Soccorso Rosso Proletario

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info – un forum contro l’imperialismo che parla della libertà di tutti i prigionieri politici rivoluzionari del mondo – info srp

Si conclude oggi l’importante simposio internazionale per il 20° anniversario del Fronte antimperialista, tenutosi all’Università di Atene dal 7 al 9 ottobre. Vi hanno partecipato antimperialisti, ex prigionieri politici e associazioni per la libertà dei prigionieri rivoluzionari da tutto il mondo, dall’America Latina alla Corea del Sud, dalla Siria alla Turchia, dagli Stati Uniti all’Irlanda, dall’India, all’Italia.

Su tv.antiimperialistfront è in corso la diretta in lingua originale e sono disponibili alcune registrazioni della diretta del 7 e 8 ottobre. Qui potete seguire la diretta tradotta in italiano.

Dall’Italia pubblichiamo di seguito l’intervento degli avvocati Caterina Calia e Flavio Rossi Albertini:

Intervento sulla detenzione politica in Italia per il simposio antimperialista di Atene.

Come avvocati che da tantissimi anni si occupano della difesa di numerosi prigionieri politici in Italia abbiamo accolto con piacere l’invito a questa importantissima iniziativa del fronte antimperialista, consapevoli che solo con l’unità delle lotte in tutti i settori dove si sviluppa lo scontro di classe sarà possibile opporsi alle strategie controrivoluzionarie che gli Stati mettono in campo per continuare a tenere in vita il sistema di sfruttamento e di dominio e che raggiungono il più alto livello di brutalità e barbarie proprio all’interno delle carceri.

Condividiamo lo spirito del convegno e riteniamo molto importante la costruzione di iniziative sulla prigionia politica perché queste rappresentano un livello di confronto non solo sullo stato e le condizioni dei prigionieri a livello internazionale, ma sulle sfide che dobbiamo affrontare oggi per ottenere la loro liberazione.

A partire dagli anni 70, a fronte della crisi del sistema capitalistico e dello svilupparsi di un forte e radicale movimento di classe e rivoluzionario, si è affermata una unitarietà delle strategie repressive e di politica penitenziaria comune in tutti i paesi europei e non solo. Il “nemico interno” è stato affrontato dagli Stati come un problema strategico. A fare da apripista, come sempre, sono stati gli USA che fin dagli anni 60 del secolo scorso, istituirono le “Control Units”, unità di massima sicurezza all’interno delle quali furono imprigionati numerosi militanti di organizzazioni di guerriglia antimperialiste, come ad esempio i membri del Black Panther Party, ma che sono ancora oggi operative anche nei confronti dei detenuti comuni. Negli anni 70 l’esempio statunitense fu seguito da altre due potenze imperialiste, la Germania (che sperimentò nel nuovo carcere di Stammheim le più terribili pratiche di annientamento psico-fisico nei confronti dei prigionieri della RAF, culminato con l’assassinio di tre militanti in lotta contro l’isolamento) e la Gran Bretagna che, nel 1976, introdusse nel carcere di Long Kesh (Irlanda del Nord) i cosiddetti Blocchi H, edifici di cemento armato a forma di H dove furono detenuti i militanti repubblicani appartenenti all’IRA, dieci dei quali nel 1981 morirono a seguito dello sciopero della fame contro l’isolamento.

In quegli stessi anni anche lo stato italiano farà la sua parte; tutto il circuito carcerario nazionale a metà degli anni 70 sarà ristrutturato ed ammodernato seguendo le direttive di detenzione basate, a partire dalle strutture murarie, sulla differenziazione del trattamento e sull’isolamento.

Nel corso degli anni 90 le più sottili forme scientificamente avanzate di tortura bianca, ampiamente sperimentate negli USA, in Germania, in Irlanda e negli altri paesi a capitalismo avanzato verranno estese ad altri Stati che fino ad allora non applicavano queste forme di isolamento, ad esempio Perù, Spagna, Turchia, solo per citarne alcuni.

Insomma il trattamento differenziato, il sistema premio-punizione ed il massimo isolamento come livello di tortura e di annientamento psico-fisico verrà da allora imposto in tutti i paesi che registravano un ampio e diffuso conflitto socio-politico ed una forte presenza di organizzazioni rivoluzionarie.

