Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

tarek esce il 16 giugno – accogliamolo

Tarek Dridi uscirà dal carcere di Frosinone il 16 Giugno 2026, dopo 1 anno e 8 mesi di detenzione per aver scelto di stare dalla parte della Palestina durante il corteo del 5 Ottobre del 2024, dove avevano partecipato migliaia e migliaia di persone

Stiamo organizzando macchine per accoglierlo all’uscita del carcere di Frosinone, se qualcunx si vuole unire faccia sapere (purtroppo Leonardo(l’avvocato) ci ha detto che l’orario non è molto prevedibile quindi proviamo a darci un cambio il pomeriggio. Sarebbe importante esserci anche per scongiurare l’eventualità del cpr…

liberta’ per Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad ! 16 giugno a genova – massimo sostegno Soccorso Rosso proletario

Non lasciamoli soli il 16 giugno!

Ci sono attese che pesano più di ogni altra cosa. Attese che si trascinano giorno dopo giorno, notte dopo notte, senza sapere cosa il futuro vorrà riservarci.

Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono rinchiusi in carcere in custodia cautelare e per chi li ama, ogni mattina è una lotta.

Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo per questi quattro eroi. 
Un’udienza che inizierà alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. Ore lunghe, dense, pesanti. Ore in cui ogni minuto può sembrare un’eternità per chi aspetta dentro l’aula – e per chi aspetta fuori.

Oggi chiediamo qualcosa di semplice: presenza.
Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale. 
Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa.

L’udienza sarà lunga, e le famiglie avranno bisogno di sentire che qualcuno resta accanto a loro per tutta quella durata.

Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno.

Se non puoi essere lì fisicamente, allora sii lì con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie. Fai sapere loro che questa attesa la state portando insieme.
Perché quando l’attesa diventa insostenibile, l’unica cosa che salva è sapere che non si é soli ad aspettare

Con un augurio che il 16 giugno verrà fatta giustizia e che verranno scarcerati i nostri quattro eroi!

Associazione dei Palestinesi in Italia - API.ITALIA
12 Giugno 2026

 

Martedi al Tribunale di Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia
Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.
Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.
Corte di cassazione, in accoglimento di uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha annullato con rinvio le ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.


La Corte ha in sostanza affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.
Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica.
L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.
Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.
Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad

Italie : Rassemblements de solidarité avec Alfredo Cospito contre le régime carcéral du 41 bis

da secours rouge

Des militants se sont rassemblés devant les tribunaux de Rome et de Turin en soutien à Alfredo Cospito, militant anarchiste détenu sous le régime d’isolement renforcé du 41 bis, dont la prolongation de deux années supplémentaires a été décidée en avril. Cette initiative était organisée à l’occasion de l’examen de l’appel déposé par son avocat, dont la décision sera connue dans quelques jours. Les participants ont dénoncé un dispositif de torture et un symbole de la répression politique exercée par l’État italien contre les prisonniers révolutionnaires et les détenus refusant de collaborer avec les autorités, comme les BR-PCC (Brigades rouges – Parti communiste combattant).

Les manifestants ont également exprimé leur solidarité avec d’autres prisonniers soumis au 41 bis ou à des régimes de haute sécurité, ainsi qu’avec des militants poursuivis en raison de leur engagement politique, notamment plusieurs prisonniers palestiniens. Dans un communiqué, les sections de Rome, Milan et Turin du Secours Rouge International ont rappelé que « leur vie défend l’idée révolutionnaire ; ils et elles soutiennent la possibilité et la nécessité de la révolution dans l’intérêt de tous les mouvements de classe, du prolétariat et des peuples opprimés. Au-delà des différences, il ne s’agit pas de prendre parti pour les prisonniers anarchistes et/ou communistes : nous devons reconnaître qu’ils et elles sont des combattants, une partie vivante et vibrante de la tendance à la libération sociale des chaînes de cet immonde système d’exploitation ».

Cospito, no al ricorso: “Il 41 bis va prorogato”

Il Tribunale deciderà nei prossimi giorni ma la decisione appare scontata. Il regime di alta sicurezza un gradino appena sotto il 41bis non basterebbe.

