Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

30 gennaio: “Presidio di solidarietà allə carceratə”

Da notav.info.

Ci arriva notizia che sono molte le iniziative in tutto il territorio nazionale di sostegno alla protesta di Dana, Fabiola e le altre detenute che hanno intrapreso uno sciopero della fame per i diritti fondamentali in carcere. Di seguito alleghiamo via via gli eventi delle varie iniziative:

ROMA – Sabato 30 – ore 11

Sei giorni fa Dana, Fabiola, Stefania ed Emanuela hanno iniziato lo sciopero della fame nel carcere delle vallette di Torino per richiedere il rispetto dei diritti di affettività e salute sospesi dalla direzione della casa circondariale. Con lo scoppio della pandemia le condizioni delle carceri, già pessime, non hanno fatto che peggiorare ed è per questo che le detenute hanno richiesto il ripristino delle video chiamate, la possibilità di integrare le 6 ore di colloquio in presenza, con le video chiamate, visto che queste ultime non vengono assicurate, come da legge costituzionale, uno screening accurato di tutta la popolazione detenuta, così da verificare il reale stato dei contagi e la somministrazione dei vaccini a tutti i detenuti che lo vorranno.
Ieri “a seguito dell’impegno dell’amministrazione carceraria di Torino di garantire, ad effetto immediato, la possibilità di usufruire delle 6 ore ministeriali previste per i contatti con i propri familiari e a seguito delle notizie pubbliche rispetto al piano prevenzione Covid che da marzo riguarderà tutta la popolazione detenuta”, Fabiola, Dana, Stefania ed Emanuela hanno sospeso lo sciopero.
In solidarietà con tutte le detenute e tutti i detenuti in lotta in questi mesi per la sopravvivenza e il miglioramento delle loro condizioni abbiamo deciso di chiamare un presidio al carcere di Regina Coeli di Roma perché possano essere intraprese misure adeguate al rispetto della salute e della dignità in tutte le carceri d’Italia.
Vi aspettiamo a Regina Coeli* sabato 30 gennaio alle ore 11
Verso il 22 Febbraio
Con Valerio nel ❤️ Cuore
Tutti/e liberi/e
Avanti No Tav
*a breve maggiori informazioni sul luogo preciso del presidio

MILANO – Sabato 30 – ore 14

PADOVA – Sabato 30 – ore 10:30

Invitiamo tuttə a partecipare al presidio di solidarietà organizzato per Sabato 30 gennaio sotto la Casa Circondariale di Padova alle ore 10.30

Un appello dei centri sociali del nord-est per costruire sabato 30 gennaio iniziative di solidarietà a Dana e a chiunque sia recluso nelle carceri italiane. La popolazione carceraria sta pagando il prezzo più alto della restrizione di diritti e tutele legata alla gestione della crisi pandemica.
È passata quasi una settimana dall’inizio dello sciopero della fame da parte di Dana, storica portavoce del movimento No Tav, che chiede, insieme ad altre detenutǝ che stanno scioperando con lei, di ripristinare le ore di colloquio con i famigliari e degli interventi immediati vista la grave situazione che si sta vivendo a causa del covid-19 all’interno delle carceri.
Ci stringiamo a Dana e le esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza sperando di poterla riabbracciare presto.
Non possiamo non pensare a tuttǝ lǝ detenutǝ che in questi mesi di pandemia si sono vistǝ privare ulteriormente dei pochi diritti che ancora sono garantiti.
Nel weekend immediatamente successivo al primo lockdown in molte carceri italiane sono scoppiate proteste che chiedevano interventi concreti per garantire la sicurezza sanitaria, già messa a dura prova dalla situazione di sovraffollamento che vede la presenza di più di sessantamila detenutǝ in tutta Italia a fronte di meno di cinquantamila posti letto effettivi.
Da un giorno all’altro il lockdown ha portato alla sospensione di tutte le visite, comprese quelle di insegnanti, volontariǝ e responsabili delle attività lavorative che garantiscono la possibilità ai detenutǝ di poter aspirare a un reinserimento nella società, quello per cui in teoria le carceri dovrebbero servire in un paese che sarebbe garantista. Sono morti 13 detenuti solo nei giorni delle rivolte (ben 9 sono morti nel carcere di Modena!) e in quelli immediatamente successivi: morti imputate ad overdose e sulle quali non è mai stata aperta un’inchiesta e si è fatto finta di non vedere le responsabilità delle forze dell’ordine.
È di poco più di una settimana fa la notizia della condanna, a carico di un agente della polizia penitenziaria, per il reato di tortura, contestato per la prima volta ad un membro delle forze dell’ordine. Come è possibile che in questo panorama non ci siano responsabili per le decine di morti nelle carceri da inizio pandemia? Fino ad oggi si sono verificati migliaia di contagi e un numero non precisato di morti a causa del Covid-19, decine di persone sono morte senza garanzie, diritti e nell’impunità totale dei responsabili.
Dopo quasi un anno di pandemia ancora non ci sono stati interventi, come invece accaduto altri Paesi: amnistie, indulti e sconti di pena per ridurre l’affollamento, se non in una misura insignificante.
Ancora non ci si è posti di mettere in atto un piano di vaccinazione per detenutǝ e reclusǝ per garantire la loro sicurezza, visto che sono sotto la responsabilità dello stato, come molte associazioni stanno chiedendo nel nostro paese e non solo.
«Il grado di civiltà di un paese si vede dalle sue carceri» diceva Voltaire; in quelle italiane in questo momento è come se vigesse la pena di morte senza processo.
Se nel caso delle carceri almeno c’è stata, grazie alle rivolte dei detenutǝ e alle iniziative di famigliari e solidali, la possibilità di avere informazioni, per quanto marginali su quello che sta accadendo, non è così per gli otto Cpr italiani in cui sono detenute, in situazioni disumane e illegali, centinaia di persone a cui non sono garantiti i più elementari diritti.
Per questo facciamo appello a tutta la cittadinanza per costruire, sabato 30 gennaio 2021, dei presidi fuori dalle carceri per far sentire la nostra solidarietà a chi è recluso e per chiedere:
– indulto subito per tuttǝ
– istituzione del garante dei diritti dellǝ detenutǝ in tutte le città
– misure preventive non carcerarie per i reati minori
– priorità all’accesso ai vaccini a tutta la popolazione carceraria.
post — 28 Gennaio 2021 at 11:51

