Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Ancora sulla strage di marzo, a che punto siamo

Dal Comitato per la Verità e la Giustizia sulle morti nelle carceri

Morti in carcere e rivolte. Le novità, i dubbi

di Lorenza Pleuteri *

Le nuove carte e i documenti inediti pubblicati dal quotidiano “la Repubblica” (il dossier multimediale integrale è visibile nell’edizione online, riservato però ai soli abbondati) ha portato alla luce altre tessere fondamentali del puzzle da ricomporre per sapere che cosa è successo a marzo 2020 nelle patrie galere e come e perché tredici detenuti sono morti durante e dopo le rivolte. La trasmissione “Report” della RAI ha rilanciato. E altri interrogativi, tasselli che non entrano più nel quadro tratteggiato inizialmente, si sono aggiunti alle troppe domande rimaste senza risposta dopo dieci mesi e mezzo di indagini (a Bologna carenti, come dimostra il fascicolo depositato dal GIP) e di interrogazioni parlamentari cadute nel vuoto.

L’uso delle armi
In questi mesi “solo” alcuni detenuti di Modena e alcuni familiari hanno parlato di uso delle armi, da parte della polizia penitenziaria o forse anche di altre forze di polizia, e hanno portato come “prova” l’audio di un filmato girato fuori dal carcere emiliano durante le fasi più critiche della violenta sommossa (www.youtube.com/watch?v=auzr2B0435I&t=108s, minuto 1.36, sempre che non sia una porta di ferro che sbatte). Alle armi non avevano invece fatto alcun cenno, nelle prime comunicazioni al Parlamento, né il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede né l’allora direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini. Perché? Si temeva che qualcuno avrebbe sollevato obiezioni o chiesto approfondimenti? O si pensava che si stabilisse una correlazione con i decessi, come hanno fatto gli anarchici, sebbene l’esame dei cadaveri e le autopsie avessero escluso ferite e lesioni? Si è taciuto il “dettaglio”. Eppure, la possibilità di ricorrere alle armi è ammessa dall’ordinamento penitenziario, in specifiche e limitate situazioni (ad esempio per sventare tentativi di fuga). Ora si apprende che nelle relazioni di servizio del personale del carcere, inoltrate al DAP e quindi a conoscenza di referenti politici e amministrativi, non è stato possibile omettere questo “particolare”. I rapporti parlano di «colpi sparati in aria» per evitare una evasione di massa. Anche l’uso della forza fisica è ammesso, sempre in casi estremi. E qui un attento ed equilibrato dirigente sindacale, Gennarino De Fazio, responsabile nazionale della Uilpa, fa un lapsus, tremendo. In una dichiarazione all’agenzia AGI, ripresa dalla “Gazzetta di Modena”, dice «violenza», come se fosse un sinonimo di forza e non un andare oltre. «Mi sento di escludere – affermazioni sue, mai rettificate – che ci sia stata violenza senza motivo. Parliamo di un istituto penitenziario incendiato e devastato, sono stati divelti cancelli e tentata un’evasione di massa. Immagino ci siano state delle perquisizioni accurate perché alcuni avevano armi rudimentali od oggetti da taglio e che quindi si sia dovuto ricorrere anche al denudamento di qualche detenuto. Teniamo presente che si tratta di un carcere col 152% di sovraffollamento, la capienza regolamentare è di 369 detenuti, ce n’erano 560 in quel momento. Solo questa segna il livello di accuratezza della gestione all’interno del penitenziario. In quel contesto, se c’è stata violenza la possiamo definire “legittima” perché serviva per ripristinare l’ordine, evitare evasioni ed eventuali soprusi di detenuti sui loro compagni».

