Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

In carcere con l’afa e senza acqua e doccia – Ad Augusta protesta dei detenuti

Augusta. Il 16 agosto una quarantina di detenuti del carcere della città in provincia di Siracusa, si è rifiutata di rientrare in cella. L’azione dimostrativa è stata organizzata per la continua mancanza di acqua all’interno della struttura.
Perché manca l’acqua

I detenuti sono costretti a vivere per la maggior parte delle ore in completa assenza di acqua.

L’emergenza idrica non è di certo una sorpresa per la direzione del Carcere. Da più di 20 anni esiste questo problema, ma nessuno sembra muoversi verso la ricerca di una soluzione. La carenza d’acqua è dovuta a una rete idrica comunale già problematica e alla mancanza di manutenzione dell’impianto del carcere. Il risultato è che la disponibilità di acqua è molto limitata – a volte solo 3 ore al giorno.

La storia si ripete

Non sarebbe la prima volta che i detenuti cercano di accendere i riflettori sulle problematiche che sono costretti a vivere all’interno della Casa di Reclusione di Augusta. La loro voce rimane, però, inascoltata. Già nell’agosto di cinque anni fa c’era stata una protesta pacifica e in quell’occasione il Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) e la direzione del carcere promisero di trovare delle soluzioni. La direzione della Casa di Reclusione, in particolare, aveva promesso di lavorare in collaborazione con il Provveditorato regionale per la collocazione di serbatoi di riserva più ampi.

Dopo cinque anni il disagio resta lo stesso e la mancanza d’acqua si aggiunge alla già precaria situazione in cui si vive nelle strutture di detenzione: pessime condizioni igienico-sanitarie e sovraffolammento. Realtà disumane che le istituzioni competenti non hanno la minima intenzione di risolvere. Al contrario sono sempre pronte a condannare le rivolte che i detenuti organizzano per migliorare le loro condizioni di vita.

“era troppo debole. Non è riuscito a resistere alle botte…” Ecco come è morto Salvatore Cuono Piscitelli

Da http://www.giustiziami.it

“Salvatore era troppo debole. Non è riuscito a resistere alle botte. Forse ha preso qualcosa. Solo Dio lo sa”.  Due detenuti raccontano le ultime ore di vita di Salvatore “Sasà” Cuono Piscitelli, il quarantenne fragile morto ad Ascoli Piceno dopo le rivolte che a marzo hanno devastato decine di carceri.

E’ la loro verità, affidata a due lettere, in attesa che qualcuno li convochi (le due procure competenti o l’avvocata della nipote di Sasà) e vada a cercare riscontri oggettivi o smentite.  L’uomo era rinchiuso nella casa di reclusione di Modena, messa a ferro e fuoco, saccheggiata, devastata. Con altri 40 carcerati è stato caricato su un autobus diretto nella città marchigiana. Qualche ora dopo è morto. Anche per lui – come per gli altri 12 deceduti – le autorità carcerarie parlano di overdose di metadone e psicofarmaci. Ma le accuse dei due  compagni di galera e di viaggio ora rilanciano pesanti interrogativi.  E’ vero o no che tutti i reclusi dell’istituto modenese sono stati sottoposti a visita medica prima di essere trasferiti in altri penitenziari? Dal carcere e da Roma dicono di sì. Dal fronte dei detenuti arriva invece un no. Per i familiari di Sasà il dubbio è atroce: una diagnosi tempestiva e la somministrazione di un farmaco salvavita avrebbero evitato che lui morisse? E gli altri?

