Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Colombia – Continuano gli assassini degli attivisti ambientalisti

spagnolo facilmente leggibile

Brasile: Dopo 60 ore di resistenza, viene sgombrato con violenza un accampamento del MST

Case e coltivazioni agroecologiche di più di 20 anni sono state distrutte dalla polizia.

Lu Sudré

La presa di possesso dell’area dell’Accampamento Quilombo Campo Grande, nel Minas Gerais, sudest del Brasile, si è concretizzata questo giovedì (14) dopo la violenta azione della Polizia Militare dello stato contro le famiglie che hanno resistito per quasi 60 ore allo sgombero.

All’inizio di questo pomeriggio, la polizia ha sparato gas lacrimogeni contro gli abitanti dell’accampamento. Secondo il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST), le case e le coltivazioni sono state distrutte poche ore dopo. Anche la Scuola Popolare Eduardo Galeano, dove venivano alfabetizzati bambini, giovani ed adulti, era stata distrutta il giorno precedente.

La conclusione dello sgombero ha avuto luogo dopo tre giorni di resistenza dei senza terra, che da 22 anni occupano il luogo. Circa 450 famiglie vivevano nell’area del fallito zuccherificio Ariadnópolis, che chiuse le sue attività nel 1996.

Dopo l’occupazione e la rivitalizzazione delle terre nel 1996, gli agricoltori affrontano una incessante disputa con i padroni della Compagnia proprietaria del fallito zuccherificio, che rivendicano il possesso del territorio recuperato da due decenni dai senza terra.

Con un’ampia produzione agroecologica, le famiglie sono produttrici del riconosciuto Caffè Guaí e sono anche responsabili di altre coltivazioni come mais, fagioli, miele, verdure, e di galline, bestiame e latte.

Secondo il MST, solo nell’ultimo anno le famiglie hanno prodotto 8,5 mila sacchi di caffè e 1.100 ettari di coltivazioni, con più di 150 specie coltivate senza l’uso di pesticidi.

I membri dell’accampamento raccontano che le forze di polizia hanno lanciato gas lacrimogeni e hanno fatto avanzare gli agenti antisommossa contro più di 450 famiglie.

La polizia ha incominciato la presa di possesso dell’area mercoledì mattina (12), questo venerdì (14) l’azione giunge al suo terzo giorno. Brasil de Fato indaga i dettagli circa la repressione. La Segreteria della Sicurezza Pubblica del Minas Gerais e la Polizia Militare sono stati messi in discussione per l’azione attraverso i loro rispettivi consiglieri stampa.

“È molto esasperante. C’è molta gente che piange, che cade al suolo. E passano sopra la gente. Ci sono molte persone ferite, bambini scomparsi”, racconta una delle abitanti dell’accampamento.

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Le famiglie occupano l’area del fallito zuccherificio Ariadnópolis, che chiuse le sue attività nel 1996, più di 20 anni fa, e sono di riferimento nella produzione del caffè agroecologico. Le donne denunciano la negligenza del governatore Romeu Zema, del Partito Nuovo, che non ha sospeso lo sgombero durante la pandemia del nuovo coronavirus.

I contadini denunciano anche che la presa di possesso è illegale. Esther Hoffman, del coordinamento nazionale del MST, spiega che le famiglie avevano già liberato l’area prevista in una decisione giudiziaria del Tribunale di Giustizia del Minas Gerais, favorevole al proprietario del fallito zuccherificio.

Secondo il membro dell’accampamento Silvio Netto, negli ultimi giorni c’è localmente un forte apparato di polizia. Lui afferma che oltre alla presenza della polizia antisommossa, un elicottero vola basso, per intimidire i senza terra, sopra il locale dove le famiglie si riuniscono.

“Chiediamo che il governatore Zema ritiri le truppe per preservare le famiglie, affinché possano curare i loro feriti, che non sono pochi dopo tante ore di sofferenza e lotta in mezzo alla pandemia”, afferma.