DAI NOTAV AI NODAL MOLIN un filo rosso ci unisce: contro soprusi ed ingiustizie oltre il COVID, oltre le SBARRE.

Sabato 30 gennaio, h. 11.30, abbiamo organizzato un presidio di solidarietà con Dana e le altre detenute in lotta al carcere delle Vallette.
In fondo all’appello trovate anche il link per firmarlo.

Le lotte contro le grandi opere segnano, in Italia, una nuova stagione di consapevolezza diffusa: la terra non è e non deve essere merce di scambio nelle mani di chi ha soldi e potere.
Per noi NOdalMolin i NOTAV sono stati, per noi, fonte di ispirazione e coraggio. Dana l’abbiamo conosciuta al Presidio. Non ricordiamo più quale, se quello di Venaus, o di Caldogno, o in una delle migliaia di manifestazioni che abbiamo condiviso. Abbiamo portato avanti un orizzonte di senso, un’utopia: difendere i beni comuni. Oggi, alla luce del COVID, sappiamo che la strada tracciata è stata quella giusta. Ne usciremo solo se continueremo a difendere i nostri territori. Dallo smantellamento della sanità pubblica, dallo scaffale polveroso in cui sembra sia stato archivjato il diritto all’istruzione, dai disastri ambientali, dai cambiamenti climatici.
Dana da alcuni mesi è in carcere. Subisce la stessa sorte di altre e altri che hanno osato mettere in discussione sfruttamento e malaffare. A livello repressivo la procura di Torino non è seconda a nessuno e il movimento NOTAV è stato fortemente criminalizzato. Così come altri compagni e compagne prima di lei, che hanno subito detenzioni ingiuste, dure, spropositate ai fatti imputati, Dana deve scontare due anni, per aver bloccato un casello autostradale e usato un megafono, durante una protesta NOTAV.
Il carcere è il peggio che ci si possa augurare. Lo è in condizioni normali. In periodo COVID non è nemmeno lontanamente tollerabile. Già dal primo lockdown detenuti e detenute, in tutta Italia, si sono visti togliere i pochi diritti concessi, con la scusa della pandemia, mentre il problema del sovraffollamento non è stato neanche lontanamente preso in considerazione. Stiamo parlando di annullamento delle visite, delle attività ricreative, educative e lavorative. Stiamo parlando di igiene, di contatti sociali tra detenuti, di un piano di vaccinazione per garantire sicurezza a chi è dietro le sbarre, visto che vive sotto la responsabilità dello Stato. Dopo quasi un anno di pandemia ancora non si è intervenuti come hanno fatto altri paesi: amnistie, indulti e sconti di pena per ridurre l’affollamento, se non in una misura insignificante.
Per questo, Dana ed altre detenute hanno messo in piedi uno sciopero della fame che è durato sei giorni ed ha costretto la direzione del carcere Le Vallette di Torino a parlare pubblicamente dei problemi della prigione in Italia.
Abbiamo deciso di unirci al movimento NOTAV nell’appello alla solidarietà oltre le sbarre, nonché alla campagna DANA LIBERA TUTTI, e convocare un presidio al carcere di Vicenza per le 11.30 si sabato 30 gennaio.
A Dana, alle sue compagne, ai NOTAV vogliamo dire: grazie. Ancora una volta ci indicate un percorso. Così come abbiamo fatto per le strade di montagna, per difendere la valle, o attorno al cantiere del DAL Molin per denunciarne la prepotenza invasiva, non possiamo che camminare fianco a fianco.
Ai detenuti e alle detenute di tutte le carceri, in particolare qui a Vicenza, vogliamo dire: non siete soli. Doveva andare tutto bene, dovevamo uscirne migliori. Invece, oggi parlare di diritti dei detenuti equivale ad affrontare un discorso scivoloso e impopolare. Non ci interessa. Grazie alla lotta di queste detenute, all’associazione Antigone, al Movimento NOTAV, oggi chi non ha voce torna ad averla.
Chiediamo che vengano garantiti i diritti ai colloqui e all’affettività di detenuti e detenute.
Chiediamo indulto subito.
Chiediamo un piano di vaccinazioni prioritario per chi è detenuto, l’ istituzione del garante dei diritti dei detenuti in tutte le città, misure preventive non carcerarie per i reati minori.
Chiediamo a chi legge, a chi ha lottato con noi contro le grandi opere, a chi oggi si batte per sanità e scuola gratuite, pubbliche e sicure, di sottoscrivere questo appello e di venire sotto il carcere con noi.
Una parte di noi ha dato vita ad un progetto, il Caracol Olol Jackson, che guarda in questa direzione: ambulatori popolari pubblici e gratuiti, sportello di consulenza sanitaria, caf e sindacato. Alla popolazione carceraria e ai loro familiari vogliamo dire che siamo a disposizione con i servizi che offriamo e che vogliono essere un bene comune. La solidarietà è un’arma e noi vogliamo continuare ad utilizzarla, oltre il covid, oltre le sbarre.
Avanti Dana
Avanti NOTAV
Libertà per tutte e tutti

