Covid e carcere, ancora un decesso e aumenta in maniera esponenziale il numero dei contagi fra i detenuti. Liberatel* e in fretta!

Un detenuto del carcere di Alessandria, 71 anni e con patologie pregresse, è stato stroncato dal coronavirus.

“Nelle ultime settimane c’è stato un netto aumento di casi di Coronavirus nelle carceri italiane. Gli ultimi dati forniti dall’Amministrazione Penitenziaria ci dicono che sono positivi al virus 232 poliziotti penitenziari e 215 detenuti, quasi tutti seguiti e gestiti internamente agli istituti. Ventotto, invece, sono i positivi tra i dipendenti civili, appartenenti cioè alle Funzioni centrali. Particolare preoccupazione è quella riferita al focolaio concentrato nel carcere di Larino, in provincia di Campobasso, con 19 detenuti ad Alta sicurezza positivi al Covid-19, tenuto conto che il personale di Polizia Penitenziaria lamenta una dotazione insufficienti di Dispostivi di protezione individuale”. E’ quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, che aggiunge: “La promiscuità nelle celle può favorire la diffusione delle malattie, specie quelle infettive. E’ indispensabile monitorare costantemente la questione e predisporre ogni utile intervento a tutela dei poliziotti e degli altri operatori penitenziari”.

E in 41 bis? Lì dove la promiscuità non esiste? Lì dove i detenuti sono tenuti all’oscuro di tutto, e intombati vivi?

Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia, ebbe a dire, purtroppo non solo lui: “Non si comprende il timore virus per detenuti in 41bis”. E per gli agenti che ci lavorano?

A L’Aquila su 166 detenuti in 41 bis, delle cui condizioni non si sa nulla, ci sono 156 poliziotti penitenziari, di cui 8 positivi al virus più un’addetta mensa, anch’essa positiva, e si corre il rischio di un vero e proprio focolaio.

Lo comprende adesso il procuratore nazionale antimafia il rischio che anche i prigionieri in 41 possono contrarre il virus, visto che i loro potenziali untori sono proprio le guardie?

La curva epidemiologica è in continua e costante crescita in tutto il Paese, con ripercussioni su diversi carceri che, come le RSA, per la loro vulnerabilità logistica e di utenza, rischiano di diventare dei veri e propri focolai, ma “sotto stretto controllo” come a Terni, con 3 infermieri a turno per oltre 500 detenuti di cui almeno 68 positivi, Livorno, Larino e adesso Alessandria, con 26 detenuti positivi

Mentre la situazione contagi in carcere diventa sempre più allarmante, continua la criminale gestione delle carceri, come i nuovi ingressi e i trasferimenti.

Amnistia / indulto, una proposta di legge costituzionale per cambiare la procedura di approvazione

Da Avvenire

Un cartello di associazioni e parlamentari si schiera in favore della proposta di legge costituzionale. Due articoli per incidere sulla procedura di approvazione dei provvedimenti collettivi

Chiediamo a ogni deputato, di maggioranza e di opposizione, di aggiungere la propria firma a quella degli attuali promotori, per sostenere il cammino parlamentare di questa proposta di legge in vista di una sua approvazione entro l’attuale legislatura…». È l’accorato appello di Grazia Zuffa, ex parlamentare e presidente dell’onlus “La società della ragione”, in favore della proposta di legge costituzionale che punta a innovare gli articoli 72 e 79 della Carta «in materia di concessione di amnistia e indulto». Il testo, depositato alla Camera lo scorso 2 aprile col numero 2456, è firmato dai deputati Riccardo Magi (+Europa), Enza Bruno Bossio (Pd), Roberto Giachetti e Gennaro Migliore (Italia viva), e si compone di soli 2 articoli, in grado di incidere chirurgicamente sulla procedura di ap- provazione dei provvedimenti collettivi di clemenza: «La revisione costituzionale proposta non mira alla concessione di una legge di amnistia e indulto, ma a riscrivere le regole per la sua deliberazione», considera Zuffa, in un appello che verrà diffuso oggi e al quale aderiscono, fra gli altri, le associazioni “Nessuno tocchi Caino” e “Antigone”, ma anche le toghe di Magistratura democratica e l’Unione delle camere penali.