A Modena, l’8 marzo, il carcere viene espugnato da decine di detenuti.  La situazione è faticosamente riportata sotto controllo. Sono ore ad altissima tensione, seguite da fasi concitate. “A me dispiace molto per quello che è successo – dice la lettera  del primo recluso, da depurare da errori di grammatica e ortografia  – . Io non centravo niente. Ho avuto paura…. Ci hanno messo in una saletta dove non c’erano le telecamere. Amatavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni…  A me e a una altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole”. Una controparte dell’istituto semidistrutto  –continua – “quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola. Ha detto che non picchiava nessuno. Poi non l’ha mantenuta”. I pestaggi – sempre stando al detenuto, terrorizzato dalla paura di subire ritorsioni, sostiene – sarebbero cominciati dentro e continuati durante il  viaggio verso Ascoli Piceno e una volta giunti a destinazione. Sasà – scrive ancora il testimone – “era troppo debole, forse ha preso qualcosa”. E’ stato “trascinato” fino a una cella e “buttato dentro come un sacco di patate”. L’infermiere di turno “non ti lasciava parlare con nessuno”. E “anche qua – prosegue  – veniva la squadra. Comi aprivi la bocca per chiedere qualcosa, prendevi delle botte. Venivano a picchiare con il passamontagna, per non farsi riconoscere”.

Anche il secondo detenuto-testimone parla della fine di Sasà, in un italiano stentato, ma non per questo meno esplicito. Lui e Salvatore hanno viaggiato da Modena a Ascoli a bordo dello stesso bus. Il compagno “era malisimo” e “anche lo hanno picchiato” sul pullman. All’arrivo “lui non riusciva a camminare… Era nella cella 52, nessuno lo ha aiutato..”

Ma come è stato possibile? Come mai non ci si è accorti per tempo dei reclusi in condizioni fisiche critiche? La direttrice pro tempore del carcere  Modena, Maria Martone, in un’intervista aveva garantito: “Prima di essere trasferiti, tutti i detenuti erano stati visitati presso il presidio sanitario allestito nel piazzale”.

Il rappresentante del governo, il sottosegretario all’istruzione Giuseppe De Cristoforo, aveva dato la stessa rassicurazione replicando all’unica interpellanza urgente presentata per chiedere notizie e verità sui 13 reclusi morti prima e dopo le rivolte (cinque nel penitenziario emiliano, altri tre durante o dopo il trasporto verso altri istituti, uno dalla Dozza di Bologna, tre nel penitenziario di Rieti): “Da quanto emerge dalla relazione del personale sanitario della casa circondariale di Modena – parole sue – i detenuti, prima del trasferimento, sono stati sottoposti a controllo medico da parte del personale sanitario del carcere o dei medici del 118”.

Però pure dalla denuncia del secondo detenuto testimone, rispetto alla verifica delle condizioni fisiche di sfollati e trasportati, emerge un quadro diverso. A una domanda specifica risponde che no, non tutti i carcerati sono stati sottoposti a visita medica prima della partenza per altri istituti, come invece sarebbe stato d’obbligo. Non solo. Neppure tutte le donne detenute  – entrate a contatto con gli uomini del reparto riservato ai lavoratori esterni  – sarebbero state visitate prima del trasloco forzato da Modena. La donna interpellata dal magazine CarteBollate, dettagliata nel raccontare quelle drammatiche ore, non fa il minimo cenno a controlli medici.

Fonti carcerarie intanto smentiscono decisamente pestaggi e abusi. Confermano le visite mediche, “fatte a tutti, magari in modo diverso dal solito e per questo non percepite come tali dai detenuti”. Ricordano la drammaticità della situazione e l’urgenza di provvedere ai trasferimenti da Modena, iniziati “quando ancora non era stato accertato quel che era successo all’interno e in particolare la sottrazione di metadone e psicofarmaci dalla cassaforte”. E chiedono di soppesare e filtrare le denunce dei detenuti: “Coloro che hanno partecipato alle rivolte e ai saccheggi sono finiti sotto inchiesta e potrebbero avere interesse a spostare l’attenzione su altro, per sminuire le proprie responsabilità. I primi trasferiti sono le persone più coinvolte nei disordini. L’istituto era devastato, inagibile. Abbiamo dovuto muoverci in fretta, dopo aver temuto un bilancio ancora più pesante, per la furia e le violenze del gruppo di detenuti più aggressivi e pronti a tutto”.