Per sottoscrivere l’appello: https://forms.gle/oTDJTtafoMRKgQW29

Ma la solidarietà arriva anche dai paesi baschi, con un’azione di solidarietà alla lotta No Tav presso il consolato italiano di Pamplona

Della rivolta nella ex caserma Serena a Treviso e della sua repressione: non lasciamo solo chi lotta per la libertà

Forse ricorderete le rivolte che hanno attraversato un centro d’accoglienza a Treviso tra giugno ed agosto e i 4 arresti che ne sono seguiti. Ad oggi uno di loro non c’è più , Chaka, due sono ancora in carcere (a Treviso e Vicenza) e per un’altra persona è stata trovata un’abitazione a Treviso per i domiciliari. Il primo aprile comincia il processo.
Come Campagne in lotta siamo sempre in contatto con tutti e tre e da qualche giorno, anche in seguito al confronto con loro, abbiamo fatto partire una campagna di solidarietà, che vi incollo qui.

Della rivolta nella ex caserma Serena a Treviso e della sua repressione: non lasciamo solo chi lotta per la libertà

Il 19 agosto Mohammed, Amadou, Abdourahmane e Chaka vengono arrestati per devastazione, saccheggio e sequestro di persona e portati nel carcere di Treviso. Il 7 novembre Chaka, 23 anni, viene trovato morto nel carcere di Verona.
Secondo le accuse, sono colpevoli di aver “capeggiato” le proteste che tra giugno e luglio hanno travolto il Cas ex caserma Serena di Treviso.
In un periodo in cui per molti il lockdown sembrava finito, le persone costrette a vivere dentro i luoghi di reclusione continuavano a restare ammassate, senza che venisse presa nessuna misura di tutela della loro salute.
Questo è il caso dell’ex caserma Serena di Treviso, adibita a Cas e gestita dalla cooperativa Nova Facility, dove ancora a giugno, più di 300 persone continuavano a vivere in spazi sovraffollati, senza che venisse loro fornita alcuna informazione sui contagi né alcuna protezione come mascherina e disinfettante. Molti di loro lavorano sfruttati in diversi settori della zona, dalla logistica all’agricoltura. Già da ben prima dell’emergenza Covid chi era costretto a vivere in quel luogo aveva denunciato le terribili condizioni di vita all’interno della struttura: le condizioni igieniche degradanti, le cure mediche assenti, le camere-dormitorio, la rigidissima disciplina con cui sono applicate le regole dell’accoglienza, la collaborazione tra operatori e polizia, il lavoro volontario all’interno del centro. Un luogo perfetto per la diffusione del Covid.
L’ex caserma Serena, infatti, nel giro di 2 mesi diventa un focolaio,e i contagiati passano da 1 a 244. E’ proprio per questo che prima a giugno, poi a fine luglio e infine ad agosto si susseguono proteste da parte degli ospiti della struttura. Le ragioni sono molto chiare, nonostante le notizie sui giornali e le inchieste giudiziarie vogliano storpiarle in tutti i modi possibili: si protesta perché non viene fornita nessuna informazione sugli aspetti sanitari, né alcuna misura di tutela della salute, perché da un giorno all’altro viene comunicato a tutti l’isolamento, ma senza che venga data alcuna spiegazione. Solo dopo due giorni di vero e proprio sequestro degli ospiti si scopre che la ragione è il contagio di un operatore. Si protesta perché molti perdono il lavoro senza poter nemmeno comunicare coi propri padroni; perché vengono fatti a tutti i tamponi, ma poi positivi e negativi vengono rinchiusi insieme e quindi l’isolamento si rinnova continuamente. Si protesta perché chi lavora lì continua ad entrare e uscire, mentre i contagiati all’interno aumentano di giorno in giorno, ad alcuni vengono fatti anche 4 o 5 tamponi ma nessuno, tra operatori, personale sanitario e polizia, si interessa di fornire informazioni a chi dentro la caserma ci vive e di virus si sta ammalando. Ad alcuni è anche impedito di vedere l’esito del proprio tampone. Si protesta anche perché gli ospiti chiedono di parlare coi giornalisti per raccontare le loro condizioni, e polizia e operatori glielo impediscono.
Nel frattempo, già dopo le prime manifestazioni di giugno, la prefettura preannuncia 3 espulsioni e almeno una ventina di denunce pronte per quando finirà l’isolamento. L’annunciata repressione si avvera il 19 agosto, quando quattro persone che vivono dentro l’ex caserma vengono arrestate. Altre 8 risultano indagate. Le accuse sono pesanti, ed è molto chiaro che l’intento è punire Abdourahmane, Mohammed, Amadou e Chaka in modo esemplare, per dare un segnale a tutti gli altri. Per trovare dei colpevoli, dei capi, degli untori, per spostare la responsabilità dal Ministero dell’Interno, dalla Prefettura, dalla cooperativa e dal comune agli immigrati. Tutti e 4 vengono portati nel carcere di Treviso. Mohammed viene ricoverato in urgenza allo stomaco proprio per l’assenza di cure, Amadou si ammala di Covid in carcere.
Dopo un mese circa – per ordine del Ministero dell’Interno- vengono trasferiti in 4 carceri diverse e messi in regime di 14bis (sorveglianza particolare). Il 7 novembre il più giovane di loro, Chaka, viene trovato morto nel carcere di Verona. Su di lui viene spesa qualche parola in qualche articolo di giornale, si parla di suicidio e poi, come per tantissime altre morti, cala il silenzio.

