Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Covid nelle carceri, situazione esplosiva e sciopero della fame a Busto Arsizio. Una petizione on line da diffondere

Un centinaio di detenuti del carcere bustocco ha iniziato una protesta con sciopero della fame per chiedere misure alternative e più telefonate con i parenti

La situazione nel carcere di Busto Arsizio sta emergendo in tutta la sua drammaticità. In alcune celle della struttura di via per Cassano Magnago è iniziato uno sciopero della fame da parte di un gruppo di detenuti che, tramite i loro legali, hanno fatto avere alle testate giornalistiche un testo che racconta il grande disagio che si sta vivendo nelle anguste celle delle realtà penitenziarie come quella di Busto Arsizio che già da anni soffre una situazione di sovraffollamento.

I detenuti chiedono la valutazione e l’accelerazione delle decisioni sulle misure alternative al carcere, colloqui telefoni giornalieri con i parenti, scarcerazioni anticipate dove possibile e risoluzione dei problemi di chi ha figli minori a carico.

Il quadro è il seguente: 174 detenuti contagiati, accolti in gran parte nei Covid hub di San Vittore e Bollate, 11 ricoverati e 142 operatori in quarantena fiduciaria per positività o contatti con persone risultate positive.

Qui una petizione da condividere e sottoscrivere:

Il diritto alla salute è di tutti, nessuno escluso.

Fin dall’inizio della pandemia avevamo già rivolto alle SS. VV. un appello affinché venissero adottati provvedimenti straordinari per la popolazione detenuta che la mettesse al riparo dal rischio contagio e diffusione del virus, consapevoli sia dei limiti della sanità penitenziaria -già in condizioni di normalità-, sia del sovraffollamento cronico che impedisce, di fatto, il distanziamento sociale che la trasmissibilità del Covid 19 impone quale misura primaria di prevenzione.

Nell’appello facevamo riferimento soprattutto a quella parte di popolazione detenuta maggiormente vulnerabile se esposta a contatti con soggetti contagiati: anziani e ammalati; d’altra parte, le linee guida elaborate dall’OMS e dal Centro di prevenzione e controllo delle malattie europeo, e le raccomandazioni del CPT sulla gestione dell’emergenza Covid per le persone detenute e internate, sono chiarissime e sottolineano la preminenza del diritto alla salute di ognuno senza distinzioni di sorta.

Preminenza sancita dalla nostra Costituzione all’art. 32 che, ricordiamo, è l’unico diritto qualificato quale fondamentale, e finanche dal Codice Penale del 1930 agli articoli 146 e 147 che determinano la recessione della potestà punitiva dello Stato a fronte del diritto alla salute, ed è azione obbligatoria nei casi individuati ai sensi dell’art. 146.

Sottolineiamo che lo Stato italiano è obbligato ad attenersi alle raccomandazioni elaborate dagli organismi internazionali ai sensi dell’art. 117 della Costituzione.

Alle indicazioni fornite dagli esperti della realtà penitenziaria sin dalla fine di febbraio (sindacati di polizia penitenziaria, garanti, operatori del diritto e della giustizia, associazioni), ovvero ridurre sensibilmente il sovraffollamento e sostituire la misura detentiva con la detenzione domiciliare o ospedaliera per tutti i soggetti portatori di determinate patologie – sì da poter gestire l’eventuale, e purtroppo verificatasi, emergenza-, questo governo, e questo parlamento, hanno preferito seguire le sirene del populismo penale agitato da alcuni media a scapito dello Stato di diritto e della salute della comunità penitenziaria che oggi, purtroppo, conta oltre 1300 persone contagiate tra detenuti e operatori, con un trend in crescita costante che sta colpendo indistintamente la popolazione detenuta finanche nelle sezioni di 41bis che qualcuno, pretestuosamente, aveva dichiarato immuni da possibili contagi.