Chi stava male consegnato agli agenti
Almeno due detenuti di Modena che stavano male – e che ci hanno rimesso la vita – sono stati affidati alla polpenitenziaria da altri reclusi. Erano già morti? O si potevano salvare, come è successo con i reclusi assistiti e portati in ospedale? Sono stati picchiati, anche loro, se è vero quel che ha detto un loro compagno in TV? Nei rapporti di servizio su Slim Agredi, quarantenne tunisino in attesa di giudizio, c’è scritto: «Dopo aver assunto imprecisati quantitativi di metadone con altri detenuti della sezione, perde conoscenza. Alcuni dei presenti tentano di rianimarlo, prima di portarlo al piano terra e consegnarlo al personale della polizia penitenziaria».
Per Chouchane Hafdeh, un connazionale di 36 anni, prossimo a uscire per fine pena, le indicazioni sono simili: «Dopo aver assunto quantitativi di metadone perde conoscenza. Altri detenuti tentano di rianimarlo prima di portarlo al piano terra e consegnarlo al personale di polizia penitenziaria». Le due consulenti della procura di Modena dopo l’autopsia confermano che l’uomo – l’orario e il luogo preciso ancora non si conoscono – è morto per edema polmonare acuto, con insufficienza respiratoria, presumibilmente provocato da una intossicazione da metadone.
«Si dice che detenuti ignoti – rileva l’avvocato dei familiari, Luca Sebastiani – hanno consegnato Hafedh agli agenti della polizia penitenziaria, che a loro volta lo hanno affidato ai sanitari. I reclusi non erano mascherati eppure sono rimasti ignoti, come se fosse impossibile riconoscerli. Dai pochi atti che girano – ipotizza il legale – non sembra che sia proceduto alla loro identificazione, seppur necessaria ai fini investigativi. Invece andavano individuati e sentiti a verbale, per ricostruire meglio l’accaduto e anche dal loro punto di vista, fondamentale». La procura di Modena – per ammissione del procuratore reggente, Giuseppe di Giorgio – non ha chiesto neppure di procedere all’identificazione dei reclusi che viaggiarono assieme ai quattro compagni di Modena morti durante o dopo il trasferimento ad Ascoli, Parma, Alessandria, Verona. Sono stati sentiti a verbale unicamente i cinque ragazzi che a fine novembre hanno firmato un esposto per denunciare spari, pestaggi, abusi e l’omissione di soccorso di Salvatore “Sasà” Piscitelli, un pesantissimo atto di accusa per cui si cercano riscontri o smentite. Gli investigatori della squadra Mobile non sono riusciti a identificare i due stranieri che in estate hanno mandato lettere a due giornaliste, con testimonianze altrettanto inquietanti. Troppo complicato? I compagni di viaggio erano appena 40, non 400, e i non italiani ancora di meno. «Se e quando arriveranno altre segnalazioni – promette Di Giorgio – le approfondiremo e convocheremo chi le ha scritte. Già subito dopo la rivolta – ricorda – erano pervenute due denunce su presunti maltrattamenti, prese accuratamente in considerazione». Continua a leggere

Sulla strage di marzo: i segreti di una rivolta e un video da rivedere

I segreti di una rivolta

di Carlo Bonini, Giuliano Foschini, Lorenza Pleuteri e Fabio Tonacci

La Repubblica, 17 gennaio 2021

La storia taciuta delle violenze del marzo 2020 nelle carceri italiane alla vigilia e nei primi giorni del lockdown. Quando i detenuti di 21 penitenziari misero in atto proteste, saccheggi ed evasioni. Con il bilancio di tredici morti. Dimenticati.

Domenica 8 marzo 2020, il cielo di Modena promette pioggia. L’Italia si risveglia da una notte difficile. Che non dimenticherà. Circolano le bozze del drammatico decreto con cui il presidente del Consiglio si prepara a chiudere a tempo indeterminato il Paese per proteggerlo dalla prima ondata della pandemia Covid che ha cominciato a fare strage negli ospedali e nelle residenze per anziani. Tocca per prima alla Lombardia diventare zona rossa. Il resto dell’Italia la seguirà ad horas.