Le ragioni di questa protesta, la repressione che ne è seguita e la morte di Chaka sono un’espressione molto chiara di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dell’ordine assassino a cui vogliono sottoporci. Se abbiamo conoscenza di questa storia è soltanto grazie al fatto che delle persone continuano a lottare. E per questo ora stanno pagando, rischiando di rimanere isolate e sole.
Dall’inizio della pandemia nei centri di accoglienza di tutta Italia si sono susseguite proteste scatenate da ragioni del tutto simili a quelle di Treviso: la mancanza di informazioni chiare, l’ammassare positivi e negativi insieme in una tendopoli, in un centro o su una nave, le quarantene continuamente rinnovate, la mancata tutela della salute. Le proteste, le fughe, gli scioperi della fame non si sono mai interrotti, contro uno Stato che nei mesi ha noleggiato 5 navi-prigione, ha inviato militari a presidiare i centri di accoglienza, ha stretto accordi di rimpatrio con la Tunisia, ha denunciato ed espulso centinaia di persone, avallato da fascisti e rappresentanti locali che gridavano all’untore, all’espulsione, agli sgomberi.
A marzo, in seguito alle lotte per i documenti che le persone immigrate soprattutto nelle campagne portano avanti con coraggio, lo stesso governo ha varato una sanatoria che ha coinvolto solo poche persone, lasciandone tantissime altre in condizione di irregolarità o semi-irregolarità. Eppure di questa sanatoria le istituzioni si sono fatte vanto, così come della modifica dei decreti sicurezza di Salvini (in realtà questi prevedono ancora misure per favorire la repressione dei reati commessi dentro i cpr, mentre è stata lasciata completamente intatta tutta la parte relativa alla criminalizzazione delle lotte in generale).
Così nelle carceri, dove dopo le rivolte di marzo e le morti, si è cercato di imporre in tutti i modi un muro di silenzio. Mentre le prigioni continuano ad essere focolai, i contagiati raddoppiano (come ad esempio il carcere di Vicenza dove tuttora è rinchiuso Amadou), e aumentano i morti di Covid tra i detenuti, sulle rivolte di marzo e sui 14 detenuti morti nelle galere di Modena, Bologna e Rieti si cerca in tutti i modi di far calare il silenzio; levando di torno le persone e mettendo a tacere in qualsiasi modo la voce dei detenuti e dei testimoni delle violenze e torture che si sono consumate in questi mesi nelle galere. Non a caso proprio le persone straniere che hanno partecipato alle rivolte di Modena sono state espulse.
Ma per quanto si voglia liquidare tutte queste morti, da quella di Salvatore Piscitelli a quella di Chaka Outtara, come dovute a overdose o suicidi, sono proprio le denunce, i racconti e le lotte di questi mesi ad aver permesso di non farne dei casi singoli. Per quanto si voglia dividere e isolare chi ha lottato nei campi, nei centri di accoglienza, nei cpr, sulle navi, nelle carceri con enorme coraggio in tutti questi mesi, i legami di solidarietà e di lotta non smettono di intrecciarsi.
La morte di Chaka, come quella di tanti altri, non deve essere dimenticata, perché quello di Chaka è un omicidio e gli assassini sono l’accoglienza, le leggi razziste che governano la vita delle persone immigrate, lo sfruttamento, il carcere.

Attualmente Mohammed e Amadou sono nelle carceri di Treviso e Vicenza, mentre Abdourahmane è agli arresti domiciliari. Invitiamo a scrivere loro e a far sentire la nostra vicinanza in tutti i modi possibili, perché continuare a lottare significa anche non lasciare solo nessun davanti alla repressione, e non lasciare che la morte di Chaka si aggiunga solo ad una lista ormai troppo lunga.

Per Chaka
Mohammed, Amadou e Abdou liberi! Tutti e tutte libere!

Sanatoria per tutti, repressione per nessuno!