Centinaia e centinaia di prigionieri politici nel mondo hanno perso la vita nella lotta contro tali strategie di annientamento. Non potrà mai essere dimenticato il massacro con i lanciafiamme ed i gas tossici compiuto dall’esercito turco il 19 dicembre 2000 (con l’operazione beffardamente chiamata “ritorno alla vita”) per spezzare la resistenza dei prigionieri e delle prigioniere in sciopero della fame contro la deportazione nelle celle di tipo F, imposte e pianificate dal regime fascista turco insieme agli Stati Uniti e all’Unione Europea.

Perché ciò non accada mai più, perché neanche un solo prigioniero perda la vita, perché tutti possano avere un processo giusto e spazi di agibilità e socialità in carcere è necessario dare loro voce e forza, rompere l’isolamento, rendere trasparenti le loro condizioni di vita, costruire unità e solidarietà.

Venendo al tema del nostro intervento sulla situazione della prigionia politica in Italia dobbiamo necessariamente tornare un po’ indietro nel tempo.

Come voi tutti saprete in Italia, dalla fine degli anni 60 e per tutti gli anni 70 del secolo scorso si è sviluppato un forte movimento di massa che ha dato vita anche a numerose organizzazioni combattenti.

Gli anni 70 furono anni di grandi trasformazioni sociali, culturali, mentali che rompevano ogni ruolo istituzionalmente assegnato, all’interno delle famiglie, nelle scuole, nelle fabbriche, nei quartieri, che costruivano dal basso e concretamente autorganizzazione, nuove forme di relazioni sociali, mettendo profondamente in discussione il marciume delle relazioni borghesi ed il sistema economico e di potere che le teneva in vita. Proprio per distruggere e disarmare questo movimento di massa nel suo insieme lo stato ha messo in campo una strategia complessa ed articolata fatta di leggi speciali e di misure tese all’annientamento di tutte le avanguardie di lotta, arrivando anche alla tortura sistematica sui prigionieri. L’Italia, non era certo la dittatura dei paesi latino americani e nemmeno il regime reazionario dello stato turco, ma quanto accaduto in questo paese negli anni 70 e 80 dimostra che quando la lotta di classe mette in discussione i poteri costituiti anche lo stato democratico svela il suo vero volto. La legislazione speciale varata in Italia negli anni ‘70 non era finalizzata solo a fronteggiare le organizzazioni combattenti, ma era un vero progetto politico finalizzato a distruggere ed annientare un movimento rivoluzionario articolato in mille forme diverse che nel suo insieme metteva in discussione l’intero assetto economico e politico dello stato borghese. La repressione agiva capillarmente attraverso “le istituzioni democratiche” schedando operai, tossicodipendenti, disoccupati, senza casa, ed espellendo dai luoghi di lavoro ed in particolare dai consigli di fabbrica i delegati che non condannavano esplicitamente ogni forma di lotta violenta. Il progressivo aumento delle spese militari verrà in parte destinato all’ordine interno (modernizzazione di armi e mezzi tecnici di controllo, creazione di corpi speciali, ampliamento delle funzioni di polizia a corpi fino ad allora amministrativi, come i vigili urbani. Le leggi antiterrorismo nei fatti hanno significato perquisizioni senza mandato, fermo di polizia, interrogatori senza avvocato, carcerazioni preventive fino a 10 anni e 8 mesi, aumento di tutte le pene anche per reati minori (attraverso l’aggravante della finalità di terrorismo) militarizzazione delle aule dei processi con schedatura di tutti i partecipanti all’udienza, negazione del diritto di parola per gli imputati e addirittura arresti degli avvocati per impedire qualsiasi linea di difesa diversa da quella voluta e imposta dallo stato, cioè quella della dissociazione e del pentimento. Le galere si sono riempite di migliaia di compagni e avanguardie di lotta (operai, disoccupati, studenti) e nei confronti dei prigionieri e delle prigioniere rivoluzionarie sono state sperimentate le pratiche più avanzate di controrivoluzione. L’apertura delle carceri speciali (1977), la sistematica applicazione del trattamento differenziato nell’intero circuito carcerario con l’applicazione dell’art. 90* ai prigionieri cosiddetti irriducibili (dal 1980 al 1986), l’introduzione di nuovi reati come l’art. 270 bis (associazione con finalità di terrorismo), 280 c.p. (attentato per finalità terroristiche e di eversione), gli aumenti di pena per tutti i reati commessi “con finalità di terrorismo” (1980, Legge Cossiga), la tortura, come strumento di indagine finalizzato ad ottenere informazioni e a scompaginare e distruggere le organizzazioni combattenti (praticata dal 1978 al 1983), la conseguente legge sui pentiti (1982) e infine la legge sulla dissociazione rappresentano l’ampio ventaglio di strumenti repressivi utilizzati per distruggere le organizzazioni rivoluzionarie degli anni 70 e 80, ma che furono abbondantemente utilizzati anche per reprimere i movimenti di massa. La dissociazione in particolare, il cui concetto giuridico fu introdotto in un arco di tempo abbastanza lungo (dal 1978 al 1987) da strumento di ricatto e premialità rivolta ai singoli prigionieri, finirà per permeare il modo stesso di fare politica stabilendo rigidi confini al dissenso. Dalla metà degli anni 70 ai primi anni 80 finirono in carcere almeno 4000 compagni e compagne. Gli inquisiti furono circa 20.000. L’utilizzo della tortura e delle leggi sulla dissociazione spezzarono la resistenza di tantissimi di loro che, dal 1982 alla fine degli anni 80 uscirono con le cosiddette leggi premiali. Centinaia di compagni e decine di compagne (condannati/e a pene altissime, da 20 a 30 anni o alla pena dell’ergastolo) riuscirono tuttavia a resistere alle durissime condizioni di segregazione e di annientamento imposte.