Giustizia – di Frank Cimini

Secondo la procura generale e la direzione nazionale antiterrorismo la situazione è ancora più grave rispetto al maggio 2022 quando il ministro Cartabia decise si applicare il regime del carcere duro al detenuto anarchico Alfredo Cospito per cui il 41bis va prorogato di altre due anni e va rigettato il ricorso presentato dal difensore avvocato Flavio Rossi Albertini. Questo è successo ieri nell’udienza davanti al tribunale di Sorveglianza di Roma in meno di un’ora mentre era in corso un presidio con la partecipazione di una trentina di anarchici in solidarietà con Cospito, “accompagnati” da un centinaio di poliziotti distribuiti tra un paio di isolati.

Secondo l’avvocato Albertini “il 41 bis a Cospito fa comodo a coloro che intendono governare una società sempre più lacerata, polarizzata tra ricchi e poveri, inclusi ed esclusi: un monito per chi sfida le istituzioni e uno strumento di propaganda per sviare l’attenzione dai problemi reali concentrando la narrazione pubblica sulla sicurezza e sui presunti nemici interni”. Per giustificare la proroga del 41bis gli apparati statali e la magistratura fanno più volte riferimento alla morte di due militanti anarchici mentre confezionano un ordigno al parco degli Acquedotti a Roma addebitando a Cospito una sorta di concorso morale a dimostrazione della persistente pericolosità del movimento. Il ragionamento dell’antiterrorismo poi a un certo punto addirittura si incarta quando spiega che l’adozione del provvedimento relativo al 41 bis avrebbe prodotto “una progressiva clandestinizzazione” del movimento con conseguente perdita di elementi conoscitivi fondamentali per garantire la sicurezza pubblica oltre all’avvio di un percorso tuttora in fase di acutizzazione delle posizioni più estreme e violente.

Insomma implicitamente si ammette che la misura del carcere duro per Cospito avrebbe danneggiato la conoscenza delle dinamiche anarchiche da parte degli inquirenti. Un circolo vizioso, un cane che si mangia la coda. Ma allo stesso tempo si insiste affermando: “l’eventuale mancato rinnovo della misura avrebbe come effetto quello di restituire maggiori possibilità di comunicazione al fenomeno insurrezionalista rendendo più agevole la veicolazione di messaggi tesi a stimolare e istigare la commissione di gravi reati”. Per questa ragione si chiede di prorogare la misura “risultando aggravate le esigenze che avevano condotto all’applicazione del provvedimento”. Il Tribunale deciderà nei prossimi giorni ma la decisione appare scontata. Il regime di alta sicurezza un gradino appena sotto il 41bis non basterebbe.

a F e C, uccisi dalla repressione

Quando la giustizia esclude e uccide

Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane.

Di Claudio Novaro da Volere la Luna

In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono. La capacità di soppesare attentamente le conseguenze delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche.

Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari. F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive. Questa decisione, confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto. Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea, destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese. Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita. Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante.

Non ho conosciuto, invece, direttamente C. Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza. Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo (https://infoaut.org/bisogni/ciao-chimi-chi-lotta-non-e-mai-solo-chi-sogna-non-muore-mai). Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale. Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso, avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che aveva in carico il fascicolo. Costei, preventivamente contattata nella mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio, senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione, fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”una motivazione che, in tutta evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti affettivi che sfugge alla rigidità delle norme. Anche il colloquio esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue convinzioni.

Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni.

La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di fare rientro a casa nelle ore serali e notturne. Il minimo che si può dire è che appare altamente illogica la scelta di applicare un presidio cautelare di tal fatta a fronte di reati che, in ipotesi d’accusa, sarebbero stati commessi in orario non serale e nella stessa città dove viene imposto l’obbligo. Ci si trova di fronte, come pare ovvio, a una misura meramente punitiva, scarsamente adeguata rispetto alle esigenze cautelari che pretenderebbe di neutralizzare. Peraltro, sul fronte della risposta giudiziaria ai reati di piazza, da tempo Torino riveste un ruolo di avanguardia in ambito nazionale.