Per scrivere loro:
Mohammed Traore
Via S. Bona Nuova 5/b
31100 Treviso (TV)

Amadou Toure
Via B. Dalla Scola 150
36100 Vicenza (VI)

Torture nel carcere di San Gimignano, il video agli atti del processo

In aula il 27 gennaio viene mostrato un video che ritrae solo in parte il pestaggio brutale ad opera di numerosi agenti su una persona di origine tunisina di 30 anni, seminuda e trascinata di peso. Le immagini del video risalgono all’11 ottobre 2018, ma sono state rese pubbliche solo 2 giorni fa.

Sono cinque gli agenti a processo in uno dei primi casi giudiziari in cui pubblici ufficiali vengono accusati di tortura, lesioni aggravate, falsi ideologici, minacce aggravate e abuso di potere. A processo, la cui prima udienza è fissata per il maggio di quest’anno, ci sono un ispettore superiore, due ispettori capo, due assistenti capo coordinatori. Altri 10 agenti hanno chiesto il rito abbreviato, così come il Il medico del carcere, che è stato condannato a 4 mesi di reclusione con l’accusa di rifiuto di atti d’ufficio, per non aver visitato il ragazzo vittima del pestaggio.

SOLIDARIETÀ CON JENNIFER

Riceviamo e pubblichiamo

Jennifer è una donna trans di 38 anni, detenuta nella prigione di Seysses, a 30 km dalla città di Tolosa nel sud-ovest della Francia, da 7 mesi oramai.

Jennifer è una persona queer, militante per la difesa delle “sex workers” e anche star di quartiere amata da tutti/e. Jennifer è in arresto preventivo, in attesa del processo, nelle peggiori condizioni immaginabili: in una cella di isolamento nel reparto maschile del carcere di Seysses.

Il nome sul suo documento d’identità non corrisponde alla sua identità di genere. È circondata da secondini apertamente transfobici che la discriminano con vessazioni quotidiane, le impediscono di vestirsi come le pare, la chiamano sempre con il prenome maschile e fanno battute di cattivo gusto allo scopo di umiliarla. Eccetto i colloqui, Jennifer non ha alcun altro contatto umano che con loro.

Jennifer è in arresto preventivo con l’accusa di tentativo di omicidio del suo stupratore. Siamo tutte/i al corrente delle violenze quotidiane che i sex workers et le lavoratrici sessuali vivono quotidianamente e soprattutto della difficolta che queste persone hanno di denunciare. Perché se sono state violentate “se lo sono andate a cercare”, perché “è il rischio di questo lavoro” e soprattutto perché non saranno mai credute, come oggi accade ancora alle donne che vogliono denunciare il loro aggressore.

Infatti l’accusa di stupro antecedente ai fatti dell’aggressione, non è stata accolta dal giudice d’istruzione. Questo la dice lunga sulla possibilità di Jennifer di potersi difendere correttamente e di avere giustizia.

Le condizioni di prigionia di Jennifer e di tutte le persone trans sono pesantissime e disumanizzanti. L’isolamento e la transfobia che lei subisce, influiscono sulla sua salute mentale, lei che ha sempre affrontato la vita con coraggio e determinazione dall’alto dei suoi tacchi a spillo.

Il nostro obiettivo è di rompere il suo isolamento e di mostrarci solidali, ne va della sua sopravvivenza!

Il nostro è un appello a tutte le reti militanti è di diffondere la storia di Jennifer e di restare solidali. Come tutte i detenuti/e, Jennifer ha bisogno di un aiuto economico e di sostegno emozionale grazie a delle lettere, dei disegni, stikers, collage, foto etc. Tutti i pensieri di incoraggiamento e di amore saranno per lei un sostegno e le permetteranno di svagarsi e di pensare ad altro nelle lunghe ore di isolamento quotidiane.

Jennifer è una fun sfegatata di Mariah Carey.

La solidarietà è la nostra arma, rompiamo le gabbie che ci dividono dai nostri amici/e e cari/e!

Contattare il collettivo di amici/e e cari/e Cosco per avere le informazioni per scriverle e versarle un aiuto.

Il 1 febbraio facciamo rumore con tutte le detenute e i detenuti in lotta

Riceviamo e pubblichiamo

CACEROLADA SOLIDALE
CON TUTTI I DETENUTI E LE DETENUTE IN LOTTA

Al presidio dello scorso sabato 23 gennaio, le detenute della sezione femminile del Coroneo (Trieste) hanno proposto una battitura in protesta alla situazione che da ormai quasi un anno tutti i detenuti e le detenute delle carceri italiane sono costrette a vivere a causa dell’emergenza Covid. Le detenute propongono una battitura dentro le carceri alle 15.30 di LUNEDI 1 FEBBRAIO per dar voce  alle loro rivendicazioni.

Le rivendicazioni sono:
1) Essere sottoposte a tamponi ed esami del sangue sierologici, piuttosto che essere costrette alla vaccinazione.
2) Indulto
3) Domiciliari per le persone con problemi sanitari e gravi patologie e per i detenuti in residuo di pena

Ribadiamo che è in corso una strage di Stato, quella che da marzo 2020 sta avvenendo nelle carceri, dopo i morti della scorsa primavera tramite le botte e il piombo sparato, le persone detenute continuano a morire per le negligenze sanitarie o per le ripercussioni delle botte di un anno fa come è avvenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Per unire le proteste che stanno avvenendo nelle altre carceri di Vigevano, Torino, Varese…
Proponiamo di essere presenti sotto il carcere alle 15.30, con pentole, trombe e tutto ciò che possa far rumore, in modo tale da poter così dare voce anche fuori le mura alla loro lotta.