I numeri e la velocità con cui si sta diffondendo il virus nelle carceri non possono essere né sottovalutati né subordinati al titolo del reato, trattandosi del diritto alla salute che la nostra Costituzione e le leggi primarie tutelano sopra ogni altro diritto indistintamente per ciascun cittadino; diversamente si andrebbe a configurare la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cosa per la quale più volte l’Italia è già stata condannata.

Gli istituti di legge per evitare che la situazione degeneri ulteriormente sono già in essere, basta applicarli (senza temere di dover rispondere alle pretestuose campagne portate avanti dai media) rispondendo all’emergenza sanitaria con gli strumenti necessari.

Vista la drammatica emergenza sanitaria che sta colpendo la popolazione tutta riteniamo che le misure di prevenzione adottate rispetto alla popolazione detenuta siano assolutamente inadeguate a fronteggiare una situazione che sta mettendo a rischio l’intera comunità penitenziaria. Va tenuto conto che il 50% circa della popolazione detenuta ha una età compresa tra i 40 e gli 80 anni, oltre il 70% presenta almeno una malattia cronica e il sistema immunitario compromesso. È del tutto evidente che la diffusione del virus all’interno delle carceri rischia di assumere dimensioni catastrofiche. Abbiamo visto che limitare o proibire i colloqui familiari, l’accesso dei volontari e i permessi di uscita non ha messo al riparo dalla diffusione dei contagi. Quello che si è creato, e che va crescendo di ora in ora, è un clima di paura e insicurezza nella popolazione detenuta, fra i familiari e il personale penitenziario che comunque è obbligato a garantire il servizio.

Gli istituti penitenziari sono a tutti gli effetti luoghi pubblici, sovraffollati e promiscui, con un via vai continuo di personale e fornitori che sta scatenando una vera epidemia. Pertanto non bisogna dimenticare che la popolazione detenuta, al pari del resto della popolazione, è tutelata dalla Costituzione e dalle carte internazionali dei diritti umani.

Chiediamo che si intervenga con un provvedimento immediato di sospensione della pena per tutte le persone detenute ammalate ed anziane ai sensi degli articoli di legge; chiediamo che il Parlamento vari urgentemente un’amnistia per la rimanente popolazione detenuta, per poi iniziare a pensare un sistema di pene che non calpesti la dignità umana ma dia senso e sostanza a quell’art. 27 della Costituzione troppo spesso dimenticato e calpestato.

http://www.osservatoriorepressione.info/appello-2/?fbclid=IwAR2hlAmmWK4s5LHsbIpTStb215ATQsffpCssS2HVSXMPrlKHrgR1PEkwraE

16 novembre 2020

continua la repressione contro i compagni e le compagne del TKP/ML in Germania

Anche dopo il verdetto di luglio contro i dieci rivoluzionari accusati 
di appartenenza al TKP / ML,lo stato tedesco continua la sua repressione 
in modo apertamente arbitrario e  anticomunista
 Contro il Dr. Sinan Aydin, che vive e  e lavora in Germania dal 2012, 
e il Dr. Dilay Banu Büyükavcı, 
 attiva in Germania come psichiatra dal 2004,contro cui 
è stato avviato a un procedimento di espulsione a Norimberga 

un appello per i prigionieri politici sarahoui detenuti e torturati in marocco

Carta aberta dirixida á Comunidade Internacional a propósito dos presos políticos saharauis do grupo de Gdeim Izik, no cadro da inminente revisión do seu caso e ante a crise humanitaria causada pola COVID-19.

 

 

 

Pasaron máis de dez anos desde a detención e encarceramento ilegal dos 25 activistas saharauis do acampamento de protesto pacífico de Gdeim Izik, nos arredores do Aaiún, Sáhara Occidental. O exército ocupante marroquino someteu a control e ataque o acampamento até desmontar violentamente o 8 de novembro de 2010.

Como consecuencia daquelas accións a poboación saharaui foi vítima de graves violacións de dereitos humanos. As forzas de ocupación marroquinas declararon 11 baixas entre as súas fileiras, baixas que a día de hoxe non puideron ser probadas, non existe exame médico forense e non constan os seus certificados de defunción.