Alle 13.15, nella Casa circondariale “Sant’Anna”, il grande carcere modenese, scoppia una rivolta. E così cominciano le sessanta ore più difficili della storia penitenziaria italiana. Vengono divelti i cancelli, branditi gli estintori, smontati i letti per farne mazze di ferro, un centinaio di detenuti assale i poliziotti della penitenziaria distruggendo tutto quello che capita a tiro. Telecamere di sorveglianza comprese. Modena, però, non è né un fuoco isolato, né un fuoco di paglia. È la scintilla che innesca una polveriera. La rivolta che travolge il “Sant’Anna” ha avuto infatti un prologo il giorno prima, nel carcere di Salerno. Un’esplosione di violenza sedata la sera stessa del 7 marzo, con il ritorno all’ordine. E che ora, a Modena, riprende vigore. Diventa incontenibile. Si prende le galere di tutta Italia. Dalla Puglia alla Lombardia, da San Vittore a Rebibbia.

Alla fine, le carceri coinvolte saranno 21. Scontri, incendi, violenze, devastazioni, furti, evasioni di massa. Per un bilancio che conta 107 agenti feriti, 69 detenuti ricoverati in ospedale. E, soprattutto, tredici detenuti, tredici uomini che si trovavano nella custodia dello Stato, morti. Tre i deceduti a Rieti, uno a Bologna, cinque a Modena, altri quattro, trasferiti da Modena, e deceduti ad Alessandria, Parma, Verona e Ascoli. Si chiamavano Marco Boattini (40 anni), Ante Culic (41 anni), Carlos Samir Perez Alvarez (28 anni), Haitem Kedri (29 anni), Hafedh Chouchane (37 anni), Erial Ahmadi (36 anni), Slim Agrebi (40 anni), Ali Bakili (52 anni), Lofti Ben Mesmia (40 anni), Abdellah Rouan (34 anni), Artur Iuzu (42 anni), Ghazi Hadidi (36 anni), Salvatore Cuono Piscitelli (40 anni). È una strage che si consuma all’interno e a ridosso delle mura di cinta delle carceri. Una rivolta collettiva che, nei numeri, fa impallidire anche quella rimasta nella storia e nell’immaginario del circuito penitenziario italiano. Quella che, 40 anni prima, il 28 dicembre 1980, ha messo a ferro e fuoco il carcere speciale di Trani.

Eppure, in quei giorni di fine inverno, in una sorta di nemesi simbolica, schiacciata come è dall’enormità dell’inedita esperienza collettiva della segregazione sanitaria, quella storia di carcerati che arriva dalle galere – quelle vere – si perde nelle cronache delle edizioni cartacee dei quotidiani, annega nei siti web, scivola in coda ai notiziari radiofonici. Quelle tredici morti vengono liquidate con la superficialità che si riserva a vicende che si ritiene non meritino domande, a maggior ragione se incrociano un’umanità di serie B quale viene considerata quella dei detenuti, e per le quali, dunque, la prima e più innocua delle spiegazioni è quella destinata a fare fede. “Erano tossicodipendenti in astinenza”, si dice. “Hanno assaltato le infermerie delle carceri e sono morti per overdose di farmaci”.

Per giorni, dei morti non si conoscono neanche i nomi. “Ciò che più mi sconvolge – osserva oggi Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti – è che questa strage, in tempi di Covid, sia stata considerata come un effetto collaterale.

I protagonisti

Tuttavia, in questi dieci mesi, qualcosa si è mosso. Qualcuno delle domande ha cominciato a farle. Diverse procure hanno aperto indagini e stanno ancora investigando. Francesco Basentini, l’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), si è dimesso, e al suo posto il ministro Alfonso Bonafede ha scelto il magistrato antimafia Bernardo Papalia. Si sono mobilitate le associazioni e gli attivisti che hanno a cuore il presente, e dunque il futuro, di chi è costretto in prigione. Quei 13 detenuti sono davvero morti tutti per overdose? A nessuno di loro poteva essere risparmiato quel destino? E se qualcuno ha sbagliato, chi? Chi ha taciuto e continua a tacere una parte di verità? Abbiamo deciso anche noi di riavvolgere il nastro tornando a quei giorni di marzo. Abbiamo fatto domande, raccolto testimonianze inedite, documenti ufficiali, tra cui i rapporti dei direttori degli istituti penitenziari inviati al Dap e alcuni atti d’indagine. Ne emergono una ricostruzione inedita, molte omissioni, e la cattiva coscienza di chi, da quasi un anno, continua a volgere altrove lo sguardo. Continua a leggere