Furono abbozzate alcune proposte di soluzione politica, ma lo Stato non ha mai riconosciuto lo scontro di quegli anni e l’esistenza di quella che potremo definire una guerra a bassa intensità. Tanti di questi compagni sono usciti per fine pena negli anni 90-2000, mentre quelli condannati all’ergastolo sono in gran parte usciti dopo aver trascorso almeno 26 anni in carcere, accedendo ai benefici previsti dalle leggi ordinarie (liberazione condizionale) senza mai pentirsi o dissociarsi. Del ciclo di lotte degli anni 70-80 rimangono attualmente in carcere undici compagni e cinque compagne, con carcerazioni effettive che variano da 35 anni a 41 anni. Tutti questi prigionieri avevano militato nell’organizzazione denominata Brigate Rosse. Attualmente son detenuti in braccetti speciali e non hanno alcun contatto con altri prigionieri. Che la legislazione di emergenza non abbia rappresentato una deroga provvisoria allo stato di diritto, circoscritta ad un determinato periodo storico, lo dimostrano gli sviluppi degli anni successivi e dell’oggi. Ogni qualvolta lo stato democratico si misura con le espressioni più avanzate del conflitto sociale utilizza gli strumenti repressivi forgiati proprio negli anni 70-80: la tortura quando è necessario (vedasi la macelleria messicana di Diaz e Bolzaneto nel 2001 per il G8 a Genova) e a seguire, sempre e comunque, la politica della dissociazione, ossia la pretesa di una presa di distanza dalle forme più radicali di lotta. Insomma la democrazia borghese non smantella assolutamente nulla: né l’ insieme delle “leggi speciali” né le norme penali di chiara matrice fascista del codice Rocco**. Le une e le altre risultano infatti funzionali e assolutamente adattabili alle necessità repressive e preventive che si pongono nei vari momenti storici. Basta volgere lo sguardo all’oggi! Analizzando l’elevatissimo numero di denunce e di condanne che hanno interessato diverse centinaia di compagni (decine di procedimenti per reati associativi, imputazioni e condanne per i reati di devastazione e saccheggio con pene fino a 15 anni ( per qualche cassonetto bruciato e qualche vetrina infranta nel corso di cortei e manifestazioni) , migliaia di denunce per reati minori che però in concreto si tramutano anch’essi in anni di galera) si potrebbe pensare di vivere anni di conflitto sociale non dissimili dagli anni ’70. Insomma lo stato attraverso i suoi apparati giuridico-militari, mettendo in campo una forza assolutamente sproporzionata rispetto al livello del conflitto, agisce in maniera preventiva al fine di impedire che lotte settoriali e di resistenza sfocino in un conflitto generalizzato e di critica all’intero sistema capitalistico. Le misure repressive varate dal ‘77 all’82 vengono riutilizzate e calibrate per affrontare in modo autoritario le nuove emergenze e per arginare il dissenso dentro steccati di compatibilità. In quest’ottica non si può non parlare del cosiddetto art. 41 bis che diventa operativo negli anni novanta, dopo le stragi mafiose contro i giudici Falcone e Borsellino, ma che ha come suo antesignano l’articolo 90 citato prima. Nel 1992 all’art. 41 bis, già introdotto nel 1986, fu aggiunto un secondo comma che consentiva al Ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell’ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti facenti parti delle organizzazioni mafiose. Nel 2002, a seguito di due attentati mortali posti in essere da un piccolo gruppo armato delle Brigate Rosse, veniva estesa l’applicabilità del regime del 41-bis, ai detenuti e ai