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Denuncia internazionale

La campagna Sgombero Zero, organizzata dal MST insieme al Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST) del Brasile e ad altre decine di movimenti popolari, giovedì (13) ha denunciato lo sgombero di fronte all’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Nel rapporto inviato al relatore speciale dell’ONU per un’abitazione adeguata, Balakrishnan Rajagopal, denunciano la distruzione della Scuola Popolare Eduardo Galeano e lo sgombero di sei famiglie il primo giorno della presa di possesso. I movimenti sollecitavano l’immediata sospensione della restituzione della proprietà.

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Il conflitto

I membri dell’accampamento colpiti dallo sgombero vivono nell’area del fallito zuccherificio Ariadnópolis che più di 20 anni fa chiuse le sue attività nel 1996.

Secondo le denunce presentate dal MST, la truculenza poliziesca contro i membri dell’accampamento è abituale. Il 30 luglio, per esempio, più di 20 poliziotti invasero l’accampamento e arrestarono il senza terra Celso Augusto, liberato lo stesso giorno.

I contadini raccontano che gli agenti invasero le loro case portando fucili e pistole e distruggendo porte e finestre. Il MST denuncia anche che il giorno precedente allo sgombero, la polizia ha accerchiato l’accampamento con auto di pattuglia, assediando le famiglie.

*Ha collaborato Wallace Oliveira, direttamente dal Campo do Meio (MG).

14 Agosto 2020

Brasil de Fato

Da Comitato Carlos Fonseca

Erdogan assassino, Italia complice – Salvare Ebru Timttik e Aytac Unsal

Appello promosso dagli avvocati turchi 

IL NOSTRO APPELLO A TUTTE LE ORGANIZZAZIONI E FORZE PROGRESSISTE PER LA SOLIDARIETÀ CON LA RESISTENZA PER LA GIUSTIZIA E LA VITA IN TURCHIA!

Il popolo rivoluzionario e progressista in Turchia che lotta per la giustizia si trova ad affrontare un attacco dopo l’altro.

E così, ci sono resistenze anche una dopo l’altra, che costano un prezzo molto alto.

Da un anno artisti rivoluzionari, prigionieri politici e avvocati del popolo in Turchia continuano a resistere con i loro corpi per respingere il pesante attacco e i tentativi di annientamento dell’intero movimento progressista nel Paese.

Siamo ben consapevoli e cerchiamo di seguire e organizzare al meglio la solidarietà con i popoli dei diversi Paesi, che sono anche in condizioni molto repressive e affrontano un periodo speciale di attacchi.

Tuttavia, vorremmo chiedervi di alzare la voce o con una dichiarazione video o con un messaggio scritto a sostegno dei due avvocati del popolo Ebru Timtik e Aytac Ünsal, che sono in punto di morte in Turchia per difendere la giurisdizione indipendente e i processi equi. In stato di arresto insieme a 8 loro colleghi, sono in sciopero della fame da 227 giorni (Ebru Timtik) e 196 giorni (Aytac Ünsal) per ottenere giustizia per il loro caso e in generale per la loro professione e la giustizia nel Paese.

Sono in punto di morte e sono tenuti in due diversi ospedali di Istanbul contro la loro volontà. Questo dimostra che le autorità mirano ad effettuare un intervento medico forzato non appena perdono i sensi.

La polizia aveva arrestato 17 avvocati, tra cui Ebru e Aytac, nel 2017, quando hanno difeso un caso molto importante di resistenza dei lavoratori pubblici. Il governo voleva lasciare i resistenti senza avvocati, come tutte le altre persone che hanno bisogno di difesa contro l’ingiustizia del regime.