Assemblea permanente contro il carcere e la repressione
liberetutti@autistiche.org

PER L’EX ASILO OCCUPATO DI TORINO “ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA” PER 18 COMPAGNI – Massima solidarietà ai compagni e compagne

In realtà l’oscena militarizzazione del quartiere e la repressione indiscriminata da parte della polizia che avvenne nei giorni dello sgombero dell’Asilo occupato dovrebbe, se la giustizia non fosse apertamente di parte/di classe, portare ad incriminare i poliziotti che fecero quell’occupazione militare nel quartiere.

Su questo – a seguire della notizia stampa – ripubblichiamo l’intervista all’Avv. Vitale su quei giorni.    

(dalla stampa) 

«Un’associazione sovversiva» all’ex Asilo occupato di Torino: 18 indagati
Chiusa l’inchiesta sull’operazione «Scintilla» che partì con il blitz del 7 febbraio 2019, quando fu sgomberato lo stabile di via Alessandria (occupato dal 1995)
C’era un’associazione sovversiva all’ex Asilo occupato di Torino, «idonea a influire sulle politiche in materia di immigrazione» tramite attentati di vario tipo, tra plichi esplosivi (15) e ordigni (6): è l’accusa che la Procura del capoluogo piemontese contesta a 16 persone dell’area anarchica (più altre due per istigazione a delinquere), nell’avviso di fine indagini notificato ai difensori. L’inchiesta della Digos di Torino — coordinata dal pm del pool antiterrorismo Manuela Pedrotta — partì con il blitz all’alba del 7 febbraio 2019, quando fu appunto sgomberato lo stabile, occupato dal 1995.
Tra i fini dell’associazione — sempre secondo le indagini, durate oltre due anni — c’era l’attacco ai centri di rimpatrio, piano «culminato in più episodi di danneggiamento». Contestata anche la fabbricazione e il posizionamento di tre ordigni presso uffici postali, a Torino e Genova. L’accusa di associazione sovversiva era stata bocciata dal tribunale del Riesame, ma gli inquirenti giudicano di aver raccolto altri indizi ed elementi in grado di sostenere l’imputazione, nel caso di richiesta di rinvio a giudizio: atto che, solitamente, segue l’avviso di fine indagini.
La ricostruzione difensiva dei legali — tra cui gli avvocati Claudio Novaro e Barbara Cattelan — contesta invece radicalmente tale imputazione, oltre al resto dell’ipotesi investigativa.

L’Intervista all’Avv. Gianluca Vitale  che il 1°Maggio ha avuto personalmente un assaggio di questo livello di repressione

Parlaci dei recenti avvenimenti della repressione a Torino, li collochiamo da quando hanno sgomberato l’Asilo occupato, le manifestazioni e la repressione che ne è seguita. Facciamo il punto.
La vicenda parte dalle misure cautelari che devono essere eseguite per i compagni dell’Asilo. L’accusa iniziale è di associazione sovversiva, i compagni vengono accusati di aver mandato “lettere esplosive” ad alcuni Cpr. Lo sgombero, quindi, viene fatto perchè devono arrestare le persone. Successivamente due persone sono rimaste dentro, altre sono state scarcerate, ma è caduta l’accusa di associazione sovversiva che era quella ovviamente più grave. Non è la prima volta che questa accusa viene utilizzata a Torino, e si riferisce ad alcune azioni – i cosiddetti “pacchi bomba”, ma molto di quello che viene sostenuto è di “istigazione”. I blog e i giornali d’area che in qualche modo propagandano queste azioni, sarebbero elementi che dimostrerebbero la associazione sovversiva. Tesi che contestiamo fortemente, perchè quella è “manifestazione del pensiero”, tantomeno può essere utilizzata per sostenere: l’associazione esiste perché tu inviti o fai parte di un’associazione sovversiva.
Dopo questo, parte la reazione del movimento. Vengono fatte manifestazioni, la sera stessa c’è una, poi il sabato c’è una grossa manifestazione, che contestano da una parte l’operazione degli arresti e lo sgombero dell’Asilo che era occupato da 25 anni, ma contestano anche il fatto che per sgomberare quell’Asilo viene fatta una operazione di militarizzazione in tutto il quartiere. Vengono bloccate le strade, non solo durante le operazioni di sgombero che durano la sera, la notte, fino al mattino dopo, alcuni compagni restano sul tetto, ma per vari giorni in cui intere vie e pezzi di quartiere sono state totalmente presidiati, con divieto di ingresso. Potevano entrare solamente i residenti mostrando un documento e venivano addirittura accompagnati uno per uno fino al portone di casa, tipo Palestina con i chekpoint. Questo è stato gravissimo. Ma questo ha portato anche a prendere coscienza del livello di repressione che sta agendo a Torino anche da parte di persone che non hanno mai fatto politica, che non sono interessate, ma visto il livello di questo genere, si chiedono che cosa sta succedendo.