condannati per reati con finalità di “terrorismo ed eversione”. Infine nel 2009 l’art. 41 bis, secondo comma è stato definitivamente istituzionalizzato entrando a far parte dell’ordinamento penitenziario. La prima applicazione è prevista per 4 anni, con successive e perenni proroghe di due anni. Con la versione definitiva sono stati introdotti limiti anche alle visite degli avvocati (limite poi abrogato perché dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale) e si è stabilito che sui reclami di questa categoria di detenuti non decide più il giudice naturale precostituito per legge (cioè il Tribunale del luogo di detenzione), ma un unico tribunale nazionale speciale (quello di Roma). Il regime del 41 bis è attualmente applicato a circa 730 detenuti. Dal 2005 viene applicato anche a tre prigionieri politici arrestati nel 2003 e condannati per appartenenza alle cosiddette nuove brigate rosse: Nadia Lioce, Marco Mezzasalma, Roberto Morandi. L’altra detenuta a cui è stato applicato il 41 bis per parecchi anni si chiamava Diana Blefari; dopo quasi quattro anni di carcere duro e di totale isolamento il 41 bis gli venne revocato, ma le sue condizioni psico-fisiche erano ormai definitivamente compromesse. Abbandonata a se stessa Diana “si è suicidata” in carcere il 31 ottobre del 2009. La finalità del 41 bis è secondo la norma quella di recidere i rapporti con le organizzazioni di appartenenza, ma la vera funzione è quella dell’annientamento psicofisico dei prigionieri. Riguardo ai due prigionieri e alla prigioniera politica in 41 bis dal 2005 è ancora più evidente come la finalità delle condizioni di vita imposte sia quella di distruggere la loro identità politica ed intellettuale e di interrompere i legami, non con una organizzazione che non esiste dal 2003, ma più in generale con quei settori di classe che ancora resistono e si oppongono allo stato di cose presenti. Negare loro la possibilità di leggere, di scrivere, di tenersi informati su ciò che accade al mondo per questi prigionieri è una condanna a morte. Tutte le tecniche di deprivazione sensoriale e sociale, ossia di tortura bianca, applicate negli anni 70 ed 80 ai prigionieri rivoluzionari per perseguirne l’annientamento gli vengono applicate da oltre diciassette anni. Siamo di fronte ad una tortura di lungo periodo: totale assenza di socialità, impossibilità di incontrare altri compagni/e, una sola ora d’aria al giorno, una sola ora di colloquio al mese con il vetro con i prossimi congiunti, divieto di ricevere libri o stampati anche dalla famiglia, limitazione nel possesso dei libri (non più di tre in cella), controllo e blocco continuo della corrispondenza, sia con i pochi amici e parenti che con gli altri prigionieri rivoluzionari. Questi prigionieri vivono una condizione completamente diversa da quella vissuta dai detenuti politici del ciclo di lotte degli anni ’70-80. In 19 anni di detenzione non hanno mai incontrato altri compagni, non hanno mai potuto discutere, confrontarsi, commentare una semplice notizia, vivere un barlume di quotidianità insieme. Tutte le forze politiche sono compatte nel ritenere necessaria questa forma di tortura legalizzata (e anche questo richiama l’unanimità con cui furono votate le cosiddette leggi antiterrorismo): il 41 bis è ormai un presidio della cosiddetta legalità da cui non si torna indietro. Ci sono solo due modi per uscire dal circuito del regime cosiddetto speciale: la morte (come è avvenuto per Diana) o la scelta di rinnegare la propria identità politica e collaborare con la giustizia.