La lotta paga, le detenute in lotta nel carcere di Torino vincono la battaglia e sospendono lo sciopero della fame!

da https://www.notav.info/

COMUNICATO DELLE DETENUTE IN SCIOPERO DELLA FAME

In data odierna, a seguito dell’impegno concreto da parte dell’Amministrazione carceraria di garantire, ad effetto immediato, la possibilità di usufruire delle 6 ore ministeriali previste per i contatti con i propri familiari e a seguito delle notizie pubbliche rispetto al piano prevenzione Covid che da marzo riguarderà tutta la popolazione detenuta, decidiamo di sospendere lo sciopero della fame giunto oggi al 6° giorno.

Nonostante siano innumerevoli le evidenze del fallimento del sistema carcerario, siamo soddisfatte oggi del piccolo ma importante risultato raggiunto.

Abbiamo oggi, in presenza della Garante dei detenuti del Comune di Torino, stilato un elenco di tutto ciò che con urgenza dev’essere affrontato al fine di garantire una detenzione almeno dignitosa.

Gli argomenti esposti sono stati i seguenti:

  • carenza dei percorsi rieducativi di formazione all’interno del carcere e di reinserimento lavorativo e abitativo all’esterno di esso;
  • eccezionalità del Tribunale di Sorveglianza di Torino, ma a livello nazionale per la severità dei provvedimenti presi circa le misure alternative;
  • gravi carenze strutturali e igieniche all’interno della Casa Circondariale;
  • assenso totale di un precorso di sostegno alle donne vittima di violenza;
  • dotazione a tutte le detenute in ingresso e già presenti in carcere di un regolamento penitenziario;
  • miglioramento del vitto quotidiano;
  • rimozione griglie strette oltre le sbarre delle finestre;
  • acqua calda in cella;
  • ristrutturazione docce comuni;
  • maggiore garanzia serale di rapido intervento in caso di criticità;
  • garanzia circa il rispetto delle regole della sezione aperta (ore di apertura).

Concludiamo auspicando che si possa al più presto rendere ammissibile la proposta di scarcerazione anticipata (75 gg retroattivi) a tutte le tipologie di reato compreso il 4-BIS.

Ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenute in questi giorni faticosi, non facendoci sentire sole e dando voce alla nostra protesta.

Dana, Fabiola, Stefania, Emanuela.

MA LA LOTTA CONTINUA, PER LA LIBERTA’ DI TUTTE E TUTTI

La lettera, importante, di Fabiola De Costanzo, che ci risponde dal carcere di Torino: un esempio per tutte e tutti della necessità della solidarietà proletaria, dell’unità delle lotte, di come, unit*, si possano rompere muri e catene

Oggi ci è arrivata la risposta di Fabiola; nella giornata di azione del 15 gennaio lei ha fatto sciopero. Questa la sua lettera:

Ciao

ho ricevuto le tue lettere il 12 gennaio. Solo allora sono stata al corrente dello sciopero. Qui alle nuove giunte la situazione è drammatica, il livello di solidarietà è minimale e quello di una coscienza di lotta è inesistente. Cercando “complicità” in sezione, non ho avuto risposte che potevano aiutarmi a capire come essere attiva/e o come partecipare a questo sciopero e così ho deciso per un’azione individuale per essere comunque presente. DOMANI SCIOPERERO’. Ho scritto un breve testo che domani attaccherò alle sbarre della cella che ti riporto:

“OGGI, VENERDÌ 15/1/21 NELLE CARCERI ITALIANE È STATO INDETTO UNO SCIOPERO PER DENUNCIARE E PROTESTARE CONTRO LE CONDIZIONI ABERRANTI CHE SIAMO COSTRETTE A VIVERE. NON CREDO IN UN MIGLIORAMENTO DELLO STATO DETENTIVO, LE PRIGIONI SONO UNO STRUMENTO DI TORTURA PSICOLOGICA E FISICA DELLO STATO CHE VUOLE REPRIMERE OGNI FORMA DI LOTTA, DISSENSO E DIGNITOSA VITA. LA METÀ DA RAGGIUNGERE È QUELLA DELLA DISTRUZIONE DELLE GALERE E DELLE ALTRE UMILIANTI FORME DI DETENZIONE. OGGI SCIOPERO, NON MANGIO, NON ESCO ALL’ARIA, NON FACCIO LA DOCCIA, NON MI SOTTOPONGO AI RITMI IMPOSTI DALLA CONDIZIONE DI PRIGIONIERA.
LIBERTÀ PER TUTTE E TUTTI
Fabiola nuove giunte F cella 6″

Questo per ora sarà il mio contributo allo sciopero, minimo, lo riconosco ma mi auguro ancora di poter essere sorpresa da un atteggiamento meno remissivo delle altre detenute che sono qui con me. Un abbraccio forte e solidale e buona lotta

Fabiola

14 gennaio 2021.

Ora Fabiola ha incontrato altre compagne di lotta: con Dana, Stefania, Maria Emanuela e un’altra detenuta del carcere Lorusso-Cotugno di Torino (di cui ancora non sappiamo il nome), da 6 giorni sta portando avanti uno sciopero della fame per rivendicare diritti fondamentali negati a tutte le persone detenute, il diritto all’affettività e il diritto alla salute.

  • Chiedono che venga immediatamente ripristinato il rispetto del monte ore settimanale delle videochiamate con le proprie/propri care/e, sia la telefonata ordinaria che quella aggiuntiva introdotta dopo la sospensione dei colloqui in presenza, escludendo le telefonate con i propri legali dal monte ore a disposizione.
  • Inoltre chiedono che le limitazioni allo spostamento tra comuni, previste dal dpcm, non impediscano ai parenti che risiedono fuori Torino di potersi recare al carcere per le visite e le prenotazioni dei colloqui. Non è accettabile che questo non sia ritenuto un motivo valido per uscire dal proprio comune! Andare all’IKEA, è possibile, andare a trovare i propri cari e le proprie care recluse No!
  • L’altra importante rivendicazione riguarda il diritto alla salute: si chiede che vengano immediatamente attuate reali e concreti misure sanitarie riguardo alla pandemia covid 19. Informazione, prevenzione, mappature dei contagi sono misure di vitale importanza che il carcere di Torino non ancora non ha adottato.
Il 15 gennaio, nella giornata di azione indetta dalle donne proletarie, Fabiola, anche da sola, ha fatto sciopero, grazie alla solidarietà che è riuscita a raggiungerla. E questo la dice lunga sull’importanza della solidarietà e sull’unione delle lotte.
Queste donne, che con coraggio portano avanti una battaglia per la dignità, nonostante le difficoltà e le paure che devono affrontare dentro un’istituzione totale come il carcere, unite stanno facendo qualcosa di molto importante anche per tutte e tutti noi che siamo fuori.
Il movimento No Tav sarà in presidio permanente a Bussoleno: tutti i giorni in Piazza Del Moro 10. Al mattino dalle 10 alle 12 e al pomeriggio dalle 16 alle 19.
Facciamo che cresca questa solidarietà e questa unione. Sosteniamo queste detenute e non lasciamole sole
Chiediamo a tutte e tutti di essere con loro in tutte le mobilitazioni popolari. Il 29 gennaio, per lo sciopero generale, il 1 febbraio per la battitura nazionale lanciata dalle detenute di Trieste ecc.
Portiamo anche nel buio delle carceri dove sono costrette le nostre sorelle, il vento di liberazione, la dignità della ribellione alla voce del padrone
SCIOPERIAMO TUTTE/I, ANCHE CON LORO, E SCRIVIAMOGLI!

Casa Circondariale Lorusso e Cutugno

Via Maria Adelaide Aglietta, 35, 10151 Torino TO

Proposta di battitura nazionale dentro le carceri da parte delle detenute del carcere di Trieste per il 1 febbraio.