Da una, ancora parziale, raccolta di dati sui processi in corso contro i manifestanti Pro Palestina, fatta da avvocate e avvocati della Rete di resistenza legale, risulta che a differenza di molti altri circondari, dove in genere si procede con imputati a piede libero, a Torino i procedimenti avviati sono non solo decisamente più numerosi, ma anche caratterizzati da una pletora di misure cautelari. In diversi casi, 27 in totale, la Procura ha richiesto l’applicazione di misure di particolare afflittività, dagli arresti domiciliari sino alla custodia in carcere, in contrasto con il principio del minimo sacrificio necessario, ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale. Per fortuna tali richieste nella quasi totalità dei casi sono state respinte dai giudici, che hanno però applicato numerose misure non custodiali, modulandole diversamente a seconda dei reati contestati.

La seconda osservazione, invece, riguarda la decisione del giudice di respingere la richiesta di partecipazione al funerale. Una giustizia che espunge da sé ogni sentimento di umana compassione e sensibilità finisce per assumere i tratti morali dell’ingiustizia. In astratto la funzione delle norme (per paradossale che possa sembrare, anche di quella di natura meramente cautelare), e della loro applicazione giudiziale, deve essere finalizzate alla costruzione di migliori relazioni sociali. La vicenda in esame appare paradigmatica di un’idea del diritto penale governato da una visione punitiva, una visione, come è stato detto, verticale e autoritaria, che privilegia l’applicazione rigidamente formale della legge, indifferente a qualsiasi comprensione del contesto umano, delle dinamiche e delle interazioni che lo sostanziano. “L’intelligenza delle emozioni” applicata alle decisioni giudiziarie e amministrative significa anche questo, saper riconoscere il dolore e la vulnerabilità altrui, essere capace di tener conto della storia concreta delle persone, rispettare la loro dignità e i loro bisogni emotivi ed esistenziali. Lunga è la strada da percorrere se solo si pone mente alla circostanza che, solo poche settimane fa, attraverso l’uso di quella vergognosa norma sul fermo preventivo introdotta con l’ultimo decreto sicurezza, 91 aderenti ai movimenti anarchici sono stati bloccati, portati e trattenuti in questura per diverse ore, perché volevano partecipare ad un presidio a ricordo di due loro compagni morti.

Infine, mi pare che l’intero episodio ponga, a prescindere dal caso concreto, una serie di interrogativi di non poco conto. Senza scomodare impervi paragoni con vicende dell’antichità, in cui pure erano a confronto le ragioni dello Stato e la pietà verso i defunti, il tema è quello del dovere o meno di rispettare decisioni (o leggi) ingiuste o che si ritiene contrastino con la propria coscienza. La questione ha risonanze antiche e richiama il conflitto tra diritto e morale, tra l’osservanza del comando giuridico e l’autodeterminazione delle persone. Quantomeno dal secondo dopoguerra del secolo scorso, il tema della disobbedienza è entrato nel lessico della politica e viene costantemente praticato dai più svariati movimenti, ambientalisti ed ecologisti, ma anche antagonisti e/o territoriali. Da tempo, ad esempio, gli attivisti del Movimento No Tav, a fronte delle decine di ordinanze prefettizie, che da eccezionali sono ormai divenuti la normalità della militarizzazione del territorio valsusino e che individuano attorno al cantiere una zona rossa inaccessibile ai cittadini, hanno deciso coscientemente di trasgredirle. Parimenti, di fronte all’emissione di fogli di via obbligatori dalla Valle per le persone non residenti, nell’ovvio tentativo di allontanarle, neutralizzandone la partecipazione politica, hanno deciso di violarli, rivendicando pubblicamente tali violazioni.