Oggi, come nel periodo fascista, come nel periodo dell’emergenza mai finita degli anni 70 e 80, per quanto riguarda i prigionieri politici uno degli imperativi degli apparati di repressione e controllo è quello di impedire il flusso di comunicazioni e di scambi culturali, umani, politici e solidali con l’esterno e tra prigionieri per annichilire e distruggere questi ultimi, ma anche per impedire che si tessano fili che ricongiungano esperienze di ieri e di oggi e che la memoria storica venga anche per tale via ricostruita.

Venendo agli anni più recenti non è possibile non affrontare anche l’accanimento repressivo che lo stato in Italia esercita su una diversa e mai doma area politica ovvero sull’anarchismo di azione. Seppur non diffusamente rappresentata nel paese e ordinariamente non partecipe ai movimenti di lotta sociale, gli anarchici cd insurrezionalisti hanno mantenuto con costanza una pratica di azione antiautoritaria e anticapitalista che le articolazioni repressive dell’antiterrorismo hanno individuato come nemico sistemico da disarticolare definitivamente. Ciò anche in assenza di effervescenza delle diverse aree politiche, marxista in primis, che avevano ottenuto in passato una particolare attenzione in considerazione della maggiore capacità di agire in maniera organizzata.

Sono ormai alcuni anni che gli anarchici sono stati individuati come il soggetto politico privilegiato nel campo della repressione; vanno quindi colpiti ed intimoriti con gli strumenti più elevati a disposizione nel codice penale. Cosicché, ad esempio, il 6 luglio u.s. la II Sezione della Corte di Cassazione ha riqualificato in strage politica ex art 285 c.p. un duplice attentato attribuito a due imputati anarchici contro la scuola allievi carabinieri a Fossano (To) stabilendo quale unico esito giudiziario possibile la pena dell’ergastolo. Condanna per strage politica nonostante l’episodio in parola non abbia prodotto alcuna vittima e neppure feriti. Risultando pertanto evidente il significato della condanna quando il più grave reato previsto dall’ordinamento giuridico nazionale è comminato per un reato senza vittime mentre in nessuno dei numerosi fatti stragisti con decine di morti è stato mai riconosciuto (basta ricordare la strage di Piazza Fontana, la stazione di Bologna, Capaci, Via D’Amelio, Via dei Georgofili ecc). Sempre quest’anno uno dei due imputati di strage, Alfredo Cospito, è stato sottoposto al cd. carcere duro, all’art. 41 bis comma 2 o.p., nonostante sia notorio che il movimento anarchico rifugge in radice qualsiasi struttura gerarchica e/o forma organizzata. Sempre nel mese di luglio u.s. è stata pronunciata una ulteriore condanna a 28 anni di reclusione, contro un altro militante anarchico per un attentato alla sede della Lega Nord, anche per tale episodio alcuna persona ha riportato conseguenze lesive. Nell’estate del 2020 altri cinque militanti anarchici vennero raggiunti da una ordinanza di custodia cautelare in carcere per reati di terrorismo, trascorrendo circa un anno in AS2, nonostante i fatti concretamente attribuiti agli stessi fossero di minima rilevanza. Altri processi contro attivisti anarchici sono intentati per reati di opinione, pensare anarchico ed esprimersi da anarchici costituisce reato. Altre inchieste fondate su fantomatiche ipotesi associative terroristiche sono state intraprese contro gli anarchici a Trento, a Torino, a Bologna, a Firenze, con diffusa applicazione di misure cautelari in carcere. Sempre negli ultimi due anni gli anarchici sono stati accusati di essere i responsabili, istigatori, delle rivolte in carcere del mese di marzo 2020***, sulla scorta di dichiarazioni del Procuratore Nazionale Antiterrorismo. Ed in generale, in epoca recente, all’indistinta area anarchica è stata attribuita una enfatica pericolosità sociale da parte delle relazioni semestrali dei servizi segreti. Risulta chiaro il tentativo di seppellire sotto una coltre di repressione il movimento anarchico italiano?