Os activistas saharauis, hoxe en prisión por aqueles feitos, foron sometidos a diferentes procedementos xudiciais, inclusivamente militares, en Marruecos. O último terminou co ditado dunha sentenza en xullo de 2017, que reiterou as altas condenas de cárcere que van desde os 20 anos de cárcere até a prisón perpetua. Na actualidade, 19 deles permanecen recluídos en prisións marroquinas distantes entre 500 e 1.200 quilómetros do Aaiún, cidade de onde son a maioría deles e onde viven as súas familias.*1

Hai que lembrar que diferentes instancias internacionais denunciaron a falta de garantías á que foron sometidos os acusados. Entre outros, o Comité contra a Tortura das Nacións Unidas, que despois de avaliar a súa situación emitiu unha decisión en que acusa Marrocos de violar varios artigos da Convención de Nacións Unidas contra a Tortura durante o proceso de interrogatorio dos acusados.

Estes procedementos xudiciais son ilegais ao carecer de competencia Marrocos por referirse a feitos e situacións cometidas fóra do seu territorio, o proceso é unha vulneración flagrante do Dereito Internacional e do consagrado dereito a tutela xudiciaria efectiva.

Na vista no Tribunal Ordinario de Apelación non existiu proba de cargo, as condenas estaban baseadas nun video aéreo en que nin sequer se recoñece os hoxe condenados, nin sequer é posíbel verificar o lugar da grabación, e nas confesións obtidas sob torturas, torturas que denunciaron desde o momento en que tiveron acceso a un avogado, polo que esas declaracións terían de ser declaradas nulas, conforme ao dereito internacional, mesmo conforme ao dereito interno marroquino. Non foron practicadas probas dactiloscópicas, nin exame de ADN, nin tan sequer se informou de onde foron encontrados os procesados, sendo preciso destacar que un deles foi detido no Aaiún o día antes do desmantelamento do acampamento e apesar diso, acusado de feitos acontecidos no día seguinte. Outra suma de razóns para a ilegalidade do proceso.

As autoridades marroquinas, conscientes da ilegalidade do proceso, puxeron empecillos á presenza de observadores internacionais; mesmo deportaron algúns dos observadores internacionais que se deslocaron para acudir ao xulgamento, o que acredita a falta de garantías e obscurantismo que rodeu todo o proceso.

Numerosas resolucións institucionais deploraron esta condena e como exemplo a resolución da XXIV Conferencia dos lntergrupos parlamentares “Paz e liberdade no Sáhara Occidental”; que representa os Parlamentos Autonómicos do Estado Español, dos días 14 e 15 de febreiro de 2020, reunida na sede do Parlamento de Cantabria, en que acordaron “transmitimos o noso afecto e solidariedade aos presos de Gdeim Izik que recibiron inxustas condenas nun proceso ilegal e sen garantías e esiximos a súa inmediata liberación e acompañamos ás súas familias na súa loita pola xustiza e a súa liberdade”. 2

Amnistía Internacional no seu relatorio “2017/2018, A situación dos DDHH no mundo”, inclúe este caso e cualifícao de inxusto.  Refire que “o tribunal civil non investigou debidamente as denuncias de que foran torturados sob custodia nin excluíu como proba información obtida supostamente mediante tortura”. Houbo denuncias de tortura e outros malos tratos baixo custodia policial tanto en Marrocos como no Sáhara Occidental. As autoridades xudiciarias non as investigaron debidamente nin esixiron contas aos responsabeis. As autoridades mantiveron varias persoas detidas en réxime de isolamento durante periodos prolongados, o que constitúe tortura e outros malos tratos?. 3

“No xulgamento a maioría dos acusados declararon ante o tribunal que os torturaran para conseguir que “confesasen”, se autoincriminasen ou incriminasen terceiros. “Se o tribunal realmente quixese proporcionarlles un xulgamento xusto, a estas alturas xa tería realizado unha investigación adecuada das denuncias de tortura ou excluído as probas cuestionabeis nas vistas”, declarou Heba Morayef, directora de Investigación de Amnistía Internacional para o Norte de África.