Che atteggiamento hanno avuto gli abitanti della zona?
Gli abitanti del quartiere sono stati molto solidali con i compagni dell’Asilo, anche se non frequentavano l’Asilo e forse gli dava anche fastidio la festa che fino a tarda sera faceva rumore, ma si rendono conto che quella è una azione totalmente al di fuori da ogni comprensibilità democratica. Per fare un esempio del livello. Il giorno dello sgombero alcuni compagni che hanno un appartamento prospiciente l’Asilo – l’Asilo è un vecchio fabbricato dell’ottocento/primi novecento, un palazzotto circondato da palazzi degli anni ’70 – hanno messo le casse fuori per far sentire Radio Blackout anche fuori. Ha telefonato poi una compagna che ha detto: ci hanno staccato la luce e non andiamo a riattaccarla perché ci sono poliziotti dentro il palazzo. Io sono andato lì e ho riattaccato la luce, accompagnato una delle compagne che doveva portare a spasso il cane…, c’era questa paura palpabile. Comunque, viene fatta la manifestazione di sabato, dove vengono fatti arresti; manifestazione molto dura, ma anche lì la risposta della polizia è stata molto simile alla risposta di Genova G8: cariche sostanzialmente da “rete a strascico”, fai la carica e tutto quello che trovi in mezzo, lo prendi e lo porti via. Uno dei ragazzi che sono stati arrestati era appena uscito di casa per vedere quello che stava succedendo e si è trovato in mezzo alla carica ed è stato pestato in maniera significativa. Ancora qualche giorno dopo c’è stata una piccola manifestazione nella zona di Porta Palazzo (il mercato di Torino) e la risposta è stata, mentre alcuni compagni andavano a questa manifestazione su un tram pubblico di quelli grossi, è stato fatto fermare il tram, la Digos è entrata e, mi ricordo come l’ha descritto una compagna che stava su quel tram, hanno fatto uscire i civili e hanno bloccato in fondo i compagni. Un’operazione anche di immagine, della serie: tu scendi, tu no. Anche qua con un metodo da rastrellamento. Anche qui poi in pochi minuti hanno chiuso completamente la zona. Ricordo, quando sono arrivato – lì c’è anche una galleria interna con negozi  e c’era una signora che diceva: “ma lì c’è una stiratrice, devo andare a ritirare gli abiti…”, “No, non si può passare…” Ed era una signora tranquillissima, che non gliene fregava niente della manifestazione. Quindi, è continuata per qualche ora questa militarizzazione improvvisa, da scacchiera.
Questo è il livello di repressione che finora a Torino non si era visto. Sì,ci sono state manifestazioni, scontri, ma questo tipo di livello di controllo del territorio in realtà è una novità anche per Torino. Tanto più che non è fatto in occasione per esempio di un Vertice. E’ già successo a Torino che c’è il Vertice all’Università e viene chiusa tutta l’area – un po’ come è successo a Taranto quando è venuto Renzi – e tu ti fai la tua iniziativa. Qui, invece, diventa una sfiducia nella popolazione, al di là di chi c’è. E quindi devi bloccare tutto, devi congelare la situazione, occupare il territorio. Truppe di occupazione, praticamente .
Devo dire che quello che è stato abbastanza significativo e positivo è la risposta, che non è stata divisa. Forse l’auspicio di chi ha organizzato questa operazione era anche di dividere il movimento, della serie: “lì ci sono gli anarchici che stanno un po’ sulle scatole…”, No, la risposta è stata molto compatta. Tutto il movimento, tutti i compagni si è mosso e la risposta è andata oltre il movimento,  perchè quella modalità di gestione non è stata accettata dalla città
In tutto questo, ovviamente, la prima persona che si è complimentata, ha esultato per lo sgombero dell’Asilo è stata la Sindaca Appendino, che ha creato anche delle contraddizioni all’interno del M5S, che per il momento però non mi sembra che abbiano avuto grandi ricadute sulla tenuta interna del movimento.

A cosa è dovuto principalmente questo livello di repressione, c’è un legame con la situazione generale, il governo?
Io credo sicuramente, sì. Mi ricorda il periodo di Genova, dove subito dopo le cariche del sabato in cui erano state massacrate una serie di persone, quello che ci dicevano i poliziotti era: “guardate che sono cambiate le cose. La potete finire di fare i comunisti…”. Ora ogni tanto l’impressione è quella, un senso di impunità maggiore da parte delle Forze dell’ordine c’è. La situazione generale non influisce solo sul ‘liberi tutti nell’aggressione al nero, al migrante, ecc.”, “se lo dice e fa il razzista un ministro, lo posso fare anch’io…, sentirmi libero di dire e fare quello che voglio…”. Anche le Forze dell’ordine hanno molto più un senso di copertura. Effettivamente non c’è mai stato niente di strano, di anomalo nel pestaggio in piazza, così non c’è mai stato niente di strano nello sgombero duro di un posto occupato. L’occupazione militare di un territorio, di interi isolati, è la novità. E la novità mi sembra più facile leggerla come dici tu, con un clima complessivo che consente anche di sentirsi liberi di fare le “truppe di occupazioni” che magari prima avevi più remore a farlo.
A questo si accompagna un clima cittadino che. Nonostante quello che anche alcuni compagni speravano potesse succedere, non è successo, è stato un fallimento totale; alcuni speravano che il M5S a Torino fosse in qualche modo legato al movimento antagonista – e in parte lo era – e desse una sponda a questi movimenti, in realtà c’è una linea di continuità totale con il progetto cittadino che aveva anche la Giunta del PD, sta seguendo pedissequamente anche questi progetti di gentrificazione, di espulsione della popolazione, ecc. I 5 stelle di Torino sono più minnitiani che salviniani, alla fine più il “decoro” di Minniti sia la loro bandiera.