Per concludere – riguardo alla situazione attuale in Italia – possiamo dire che l’armamentario antiterrorismo ed antimafia, costruito ed affinato nel corso di decenni, viene oggi capillarmente rovesciato oltre che sugli anarchici, sulla dimensione sociale delle lotte.

Lo Stato, incapace di dare risposte ai bisogni di fette sempre più consistenti di settori popolari investiti dalla crisi tratta le forme di povertà e di emarginazione come un problema di ordine pubblico. Di pari passo si assiste ad una sistematica applicazione di misure di prevenzione (fogli di via preventivi se si è in procinto di partecipare ad una manifestazione, obblighi di soggiorno o divieti a frequentare determinati quartieri anche della città in cui si vive o si lavora etc.) nei confronti dei militanti delle lotte sociali (lotte dei disoccupati, per il diritto alla casa, per la difesa dell’ambiente e dei territori, lotte dei sindacati conflittuali ecc)… Si tratta di misure di prevenzione capillari, sganciate dalla materialità dei comportamenti e delle condotte e legate invece al concetto di pericolosità sociale (non si viene puniti per ciò che si fa, ma per ciò che si è).

Di fronte alla generica accusa di essere pericoloso per la sicurezza e la tranquillità pubblica non c’è difesa possibile se non l’abiura, la presa di distanza, la dissociazione. La portata antisociale e antidemocratica di queste misure è evidente, cosi come è evidente la lesione dei principi basilari di uno stato di diritto, primi fra tutti i principi di uguaglianza e di legalità. Il filo conduttore che lega tali misure al 41 bis (ad oggi la misura di prevenzione più avanzata sperimentata ed applicata in Italia sui prigionieri politici e su altre 700 persone accusate di appartenere alla criminalità organizzata) consente di cogliere l’unitarietà del sistema repressivo e la finalizzazione delle stesse al controllo sociale.

Riconoscere l’unitarietà di questo processo repressivo consente di capire anche le ragioni per cui lo stato continua a mantenere in carcere i prigionieri rivoluzionari dopo oltre 40 anni di detenzione: non certo per quello che hanno fatto in passato o per la loro pericolosità attuale, ma per la storia che rappresentano e come monito e deterrenza per chi continua a lottare oggi. Riconoscere l’unitarietà di questa complessa strategia repressiva e controrivoluzionaria ci fa capire come la battaglia per la liberazione dei prigionieri politici debba essere un punto irrinunciabile, sempre e comunque (a prescindere dalle differenze politiche-ideologiche), della lotta contro la repressione, perché la prigionia politica è l’esemplificazione del rapporto di potere tra Stato e Classe.

Le questioni accennate meritano indubbiamente maggiore approfondimento e necessità di confronto, crediamo però si possa intanto affermare che le misure repressive contro i movimenti di lotta, i disoccupati organizzati, i lavoratori della logistica ecc., oggi come ieri, così come le condizioni imposte ai prigionieri rivoluzionari sono -in ogni parte del mondo- una scelta obbligata finalizzata a mantenere in vita un sistema di potere che nel divenire della crisi non può che accentuare la propria vocazione autoritaria e reazionaria. Per questo riteniamo molto importante l’incontro organizzato ad Atene tendente a ricostruire e mettere in connessione le diverse realtà a livello internazionale, con l’auspicio che si possano costruire momenti concreti di lotta comune perché solo uniti possiamo vincere!