L’asticella del quorum. L’amnistia, com’è noto, costituisce una causa di estinzione del reato, mentre l’indulto è una causa di estinzione della pena. Con la prima, pertanto, lo Stato rinuncia ad applicare la pena, col secondo invece si limita a condonarla, in tutto o in parte, ma senza cancellare il reato. Entrambi sono provvedimenti generali con efficacia retroattiva (a differenza della grazia, che è individuale e viene concessa dal presidente della Repubblica), ossia non si applicano ai reati commessi dopo la presentazione del disegno di legge. Attualmente, dopo la riforma costituzionale del 1992 (che ha sottratto al capo dello Stato la concessione di amnistia e indulto, affidandolo in toto al Parlamento), per poterli disporre occorre una legge approvata dai due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Un quorum così alto da rendere arduo il ricorso ai due istituti, tanto che dal 1992 a oggi si conta un solo caso di applicazione dell’articolo 79 della Carta (a fronte di decine di provvedimenti di clemenza prima di quella data). «L’attuale maggioranza dei due terzi rende quegli strumenti inutilizzabili, trasformando l’articolo 79 della Costituzione in lettera morta – argomenta il deputato Magi, primo firmatario della pdl –. Noi proponiamo da un lato di delimitare espressamente l’ambito di operatività attraverso il riferimento alle “situazioni straordinarie” e alle “ragioni eccezionali” e dall’altro di conservare un quorum qualificato, comunque più alto di quello previsto per le leggi ordinarie, ma che sia la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, non i due terzi».

L’incubo Covid-19. Secondo Magi, «situazioni straordinarie e ragioni eccezionali potrebbero anche essere quelle legate al gravare, Continua a leggere

Testimonianza sui prigionieri uccisi a marzo nel carcere di Modena

Riceviamo e pubblichiamo una lettera giunta ad OLGa a metà ottobre, che racconta quanto accaduto nel carcere di Modena a marzo di quest’anno.

Sono entrato in galera perché la polizia è venuta a fare un controllo e mi ha trovato senza documenti, mi hanno mandato in prigione.

Da quando ero lì in carcere sono iniziati i problemi, una volta è successa una rissa io non centravo niente. Poi è venuta la polizia sono entrati e ci hanno picchiati e ci hanno rotto le ossa, poi ci hanno messo 3 giorni in isolamento senza portarci all’ospedale. Alla fine un ragazzo è stato portato in ospedale e dai dolori è svenuto. Quando lo ha visto il dottore lo ha fatto entrare urgentemente. Il dottore ha detto alla polizia che doveva rimanere in ospedale almeno 3-4 giorni ma la polizia non voleva. Il dottore aveva chiesto che servisse una persona dentro il carcere che lo aiutasse a muoversi per un mese, però la polizia non ha fatto niente di tutto quello che ha chiesto il dottore e gli ha dato un certificato. Ha fatto una denuncia alla polizia in ospedale e ha preso con lui il fascicolo, alla fine quella sera lo hanno preso e portato subito al carcere di Modena dove ero stato spostato anch’io, in una cella dove c’erano anche dei miei amici della mia città, sono rimasto lì finché è venuto il corona virus e quando è venuto il corona c’era un uomo malato del virus e non volevano farlo uscire e hanno vietato di farci vedere i famigliari. Dopo ciò è successa una rivoluzione e hanno bruciato il carcere e sono entrati le forze speciali e hanno iniziato a sparare sono morte 12 persone di cui 2 miei amici, sono morti davanti ai miei occhi sono ancora sotto shock. Io ero scappato fino al tetto del carcere così non mi sparassero dopo ci hanno presi tutti e ci hanno messo in una camera e ci hanno tolto tutti i vestiti e hanno iniziato a picchiarci dandoci schiaffi e calci. Dopo ci hanno ridato i vestiti e ci hanno messo in fila e ci hanno picchiato ancora con il manganello in quel momento ho capito che ci stavano per portare un altro carcere. Da quante botte abbiamo preso che mi hanno mandato in un altro carcere senza scarpe. Poi quando siamo arrivati al carcere ci hanno picchiato ancora. Alla fine ho finito di scontare la mia pena io sono molto scioccato per i miei amici non sono riuscito a fare denuncia contro i carabinieri perché loro sono troppo forti. E io non ho né soldi né documenti. Sono molto ancora scioccato non riesco più a dormire né a mangiare bene. In fondo sto ancora molto male, ma nonostante tutto mi piace l’Italia, grazie a voi che mi avete fatto parlare.

