Essere inseriti nel piano vaccinazioni dal quale i detenuti, al momento, sono completamente esclusi, inoltre uno screening della salute delle persone detenute.
In queste ore stiamo contattando la garante delle detenute, le associazioni che si occupano dei diritti umani e chiunque sia sensibile al tema.
Fai girare questo appello, non possiamo lasciarle sole!
Nel frattempo è arrivato un primo parziale risultato della mobilitazione. Tra le rivendicazioni filtrate oltre le mura del carcere c’era quella di ricevere delle reali misure di tutela sanitaria contro la pandemia che a oggi sono completamente assenti e in particolare indicazioni sulla campagna vaccinale nelle carceri. Ieri, in conferenza stampa, il commissario Arcuri è uscito dal suo mutismo sulla questione e ha dichiarato che dopo sanitari e over-80 sarà il turno dei detenute/i nelle vaccinazioni contro il covid19. Si tratta comunque solo di una prima dichiarazione, invero assai allusiva e che andrà comunque verificata. Resta allucinante, per quanto ci riguarda, che ci sia voluta la coraggiosa protesta di donne già private della libertà e isolate in galera per ottenere almeno una dichiarazione d’intenti da parte della macchina governativa su un problema che riguarda migliaia di persone in tutta Italia. Problema, tra l’altro, creato dal governo stesso, in particolare dal min. Bonafede e dalla sua compagine politica, sempre pronta ad andare dietro alla parte dell’opinione pubblica più reazionaria e manettara del nostro paese. Mentre prona il distanziamento sociale all’esterno, all’interno lo Stato sta coscientemente, da mesi, mettendo in situazione di vulnerabilità le persone detenute evitando di concedere misure alternative e stipandole in carceri sovraffollate.
In ogni caso il centro delle rivendicazioni di Dana, Fabiola e delle altre detenute in sciopero della fame riguarda il diritto all’affettività e in particolare il ripristino dei colloqui.

Ieri la direttrice del carcere della Vallette ha ammesso le negligenze dell’amministrazione carceraria nascondendosi però dietro un dito sulle questioni che potrebbero essere direttamente e facilmente risolte, facendo da scaricabarile sul resto, avanzando una generica mancanza di fondi. Sono risposte assolutamente non soddisfacenti e le cose devono muoversi subito.

Ogni ora che le nostre compagne passano in sciopero della fame è un’ora di troppo, sosteniamo Dana, Fabiola, Stefania, Maria Emanuela e le altre in tutti i modi possibili, non lasciamole sole in questa battaglia enorme che hanno scelto d’intraprendere indicandoci una volta di più, con l’esempio, come si affrontano a testa alta soprusi e ingiustizie.

L’unica vera tutela della salute è e resta la libertà, svuotiamo le carceri per preservare la salute di tutte e tutti.

Cogliamo anche l’occasione per pubblicare il video degli interventi di Nicoletta Dosio e Anna Cipriani (madre di uno dei 5 detenuti che hanno denunciato i pestaggi del marzo scorso nel carcere di Modena) nella maratona per la libertà del 27/12/20. Interventi importanti per conoscere la realtà, profondamente ingiusta  e disumana del sistema carcerario, di cui recentemente si è occupato anche Report

Roma – la polizia fa irruzione al liceo Kant occupato e aggredisce un giovane studente

Studenti occupano il liceo Kant, tensioni con la polizia: “Difendiamo il nostro diritto allo studio”

E’ la prima occupazione di una scuola a Roma dall’inizio dell’emergenza Coronavirus. A protestare per “difendere il proprio diritto allo studio” gli studenti e le studentesse del Liceo Kant di piazza Zambeccari a Torpignattara, da sabato 23 gennaio occupato da un centinaio di ragazzi. Una protesta che ha registrato delle tensioni con la polizia, intervenuta sul posto e venuta a contatto con uno degli occupanti che, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, “stava apponendo la catena alla porta d’ingresso“.

Studentesse e studenti che da una settimana sono in mobilitazione permanente per “opporre ad un rientro insicuro e propagandistico la lotta, per occuparsi del loro futuro”. “Coscienti delle difficoltà e dei rischi di questa scelta hanno deciso di indire una assemblea straordinaria – scrivono gli studenti in un comunicato – . Consapevoli dei problemi strutturali della dad, chiedono però il rientro in sicurezza che vuol dire trasporti, aumento del personale, degli spazi e di una sanità pubblica diffusa ed efficiente. Costruiamo un presidio di solidarietà territoriale e cittadino. La lotta di studenti e studentesse è la lotta di tutti e tutte per uscire dalla crisi pandemica, senza lasciare indietro nessuno“.