Caterina Calia e Flavio Rossi Albertini

* prevedeva la sospensione delle regole dell’ordinamento penitenziario, limitando il numero dei colloqui con i familiari che avvenivano attraverso vetro e citofono, vietando i rapporti epistolari tra prigionieri, limitando l’accesso alle attività ricreative, sportive o scolastiche e istituendo delle sezioni speciali per i prigionieri politici

** codice emanato nel 1930 durante il ventennio fascista e ancora oggi in vigore.

*** Nel marzo del 2020 in considerazione della scellerata gestione del covid all’interno delle carceri, e contro le misure restrittive volute dall’Amministrazione Penitenziaria, 79 carceri per 7517 detenuti hanno inscenato proteste diffuse, 22 carceri sono state interessate da rivolte di massa, devastazione di sezioni e evasioni, alle quali sono seguite azioni repressive violentissime con 13 morti e centinaia di feriti tra i detenuti nonché centinaia di trasferimenti punitivi.

L’Italia arma la “repressione” che soffoca l’Egitto

Un decennio di cooperazione anti-migranti: da Roma per al-Sisi elicotteri, tecnologie (e manutenzione), motovedette e addestramento. E i rapporti si sono intensificati tra il 2016 e il 2019, dopo l’omicidio di Giulio Regeni

di Valentina D’Amico

Dall’Egitto non partono più, o quasi, imbarcazioni di migranti irregolari. Lo dice l’Euaa, European Union agency for asylum, in un rapporto pubblicato a luglio scorso. Il risultato è stato raggiunto grazie a una legislazione severa contro il traffico di esseri umani introdotta dal Cairo nel 2016 e che prevede per i trafficanti la reclusione, i lavori forzati e multe comprese tra 200mila e 500mila lire egiziane (circa 10mila e 25mila euro).

L’Unione europea ha sostenuto l’impegno del governo egiziano stanziando circa 60 milioni di euro tramite il Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa. Un esborso che supera ogni precedente sovvenzione e che finora però, oltre all’istituzione di numeri di emergenza per denunciare casi di tratta, l’apertura di centri di accoglienza per le vittime e un progetto per creare opportunità di lavoro in 70 villaggi, il cui impatto sui tassi di migrazione non è noto, sembra essere stato destinato «alla sicurezza e al rafforzamento delle frontiere, piuttosto che affrontare le cause della migrazione irregolare», annota nel suo rapporto l’Euaa.

A BEN GUARDARE, infatti, i flussi dall’Egitto non si sono arrestati, hanno finito semplicemente per essere dirottati verso l’inferno libico dove, in soli due mesi, dicembre 2021-gennaio 2022, sono stati registrati 117.156 migranti egiziani, la seconda più grande popolazione migrante del paese (dati Organizzazione internazionale per le migrazioni). Secondo il ministero dell’Interno italiano, tra il primo gennaio e il 13 giugno 2022, sono sbarcati in Italia 3.935 egiziani (il 18% degli sbarchi del periodo), superati solo dai bengalesi.

Per Euromed Rights, tra le più grandi reti di organizzazioni per i diritti umani della regione euromediterranea, i ritardi nell’attuazione dei progetti concordati suggeriscono che la cooperazione tra Ue e Il Cairo sia semplicemente funzionale a rafforzare «la legittimità internazionale di un regime sempre più autoritario» dei cui servigi l’Unione europea ha bisogno per controllare le frontiere.

Per quanto riguarda l’Italia, la cooperazione con l’Egitto in materia di difesa e sicurezza risale alla fine degli anni Novanta e, secondo una ricerca di EgyptWide, associazione italo-egiziana con sede a Bologna, si è rafforzata di pari passo con la deriva securitaria delle politiche migratorie europee (che mettono nello stesso calderone migranti e terroristi) e il processo di esternalizzazione delle frontiere, ormai luoghi di sospensione delle garanzie giuridiche dove si viene trattenuti in attesa di rimpatrio, senza adeguata assistenza legale.

LO STUDIO DI EGYPTWIDE, concernente le relazioni sull’attività delle forze di polizia che il ministero dell’Interno italiano presenta annualmente alle Camere, rivela che nel decennio 2010-2020 l’Italia ha messo a disposizione delle forze di polizia e del National security service egiziano (specializzato nella lotta al terrorismo e alle minacce alla sicurezza nazionale): venti elicotteri dismessi dalla polizia di stato italiana, ceduti a titolo gratuito; tecnologie Afis per l’identificazione delle persone migranti prima dell’arrivo alle frontiere esterne europee, la cui installazione e manutenzione annuale sono curate dal Servizio di polizia scientifica italiano; motovedette, veicoli di terra e altro equipaggiamento per il pattugliamento del territorio e delle acque nazionali; oltre 62 corsi di formazione, curati dal Dipartimento centrale affari generali della polizia di stato o dall’Arma dei carabinieri presso centri di addestramento in Italia e in Egitto; il distaccamento di esperti in materia di contrasto al terrorismo internazionale e migrazioni presso l’ambasciata italiana al Cairo.