Riceviamo e pubblichiamo:

Proposta di battitura nazionale dentro le carceri da parte delle detenute per il 1 febbraio.

Il 23 gennaio si è svolto un presidio sotto il carcere di Trieste.

Fin da subito le detenute e i detenuti hanno raccontato che da giorni vanno avanti gli scioperi del carrello, e il 22 gennaio si è svolta anche una battitura, riportata anche dal TgR del FVG.

Come altre volte dalla sezione femminile ci sono arrivate notizie sulla situazione interna. Situazione che si presenta simile in tutte le carceri italiane in questo periodo.

Le detenute raccontano della totale assenza di attività al di fuori della cella. Questa situazione fa si che esse stiano la maggior parte del tempo rinchiuse, dinamica questa che va avanti da mesi portando all’esasperazione le persone. Alcune si rifugiano nelle cosiddette “terapie”, altre iniziano ad avere problemi di tenuta psicofisica, senza contare l’assenza dell’assistenza sanitaria, come una detenuta epilettica che da 4 mesi attende delle visite, o altre che non vedono la psicologa da molto tempo nonostante le loro problematiche e richieste.

Inoltre la posta raccomandata arriva sempre in ritardo di 14 giorni, senza contare che alla nostra casella postale non arrivano lettere né dal maschile né dal femminile nonostante la posta inviata.

È evidente che la situazione dentro è il risultato delle politiche del Ministero di Giustizia e del DAP, ma anche dei magistrati di sorveglianza, i quali fanno si che le carceri rimangano sovraffollate.

Dalle loro parole si capisce che la discussione dentro sul ruolo di psicofarmaci, terapie alternative, prevenzione della diffusione del Covid-19 e vaccini, è in corso.

Le detenute chiedono esplicitamente di divulgare a tutti i detenuti e detenute delle carceri, a parenti, amici e solidali fuori, a giornali e media, le ragioni della battitura che faranno il 1 febbraio alle ore 15.30 e chiedono una presenza di supporto all’esterno.

Le loro rivendicazioni sono:

1) Essere sottoposte a tamponi ed esami del sangue sierologici, piuttosto che essere costrette alla vaccinazione.

2) Indulto

3) Domiciliari per le persone con problemi sanitari e gravi patologie e per i detenuti in residuo di pena

Seguiranno aggiornamenti riguardo al presidio di sostegno alla battitura delle detenute.

Invitiamo i compagni e compagne a divulgare con i propri canali questa proposta delle detenute di Trieste.

Assemblea contro il carcere e la repressione

liberetutti@autistiche.org

 

22 gennaio: tentata rivolta nel carcere di Varese, sedata da reparti di carabinieri, polizia di stato e l’ormai famigerato Gir, Gruppo di intervento rapido. Non si segnalano feriti tra le forze di polizia… e tra i detenuti “sovversivi”?

Venerdì 22 gennaio, nel carcere dei Miogni di Varese, c’è stata una protesta dei detenuti, di cui sinora si sa solo quello che la polizia penitenziaria vuole e che la propaganda leghista asseconda.

Da questi assassini in doppio petto e in divisa però, diamo per buone le informazioni circa il dispiegamento di forze dell’ordine usate per spegnerla.

Si parla di reparti di carabinieri, polizia di stato e di rinforzi di agenti di polizia penitenziaria dalle carceri milanesi di Opera e San Vittore, con l’invio di un corposo contingente di pronto intervento, ossia il Gir. Per chi ancora non lo sapesse, il Gir, Gruppo di intervento rapido, è un nuovo reparto creato dopo le rivolte, costituito da squadroni di agenti penitenziari e si è distinto nei pestaggi di aprile sui detenuti di S. M. C. Vetere, operati da centinaia di agenti a volto coperto, arrivati come rinforzo da Secondigliano. Consigliamo quindi, prima di leggere le veline di Bonafede e Salvini, di rivedere Report per provare a immaginare cosa possa essere realmente accaduto nel carcere di Varese.