Che si sappia che noi occupiamo per il nostro diritto allo studio. Noi vogliamo studiare e non vogliamo non fare lezione“, racconta uno studente che ha occupato il liceo Kant: “Non si può frequentare? A noi genitori sta bene, ma i ragazzi hanno diritto almeno a una connessione“, racconta la mamma di un ragazzo fuori dall’istituto, che si definisce “solidale con il malcontento degli studenti. La Dad non funziona – aggiunge – pensate che a noi la scuola, per velocizzare i tempi, ci ha chiesto di comprare a nostro nome una saponetta, per poi rimborsarci. Non è colpa del Kant, ma del sistema scuola che ha fallito”.

Un’occupazione che arriva al culmine di una settimana di agitazione in città, con presidi al Senato con gli studenti ormai esausti dalla DAD rivelatasi, a detta di molti “inadeguata a garantire il diritto allo studio“.

Non basta la sofferenza inferta dal Covid-19, ora ci si mette pure la polizia. Giù le mani dai ragazzi e dalle ragazze. Giù le mani dal movimento degli studenti. Questore e Prefetto hanno davanti solo la strada delle dimissioni dopo quello che è successo al Liceo Kant di Roma. Le immagini che arrivano sono preoccupanti, rimandano all’idea della supremazia della divisa sui diritti umani e sull’inviolabilità del corpo – dichiara in una nota stampa Gianluca Peciola di Liberare Roma -. Vedere un ragazzo malmenato e umiliato mentre partecipa ad atti di disobbedienza è di una gravità inaudita. Gli agenti responsabili devono rispondere del loro operato senza sconti. Basta scene da sospensione del diritto nel nostro Paese!”.

NO TAV pene dimezzate, ma la persecuzione e santa inquisizione contro il movimento NOTAV continua

No Tav: pene dimezzate nel processo d’Appello bis per gli scontri del 2011 in Val Susa

Trentadue gli attivisti imputati: condanne dimezzate, la più alta a due anni
Sono state necessarie dodici ore di Camera di consiglio per arrivare alla sentenza che ha chiuso il processo d’appello bis per gli scontri del 27 giugno e 3 luglio 2011 in Val di Susa tra le forze dell’ordine e il movimento No Tav. Condanne praticamente dimezzate, nessuna sopra i due anni. Attenuanti generiche concesse con generosità, revocate la maggior parte delle statuizioni civili, importanti assoluzioni per prescrizione…..
 32 imputati in questo processo, affrontato per la quarta volta nel 2020 poiché dopo il primo e il secondo grado, la Cassazione aveva annullato e rimandato tutto alla Corte d’appello per la ridefinizione delle pene. Alla vigilia di questa lunga giornata sembrava che la sentenza fosse a portata di mano e che i giudici dovessero svolgere solo più gli ultimi calcoli. Invece l’attesa è stata interminabile, rinviata ora dopo ora la convocazione in aula. Segno che le indicazioni dei giudici romani non erano di procedere solo con piccole correzioni ma di ridimensionare fortemente la gravità del giudizio, utilizzando quanto più possibile le attenuanti e valutando, in particolare nei capi di imputazione per le lesioni, le singole condotte piuttosto che la manifestazione di protesta in quanto tale.
Il processo per i disordini che seguirono lo sgombero del presidio della Maddalena nel 2011, era iniziato con 53 imputati accusati di reati che andavano da lesioni a resistenza, a devastazione. I due episodi in assoluto restano dopo dieci anni i più eclatanti della protesta No Tav in Valle. Le forze dell’ordine fecero irruzione alla Maddalena per sgomberare il presidio degli antagonisti e la reazione fu durissima tanto che furono centinaia i feriti tra agenti e manifestanti, che si fronteggiarono per ore lanciando lacrimogeni da una parte e pietre e bombe carta dal’altra.
Sia in primo grado che in appello le sentenze erano state molto severe anche se già parzialmente riviste al ribasso, ma la Cassazione, rimandando tutto il processo in appello, ha chiesto di ricalcolarle nuovamente come conseguenza dell’eventuale applicazione di esimenti o attenuanti. Uno dei temi dibattuti nella rivalutazione delle prove acquisite, per esempio, è stata se i manifestanti avessero attaccato per rispondere a un lancio di lacrimogeni indiscriminato da parte delle forze dell’ordine o se invece avessero dato l’assalto per primi al cantiere del supertreno.
 “Le pene sono state in alcuni casi dimezzate, tutte ridotte, e non per effetto della prescrizione ma per molteplici assoluzioni nel merito. Credo che questo sia anche fondamentale nel ripristinare una correttezza di giudizio, una laicità di giudizio anche nelle questioni No Tav”. Ha commentato uno dei legali degli attivisti No Tav, Gianluca Vitale. “Non ha retto l’impianto accusatorio nella misura in cui faceva un pò un minestrone, dicendo tutti sono responsabili di tutto, questo era stato smentito dalla Cassazione”. Frediano Sanneris, l’avvocato che ha ottenuto tra gli sconti di pena più significativi per il suo assistito, Fabrizio Maniero: “E’ una sentenza giusta – ha detto – che riporta ragionevolezza nella valutazione dei fatti e restituisce un’immagine corretta di quelle manifestazioni”.
Condanne persecutorie e pregiudiziali per i compagni come l’exprigioniero politico BR Paolo Maurizio Ferrari, uno dei  leader del centro sociale Askatasuna Giorgio Rossetto, due compagni torinesi che si sono uniti in Siria alle milizie in lotta contro l’isis, Jacopo Bindi  Fabrizio Maniero.