Un documento ufficiale sembra però smontare queste indicazioni ufficiose, le rassicurazioni della direttrice Martone e anche l’intervento del sottosegretario De Cristofaro. L’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, nell’informativa integrativa girata il 23 marzo alla presidenza della Camera  scrive, a proposito della fasi post rivolta di Modena: “Le singole formazioni (di agenti della polpenitenziaria, ndr) riuscivano a fiaccare la resistenza aggressiva e violenta dei ribelli, immobilizzare i più facinorosi, condurli all’esterno e a collocarli immediatamente sui mezzi di trasporto preventivamente predisposti”. Non si fa alcun cenno a visite mediche o a controlli sanitari. Zero.

Sulle ultime ore di vita di Salvatore c’è qualche precisazione, ufficiosa, sempre da fonti interne.  Sasà e i compagni di viaggio “sono giunti nel carcere di Ascoli nella notte tra l’8 e 9 marzo, alle 2.30, mentre a Modena si accertava il maxi furto di sostanze, non noto all’ora della partenza di lui e del suo gruppo. All’ingresso, visitato dal medico di turno, l’uomo non presentava sintomi da intossicazione da farmaci e oppioidi e non aveva segni di botte né lesioni esterne. Nemmeno gli altri detenuti avevano ferite o tracce di pestaggi. Nessuno è stato picchiato, né nel penitenziario modenese né in quello marchigiano. Alle 13.30 del giorno 9 – sempre stando alle ricostruzioni ufficiose – il personale lo ha portato nell’infermeria del carcere, perché stava male. Alle 15,  peggiorato, è stato trasferito in ospedale. Alle 17.30 purtroppo è stato constatato il decesso”.

Chi mente e chi dice il vero? I numeri potrebbero aiutare a inquadrare gli aspetti sanitari della questione, tutt’altro che secondari. Dopo le devastazioni, dopo il furto di metadone e psicofarmaci, cinque detenuti sono morti all’interno del carcere di Modena. Per alcuni, un gruppo relativamente ristretto, è stato disposto il ricovero in ospedale. Per centinaia di altri (nell’ordine di 400-450,) si è reso necessario il trasferimento in istituti sicuri, non danneggiati.

I medici presenti avevano l’onere e il dovere di visitare tutti gli “sfollati”. Ma quanti dottori sono stati attivati e in quale arco temporale?”. La dottoressa di turno interno l’8 marzo, Maria Manfredonia, era scossa (e a distanza di tempo sceglie di non dire nulla) perché ha vissuto un drammatico pomeriggio. Ha visitato lo stesso? Oltre al responsabile dei servizi sanitari  – Stefano Petrella, come la collega rimasto  per un po’ bloccato all’interno dell’istituto e poi rilasciato  – secondo un lancio d’Ansa il 9 marzo erano operativi due medici del “servizio territoriale del’emergenza” (il 118) e un coordinatore, tre infermieri di supporto alla squadra. Nei tendoni allestiti nel piazzale si alternavano anche addetti della Croce rossa e della Protezione civile, un contingente non meglio precisato.  Quanti detenuti ha  visitato ciascun medico? Quanti minuti ha potuto dedicare a ogni recluso, per accertarsi che stesse bene e fosse nelle condizioni di viaggiare? Chi ha firmato il nulla osta  sanitario per il trasferimento in un altro carcere di Sasà e dei tre compagni che non ce l’hanno fatta? I medici o la direzione hanno provveduto a caricare farmaci salvavita sui mezzi di trasporto usati per le traduzioni? Se no, perché?

Le risposte dovrebbe già conoscerle da mesi l’assessore regionale emiliano alle Politiche per la salute Raffaele Donini, travolto dall’emergenza covid, oberato dalle incombenze legate alla pandemia e su questi morti defilato, zitto. Eppure è lui ad avere la competenza sulla sanità penitenziaria, sulla medicina d’emergenza e sul trattamento delle tossicodipendenze, controlli compresi e con tutte le implicazioni del caso. Interpellato telefonicamente e per email, a inizio luglio, ha ammesso candidamente: “So poco, non molto di più di quello che ho letto sui giornali”. Per dare chiarimenti sui “suoi” detenuti di Modena e Bologna morti a inizio marzo – dieci “eventi critici” degni di approfondimenti e valutazioni, al di là della particolarità della situazione – ha delegato lo staff. Dopo più di quattro settimane, e una serie di solleciti, non è ancora arrivata alcuna informazione.