Non è un caso che nel 2023 questo Governo, così attento alla repressione di tutto ciò che si connette con la protesta sociale, abbia, con l’ennesimo decreto legge poi convertito in legge, inasprito fortemente le sanzioni per la violazione del foglio di via, portandole da sei a diciotto mesi di reclusione e prevedendo una multa fino a 10.000 euro, trasformando anche il reato da contravvenzione a delitto, per evitare possibili future prescrizioni. Con altro decreto di legge di qualche anno fa, emanato da un Governo di altro colore politico, sono state inserite, tra i parametri per stabilire la pericolosità sociale dei proposti alle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, “le reiterate violazioni del foglio di via”Così, una violazione di un mero precetto, quello che in dottrina viene definito un reato di mera disobbedienza, appunto, in cui la condotta incriminata consiste nell’inosservanza di un obbligo o di un semplice divieto formale, in contrasto con il fondamentale principio di offensività, diventa l’ennesimo tassello di quella progressiva torsione del sistema penale verso le misure di prevenzione, che assicurano, non a caso, maggior velocità decisionale e minor tassatività dei presupposti normativi.

Israele continua la sua guerra contro studenti e ricercatori palestinesi, uno di questi, Mahmoud Talal al-Najjar, era diretto in Italia con una borsa di studio

Tra il primo e il due giugno, le forze israeliane hanno lanciato una nuova campagna della loro guerra genocida contro il popolo palestinese. A essere presi di mira sono stati studenti e ricercatori, tanto nella Striscia quando in Cisgiordania. Sono state a decine le persone fermate, e di almeno cinque appartenenti al mondo universitario non si hanno ad ora notizie.
Partiamo dalla West Bank. I militari israeliani hanno condotto vari arresti in tutta la regione, e hanno fatto irruzione nei dormitori dell’Università di Birzeit, dove hanno preso in custodia Jolan Abu Awwad, Natali Abu Daya, e Sama Safi. Un’altra studentessa, Leila Khalil, è stata arrestata durante un’irruzione nella casa di famiglia a Beitunia. Il giorno prima, le forze sioniste erano entrate anche all’interno del campus dell’Università di Al-Quds, nell’occupata Gerusalemme Est.
Passiamo ora allo scenario di Gaza. Lo scorso 1° giugno oltre 20 studiosi palestinesi stavano venendo evacuati dalla Striscia, per dirigersi verso l’Italia, dove avrebbero dovuto godere di borse di studio. Due di loro, però, sono stati arrestati dalle forze israeliane, senza che ne venissero chiarite le motivazioni.
Una studentessa è stata rilasciata poco dopo, ma il ricercatore Mahmoud Talal al-Najjar è scomparso al valico di Kerem Abu Salem, e di lui non si sa più nulla, stando a quel che riferisce il fratello ed è riportato dalla piattaforma palestinese Quds News Network. al-Najjar era finalmente riuscito a ottenere i permessi di viaggio necessari per lasciare la Striscia dopo mesi di estenuanti tentativi e ostacoli burocratici. Avrebbe continuato i suoi studi all’Università di Tor Vergata di Roma.
La vicenda risulta ancora più angosciante – ed è espressione plastica del terrorismo sionista – per il fatto che al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia. Il 25 ottobre 2024, infatti, un raid aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo sul colpo sua moglie e i loro quattro figli. Nello stesso attacco hanno perso la vita anche altri suoi parenti.
Nessuna dichiarazione è per ora arrivata né dall’Università italiana, né dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Del resto, la Farnesina, per bocca del suo massimo responsabile, ha fatto presente che gli sta bene il fatto che, in occasione del trattamente ricevuto dagli attivisti della Flotilla, la richiesta formale di scuse sia caduta nel vuoto. Figurarsi se si muove qualcosa per un “semplice” accademico.
Nemmeno la ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha speso una parola in merito. Appena una ventina di giorni fa, la “ministra somaro”, come è stata soprannominata nelle mobilitazioni studentesche, si era fregiata dell’accoglienza negli atenei nostrani di altri 72 studenti gazawi, mentre l’esecutivo continua a sostenere il governo israeliano che ha raso al suolo il tessuto universitario della Striscia.
Tali ennesimi atti criminali sono stati condotti in un contesto di perdurante instabilità. Nelle stesse ore, Tel Aviv ha continuato a mietere vittime a Gaza, con il conteggio diffuso dal ministero della Salute che ha raggiunto i 935 morti e 2.860 feriti dall’inizio del “cessate il fuoco”, nell’ottobre scorso. Le operazioni di demolizione continuano nelle aree orientali di Khan Yunis e di Gaza City.