Primo caso di detenuto positivo al Covid morto nelle carceri piemontesi

«L’unico carcere in provincia di Cuneo toccato dal Covid è stato Saluzzo, nella prima ondata così come oggi, in cui si contano 3 contagiati. Ci sono 56 positivi al tampone nelle carceri del Piemonte in questo momento: divisi equamente tra detenuti, agenti, addetti del ministero. Sono a Torino, Alessandria e appunto a Saluzzo». Così Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti.
In Piemonte ci sono 4300 reclusi, 3 mila poliziotti penitenziari e 500 amministrativi. Ad Alessandria nella casa circondariale «Don Soria» c’è un focolaio con 26 contagiati e venerdì si è verificato il caso di un detenuto morto e positivo al Covid: non era mai accaduto in Piemonte.
Ancora Mellano: «Anche per i garanti è difficile avere dati aggiornati sulla pandemia. Saluzzo è il carcere più affollato in provincia, con oltre 400 detenuti. Altri 280 sono a Cuneo, un centinaio a Fossano e 40 ad Alba, dove però non si registrano positività. Tamponi e verifiche si fanno, ma con difficoltà: a marzo e aprile l’Asl Cn1 è stata l’unica che ha fatto tamponi a tutti i detenuti e operatori delle tre carceri di sua competenza, cosa non avvenuta ad Alessandria. C’è da tenere conto che in una situazione di reclusione il panico arriva prima. E mancano stanze per isolare chi ha sintomi o arriva da fuori». In Italia ci sono 150 reclusi e 200 tra agenti e amministrativi positivi al Covid. Nella prima ondata c’erano stati 290 positivi in Piemonte: 79 a Torino, 25 a Saluzzo e 4 ad Alessandria.

Gli “spezzabraccia” di Genova 2001 promossi da Lamorgese – una denuncia dall’interno

Di Filippo Bertolami* – le vergognose nomine di Lamorgese e Gabrielli

Tra i dirigenti della Polizia di Stato promossi ieri dal Ministro dell’interno Luciana Lamorgese e dal Capo della Polizia Franco Gabrielli, ci sono anche due condannati in via definitiva per i falsi e gli abusi del G8 di Genova del 2001, nonché il responsabile di una serie di cruenti episodi di ordine pubblico, assurti alla ribalta della cronaca tra il 2012 e il 2017 per le loro nefaste conseguenze su credibilità e affidabilità di chi dirige le Forze dell’ordine nella gestione delle piazze.

Ieri sono stati promossi Pietro Troiani e Salvatore Gava, protagonisti dei fatti del G8 di Genova e condannati in via definitiva a 3 anni e 8 mesi, più 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, il primo per aver portato materialmente le due bombe molotov nella scuola Diaz e il secondo per averne falsamente attestato il rinvenimento all’interno; ciò che giustificò abusivamente le perquisizioni e gli arresti in massa dei manifestanti, in gran parte picchiati e torturati tanto da spingere la Corte dei conti a definire “quella notte sonno della ragione”, nella quale per la Corte di Cassazione “le forze dell’ordine hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”.

Nonostante Gabrielli avesse fatto ammenda sui fatti del G8, dichiarando pubblicamente che a Genova nel 2001 “ci fu tortura” e che nei panni dell’allora Capo della Polizia Gianni De Gennaro “mi sarei dimesso”, in realtà già nel 2017 fu proprio lui che, anziché magari adeguatamente sanzionarli come previsto dall’ordinamento, ha reintegrato i dirigenti condannati in via definitiva – ieri pure promossi – attribuendogli per di più posti di responsabilità apicale e/o ben remunerati incarichi all’estero.

Troiani divenne il Dirigente del Centro operativo autostrade di Roma e Lazio (il più grande d’Italia) e Gava il Responsabile dell’Ufficio di Collegamento Interforze del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia (SCIP) in Albania.

All’epoca anche Gilberto Caldarozzi e Fabio Ciccimarra, pure loro condannati a 3 anni e 8 mesi più 5 anni di interdizione per i falsi del G8 furono reintegrati “tout court”, il primo con il prestigioso e strategico incarico di Vice direttore operativo della DIA (Direzione investigativa antimafia) e il secondo – condannato anche a 2 anni e 8 mesi (poi prescritti) per il sequestro dei manifestanti nella caserma Rainero durante il G7 di Napoli – recentemente promosso, sempre da Gabrielli, come Resident espert in Montenegro.

Ma oltre ai dirigenti condannati per il G8, ieri è stato promosso anche Francesco Zerilli, salito alla ribalta della cronaca innanzitutto come autore di una serie di cruente cariche ‘a freddo’, a partire da quella del 2012 in pieno centro a Livorno nei confronti di antagonisti, anarchici e no-TAV, con gravi ricadute in termini di tensioni sociali nei giorni successivi.