Un tribunale ha ordinato il loro rilascio nella prima udienza dopo un anno di reclusione e l’accusa è intervenuta immediatamente: la giuria è stata sostituita con un altro tribunale che è ancora in carica e continua a mettere a repentaglio la loro vita con le sue decisioni ingiuste. Quando la 37a Corte d’Assise ha ricevuto questo caso ha ordinato il riarresto di 12 di questi avvocati nel giro di 10 ore. Sono stati condannati con un totale di 159 anni di carcere per aver fatto il loro lavoro di avvocati! Uno di loro ha ricevuto una pena di più di 18 anni di carcere.

L’ingiustizia continua in questo momento. Un altro tribunale ha confermato la sentenza, gli avvocati hanno portato il caso alla Corte Suprema e hanno iniziato lo sciopero della fame.

Ebru e Aytaç hanno iniziato lo sciopero della fame rispettivamente a gennaio e febbraio, lo hanno trasformato in death fast (sciopero della fame fino alla morte) il 5 aprile (significa che moriranno di fame se la loro richiesta per un nuovo e giusto processo non sarà accettata).

Ma il governo della Turchia continua con la sua ingiustizia e vuole che muoiano. I suoi media di supporto hanno cercato di influenzare i tribunali fin dall’inizio con menzogne e notizie false su di loro.

Quando la situazione degli avvocati è diventata molto grave, un gran numero di giuristi, associazioni nazionali e globali degli avvocati hanno spinto la Corte Suprema a prendere una decisione verso un processo equo.

Ma la Corte Suprema non fa altro che perdere tempo per lasciare morire di fame gli avvocati.

A seguito di questo tergiversare, i loro avvocati hanno chiesto un esame medico che rilevasse che non possono rimanere in prigione a causa delle loro gravi condizioni di salute. Anche in questo caso è stata la 37a Corte d’Assise ad occuparsi di questa richiesta. Accettò l’esame e l’Istituto di Medicina Legale inviò persino un rapporto in cui si diceva che non erano idonei al carcere.

Ma il tribunale ha ignorato il rapporto. Ha continuato la detenzione e ha ordinato il loro immediato trasferimento in due diversi ospedali, dove sono già da un mese in una stanza di isolamento non ventilata di 12metri sotto la supervisione di decine di gendarmi e la minaccia di essere alimentati con la forza in qualsiasi momento.

I loro colleghi, le famiglie, i clienti, gli intellettuali, gli artisti, i giornalisti, i deputati chiedono il loro rilascio e che le loro richieste siano accettate immediatamente. In diverse città del Paese, le guardie sono tenute quotidianamente davanti ai tribunali e agli ospedali.

Con la loro resistenza gli avvocati del popolo hanno accettato la loro disponibilità a sacrificare la loro vita per il bene della giustizia per il popolo e per un futuro luminoso nel Paese.

Ma il governo agisce da sordo e vuole che muoiano.

Già 3 combattenti sono stati uccisi nella loro resistenza in sciopero della fame di giustizia, 2 dei quali musicisti del collettivo musicale socialista Grup Yorum – Helin Bölek e Ibrahim Gökcek – che hanno lottato contro la repressione, gli arresti arbitrari e i divieti di concerti. Mustafa Kocak, prigioniero politico, è morto di fame dopo 296 giorni per la sola richiesta di un processo equo: era stato punito con l’ergastolo senza alcuna prova, sulla base di informatori della polizia e di dichiarazioni firmate sotto tortura.

In questo momento altri due prigionieri politici oltre ai due avvocati stanno portando avanti uno sciopero della fame sino alla morte (death fast) da 180 giorni per ottenere un processo equo e per protestare contro la condizione disumana del loro regime di isolamento in prigione.

Sarebbe un grande sostegno, se si potesse inviare un breve messaggio di solidarietà e di difesa della vita dei quattro scioperanti della fame Ebru Timtik e Aytaç Ünsal (avvocati dell’Ufficio legale del Popolo) e Didem Akman e Özgür Karakaya (prigionieri politici che chiedono i loro diritti umani fondamentali).