Presidio a Sollicciano contro la violenza nelle carceri

Da La Stampa

Firenze – Un nutrito presidio, oltre 200 persone, ha messo in atto una protesta sotto le mura del carcere di Sollicciano a Firenze contro la violenza in carcere, a poche settimane dall’indagine shock che ha coinvolto il carcere fiorentino: due pestaggi, nel 2018 e nel 2019, ai danni di un detenuto marocchino e un italiano. Tre agenti ai domiciliari e 6 indagati. Pugni, schiaffi e calci fino ad arrivare in infermeria con 20 giorni di prognosi per la frattura di due costole e l’uscita di un’ernia all’altezza dello stomaco per un giovane detenuto marocchino nel 2019, stesso trattamento per un detenuto italiano sottoposto a un pestaggio a dicembre 2018 che gli sarebbe costato la perforazione di un timpano. Senza dimenticare i precedenti fatti del carcere di San Gimignano, risalenti al 2018, che vedono a processo con rito abbreviato una decina di agenti, sempre per violenze sui detenuti. Altri 5 agenti, sempre per gli stessi fatti, andranno a giudizio il 18 maggio prossimo. Sarà la prima volta che verrà contestato il reato di tortura, introdotto nel 2017.

Giunti verso le 15, srotolati gli striscioni, i partecipanti al presidio hanno intonato diversi slogan contro le violenze, la tortura, la disumanizzazione del carcere, mettendo l’accento anche sulle condizioni degradanti in cui versa la detenzione ma soprattutto sul fallimento che il carcere rappresenta per quanto riguarda la capacità di ripristinare opportunità concrete di un cambio di vita per i detenuti.

Alle voci dei dimostranti a poco a poco si sono unite quelle dei detenuti, come un’eco, da dietro le mura e i portoni sbarrati, con un’agitare di bandiere improvvisate. Una sorta di grido smorzato ma intensissimo con cui il carcere ha voluto a sua volta inviare al mondo esterno la realtà delle sue tragiche condizioni, l’incapacità di reimmettere nel consorzio umano uomini e donne che spesso non hanno avuto alternative o le cui cadute sono state propiziate dalle contingenze sociali in cui si sono trovati.  “Del resto, il problema vero – dicono dal presidio – è l’incapacità del carcere di andare al di là di una logica punitiva tout court, nonostante la palese violazione del dettato costituzionale”.

Dito puntato dunque sull’inadeguatezza totale delle strutture carcerarie, in cui oltre al cronico sovraffollamento si aggiungono condizioni ingestibili per quanto riguarda la stessa esistenza umana (dal cibo alle condizioni igieniche, alle temperature che d’estate superano, nelle celle, i 40 gradi) cui si sovrappongono i rischi di una disciplina che purtroppo non sporadicamente sembra sfociare in episodi di violenza brutale tanto da rasentare o configurarsi di fatto come tortura. Una sorta di pena aggiuntiva, insomma, rispetto a quanto è stato comminato in sede di giudizio. Nel corso del presidio, ci sono stati due minuti in cui i partecipanti si sono sdraiati a terra, per tradurre in un’immagine simbolica l’abbandono in cui giace questa parte d’umanità.