Libertà per Domenico Centrone e per gli altri 9 attivisti del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla

Da 11 giorni Domenico Centrone (NICO), del Coordinamento Molfetta per la Palestina è trattenuto dalle forze di polizia in Libia.

Con altri nove delegati civili umanitari del Convoglio Terrestre della Global Sumud, sono partiti da Tripoli il 15 maggio 2026 (Nakba Day) per consegnare aiuti umanitari a Gaza, creare un corridoio di solidarietà e fornire supporto specialistico alla ricostruzione delle infrastrutture civili di Gaza guidata dai palestinesi.

Secondo fonti provenienti dalla Libia orientale (Governo di Salvezza Nazionale), oggi Nico e gli altri 9 attivisti sono stati condotti davanti all’ufficio del procuratore generale e alla procura di Bengasi, dove è stata decisa la proroga della loro detenzione, in quanto, secondo le autorità libiche, sarebbero entrati nella zona senza autorizzazione.

Questa è l’ultima corrispondenza di Nico, pubblicata dal Coordinamento Molfetta per la Palestina il 24 maggio, subito prima del suo sequestro:

“Al quinto giorno di accampamento nel deserto alle porte di Sirte, le nostre trattative con le autorità territoriali della Libia dell’Est sono ad un punto di non ritorno.

Nella giornata di martedì 19 maggio abbiamo inviato una prima delegazione di attiviste e attivisti internazionali, tra cui specialisti e personale medico, nel territorio sotto il governo di Haftar per consegnare personalmente una lettera e proseguire con le negoziazioni con la Mezzaluna Rossa.
Tra loro due italiani, Marco Contadini e Leonarda Alberizia, che hanno accettato con coraggio di mettere i propri corpi a rischio per questa trattative sfidando le intimidazioni del governo della Cirenaica. Fortunatamente, la delegazione è tornata in accampamento sana e salva.

Non avendo ricevuto alcuna risposta dalla Mezzaluna Rossa nelle successive 24 ore, nella giornata di ieri abbiamo fatto partire una seconda ambasciata con i termini dei nostri accordi per la consegna degli aiuti umanitari a Gaza. Questa delegazione è stata rimbalzata indietro in maniera minacciosa nonostante la nostra disponibilità al compromesso, chiarendo definitivamente la posizione della Mezzaluna Rossa e delle autorità della Libia Est: il Convoglio non deve passare, gli aiuti devono essere lasciati qui senza alcuna garanzia di consegna al popolo palestinese.

Tutto questo è accaduto mentre, con il poco segnale internet disponibile, ricevevamo le dolorose immagini delle torture subite dai nostri compagni e compagne della Flotilla da parte delle autorità di occupazione israeliane. Ad oggi, siamo l’ultimo avamposto di attivisti e attiviste in viaggio verso Gaza in questa missione per rompere l’assedio e riabbracciare il popolo palestinese, l’ultima speranza di questa primavera di movimento.

Non ci lasceremo intimidire da questo ostacolo. Preoccupati dalle ripetute e impunite violazioni di ogni fondamento del diritto internazionale, e forti del Primo Protocollo dell’ Articolo 40 della Convenzione di Ginevra sulla protezione delle vittime dei conflitti internazionali, vogliamo procedere con il nostro convoglio coscienti di essere portatori della volontà di milioni di cittadini liberi nei nostri paesi di origine. La nostra solidarietà con il popolo palestinese, oggi più che mai, non è negoziabile.”

Riteniamo questi arresti illegittimi e il silenzio dei media occidentali complice. L’arresto di Nico non ha altro fondamento se non quello della complicità del governo fascista italiano con i torturatori-assassini in Libia, in Israele e ovunque l’imperialismo made in Italy abbia i propri interessi geostrategici.