Vi ringraziamo molto e sappiamo che la situazione in molti Paesi è grave. Tuttavia in questo caso concreto potete contribuire a mantenere in vita i nostri avvocati e prigionieri che resistono e a difendere direttamente la giustizia per il popolo.

VIVA LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE!

SE RESISTIAMO VINCEREMO!

Cari avvocati tutti, vi inviamo questo nuovo e urgente appello dei vostri colleghi in Turchia. La vostra firma è nuovamente richiesta con urgenza. Come sapete, la vita degli avvocati Ebru Timtik e Aytac Ünsal, che stanno facendo lo sciopero della fame per un processo equo e una giurisdizione indipendente, è appesa a un filo. 

Grazie per il vostro sostegno.  

Vorremmo chiedere il vostro sostegno per una chiamata che è stata designata dai nostri colleghi in Turchia e che mira a riunire, un’altra volta, i colleghi internazionali e quelli turchi. Stiamo raccogliendo le firme per l’appello allegato. Si tratta di una brevissima dichiarazione che chiede alle autorità turche di rilasciare nuovamente Ebru e Aytaç in attesa di processo, e di far sapere a Ebru e Aytac che noi, come loro colleghi, abbiamo bisogno di loro nella nostra lotta per lo stato di diritto e la protezione dei diritti dei nostri clienti a un processo equo.

Questo invito è aperto alle firme dei singoli avvocati. Se volete firmare, seguite il link sottostante e scrivete il vostro nome e cognome, è molto rapido e semplice farlo.

Il link è il seguente: https://forms.gle/Dj9yxrdRQTExhvoy6

L’avvocato Ebru Timtik e l’avvocato Aytaç Ünsal hanno iniziato uno sciopero della fame il 5 febbraio e hanno trasformato il loro sciopero in death fast il 5 aprile. Siamo preoccupati per la loro salute. Come è noto 18 «avvocati del popolo» in Turchia sono in carcere dal 2017 e sono stati condannati a 159 anni di carcere con tutte le falle procedurali dei vari casi e violando il loro diritto alla difesa. I giudici che all’inizio avevano emesso il verdetto di scarcerazione furono rimossi dall’incarico e dopo poche ore sono arrivati nuovi ordini di arresto per tutti gli avvocati rilasciati. Con il loro sciopero della fame chiedono una giurisdizione indipendente dalla politica e rivendicano il diritto a un processo equo.
Una petizione è stata lanciata per supportare le loro richieste. Per firmarla, scrivere una mail – indicando nome, lavoro e località – a savunmayaozgurluk@gmail.com
Per altre informazioni: comitatosolidalegrupyorum@gmail.com

da La Bottega del Barbieri

Rivolta a Rebibbia, 55 detenuti rischiano il processo per aver lottato per la salute propria e quella dei loro cari. A quando il processo per le morti e i pestaggi nelle carceri?

Rivolta a Rebibbia per paura del contagio, 55 detenuti rischiano il processo per fatti del 9 marzo

Terminate le indagini sulla rivolta scoppiata all’interno del carcere romano di Rebibbia. Sono 55 i detenuti che rischiano di finire sotto processo per i disordini scoppiati dopo le misure disposte dal governo per contenere la diffusione della pandemia da coronavirus.

Cinquantacinque detenuti rischiano il processo per i fatti avvenuti all’interno del carcere romano di Rebibbia lo scorso 9 marzo. Le indagini sulla rivolta scoppiata dentro l’istituto penitenziario sono state condotte dai pm Eugenio Albamonte e Francesco Cascini e sono terminate in queste ore. I reati contestati sono quelli di devastazione, saccheggio, incendio, danneggiamento, rapina e sequestro di persona. I responsabili sono stati individuati grazie alle immagini registrate dalle telecamere di sicurezza.