Il presidio, organizzato da Cpa-Firenze Sud e Rifondazione Comunista, ha visto l’adesione di Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, Collettivo Politico Scienze Politiche, Collettivo Krisis, Rete dei Collettivi Fiorentini, ACAD onlus, PerUnAltraCittà, Rete Antirazzista Fiorentina, Collettivo di Unità Anticapitalista di Firenze, Movimento di lotta per la casa di Firenze, Rete Antisfratto Fiorentina, Firenze Città Aperta, Lotta Continua Firenze, Occupazione via del Leone, Occupazione viale Corsica.

Sulla situazione nelle carceri – comunicato dello slai cobas per il sindacato di classe

L’inchiesta di Report  di lunedi 18 ha mostrato e disvelato  quello che è avvenuto nelle carceri in occasione della rivolta generale della primavera scorsa , che è quello che avviene spesso e volentieri anche in questo autunno inverno, come diversi blog e organi di stampa denunciano

I lavoratori autorganizzati nello slai cobas per il sindacato di classe sono molto sensibili a queste denunce e alla condizione generale delle carceri per questo sono una delle organizzazioni che aderisce e sostiene Soccorso Rosso Proletario e ne condivide in generale denunce e iniziative, portando ai lavoratori informazioni e sensibilizzazione

siamo parte del Patto d’azione che ha inserito nella sua piattaforma nazionale la domanda urgente di amnistia e indulto e di un generale miglioramento della condizione dei detenuti nelle carceri

Lo slai cobas per il sindacato di classe è tenuto a fare tutto quello che è possibile per impedire che pestaggi, torture e morti avvengano nelle carceri, per denunciarne i responsabili e pretendere che vengano perseguiti – Tutte le organizzazioni classiste e combattive sono tenute a farlo, nessuno può dire quando riceve queste denunce – io non sapevo – così come per ogni associazione proletaria, democratica vale sempre la frase di De Andrè – anche se vi ritenete assolti, siete tutti coinvolti –

Noi vogliamo inchieste sui responsabili di crimini nelle carceri ai danni dei detenuti e non inchieste verso chi denuncia queste cose

lo affermiamo nettamente e chiaramente e non permetteremo abusi su questo verso qualsiasi organizzazione, sindacale, solidale e politica – oggi più che mai – davanti alla drammatica condizione che si vive nelle carceri, anche a fronte della pandemia COVID

slai cobas per il sindacato di classe -coordinamento nazionale

23-1-2021

Sull’inchiesta di Report sulle carceri e il massacro dei detenuti dopo la rivolta –

La puntata di Report:

L’inchiesta di Iovene trasmessa su Report di lunedì scorso merita di esser vista perché ha mostrato, con testimonianze vive e concrete di detenuti e familiari, uno spaccato reale della situazione nelle carceri italiane per troppo tempo censurato o giustificato dai media, per non parlare della raiTV.

Per chi non riuscisse a vederla sul sito di raiplay, qui una trascrizione della trasmissione

GENOVA, VENERDI’ 22 GENNAIO: SOLIDARIETA’ A FRANCESCO una corrispondenza

Il movimento antagonista, in particolare quello anarchico, genovese indice – per le ore 18:00, presso il carcere di via del Piano 2, nel quartiere di Marassi, in val Bisagno – un presidio di solidarietà con un giovane prigioniero.
Si tratta di Francesco, uno dei condannati per le vicende del 15 ottobre 2011 a Roma, quando in piazza San Giovanni si ebbero furiosi scontri tra i circa duecentomila manifestanti e le “forze dell’ordine”, in occasione di una manifestazione contro le politiche di asterità volute dai governi borghesi di tutta Europa.
Come è scritto sul comunicato di indizione della manifestazione, quel giorno gli uomini in divisa utilizzarono cariche, lacrimogeni e persino gli idranti, cosa che non accadeva dai fatti del G8 di Genova del 2001.
Il motivo principale della manifestazione odierna risiede nel fatto che, come precisa un passo dello scritto sopra richiamato, «Francesco non sarebbe dovuto rientrare in carcere vista la pena inferiore ai 4 anni. A questo però i cani da guardia hanno trovato modo di aggiungere altre 2 condanne definitive, aumentando la pena di 4 mesi e trovando così il modo di portarlo in carcere».
Nonostante il tempo decisamente inclemente, sin dalla notte precedente dal cielo cade una quantità impressionante di pioggia – resa ancora più fastidiosa dalle continue folate di vento – sono alcune decine i partecipanti, muniti di un generatore di corrente tramite il quale alimentano un microfono utilizzato per alcuni comizi volanti e slogan
Bosio (Al), 23 gennaio 2021