Ci sono delle avvisaglie di repressione verso altre realtà di centri sociali o antagoniste?
Si dice che vi sia già un cronoprogramma, perchè Salvini ha chiesto un cronoprogramma degli sgomberi. Per ora quello che sta andando avanti è il progetto di trasferimento dell’ex Palazzina Olimpica, occupata dai migranti. La settimana scorsa è stato sgomberata un’altra di queste palazzine. Lì con trasferimenti programmati degli occupanti in altre sedi. Sicuramente hanno cominciato quello che vuole essere una serie di sgomberi, da quello che ritenevano essere “più semplice, meno difendibile”, è ovvio che se vorranno andare a mettere le mani sull’Askatasuna, il problema militare, di fattibilità concreta immagino che sarà molto maggiore. In realtà altri CS, come il Gabrio, hanno un tessuto sul territorio maggiore e questo crea dei problemi. L’obiettivo sicuramente è quello di fare piazza pulita, d’altra parte questo sta nel decreto Salvini. In questo senso stanno “semplicemente” ottemperando alla legge.

Prima dicevi che, diversamente da come si poteva pensare, c’è stata una solidarietà, un’unità immediata tra le varie componenti del movimento, anche da parte dell’area anarchica c’è stato un atteggiamento più aperto…
Sì, sicuramente. C’è stata per esempio una grossa assemblea, come non ce n’erano da anni all’Università, che è partita da una serie di docenti universitari, la maxi aula dell’Università era piena, e non c’era una prevalenza di compagni di Askatasuna, che è l’unica che segue l’Università; c’erano tantissimi compagni di area comunista, di area anarchica, ma anche tantissime persone, studenti, docenti, che  erano arrabbiate, dicono che non si può tranquillamente accettare questo tipo di repressione. A me sembra che ci sia stata una voglia di dialogo, anche da parte di realtà che sono più portate a ragionare al loro interno e a rapportarsi poco con le altre realtà, come l’area anarchica.

Abbiamo letto, in effetti, dopo la repressione per i fatti dell’Asilo occupato delle prese di posizione individuali di alcuni intellettuali, che sono significative in una situazione in cui tutta la campagna stampa era tesa ad indicare i compagni come “terroristi”, sono state  controcorrente.
Probabilmente c’è stato un eccesso di sicurezza. Chi ha gestito questa operazione repressiva probabilmente pensava che in questa fase storica avrebbe avuto solamente il consenso popolare. Fortunatamente così non è stato. Forse per gli eccessi con cui hanno portato avanti queste misure repressive. Quindi, la risposta non è stata quella che loro speravano potesse esserci.
In questo momento, secondo me, sono eccessivamente sicuri di avere il 90% dei consensi e quindi di poter fare qualunque cosa, in realtà non funziona così, almeno nelle grandi città, almeno a Torino, neanche nei confronti dei migranti, perchè comunque un minimo di solidarietà continua ad esserci. Pur seè ovvio che la fase storica non è particolarmente brillante.

Abbiamo letto che c’è stata da parte tua una denuncia nel processo ai No Tav della presenza di poliziotti che hanno esplicitamente dichiarato di essere fascisti.
Si, nel corso di un processo per resistenza ma anche per oltraggio; l’oltraggio sarebbe perchè uno dei manifestanti ha detto “fascista”  a un carabiniere in un’operazione in Val di Susa. In realtà casualmente dei colleghi avvocati si sono accorti che nel profilo facebook di uno dei soggetti coinvolti, un maresciallo, c’erano delle frasi che inneggiavano alla X Mas, a Junio Valerio Borghese, così come è venuto fuori che c’erano delle immagini del periodo fascista, di Mussolini dentro la caserma dei carabinieri. Gli avvocati hanno chiesto in udienza, e non sono stati smentiti. Anche il Comandante della Stazione ha detto: Sì, c’erano quelle immagini, ma poi ho chiesto di toglierle; della serie, forze non erano opportune, ma non è niente di significativo. Adesso aspettiamo la sentenza, per vedere se il Tribunale terrà conto del fatto che dire “fascista” ad uno che rivendica di essere fascista non dovrebbe essere considerato reato; d’altra parte, non ha detto: no, quanto mai…, ha detto: sì quelle frasi ci sono. Poi le ha tolte da fb. Io non ho mai avuto risposta, ovviamente. ho chiesto al comandante dei carabinieri conto di questa cosa, dicendo anche che questa cosa era gravissima e si sarebbero dovuti prendere dei provvedimenti; se nell’Arma dei carabinieri, persone che si dichiarano fasciste evidentemente c’è un problema di tenuta democratica. L’Arma si vanta di essere fedele allo Stato, il fascismo è fuori da questo Stato… Non mi hanno risposto e non credo che mi risponderanno mai…