La protesta è scoppiata il 9 marzo: la rabbia è esplosa in seguito al decreto del governo con il quale venivano sospese le visite dei parenti in carcere. I detenuti, inoltre, hanno chiesto misure per tutelare la loro salute, temendo che la pandemia da coronavirus si propagasse anche all’interno degli istituti penitenziari italiani. “Dentro si trovano molti malati. La polizia penitenziaria ha i guanti e le mascherine mentre noi e i nostri cari niente. Dove sta Bonafede? Dove sta il Governo?”, le ragioni dei detenuti.

Da Fanpage

Ferragosto nel CPR di Ponte Galeria

Nell’ultimo mese le proteste all’interno del centro di detenzione sembrano essere numerose, con diversi tentativi di fuga e un incendio avvenuto il 17 luglio. Al momento nel CPR sono reclusi 43 uomini e 9 donne.

4 giorni fa , sei uomini reclusi nel CPR di Ponte Galeria hanno provato a riconquistare la libertà fuggendo dai condotti dell’aria condizionata per raggiungere il tetto e scalare le mura. Solo una persona è riuscita a scappare mentre le altre 5 sono state fermate.

Per evitare altre fughe e incendi, probabilmente le condotte dell’aria sono state chiuse e i materassi sono stati tolti dalle brande. Fatto sta che oggi ci arrivano queste videodenunce da parte dei reclusi, costretti a dormire all’aperto per terra o sui tavoli e le panchine dove normalmente mangiano. Ma diamo la parola alle immagini girate tra venerdì 14 agosto e sabato 15 agosto 2020, nel centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria a Roma

Le videodenunce dei reclusi:

https://youtu.be/FtscZb_s4ic

 

Per un’assemblea nazionale contro carcere e repressione – Appello/proposta del srp L’Aquila

A fronte della crisi economico/pandemica, frutto del modo di produzione capitalista nella fase imperialista, il governo sfrutta le lezioni dell’emergenza per imporre le leggi e gli interessi dei padroni ed affinare le armi della repressione a tutti i livelli.

La Fase 2 per padroni e stato si è svolta all’insegna di leggi e provvedimenti liberticidi. Ai vari decreti e pacchetti sicurezza si sono aggiunte misure emergenziali, sanzioni e controllo sociale sempre più capillare, per impedire le lotte sociali e indebolire i movimenti di opposizione politica anticapitalista, antifascista, antirazzista e antimperialista.

Il cuore della repressione padronale e di Stato è stato l’attacco preventivo al diritto di sciopero in occasione della giornata internazionale delle donne in un quadro in cui, cancellare ogni forma di libertà di espressione, di manifestazione sindacale e politica, è stato gioco facile anche attraverso la militarizzazione di ogni aspetto della vita sociale.

Il diritto alla salute è stato usato dal governo durante il lockdown per garantire la sicurezza dei padroni, perché primario deve essere solo “lavorare per produrre profitto”. Quel profitto al quale sacrificare la sicurezza e la salute delle popolazioni e dei territori; la libertà di chi lotta contro le devastazioni, a quella dei mercati.

Ogni manifestazione di dissenso viene punita, sia attraverso multe comminate a proletari, sia con divieti assurdi, denunce, aggressioni, misure “cautelari”, arresto e carcere per punire la solidarietà proletaria, la solidarietà con le lotte dei migranti, per una vita dignitosa, contro i CPR, con le lotte di detenuti e detenute.

E nelle carceri, dove dal 8 marzo è esploso il conflitto, la repressione di stato ha causato il massacro di almeno 14 persone, torture, pestaggi, riduzione alla fame, umiliazioni, trasferimenti punitivi e ulteriore aggravamento delle già tragiche condizioni sanitarie e di sovraffollamento, che hanno favorito il diffondersi dell’epidemia nel silenzio più totale.

Dal rapporto di Antigone emerge che fino al 7 luglio sono stati 287 i detenuti contagiati da coronavirus, 4 i detenuti morti per Covid19, 34 quelli suicidati dallo stato.