Dalla stampa di regime:

Suppellettili distrutte e caos nel pomeriggio nel carcere varesino, dove sono giunti rinforzi di polizia penitenziaria, carabinieri e polizia di Stato. La situazione è rientrata in serata

Ancora poche le informazioni a disposizione ma da quanto si apprende da fonti sindacali le forti proteste dei detenuti sono partite nel pomeriggio quando sono stati distrutti gli arredi di alcune celle.

Non si segnalano feriti fra le forze di polizia penitenziaria presenti in quel momento nell’istituto di pena, né tentativi di evasione.

Sul posto sono stati fatti confluire reparti di carabinieri che si sono occupati di sorvegliare l’area perimetrale della casa circondariale, e agenti della polizia di Stato.

Sono stati attivati rinforzi di agenti di polizia penitenziaria dalle carceri milanesi di Opera e San Vittore.

La situazione sembra essere rientrata in serata.

Gian Luigi Madonia, segretario regionale dell’Uspp (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria) per la Lombardia spiega: «Sono stato raggiunto da molte telefonate, la mia prima preoccupazione è stata subito quella di rassicurarmi e rassicurare sulla salute dei miei colleghi. Ho notizia che nessuno per fortuna si è ferito gravemente  e nessun detenuto è riuscito ad evadere. La struttura pare sia stata letteralmente compromessa e attualmente l’istituto è al buio».

Nulla si conosce dei motivi che hanno scatenato la rivolta. «Al momento sono ignote le ragioni che hanno innescato l’evento. La situazione rientrata e adesso è sotto controllo, grazie al personale della polizia penitenziaria di Varese ed all’importante supporto operativo, giunto velocemente da parte del Provveditorato regionale con l’invio di un corposo contingente di pronto intervento. Ancora una volta la professionalità della polizia penitenziaria ha avuto ragione sulla condotta indisciplinata ed irresponsabile di coloro che, anziché attenersi alle norme ed alle regole interne, hanno il solo scopo di sovvertire il sistema».

Alle Vallette 5 detenute sono in sciopero della fame per il diritto all’affettività e alla salute. Solidarietà dal SRP