Human Rights Watch no seu relatorio “Marrocos/Sáhara Occidental Eventos de 2017” referiuse a este procedemento:

“Un novo xulgamento ante un tribunal civil de 24 saharauis acusados de participaren nas mortes de policías durante os confrontos de 2010 concluíu coa súa condena e foron pronunciadas longas sentenzas de prisión, un resultado similar ao do seu primeiro xulgamento perante un tribunal militar. O xulgamento estivo contaminado por aparentes violacións do debido proceso, como a aceptación de testemuños supostamente obtidos baixo coacción sen seren investigadas previa e adecuadamente as denuncias de tortura”. 4

A actual pandemia por Covid 19 aumenta a angustia das familias destes presos, as súas vidas corren grave perigo ao estaren expostos a situacións de vulnerabilidade extrema frente ao contaxio, lembramos que a Alta Comisionada das Nacións Unidas para os Dereitos Humanos, Michelle Bachelet, pediu reducir a poboación carceraria se for preciso para baixar os factores de risco. O Goberno marroquino adoptou medidas de liberación, con accións de graza e indulto a máis de 5000 presos, das que non se viron beneficiados os presos políticos saharauis.

O pasado día 4 de novembro, o Tribunal de Casación de Rabat, Marrocos, celebrou unha sesión en relación ao recurso de casación do caso, e ten previsto pronunciar sentenza definitiva sobre o mesmo no próximo 25 de novembro.

Por todo isto,

As entidades e persoas abaixo asinadas Manifiestamos e Solicitamos:

  • Á Súa Maxestade o Rei de Marrocos, D. Mohamed VI, a liberación dos presos saharauis do grupo Gdeim Izik que actualmente están nos cárceres marroquinos, outorgándolles a liberdade no cadro da presente crise humanitaria.
  • Ás Nacións Unidas, na persoa do seu Secretario Xeral António Guterres e da Alta Comisionada das Nacións Unidas para os Dereitos Humanos, Michelle Bachelet; á Unión Europea, na persoa do alto representante da Unión Europea para a Política Exterior, Josep Borrell; ao Goberno do Reino de España, como potencia administradora do Sáhara Occidental, que fagan seguimiento da situación dos presos políticos saharauis e esixan do Reino de Marrocos a inmediata liberación dos presos saharauis e que inicien as oportunas accións de investigación independente sobre as acusacións de tortura e pola detención ilegal da que foron vítimas.

 

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Nel carcere “Hub Covid” di Bollate il Ministero della Giustizia di Bonafede assieme alle ASST della Regione Lombardia rischiano la strage dei detenuti contagiati!

 

La lotta, le denunce e la mobilitazione devono ripartire in tutte le forme contro questa decisione infame. Servono strutture sanitarie in sicurezza, servono massicce nuove assunzioni del personale sanitario!

Più che un ‘hub covid’ quello del carcere di Bollate sembra un lazzaretto: un medico e tre infermieri per 198 posti letto

businessinsider

Un medico e tre infermieri c’erano prima della “nascita dell’Hub, un medico e tre infermieri ci sono dopo.