Dopo quasi 5 mesi dai decessi l’Ausl di Modena manda una (non) risposta, generica, vaga: “L’attività del Servizio di medicina penitenziaria, espletata presso il presidio interno alla casa circondariale Modena “Sant’Anna”, ha come obiettivo la tutela della salute dei detenuti, attraverso l’offerta di assistenza sanitaria H24 e di programmi specifici di prevenzione e cura. I medici del Servizio assicurano dunque l’assistenza primaria ai detenuti, relazionandosi con gli specialisti in caso di necessità, e operando secondo le procedure indicate dai protocolli sanitari, regionali e ministeriali, in particolare per quanto riguarda la gestione delle terapie, lo svolgimento di visite mediche, il rilascio del nulla osta sanitario per ogni uscita o trasferimento dalla casa circondariale, la conservazione in sicurezza del metadone I fatti che sono accaduti al “Sant’Anna” sono gravi, perché è grave quando persone perdono la vita in circostanze che sono ancora da chiarire. E per questo c’è una indagine giudiziaria in corso, che va rispettata in attesa di conoscerne l’esito. Ed è evidente che prima di allora, nessun commento nel merito potrà essere formulato.”. L’Ausl di Bologna non si palesa, nemmeno per dire cose scontate e sganciate dai fatti concreti, come fa l’azienda gemella. (Lorenza Pleuteri)

Saint-Gilles – Belgio, polizia sessista in soccorso dei molestatori aggredisce e insulta tre donne e arresta i giovani che filmavano le scene dell’aggressione

Da secours rouge

Saint-Gilles: La Brigata Uneus in soccorso delle molestie di strada

Nelle ultime ore di questo sabato 15 agosto, tre giovani donne, (Anna, Mandy e Inaa), molestate da un uomo intorno alla terrazza della Brasserie Verschueren, sono state aggredite da agenti della brigata speciale Uneus.

Ignorando praticamente lo stalker, i carabinieri hanno reagito violentemente nei confronti delle tre ragazzine, sostenendo che non indossavano la mascherina. Il commissario ne ha addirittura preso una per la gola e l’ha inchiodata contro il muro. Tutte e tre le donne sono rimaste ferite, e dai video di Facebook si sentono gli agenti della Uneus Brigade chiamarle “isteriche”, mentre minacciano un passante che sta filmando la scena di “dargli il fatto suo”. Alla stazione di polizia, gli insulti sono continuati, con il commissario che accusava le giovani di provocare i molestatori: “con abiti come questi, di che vi stupite?”.

Risultato: infortunio e contusione della spalla per Mandy, polso rotto per Inaa. Altri due giovani che stavano cercando di filmare la scena sono stati aggrediti. Al primo è stato sequestrato e gettato a terra il telefonino, il secondo è stato inseguito fino a casa e poi portato in caserma, dove un poliziotto lo ha torturato, schiacciandogli parti intime, per costringerlo a cancellare il video. Non è stato rilasciato fino al mattino.

A poche settimane dall’ultimo arresto, le tensioni in alcuni quartieri di Saint-Gilles contro le violenze della Brigata Uneus sono molto palpabili.

Rimpatri a sorpresa e violenze dopo l’ultima rivolta nel CPR di Gradisca

Da https://nofrontierefvg.noblogs.org

AGGIORNAMENTI

Ci dicono che sabato 15 mattina, verso le 4:00, sono stati rimpatriati a sorpresa diversi detenuti di origini tunisine del CRP di Gradisca, ritenuti parte della rivolta terminata poche ore prima e almeno uno di loro con la scusa di essere portato in prigione. Altri tre sono stati effettivamente portati in prigione. Nessuno ha più notizie di tutti loro da quella sera, ci dicono che i cellulari delle persone rimpatriate sono ad oggi irraggiungibili e non si ha alcuna notizia di loro.