Proteste nell’AS di Vigevano

In una lettera datata 10 gennaio Carla ci ha raccontato che dal giorno 2 il telefono del carcere di Vigevano aveva smesso di funzionare, senza che le detenute e i detenuti sapessero quale fosse il problema nè quanto potesse durare. Sembrava che gli uomini e le donne della sezione comune avessero potuto fare una telefonata con il telefono cellulare per avvisare le famiglie, mentre alle donne dell’AS era stato proposto di poter indicare un parente da avvisare ma non chiamare di persona. Le chiamate in ingresso sembravano però funzionare dato che era stato detto loro che i parenti chiamavano di continuo per chiedere cosa stesse succedendo.
La prima settimana era trascorsa con proteste individuali sporadiche poichè i primi giorni non tutti si erano accorti del problema, non avendo telefonate quotidiane. Da parte del carcere c’era stata la promessa di mandare un messaggio ai parenti per avvisarli degli orari dei colloqui whatsapp ma questo non è accaduto e una goccia in più ha fatto traboccare il vaso. Un vaso già pieno da tempo: dal mese di maggio le lavatrici sono rotte e per un periodo le facevano fare solo a chi ha più di 60 anni, ma attualmente l’area delle lavatrici è in ristrutturazione dunque nessuna le può usare. Nelle celle non c’è l’acqua calda e il bucato si fa con l’acqua fredda in cella o si fa nelle docce, ma anche nelle docce non sempre c’è l’acqua calda. Da quando sono accesi gli impianti di riscaldamento infatti, le docce sono calde a intermittenza. Ulteriore momento di tensione si è dato quando durante la chiusura pomeridiana è saltata la corrente: la battitura è partita subito. Sono quindi arrivate in sezione la sorveglianza e la comandante che hanno raccolto le lamentele delle detenute, assicurando che di alcune non fossero neanche al corrente.
Nella mattinata di domenica 10 quindi, mettendo da parte i problemi delle lavatrici e dell’acqua calda, le detenute hanno deciso che se la situazione delle telefonate non si fosse risolta, il giorno seguente avrebbero continuato con la battitura e avrebbero iniziato lo sciopero del carrello.
Le modalità per prendere simili decisioni, scrive Carla, non sono quelle a cui compagni e compagne sono abituate fuori, e magari in molte situazioni del genere non ci si sente attrezzate e non si può far molto altro che accodarsi su poche basi condivise sul momento. Ma crediamo che occasioni di rottura della routine carceraria, per quanto brevi, possano essere bagaglio importante per chi le coglie e conoscenze utili per chi potrebbe trovarsi in situazioni simili. Pubblichiamo dunque il racconto che ci è arrivato delle giornate di protesta che hanno coinvolto le donne detenute della sezione AS del carcere di Vigevano.