Una cooperazione che, segnala EgyptWide, non s’è arrestata nemmeno dopo «la promulgazione dell’embargo sulle forniture di sistemi d’arma al nuovo governo egiziano» stabilito dal Consiglio affari esteri dell’Ue nel 2013 «a seguito di massicce violazioni dei diritti umani per mano delle forze di sicurezza».

Il 2013 è stato l’anno del colpo di stato e dei massacri in due piazze del Cairo, Rabia al-Adaweya e al Nahda, quando oltre 900 persone furono uccise durante le proteste contro l’estromissione del presidente eletto, Mohamed Morsi, per mano del generale Abdel Fattah al-Sisi. Più di 650 partecipanti condannati «fino a 25 anni di carcere, sottoposti a isolamento e spesso torturati, altri 75 condannati a morte al termine di processi clamorosamente irregolari», ha denunciato Amnesty International.

L’avvio della cosiddetta «lotta al terrorismo» promossa da al-Sisi, in risposta alla minaccia di gruppi armati di matrice fondamentalista, si è tradotta poi in una sistematica repressione di qualsiasi forma di dissenso, anche pacifica, attraverso «il ricorso a sparizioni forzate, torture ed esecuzioni extragiudiziali per mano delle forze armate egiziane contro presunti combattenti e non solo», denuncia EgyptWide.

«SAPPIAMO che la polizia egiziana è coinvolta fino ai massimi vertici in gravissimi abusi dei diritti umani – dice Alice Franchini, ricercatrice di EgyptWide – Gli stessi presunti omicidi di Giulio Regeni sono alti ufficiali dell’Nss, l’apparato di sicurezza egiziano, per tutti questi anni interlocutore privilegiato delle autorità italiane del ministero degli interni e della polizia. Una cooperazione che non è stata interrotta neanche a seguito dell’omicidio di Regeni, l’offerta formativa più significativa si concentra proprio negli anni tra il 2016 e il 2019».

Proprio il giorno in cui arriva al Cairo il nuovo ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, il 13 settembre 2017, a un anno dal ritiro del rappresentante diplomatico italiano in seguito all’omicidio del ricercatore italiano, è stato dato avvio al progetto Itepa, International training at Egyptian police academy, volto a realizzare, all’Accademia di polizia del Cairo, un Centro internazionale di formazione specialistica per il controllo delle frontiere e la gestione dei flussi migratori indirizzato a 310 funzionari di polizia e ufficiali di frontiera di 21 paesi africani. Al termine di Itepa nel 2019, è stato avviato Itepa2 che sarebbe dovuto terminare a settembre 2022 ma sul sito del ministero dell’Interno risulta ancora in attuazione.

ENTRAMBI SONO STATI finanziati con il Fondo per la sicurezza interna dell’Ue a disposizione dell’Italia: poco più di due milioni e 147 mila euro per Itepa e un milione e 64 mila euro per Itepa2. «Fondi che vanno inevitabilmente a vantaggio del ministero dell’Interno egiziano», ha scritto il 14 aprile 2020 il parlamentare europeo Miguel Urbán Crespo del gruppo della Sinistra Due/Ngl in un’interrogazione alla Commissione europea per sapere «quale meccanismo o processo esista per verificare l’uso finale dei finanziamenti… e per valutare l’impatto sui diritti umani di questi programmi».

La Commissione ha risposto di essere «consapevole della violazione dei diritti umani in Egitto» e che la tutela degli stessi è «tematica trasversale in ogni ambito formativo». Finora «le autorità italiane non hanno fornito alcuna risposta soddisfacente a questi interrogativi», chiosa EgyptWide.

da il manifesto