PESTAGGI E FERITI NEL CPR DI GRADISCA – notte 14/08

Questa sera alcuni detenuti raccontano che ci sono stati degli incendi a seguito del pestaggio di alcuni altri detenuti nella zona rossa. Il fuoco, nel CPR di Gradisca, ci raccontano che c’è ogni sera! Ogni sera, a seguito di una giornata di pesanti soprusi, nel CPR di Gradisca avvengono piccole rivolte. Ma oggi la repressione sembra essere stata più violenta ed i fuochi un po’ più grandi: nel video che alleghiamo si vede un ragazzo che uscendo un po’ dalla cella viene preso di mira da due forze dell’ordine una in seguito all’altra, una volta rientrato in cella ci rimane insanguinato e richiedendo il suo zainetto. Condividiamo anche le foto di un altro detenuto a terra con la bava alla bocca. Per tutelare la sua identità non metteremo i video da cui sono stati estratte queste immagini, ma questa persona sembra avere urgente bisogno d’aiuto. Non sappiamo né come stia ora né dove sia! Chiunque possa faccia qualcosa!

Sappiamo che è possibile che abbiano ritirato i cellulari ad alcuni detenuti. Alle 2 la situazione sembrava essere più calma ma fino a dopo la mezzanotte non sembrava essere finita. Stavano venendo tagliate delle inferriate con una flex e pompieri e f.d.o. sono entrate in alcune stanze. I media locali, per l’ennesima volta, hanno prontamente diffuso una narrazione della vicenda parziale che, in questo caso, vedeva come vittima un carabiniere e come carnefici i detenuti.

Senza il coraggio dei detenuti che, rischiando la loro incolumità, diffondono le notizie con l’esterno, non sapremmo mai le atrocità quotidiane del lager, e la storia dei CPR la scriverebbero solo le loro guardie.

I CPR sono luoghi di morte e oppressione anche quando non ci muore nessuno, ma a Gradisca sono già morte due persone. Oggi è passato un mese dalla morte di Orgest Turia. La violenza nei CPR è costante, ad un trattenimento ingiusto e al terrore di essere deportati, si aggiungono costanti soprusi (secondo quanto ci raccontano nel CPR di Gradisca il cibo viene passato sotto le sbarre, le persone sono costrette tutto il giorno in gabbie, non vengono forniti cambi vestiti o lenzuola, l’attenzione medica è scadente e difficilmente accessibile, il cibo causa problemi intestinali e molto altro).

Negli ultimi giorni sembra siano state trasportate nel CPR, direttamente da Lampedusa, diverse persone appena arrivate.

I CPR sono dei lager letali. Che i muri dei cpr possano cadere e tutti i detenuti siano liberati!

AGGIORNAMENTO 15/08 MATTINA: Verso le 4 di notte sembra siano entrati in CPR ad arrestare almeno un detenuto tra i testimoni dei pestaggi avvenuti ieri notte in un’area dell’ala rossa. La situazione ci sembra strana: La maggior parte dei detenuti sostiene che la rivolta di ieri fosse come quelle che accadono molto spesso.

(Attenzione : video ed immagini con contenuti forti)

 

Trasferimento ora

In questo momento stanno venendo trasferite 15 persone dal CPR di Gradisca, tra cui c’è H., il ragazzo testimone degli orrori di Piacenza.

Si tratta di 13 persone dal Marocco e 2 dall’Algeria, alle quali stanno dicendo che le stanno portando al CPR di Ponte Galeria (Roma),  cosa che loro non sanno se sia vera o meno. Alcuni dicono che se arriveranno nel CPR di Ponte Galeria gli verranno poi tolti i telefoni.

Colombia, violenta repressione delle comunità indigene per conto delle multinazionali