Invece di svuotare le carceri e ridurre i rischi di altri focolai, queste vengono ulteriormente blindate, così come anche l’impunità della polizia penitenziaria, il cui reparto mobile, il famigerato GOM, ha oggi acquisito completa autonomia nella gestione del 41 bis, dove, lo ricordiamo, sono ancora rinchiusi in totale isolamento 3 prigionieri rivoluzionari.

Nei centri di detenzione per migranti, al terrore di essere deportati si aggiunge il trattenimento coatto in condizioni igienico-sanitarie atroci. Il distanziamento sociale usato all’esterno per contenere la pandemia qui non esiste, le persone sono ammassate a decine tutto il giorno in gabbia. Il cibo scadente e le carenze igieniche strutturali causano problemi sanitari di varia natura e l’accesso alle cure mediche è praticamente impossibile, grazie ai vari pacchetti sicurezza. Qui, dove il razzismo istituzionale ha edificato i moderni lager, la gestione delle persone detenute è affidata a privati, consentendo a questi ultimi grandi profitti e infliggendo ai nostri fratelli e sorelle migranti gravissime perdite. Notizie di pestaggi, violenze, angherie, morti e continui atti di autolesionismo, ma anche di rivolte, trapelano spesso da quelle gabbie, ma senza il coraggio dei detenuti che a rischio della propria incolumità riescono a diffonderle all’esterno, non se ne sarebbe mai parlato.

Ma parlare non basta. Da tempo associazioni per i diritti umani e operatori legali denunciano l’inumanità di questi luoghi, ma la linea, anche di questo governo è di crearne di nuovi.

E’ chiaro che denunciare e lottare contro ogni violazione dei diritti umani, contro ogni violenza poliziesca, repressione, sopruso è necessario e basilare, così come è fondamentale smascherare la natura anti-insurrezionale, funzionale al capitale, di tutto l’apparato repressivo e del sistema detentivo.

Ma il vero vaccino alla pandemia di repressione, che attacca a 360° la libertà e dignità di tutte e tutti, lavoratrici e lavoratori, immigrat*, proletar*, detenut*, ribelli, è l’organizzazione solidale e internazionale di tutti i proletari e proletarie in lotta contro la repressione.

Occorre unire le forze e le energie, rafforzare e allargare la rete di informazione e solidarietà esistente, costruire un nuovo strumento unitario, organizzato e di massa, in grado di coordinare, sviluppare e amplificare le lotte per contrastare a 360° l’attacco repressivo dello stato.

A questo scopo proponiamo a tutte e tutti di costruire un’assemblea nazionale contro la repressione con presenza diretta, da preparare con una riunione il 26 settembre – luogo da destinarsi – che ne fissi il percorso di lotta e la data.

Vi chiediamo di esprimervi su questo circa la vostra disponibilità, motivando con pareri, informazioni e altre proposte la vostra risposta a questo appello, scrivendo a sommosprol@gmail.com / srp@inventati.org (3287223675 per messaggistica diretta)

In attesa esprimiamo solidarietà a chi è stato/a colpito/a dalla repressione e ci auguriamo di compiere insieme questo primo passo verso un fronte unito contro la repressione e il sistema carcerario.

19/08/2020

Soccorso rosso proletario – L’Aquila

Sgomberato a Padova il il Bios Lab, presidio di mutualismo e solidarietà

Padova è stato sgomberato lo spazio autogestito Bios Lab che in questi anni  che aveva ridato vitalità ad una palazzina abbandonata dall’Inps.

In primo luogo la nostra solidarietà allo spazio sociale. Nel denunciare l’azione repressiva che colpisce uno spazio di solidarietà, mutualismo e autorganizzazione nella città di Padova, pubblichiamo il comunicato delle Camere del Lavoro Autonomo e Precario – CLAP Padova, che proprio all’interno degli spazi del Bios Lab aveva la sua sede, e il comunicato del Bios Lab dopo lo sgombero.