Chiamereste “Hub Covid” un reparto con 198 posti-letto affidati a un solo medico e a tre infermieri? Probabilmente no. Ma nell’universo delle carceri italiane, anche un reparto adibito a ospitare solamente detenuti positivi diventa automaticamente un “Hub Covid”. Pur assomigliando più a un lazzaretto di manzoniana memoria che a un padiglione di terapie intensive…
Parliamo del nuovo “Hub” aperto il 9 novembre scorso nella Casa di Reclusione di Milano Bollate. Il reparto – partito con i primi 66 posti e che nei prossimi giorni sarà ampliato fino a raggiungere una disponibilità di 198 letti su tre piani detentivi – è stato ricavato all’interno del 7° reparto, di solito occupato dai sex offenders. Scelto perché l’unico ad avere una porta con apertura elettromagnetica all’ingresso, unica minima misura di sicurezza anche in ottica sanitaria.
Ma non bisogna farsi illusioni: il 7° reparto per il resto è assolutamente identico agli altri, con gli stessi spazi angusti che portano promiscuità, certamente non concepiti per il distanziamento sanitario. L’unica differenza rispetto agli altri reparti è di avere un paio di locali adibiti ad infermeria, in modo da renderlo “autonomo” nella dispensazione delle terapie. Stop.
Nonostante ciò, l’Hub a regime dovrà ospitare tutti i detenuti positivi delle carceri lombarde, ora assistiti dai singoli istituti: secondo il Provveditore regionale all’Amministrazione penitenziaria, Pietro Buffa, oggi ci sarebbero complessivamente 156 detenuti Covid-positivi tra tutte le carceri della regione. L’associazione Antigone stima che a San Vittore, al 7 novembre 2020, fossero 82 tra malati e asintomatici; a Bollate 45; 4 a Opera, più due in regime del 41 bis.
Questi i numeri ufficiali, tuttavia sono decine (probabilmente centinaia) i reclusi che attendono di fare il tampone. Una situazione che si fa ogni giorno più pesante e quindi preoccupante, perché tutti hanno ancora fresco il ricordo delle rivolte scoppiate nelle carceri italiane del marzo scorso. E dei morti che esse causarono, sui quali si sta ancora indagando. Continua a leggere

In due settimane contagi nelle carceri +600%. Ripartono le proteste contro la negazione dei colloqui

15/11
carcere di Larino, da venerdì le persone detenute rifiutano il cibo e non rientrano nelle celle di pernottamento.
16/11
Battiture a Salerno,Poggioreale,Secondigliano, Ariano Irpino,Torino,Trento,Novara;scioperi a Larino e a Viterbo;tre detenuti sono saliti sul tetto venerdì al carcere di Santa Maria Capua Vetere.
17/11
I dati ufficiali di ieri sera: 758 fra i detenuti (distribuiti in 76 penitenziari) i casi accertati di positività al virus.

Una vita vale una vita, AMNISTIA /INDULTO SUBITO maledetti assassini!

Incremento del 600% di casi Covid nelle carceri italiane
Continua l’incremento dei contagi tra detenuti e personale nelle carceri italiane (come confermato anche dall’OSAPP, il sindacato di polizia penitenziaria) fino al 600% in due settimane. Contemporaneamente sono aumentati anche gli ingressi: 1.200 in più da fine Luglio per un totale di 54.869 persone. Molti esperti delle realtà penitenziarie da Febbraio consigliavano d iridurre sensibilmente il sovraffollamento sostituendo la misura detentiva con alternative domiciliari o ospedaliere specialmente per soggetti con patologie.
Il governo e il parlamento non hanno dato alcun peso o importanza a queste indicazioni.
La seconda ondata è arrivata ed è del tutto evidente che la diffusione del virus all’interno delle carceri rischia di assumere dimensioni catastrofiche.
Una situazione insostenibile per la popolazione carceraria, che, dopo le rivolte dei mesi primaverili, ha ripreso a farsi sentire con battiture avvenute nelle carceri di #Salerno, #Poggioreale, #Secondigliano, Ariano Irpino, #Torino, #Trento e #Novara; e scioperi tra Larino, #Viterbo e Santa Maria Capua Vetere.
La riduzione del numero delle persone in carcere, come accaduto già in altri paesi europei, è una necessità improrogabile in questi mesi così complicati.
Fuori 1mt di distanza, dentro 10 in una stanza. #Amnistia e #indulto subito!