Ma l’inadeguata aggressività di Zerilli si è evidenziata soprattutto tra il 2014 e il 2017 quando era in forza alla Questura di Roma in qualità di responsabile dei servizi di ordine e sicurezza pubblica nel centro della Capitale, molto spesso conclusi con manganellate e trauma cranici: prima nei confronti dei movimenti per la casa che manifestavano davanti al Campidoglio; poi dei tassisti davanti a Montecitorio; infine degli operai della ThyssenKrupp a rischio licenziamento nei pressi della Stazione Termini, accompagnati da Maurizio Landini, allora leader della FIOM e attuale Segretario generale della CGIL, che ricevette pure lui la sua dose manganellate in testa, all’urlo di Zerilli: “Caricate!”.

Ma l’episodio che più è rimasto impresso nell’opinione pubblica fu quello verificato a margine dello sgombero di un gruppo di etiopi ed eritrei richiedenti asilo o protezione sussidiaria da un edificio di via Curatone, accampati in piazza Indipendenza, cacciati con gli idranti e poi caricati e inseguiti dai reparti antisommossa guidati da un Zerilli urlante “levatevi dai coglioni, carica, forza”, che incitava i poliziotti “se tirano qualcosa spaccategli un braccio”.

Frasi e contesto che fecero molto scalpore nell’opinione pubblica, tanto da costringere Gabrielli a rimuovere il dirigente, ma non per punirlo o trasferirlo per incompatibilità, bensì per ‘parcheggiarlo’ in un ufficio più comodo e defilato, in attesa che passasse il clamore, fino a ieri quando è stato promosso, magari pronto per la gestione di nuove emergenze.

Basti scorrere le loro fulminanti carriere: Renato Cortese, all’epoca dei fatti capo della Squadra mobile della Questura di Roma, poi direttore dello SCO (Servizio centrale operativo) ed infine Questore di Palermo promosso Dirigente generale, apice della carriera in Polizia; Maurizio Improta, all’epoca dirigente dell’Ufficio immigrazione della Questura di Roma, poi Questore di Rimini ed infine il Capo della Polfer a livello nazionale.

Solo la recente, grave condanna ha costretto Gabrielli a destinarli ad altri incarichi, magari anche loro in attesa di riappropriarsi della gestione delle piazze, passato il clamore.

C’è poi il caso ancor più emblematico di Massimo Improta (fratello minore del suddetto Maurizio) che nel 2012 era in forza alla Questura di Roma come responsabile dei servizi di ordine pubblico presso lo Stadio Olimpico e venne promosso nonostante fosse stato appena indagato per la falsificazione del verbale di arresto nell’ambito del cosiddetto pestaggio Gugliotta, preso a calci e pugni sino alla vistosa perdita di un dente incisivo.

Così proseguendo per anni l’attività di gestione della piazza, anche al sopraggiungere nel 2017 della condanna ad 1 anno e 3 mesi, visto che è tuttora in servizio alla Questura di Roma, come capo dell’Ufficio prevenzione e soccorso pubblico da cui dipendono tutti gli equipaggi operativi della Capitale.

Tutto ciò aggravato dal fatto che nel suo fascicolo personale è stato annotato il coinvolgimento in due pregressi procedimenti penali, a suo tempo archiviati, ma che avrebbero dovuto essere premonitori: 2003 – denunciato per abuso d’ufficio da un manifestante, da lui tratto in arresto poi però non convalidato dall’autorità giudiziaria, quando era Vicedirigente del Commissariato di PS – Trevi Campo Marzio; 2008 – denunciato-querelato per lesioni, minacce e violenza sessuale da una propria dipendente quando era Dirigente del Commissariato di PS – Castro Pretorio, a seguito di un “incontro realmente accaduto tra i due la sera del 28.2.2008”, per cui comunque “il Questore di Roma non ha ritenuto di dover procedere disciplinarmente”, così contribuendo ad un’“escalation” che si sarebbe potuta prevenire.

Ma buon sangue non mente, considerato che Maurizio e Massimo sono i figli del famoso Prefetto Umberto Improta, per decenni uomo di punta del Viminale, noto anche per essere stato coinvolto nelle torture dei brigatisti prima e dopo la liberazione del generale USA Dozier; in concorso con il famigerato “dottor De Tormentis” e i “quattro dell’Ave Maria”, specializzati in “waterboarding” o “interrogatorio duro dell’acqua e sale: legavano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli facevano ingurgitare grandi quantità di acqua salata” (si veda l’inchiesta de l’Espresso del 6 aprile 2012).