Questa mattina all’alba a Padova la Polizia ha sgomberato i locali del BiosLab, di proprietà dell’INPS, devastando in modo criminale le vetrate e gli impianti interni e murando gli accessi agli spazi.
Fin dal 2016, tra le numerose attività, trovavano spazio le Camere del Lavoro Autonomo e Precario, animando il civico 7 di via Brigata Padova e offrendo consulenza e assistenza legale a precari/e e lavoratori/trici in condizioni di forte vulnerabilità e sfruttamento.

Il lavoro di intervento sindacale è sempre stato accompagnato da un impegno orientato alla costruzione di spazi di auto-organizzazione del lavoro sfruttato, così da ritrovare elementi di unità e confronto tra lavoratori/trici capaci di rompere la trappola della ricattabilità del lavoro precario.

La gravità e l’irresponsabilità di questo sgombero è resa ancora più evidente da questa nuova fase di crisi economica e sociale, che sta colpendo in modo sempre più violento quanti e quante vivevano già situazioni di incertezza lavorativa e discontinuità di reddito.  Non ci faremo certo intimidire da questa operazione di polizia e daremo continuità alla nostra iniziativa di auto-organizzazione e tutela dei diritti, costruendo anticorpi che ci proteggano da abusi polizieschi e repressione, per rispondere agli effetti di una crisi economica e sociale senza precedenti.

Comunicato del Bios Lab:

Un risveglio amaro per la città, pregno di rabbia, amarezza e sconcerto.  Questa mattina all’alba il il Bioslab, uno spazio strappato dalle mani dell’INPS, occupato da corpi, idee e progetti e restituito alla città, è stato vigliaccamente sgomberato dalla Questura di Padova.

Non è questo il momento di spendere troppe parole, talvolta i fatti parlano da sé nella loro nuda e cruda violenza, una violenza che ci tocca nell’intimo, che ci sconvolge, che però, come sempre, ci vedrà ripartire senza tregua, perché non è con uno sgombero che si può estirpare la nostra ostinazione alla libertà e all’autodeterminazione.

Denunciamo questa infame decisione della Questura e dell’INPS, colpevoli di aver aggredito il quartiere e la città, di aver riportato abbandono e degrado laddove sorgevano ogni giorno vita e desideri. Ringraziando Coalizione Civica per la tempestiva solidarietà, speriamo che nei prossimi giorni tutte le realtà della città prendano una posizione chiara rispetto all’accaduto e che ribadiscano, se intendono farlo nei fatti concreti, di aderire ancora all’idea di Padova come città libera e solidale e non della violenza, della chiusura e della repressione.

Gli spazi del Bios rappresentano da molti anni una ricchezza per la città, un valore aggiunto culturale e politico, un patrimonio prezioso di esperienze autorganizzate, il “visàvis” lo sportello gratuito di supporto legale per richiedenti asilo è soltanto una delle molte esperienze di supporto e mutualismo attivate recentemente nei nostri spazi.

Questi erano laboratori di idee e contaminazioni, fucine sempre attive di produzione e riproduzione di lotte e rivendicazioni, riferimenti cittadini per molteplici battaglie contro sfruttamento, sessismo e razzismo. Erano snodi di elaborazione di ricerche e studi critici sui processi che hanno toccato e spesso stravolto le nostre città, erano baluardi contro ogni populismo, sovranismo e paternalismo razzista e sessista, luoghi e tempi di una socializzazione libera e ribelle, sguardi critici sul presente e proiezioni desideranti sul futuro da immaginare e costruire.

Abbracciamo e ringraziamo tutte le persone che hanno attraversato il Bioslab, che hanno contribuito alla sua vita politica, artistica e culturale, che lo hanno sostenuto e appoggiato, e lanciamo per settembre un grande appuntamento per ritrovarci, condividere vecchie e nuove idee e ricominciare a cospirare insieme in nuovi spazi e nuovi tempi di ribellione e costruzione di vita “comune”.

da DINAMOPress