[…] Dopo un tira e molla durato una decina di giorni la situazione era diventata inaccettabile per noi. Già si diceva a mezza voce che, se non ci avrebbero dato delle risposte concrete, sarebbero partite le proteste. L’ispettrice saliva ogni giorno a farci un punto della situazione e aspettavamo lei per cominciare. Quando è salita, ci ha comunicato che non solo il telefono non sarebbe stato ripristinato quel giorno stesso ma in più, mentre il maschile e la sezione femminile comune avrebbero fatto una chiamata a casa con il cellulare che si usa solitamente per whataspp, a noi dell’AS veniva negata la possibilità perché questa modalità impedisce di registrare le chiamate.
Cosi dopo esserci consultate molto velocemente, abbiamo deciso che appena sarebbero salite le nostre compagne che lavorano in sartoria, avremmo cominciato la battitura. Appena sono arrivate abbiamo fatto partire la battitura verso le 12.45, nel corridoio e anche in saletta nella speranza che il casino si sentisse anche al maschile. La battitura è durata 45 minuti intensi ed è stata ripresa dalla sezione femminile comune e dal maschile ma non sappiamo in quante sezioni. Nessuna figura del carcere si è presentata, allora abbiamo deciso di fare una pausa e di prepararci per fare un fuoricella alle 15, ora della chiusura pomeridiana di 3 ore. Intanto abbiamo scritto la comunicazione firmata da tutte e l’abbiamo presentata. Alle 14.15 abbiamo ripreso la battitura per altri 45 minuti e ci siamo fermate alle 15, ora in cui abbiamo comunicato che avremmo attuato il fuoricella. Abbiamo socchiuso i cancelli delle celle e siamo rimaste tutte in corridoio.
Dopo pochi minuti è salita l’ispettrice del femminile accompagnata da un ispettore della sorveglianza. Lui ci ha detto che sarebbe rimasto a distanza perché era stato nella sezione maschile chiusa per covid ma nella discussione si è ritrovato più volte in mezzo a noi. Ci ha detto che potevano avvisare le famiglie del guasto del telefono ma abbiamo risposto che volevamo chiamare di persona perché ormai le nostre famiglie della situazione erano al corrente ma noi avevamo bisogno di sentirli personalmente. Se n’è andato dopo circa mezz’ora dopo averci detto più volte che facendo il fuoricella stavamo oltrepassando il limite. Quando è andato via, l’assistente ha riproposto la chiusura ma noi abbiamo ribadito la nostra volontà di portare avanti il fuoricella.
Dopo neanche 15 minuti è tornato lo stesso ispettore dicendoci di aver parlato con il direttore e che questo avrebbe chiesto al DAP se andava bene farci chiamare 4 minuti a testa con il telefono cellulare. Ci ha promeso una risposta per l’indomani alle 11 e abbiamo accettato di rientrare in cella ripromettendoci di continuare con la protesta se la notizia fosse stata negativa.
Questa mattina alle 8 ci è stato comunicato che la linea è stata ripristinata e abbiamo ripreso a fare le chiamate dopo 12 giorni d’interruzione. Non sappiamo se la nostra protesta c’entri con questo ripristino.
Aggiungo che a memoria di chi sta in questa sezione da tanti anni, una protesta che arrivasse fino al fuoricella non si era mai vista. Ci sono spesso tensioni fra detenute di questa sezione ma in questo caso la protesta è stata partecipata da tutte. Una cosa strana è stata che abbiamo ricevuto l’approvazione delle guardie e a mezza voce anche dell’ispettrice che ci dava ragione. Sospettiamo che c’entrino intrighi di potere interno al carcere. Voilà, credo di aver raccontato tutto! […]

Vigevano, 13 gennaio 2021
Siamo le detenute della sezione di Alta Sicurezza del femminile di Vigevano e vogliamo raccontare la situazione di isolamento in cui ci troviamo in questo momento.
Dal 2 gennaio ha smesso di funzionare l’impianto telefonico del carcere, impedendoci di sentire i nostri familiari e gli avvocati, se non tramite colloquio video una volta a settimana, se ci va bene. Nel contesto di pandemia in cui ci troviamo attualmente, i legami con i parenti sono già fortemente compromessi e questo ennesimo problema ci lascia ulteriormente isolate.
Dopo 10 giorni di promesse quotidiane di ripristino da parte del carcere, oggi abbiamo smesso di credere in queste promesse senza seguito e abbiamo deciso di protestare. Cosi, alle 13 abbiamo cominciato una battitura e abbiamo inoltrato la comunicazione in allegato firmata da tutte. Alle 15 abbiamo deciso di non rientrare in cella per la chiusura pomeridiana. Dopo circa un’ora di fuoricella e l’arrivo di un ispettore, ci è stato comunicato che la direzione stava valutando la possibilità di farci fare una chiamata di qualche minuto. La decisione dovrebbe esserci comunicata domani alle ore 11 e se sarà negativa ripartiremo con la protesta.

Le detenute dell’AS femminile di Vigevano
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Al Direttore e al Magistrato di Sorveglianza,

Le detenute della sezione femminile AS informano le autorità competenti che a seguito del protrarsi del guasto telefonico e non avendo notizia alcuna da 12 giorni, iniziano a partire dal giorno 13 corrente mese una protesta pacifica con:
1. battitura 3 volte al giorno (8-12-20)
2. rinuncia del carrello
3. rinuncia del carrello della terapia farmacologica
4. fuoricella
5. sciopero lavoranti

Avendo fatto battitura e non avendo avuto riscontro alcuno, continueremo ad oltranza pacificamente.
Vigevano,
Le detenute