 * Avvocato e Dottore di ricerca in diritto amministrativo. Già Vice questore aggiunto della Polizia di Stato, Docente di diritto costituzionale italiano e comparato e Cultore di diritto regionale europeo.

da Tpi.it

Dana resta in carcere ma continua a lottare. La solidarietà non si arresta

è ormai terminato il mio primo mese di detenzione. Di come sto e dei miei pensieri più personali vi scriverò dopo, ora vorrei dedicare qualche riga alle emergenza pandemica Covid-19.
Ieri sera in moltie abbiamo ascoltato il discorso di Conte e ogni giorno sfogliamo i giornali alla ricerca di qualche notizia sulle carceri e sulla tutela di noi detenute. Niente. Non vi riporto gli sfottò che girano su Bonafede, dal mio punto di vista sicuramente non un grande giurista, ma soprattutto un ministro che non sta facendo nulla per le carceri, luogo di assembramento per antonomasia.
Qui, dove le distanze di sicurezza anti-contagio non possono essere rispettate, il covid incombe come una minaccia fatale. Si spera, consapevoli e con il timore. Un paese civile attento alle fasce più deboli della popolazione (la popolazione detenuta è una di queste) si attrezzerebbe in maniera diversa. Il carcere non è un luogo isolato, decine se non centinaia di persone entrano ed escono ogni giorno per permettere il funzionamento, così come è organizzato.

Come si può pensare che questa non sia una popolazione ad alto rischio? Anzi mi correggo, sicuramente i nostri governanti lo sanno, ma non interessa perché qualsiasi azione a nostro favore andrebbe a scontrarsi con la pancia più forcaiola di questo paese, importante bacino di voti. E allora si attende e si spera, temendo l’interruzione dei colloqui con i propri cari e di parte delle attività che, col passare dei giorni, appaiono sempre più probabili. Per concludere, dall’alto dovrebbero arrivare dei provvedimenti per ridurre significativamente la popolazione detenuta, bisognerebbe poter essere soli in cella e potenziare i finanziamenti per per la salute di questa popolazione “fragile”. Ovviamente non credo questo accadrà, ma credo sia importante almeno dircelo.

Rispetto a me vi dico che sto bene. Ammetto di aver avuto qualche momento di sconforto, come potrebbe essere altrimenti, ma ora i giorni, poco alla volta, diventano più leggeri ed i miei movimenti si stanno adattando a questi spazi ristretti. Penso molto spesso alle due ore di libertà che, appena saputa la notizia della mia imminente carcerazione, mi sono presa andando a Castel Borello. Là avevo guardato dall’alto un pezzo della Valle, respirato a pieni polmoni e mi sono ripromessa, cosa che rinnovo quotidianamente, che non mi avrebbero allontanato dalla Valle e dai miei compagni di lotta. È così è.

Sono lì con voi, spero mi sentiate vicina. Questa forza interiore, che prendo dai ricordi, ma anche dall’affetto che ogni giorno ricevo dalle lettere, mi sta aiutando a costruire un nuovo equilibrio. Continuo a pensare che questa detenzione sia la nostra ennesima vittoria perché il potere è stato costretto a svelare il suo volto più feroce e vendicativo. È stato sotto gli occhi di tutti, non si potrà cancellare. Forse questa consapevolezza non servirà a risolvere la mia situazione attuale, ma resterà impressa in chi domani, insieme a tutti noi, vorrà lottare per una società più giusta. A breve potrò concludere la mia laurea specialistica (mi mancano due esami) e per noi detenute studentesse (siamo in un po’) è stata allestita un’aula studio al quarto piano. Questa cosa mi fa piacere non lo nego!
Frequento la biblioteca, leggo, scrivo, gioco a pallavolo. Insomma, bene così, nonostante tutto.
In questi giorni mi sto facendo grosse risate leggendo dell’affaire Muttone. Vedere i nomi di chi ci accusa da sempre fregiandosi di alte qualità morali, affiancati dal solito tema di corruzione e malaffare non ha prezzo.
Come si dice? La ruota gira! Speriamo giri sempre di più e che in tempi difficili come questi (a causa del covid) si riesca a continuare a lottare per ciò che è giusto, dare voce a chi da solo non ce la fa, difendere dalla devastazione i nostri territori e il nostro pianeta che ci chiede di fare in fretta.