Una vita vale una vita
Il virus è entrato con violenza nelle nostre carceri. Perfino al 41 bis, luogo di assoluto isolamento. Il sistema non ha retto. Il sovraffollamento endemico dei nostri istituti di pena li rende bombe epidemiologiche in cui è impossibile proteggersi. Destano grave preoccupazione anche le condizioni psicologiche delle persone ristrette ormai da febbraio costrette ad una situazione di sostanziale interruzione degli affetti e delle opportunità trattamentali. Le rivolte, stigmatizzate per la loro violenza e che hanno condotto in circostanze ancora non del tutto chiarite alla morte di 13 persone detenute, devono essere valutate anche quale esplosione patologica di una inevitabile disperazione. Occorrono rimedi efficaci e urgentissimi. Quelli proposti dal governo non possono risolvere, come non l’hanno fatto nella precedente ondata pandemica, un dramma crescente. Il Parlamento approvi amnistia e indulto; provvedimenti non solo clemenziali ma, da sempre, strumento dello Stato di deflazione di una giustizia al collasso per mancanza di risorse umane ed economiche. Oggi come mai risultano doverosi e non procrastinabili per evitare che nelle carceri il contagio si propaghi inarrestabile. Si stabilisca la detenzione domiciliare per tutte le pene inferiori ai due anni senza esclusione alcuna. Quando lo spirito della norma è la tutela della salute non è ammessa differenziazione tra ‘buoni’ e ‘cattivi’. Si obblighi il giudice di cognizione ad una valutazione rafforzata che contempli il carcere davvero come extrema ratio. Si renda operativa la liberazione anticipata speciale di 75 giorni anziché 45 ogni semestre già contenuta in una proposta di legge (A.C. 2650) presentata a settembre alla Camera, poi tradotta in emendamento al dl ‘Ristori 1’. Si agisca, subito, ché se uno non vale uno, una vita vale una vita.

cronache di ordinaria repressione a trento

Trento: prove di militarizzazione e di resistenza ai tempi del Conte-bis

Riceviamo dai compagni anarchici del Trentino e volentieri pubblichiamo la descrizione di un ennesimo intervento della polizia di stato contro le iniziative volte a denunciare l’azione dell’asse governo-Confindustria in questa epidemia.

A Trento per il tardo pomeriggio di venerdì 6 novembre era stato lanciato un corteo che intendeva protestare contro il coprifuoco e denunciare in strada le responsabilità di governo e Confindustria sull’impatto sociale dell’epidemia. Fin da metà pomeriggio via Verdi, dove era stata pubblicizzata la partenza del corteo, si presenta completamente
transennata e inaccessibile, nel mentre in diversi punti limitrofi al centro inizia a schierarsi la celere. Alle 18.00, orario della manifestazione, si contano complessivamente una decina di blindati distribuiti tra Piazza Duomo, Via Verdi, Piazza Santa Maria Maggiore, Piazza
della Portela: 4 schieramenti di celere in un tratto di strada lungo forse 600 metri, tra la piazzetta adiacente allo spazio anarchico El Tavan, il luogo del concentramento e la piazza centrale della città. A questo si aggiungono la presenza asfissiante della digos che da ore ronzava attorno allo spazio anarchico e consistenti posti di blocco sulle principali strade di
accesso al centro città, in cui la polizia ferma due auto e porta sei compagni in questura


.

Poco prima delle 18.00 un nutrito gruppo di compagni esce dal Tavan per raggiungere il concentramento. All’altezza di Santa Maria Maggiore, a metà strada tra la sede e Via Verdi, la celere cerca di circondare i compagni. Immediatamente ci si mette in strada, viene bloccato il traffico, si apre uno striscione (“Che la crisi la paghino i ricchi”) e con volantinaggio e interventi si spiegano ai passanti le ragioni del corteo, e la risposta, alquanto evidente, dello stato a chi, in questa fase, intende scendere in piazza, organizzarsi,
lottare. Parecchie persone si aggiungono al blocco, molte altre comprensibilmente non se la sentono di tentare di oltrepassare il cordone di celere, ma rimangono in piazza, per cui paradossalmente gli sbirri, che volevano impedire un corteo, si trovano stretti tra una cinquantina di compagni (e non solo) che bloccano la strada da un lato e una variegata
presenza di passanti, giovani, immigrati che ascoltano gli interventi (e di certo non simpatizzano con la polizia) dall’altro. Nel frattempo sul luogo del concentramento si ritrovano (nonostante sbirri e transenne) una trentina di persone che, dopo vari interventi, partono in corteo dietro lo striscione “Fabbriche aperte e coprifuoco serale. Profitto e controllo, altro che salute”, per raggiungere il gruppo bloccato in Piazza Santa Maria Maggiore. Anche da lì si prova a muoversi per tornare verso il Tavan, ma a poche decine
di metri dalla sede il corteo viene nuovamente fermato da un ulteriore cordone di celere.