Da Dinamo press

Ieri violenta repressione contro il Movimento di Liberazione della Madre Terra nelle terre indigene del popolo Nasa nel Cauca. La polizia e l’esercito sono entrati nei territori liberati assieme alle guardie private dell’impresa Asocaña ed hanno assassinato a colpi di armi da fuoco Jhoel Rivera, comunero del movimento indigeno e Abelardo Lis, giornalista indipendente di Radio Payumat Nación Nasa, colpito mentre faceva le riprese per denunciare la repressione in corso, causando diversi altri feriti.
I territori indigeni del Resguardo Páez de Corinto sono stati recuperati nel 2014 dalle comunità Nasa, in lotta per recuperare le terre ancestrali usurpate da imprese multinazionali e colombiane legate alle monoculture della canna da zucchero. Ieri, scortati dall’esercito, i trattori delle imprese hanno distrutto le coltivazioni delle comunità indigene mentre i militari sparavano sulle comunità in resistenza. L’Organizzazione Nazionale degli Indigeni della Colombia ha denunciato le gravi responsabilità politiche del governo Duque e la sistematica violazione dei diritti umani e dell’accesso alle terre riconosciute dalla Costituzione come terre ancestrali. Recuperare il proprio territorio, in un paese tra i più diseguali al mondo per l’accesso alla terra e devastato dalla violenza, è una delle principali rivendicazioni dei tanti popoli indigeni in Colombia e in tutta l’America Latina. La violenza continua a colpire nel paese, dove secondo il Centro Studi per la Pace Indepaz dalla firma degli accordi di pace nel 2016 fino al 15 luglio del 2020, sono 971 i leader sociali assassinati in Colombia, mentre sono 218 gli ex guerriglieri assassinati dopo aver lasciato le armi. Per quanto riguarda il primo semestre di quest’anno, sono ben 166 leader sociali e 36 ex combattenti a essere stati uccisi, con un incremento pesante durante il periodo di isolamento obbligatorio e di quarantena ancora in vigore nel paese.

Ancora repressione in Turchia – Fermiamo lo stato fascista turco!! Viva la solidarietà internazionale!!

Gli avvocati del popolo hanno comunicato che l’insegnante Acun Karadag, Nazan Bozkurt e Gulnaz Bozkurt sono state arrestate. In un comunicato del #CHD ,#AvvocatidelPopolo si dice che la polizia di Ankara avrebbe fatto un irruzione stamattina presso a casa loro e avrebbe perquisito le loro abitazione e le avrebbe portata in stazione di polizia ad Ankara. Dopo #Nuriye due giorni fa e stamattina altre licenziati, insegnanti e docenti.. Il fascismo non si ferma, hanno vietato il concerto di #grupyorum e hanno arrestato decine di sostenitori di grup yorum e anche Nuriye Gülmen, e stamattina #AcunKaradag, #NazanBozkurt e #GülnazBozkurt.

Gli aggiornamenti sugli arresti di stamattina; l’ufficio degli avvocati #CHD #avvocatiDelPopolo trasmette che anche le persone sotto indicate sono state arrestate insieme con Acun,

Nazan Bozkurt

,

Gulnaz Bozkurt
inoltre la casa di #AlevSahin è stata perquisita, nel momento della perquisizione, Alev non si trovava a casa. é evidente che anche lei verrà arrestata….
Libertà per gli arrestati!!
La resistenza di #Yuksel non si fermerà!!
Fermiamo lo stato fascista turco!!
Viva la solidarietà internazionale!!
La resistenza a #Yuksel è il nostro onore!!

Parla Denis, il ragazzo preso al collo da un poliziotto: “Ho avuto paura, non respiravo”

Lunedì pomeriggio a Vicenza, un ragazzo, Denis, 21 anni di origini cubane, è stato immobilizzato con una presa al collo da parte di un agente di polizia. Il video dell’intervento, girato da Paolo, un amico di Denis, mostra i momenti concitati in cui l’agente afferra con una presa al collo il 21enne.
Secondo la ricostruzione dei ragazzi, gli amici camminavano fuori da un supermercato quando ci sarebbe stata una rissa tra due uomini, senza alcun legame con loro.
Uno dei poliziotti intervenuti per sedare la rissa si sarebbe poi avvicinato a Denis e ai suoi amici che nel mentre scherzavano e ridevano – “per cose nostre” assicurano a Fanpage Paolo e Denis.
Così, raccontano i due amici, prima di chiedere i documenti a Denis il poliziotto lo avrebbe strattonato e alla richiesta dei documenti l’ha poi afferrato al collo.
Denis è stato arrestato – arresto convalidato mercoledì 12 – e sarà processato il 18 settembre per resistenza a pubblico ufficiale

Da fanpage