Vogliamo Nico e tutte liberi subito, “la nostra solidarietà non è negoziabile”

Soccorso rosso proletario

Di seguito il comunicato del Coordinamento Molfetta per la Palestina:

Il 15 maggio, durante il 78esimo anniversario della Nakba, Nico Centrone è partito con il Land Convy (carovana Sumud) da Tripoli alla volta del valico di Rafah per poter portare cibo, medicine e materiali per la ricostruzione alla popolazione della Striscia di Gaza stremata dal genocidio per mano di Israele. Il giorno 24 maggio una delegazione di dieci attivisti e attiviste, tra cui il nostro compagno, si è staccata dal resto del convoglio per andare a trattare il passaggio degli aiuti umanitari nei territori della Libia Est: da quel momento abbiamo perso i loro contatti. Al momento le dieci persone sono ancora trattenute dalle forze di polizia e non si hanno notizie certe sul loro rilascio. L’illegittimo trattenimento di Domenico, rientra in un quadro generale più complesso, fatto di paura e repressione per tutte coloro che manifestano resistenza all’occupazione e che si oppongono al genocidio del popolo palestinese. In questo contesto di repressione generale e sistemica rientrano gli oltre 10.000 prigionieri politici palestinesi, molti dei quali vivono da decenni l’inferno delle carceri israeliane; in questa ottica dobbiamo inquadrare anche la istituita legge che prevede l’applicazione della pena capitale ai palestinesi in Cisgiordania per accusa di terrorismo a detta dell’occupante sionista, e in questo contesto di deumanizzazione generale del popolo palestinese si intensificano sempre di più gli attacchi dei coloni israeliani a scapito dei palestinesi della Cisgiordania, vivendo quotidianamente una dimensione di guerra civile, nella quale si organizza la resistenza all’occupante sionista. E’ proprio la resistenza palestinese in Cisgiordania che ci dimostra quanto il disegno di repressione riguardi anche i popoli occidentali complici del genocidio palestinese: esmplare è il caso di Anan Yaeesh, un resistente di Tulkarm, condannato in Italia a 5 anni e 6 mesi per “associazione con finalità di terrorismo” in un processo che è un attacco diretto alla resistenza palestinese. Per questo motivo saremo sempre affianco dei prigionieri politici incarcerati per la resistenza e l’autodeterminazione del popolo palestinesi: perché per noi è questo il modo di schierarsi dalla parte giusta della storia e opporci al sistema genocidario sionista.
Essere a fianco di tutti i prigionieri politici significa schierarsi dalla parte dell’oppresso e far emergere tutte le complicità che ci sono tra il governo italiano e l’entità sionista e manifestare reale solidarietà verso il popolo palestinese.
Nico ha sentito nel più profondo del suo cuore l’ingiustizia che vive quotidianamente la popolazione gazawi ed è proprio questo spirito di solidarietà autentica che lo ha animato per partire con il convoglio umanitario della Global Sumud Flotilla per portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, secondo pratiche di nonviolenza e in pieno rispetto delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale umanitario.
Tutt* noi vediamo nella causa palestinese la lotta madre a tutte le ingiustizie e disuguaglianze del nostro pianeta.
Chi è partito per terra e per mare, come Nico, credeva e crede ancora che è necessario opporsi fermamente al sistema bellicista e neocoloniale che vede nell’entità sionista il centro nevralgico del potere e soprattutto per la voglia di costruire un mondo più giusto e più eguale per tutti e tutte le oppresse.
Pretendiamo dunque il rilascio immediato e il rientro in sicurezza di Domenico Centrone e delle altre 9 persone trattenute, così come pretendiamo la liberazione di tutte e tutti i prigionieri politici illegittimamente incarcerati e pretendiamo la fine della complicità del governo italiano con l’entità sionista!

Contro la repressione.
Contro il Genocidio del popolo palestinese.
Per la liberazione di Nico.
Per la liberazione di tutt*.