Dopo un po’ la situazione si sblocca, ma la strada davanti al Tavan rimarrà chiusa dalla celere fino a tarda sera. Nel frattempo i compagni fermati sono ancora trattenuti dagli sbirri, per non meglio precisate “notifiche”. Vengono divisi per genere, fatti spogliare per essere perquisiti coi piegamenti, fotosegnalati e vengono loro prese le impronte. Ci si sposta sotto la questura, dove tra cori, battiture e qualche spintone con la celere, si cerca di mettere un minimo di pressione affinché i fermati vengano rilasciati, cosa che accadrà verso l’una di notte, dopo oltre 7 ore di fermo. Bilancio: sei fogli di via per tre anni dal comune di Trento, quattro telefoni sequestrati per una presunta inchiesta per “porto di oggetti atti a offendere” (!), sequestrata anche una bottiglia di grappa che nei verbali viene
spacciata per “contenitore di liquido infiammabile”.

Inoltre, durante la fotosegnalazione la digos sottrae la mascherina ad una compagna: un tentativo, piuttosto maldestro, di impossessarsi del suo dna.
Il giorno dopo, sabato mattina, nel quartiere di San Pio X un gruppo di compagni e compagne installa una bacheca in un punto di passaggio, e volantina un testo in cui invita a pratiche di mutuo appoggio per far fronte a questi tempi grami. Dopo poco sopraggiungono diverse volanti, due compagni vengono portati in questura, la bacheca viene rimossa.

Non ci aspettavamo che scendere in piazza sarebbe stato facile. Le “misure di contenimento” che abbiamo visto nei giorni scorsi sembrano riecheggiare le ultime circolari del Ministero dell’Interno (e le ordinanze provinciali della giunta leghista) che permettono la possibilità di chiudere strade o piazze ritenute “zone di assembramento” a qualsiasi ora (non più dopo le 21.00), con una semplice ordinanza del sindaco (ed è difficile distinguere l’operato del neoeletto sindaco di centrosinistra da ciò che avrebbe fatto, per lo stesso corteo, una qualsiasi amministrazione leghista), del prefetto o del presidente della provincia. Una dimostrazione in più di ciò che ci aveva spinto a chiamare il corteo di venerdì: coprifuoco, chiusura selettiva delle piazze in cui ancora si può incontrarsi e discutere, divieto di manifestare, la volontà dichiarata di chiuderci in casa se non per lavorare e consumare, la polizia che diventa l’unica presenza permessa nelle
strade… tutto questo non ha nulla a che vedere con la tutela della salute.

Di questa crisi, come di tutte le altre, lo Stato sta approfittando per approfondire la propria presa sulla società, per garantirsi pace sociale, sottomissione e capillare controllo poliziesco. I padroni, Confindustria in testa, ne stanno facendo una formidabile occasione di ridefinizione dei rapporti di sfruttamento e di accumulazione di nuovi profitti. Gli scontri
di Napoli, Firenze, Milano, Torino, le rivolte nelle carceri a cui lo Stato ha risposto con una vera e propria strage, gli scioperi nelle fabbriche e nel comparto della logistica che hanno saputo imporre un, seppur parziale, blocco della produzione sono stati una prima risposta di classe ai progetti di lacrime e sangue del duo Conte-Bonomi. Il corteo di venerdì intendeva dare voce a queste lotte. Ben altri momenti di conflitto saranno necessari
per ricacciare indietro i piani dei padroni e l’epidemia di cui sono responsabili.

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