È il quarto giorno di sciopero della fame al carcere delle Vallette di Torino. A Dana, Fabiola, Stefania e Maria Emanuela ieri si è aggiunta un’altra reclusa, di cui ancora non conosciamo il nome, facendo salire a 5 il numero delle donne che stanno portando avanti la protesta, di cui pubblichiamo di seguito le rivendicazioni e l’appello accorato dei familiari
Questo è un appello accorato che chiediamo di far girare il più possibile.
Non possiamo rimanere in silenzio!
Dana, Fabiola, Stefania e Manuela ( speriamo se ne aggiungano tante altre!), detenute nel carcere di Torino, da ieri hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza contro le disumane condizioni vissute nel penitenziario.
Tutto è nato due giorni fa, quando a decine di parenti, in modo arbitrario, sono state negate le visite in quanto, in zona arancione, non sarebbe possibile incontrare gente proveniente da fuori comune. I e le parenti non sono stati solo respinti ma colpevolizzati per aver cambiato comune e minacciati di sanzione.
Questo accade dopo due mesi durante i quali i colloqui in presenza erano stati annullati,  sostituiti da 5 videochiamate di mezz’ora, quindi senza garantire le 6h di colloquio previste da normativa. Poi finalmente il ministero sblocca la possibilità di visitare detenut*, i/le parenti si accalcano ai cancelli del carcere per prenotare ma gli uffici sono aperti ad intermittenza e senza indicazioni di orario: per prenotare devi “tentare la sorte” recandoti continuamente al carcere e sperando sia aperto.
Noi in questa bolgia siamo riusciti a prenotare solo 2 colloqui su gennaio ma anche ai genitori di Dana, residenti fuori Torino, brutalmente viene impedito il colloquio.
Questo regolamento è sconosciuto! Non è pubblicato da nessuna parte, nessuno lo comunica e lo si scopre a piccole dosi di giorno in giorno.
Uno stillicidio senza controllo che sta massacrando i diritti dei detenuti e dei loro cari.
Dana, Fabiola, Stefania e Manuela hanno perciò cominciato la loro protesta pacifica e determinata, chiedendo alla direzione del carcere 5 cose molto chiare e  basilari:
1. Ripristino delle videochiamate per i detenuti che non possono fare i colloqui in presenza;
2. per chi può svolgere i colloqui in presenza, dato che sono ridotti, poter completare le 6h mensili previste dalla legge, con videochiamate;
3. ripristinare il servizio di prenotazione visite via mail;
4. togliere la chiamata all’avvocato dalle 6h di colloqui parentali previste dalla legge;
5. Il mantenimento della chiamata straordinaria settimanale, introdotta proprio in vista della sospensione dei colloqui familiari;
Essere inseriti nel piano vaccinazioni dal quale i detenuti, al momento, sono completamente esclusi, inoltre uno screening della salute delle persone detenute.
In queste ore stiamo contattando la garante delle detenute, le associazioni che si occupano dei diritti umani e chiunque sia sensibile al tema.
Fai girare questo appello, non possiamo lasciarle sole!
Nel frattempo è arrivato un primo parziale risultato della mobilitazione. Tra le rivendicazioni filtrate oltre le mura del carcere c’era quella di ricevere delle reali misure di tutela sanitaria contro la pandemia che a oggi sono completamente assenti e in particolare indicazioni sulla campagna vaccinale nelle carceri. Ieri, in conferenza stampa, il commissario Arcuri è uscito dal suo mutismo sulla questione e ha dichiarato che dopo sanitari e over-80 sarà il turno dei detenute/i nelle vaccinazioni contro il covid19. Si tratta comunque solo di una prima dichiarazione, invero assai allusiva e che andrà comunque verificata. Resta allucinante, per quanto ci riguarda, che ci sia voluta la coraggiosa protesta di donne già private della libertà e isolate in galera per ottenere almeno una dichiarazione d’intenti da parte della macchina governativa su un problema che riguarda migliaia di persone in tutta Italia. Problema, tra l’altro, creato dal governo stesso, in particolare dal min. Bonafede e dalla sua compagine politica, sempre pronta ad andare dietro alla parte dell’opinione pubblica più reazionaria e manettara del nostro paese. Mentre prona il distanziamento sociale all’esterno, all’interno lo Stato sta coscientemente, da mesi, mettendo in situazione di vulnerabilità le persone detenute evitando di concedere misure alternative e stipandole in carceri sovraffollate.
In ogni caso il centro delle rivendicazioni di Dana, Fabiola e delle altre detenute in sciopero della fame riguarda il diritto all’affettività e in particolare il ripristino dei colloqui.

Ieri la direttrice del carcere della Vallette ha ammesso le negligenze dell’amministrazione carceraria nascondendosi però dietro un dito sulle questioni che potrebbero essere direttamente e facilmente risolte, facendo da scaricabarile sul resto, avanzando una generica mancanza di fondi. Sono risposte assolutamente non soddisfacenti e le cose devono muoversi subito.

Ogni ora che le nostre compagne passano in sciopero della fame è un’ora di troppo, sosteniamo Dana, Fabiola, Stefania, Maria Emanuela e le altre in tutti i modi possibili, non lasciamole sole in questa battaglia enorme che hanno scelto d’intraprendere indicandoci una volta di più, con l’esempio, come si affrontano a testa alta soprusi e ingiustizie.

L’unica vera tutela della salute è e resta la libertà, svuotiamo le carceri per preservare la salute di tutte e tutti.

Cogliamo anche l’occasione per pubblicare il video degli interventi di Nicoletta Dosio e Anna Cipriani (madre di uno dei 5 detenuti che hanno denunciato i pestaggi del marzo scorso nel carcere di Modena) nella maratona per la libertà del 27/12/20. Interventi importanti per conoscere la realtà, profondamente ingiusta  e disumana del sistema carcerario, di cui recentemente si è occupato anche Report