Siate tenaci anche per me!
Un saluto ai Mulini che resistono, vi penso spesso!
Avanti No Tav!
Dana

Dana ha scritto questa lettera prima di ricevere risposta sull’istanza di sospensiva. Pertanto riportiamo un ulteriore commento da parte sua in seguito al rigetto dal parte del Tribunale:
“Il Tribunale di Sorveglianza, come già sapete, ha respinto l’istanza di sospensiva. Prevedibile direi, come anche l’immaginarsi le varie pressioni in gioco per non dover ammettere di aver agito nei miei confronti in maniera ingiusta. Sicuramente farò delle osservazioni più approfondite, per ora vi dico che con serenità affronterò i mesi che mi attendono qui in carcere.
Siamo dalla parte della ragione!”

da notav.info

Il tribunale boccia la sospensiva per Dana: prosegue l’ingiustizia.

Il Tribunale di sorveglianza di Torino ha bocciato la richiesta di sospensiva della carcerazione di Dana, presentata dai suoi legali, che hanno contestato accuratamente le motivazioni che hanno portato lo stesso tribunale a scegliere l’esecuzione della pena in carcere, bocciando qualsiasi forma alternativa, nonostante vi fossero tutte le condizioni. E’ l’ennesimo fatto grave ed ingiusto nei confronti di Dana, che risulta quindi l’unica, ad oggi, del gruppo dei 12 condannati ad essere stata mandata in carcere.

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 Carcere di Ivrea: una mano lava l’altra

 

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Siamo alle solite, viene chiesta l’archiviazione dal procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando per le denunce dei detenuti riguardanti maltrattamenti e violenze.

Un aspetto criticato di tutta questa vicenda riguarda una scelta di Ferrando, per lo svolgimento delle indagini si è avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate.

Sarà quindi la procura generale di Torino a completare le indagini e mandare a processo gli agenti della polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, accusati di aver pestato e vessato i detenuti. “Le indagini espletate dalla Procura della Repubblica di Ivrea appaiono sotto vari profili carenti” scrive il procuratore generale Francesco Saluzzo che ha firmato il provvedimento di avocazione di tre delle quattro inchieste sulle violenze nel carcere di Ivrea.

Da anni il garante dei detenuti, Armando Michelizza prima e ora Paola Perinetto, e l’associazione Antigone si battono perché venga fatta chiarezza su quanto è accaduto nel carcere tra il 2015 e il 2016.

L’avvocato Simone Filippi, che difende l’associazione Antigone, racconta così: “Ci abbiamo riflettuto bene prima di chiedere l’avocazione perché era qualcosa di non scontato. Sui 4 procedimenti però abbiamo visto un rallentamento eccessivo e azioni che non venivano fatte dalla procura di Ivrea“.

L’avvocata Marialuisa Rossetti, che rappresenta la garante dei detenuti, Paola Perinetti, attaccata in un articolo di STORIE DI POLIZIA PENITENZIARIA E SICUREZZASTORIE DI POLIZIA PENITENZIARIA E SICUREZZA , giornale on-line della stessa polizia penitenziaria, si esprime così: “C’è molta soddisfazione per la decisione della procura generale che ha deciso su tre delle quattro richieste di avocazione”


C’è attesa rispetto alla quarta richiesta di avocazione, quella che riguarda la repressione violenta delle proteste nel carcere, avvenuta tra il 25 e il 26 ottobre 2016, e denunciata per prima da una lettera dei detenuti pubblicata dal nostro sito InfoAut e ripresa poi da Repubblica.

 

In un comunicato la procura generale di Torino esprime un parere negativo sull’operato di quella di Ivrea e dichiara che contrariamente a quanto riportato per l’archiviazione vi sarebbe un detenuto con referti medici di escoriazioni su gambe, braccia, polsi e sanguinamento nasale e avrebbe riferito di essere stato immobilizzato a trasporto di peso da alcuni agenti di polizia penitenziaria, qui però nessuna indagine è stata svolta per circostanziare i fatti e i maltrattamenti.

L’elenco delle mancanze, già denunciate dal garante e da Antigone, l’associazione che si occupa della difesa dei detenuti, è lungo in quanto le uniche indagini svolte si sono concretizzate nell’acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risulta che dal 7 al 17 agosto 2015 il detenuto è stato sottoposto a isolamento.

Ora non ci resta che aspettare ed attendere le indagini, forse un po’ in ritardo, della procura di Torino.