Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Carceri, rapporto di Antigone: “Nel 2020 già 34 suicidi”

Da adnkronos

In carcere nel 2019 ci si è tolti la vita 13,5 volte di più che all’esterno. Nel 2019 sono stati 53 in totale i suicidi negli istituti penitenziari italiani per un tasso di 8,7 su 10.000 detenuti mediamente presenti, a fronte di un tasso nel Paese di 0,65 suicidi su 10.000 abitanti. Secondo il Garante nazionale sono 34 i suicidi (18 italiani e 12 stranieri, su quattro non ci sono dati) dall’inizio del 2020 fino al 1 agosto (l’anno scorso in questo periodo erano stati 26), riporta il rapporto di Antigone di metà anno ‘Il carcere alla prova della fase 2’. Il 20% di loro (6) aveva fra i 20 e i 29 anni (i due più giovani ne avevano solo 23), il 43% (13) ne aveva fra i 30 e i 39, per entrambe le fasce d’età 40-49 e 50-59 troviamo il 17% (5 e 5) dei suicidi, il detenuto più anziano aveva 60 anni.

Il 40% (12) dei suicidi è avvenuto in un istituto del nord Italia, il 36% (11) al sud e il 23% (7) al centro; in tre istituti sono avvenuti due suicidi: Como, Napoli Poggioreale e Santa Maria Capua Vetere. A gennaio, marzo e aprile sono avvenuti 9 suicidi (3 per ciascun mese), a febbraio e a luglio ne sono stati commessi 12 (6 per ciascun mese) mentre a maggio e a giugno ne sono avvenuti rispettivamente 4 e 5. Il metodo prevalente per togliersi la vita è rimasto quello dell’impiccamento (26 persone).

Ogni storia di suicidio è una storia di disperazione individuale. Ogni storia di suicidio non va risolta con il capro espiatorio, cioè prendersela con chi 10 minuti prima non ha fatto l’ultimo controllo: il poliziotto di sezione quasi sempre non ha nessuna responsabilità. Non ci dobbiamo accanire con chi non ha impedito il suicidio ma con chi non ha tolto la voglia di suicidarsi, che è ben altra cosa”, sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, durante la presentazione del rapporto citando poi il caso di Jhonny Cirillo, il 25enne rapper di Scafati che si è suicidato nel carcere di Furoni a Salerno. Il ragazzo era stato arrestato dopo una rapina in una farmacia. “Il giovane non era un pericolo per la sicurezza, nel suo caso il carcere è stata la risposta burocratica al disagio”, aggiunge Gonnella dedicando il rapporto a lui e la sua famiglia “nella speranza che in futuro si possano prendere in carico le storie, il disagio. Che il sistema si interroghi intorno alla sofferenza”.

SOVRAFFOLLAMENTO AL 106% – Stando a quanto emerge dal rapporto di Antigone anche a fine luglio è rimasto sostanzialmente stabile il numero dei detenuti presenti nelle carceri italiane che sono 53.619 (a fine aprile erano 53.904). Diminuisce, anche se di poco, sia in maniera assoluta che percentuale, la presenza degli stranieri che risultano essere il 32,6% del totale dei detenuti. Nonostante l’emergenza coronavirus abbia portato ad una riduzione del numero delle madri detenute con i loro figli con meno di tre anni, si trovano ancora reclusi 33 bambini con le loro 31 madri (15 straniere e 16 italiane). Otto bambini si trovano a Torino, 6 a Rebibbia femminile e 7 nell’Icam di Lauro, in Campania.

Il tasso di affollamento ufficiale, spiega Antigone, si ferma per ora al 106,1% (era del 119,4% un anno fa) ma in ben 24 istituti supera ancora il 140% ed in 3 si supera il 170% (Taranto con il 177,8%, Larino con il 178,9%, Latina con il 197,4%). Il reale tasso di affollamento nazionale è inoltre superiore a quello ufficiale in quanto alcune migliaia di posti letto non sono attualmente disponibili a causa della chiusura dei relativi reparti. In un anno le presenze sono calate in media dell’11,7% ma il dato a livello regionale è molto disomogeneo: -19,8% in Emilia-Romagna, -15,2% in Campania, -13,9% in Lombardia, -11,0% in Piemonte, -7,4% in Sicilia, -7,3% in Veneto. Le Marche sono l’unica regione in Italia in cui la popolazione detenuta è nell’ultimo anno aumentata, con una crescita dell’1,1%.

Il calo del numero dei detenuti, in virtù delle misure atte a contenere i numeri della popolazione detenuta a contrasto della diffusione del coronavirus in carcere, ha inciso in maniera superiore alla media per donne e stranieri. Le donne detenute sono oggi 2.248, il 4,2% dei presenti. Un anno fa erano il 4,4%: il calo di questi mesi ha inciso su di loro in misura superiore alla media dei detenuti. Il 75% è allocato in sezioni femminili all’interno di carceri maschili, “cosa che limita lo svolgimento di attività”. Le straniere sono 793, il 35% del totale delle donne detenute.

Complessivamente la popolazione carceraria straniera è pari oggi a 17.448 unità, il 32,5% dei presenti. Un anno fa gli stranieri erano il 33,3%. Nonostante essi notoriamente incontrino maggiore difficoltà ad accedere alle misure alternative e per loro sia più frequente il ricorso alla custodia cautelare, del calo di presenze di questi mesi, che ha riguardato essenzialmente i reati meno gravi, essi hanno beneficiato in proporzione più degli italiani.

EVENTI CRITICI – Trainati dalle rivolte del mese di marzo crescono i numeri degli eventi critici. I dati al 30 aprile 2020 indicano un forte aumento – causato dagli eventi dei primi mesi del 2020 – delle rivolte, che passano dalle 2 degli anni scorsi alle 37 di quest’anno. Per lo stesso motivo gli isolamenti sanitari (1.567) sono addirittura quasi quattro volte il numero degli isolamenti sanitari messi in atto nel corso di tutto l’anno precedente (425). Lo stesso è valido per le manifestazioni di protesta collettiva (859) che sono i tre quarti di tutte le manifestazioni di protesta collettiva dell’anno scorso (1.188).

DETENZIONE DOMICILIARE E BRACCIALETTI ELETTRONICI – Al 20 maggio le persone andate in detenzione domiciliare durante l’emergenza sanitaria erano 3.379. Di queste, a 975 era stato applicato il braccialetto elettronico. “I braccialetti elettronici diventati operativi negli ultimi mesi sono molti meno di quelli promessi nell’accordo tra ministeri dell’Interno e della Giustizia (300 a settimana), a conferma che si tratti di una misura costosa e di difficile applicazione”, osserva Antigone. I semiliberi a cui è stata estesa la licenza sono stati 561.

Il rapporto di Antigone mette inoltre in evidenza che in carcere ci sono ancora oltre 13.000 persone con un residuo pena per cui potrebbero accedere ad una misura alternativa: “Salta all’occhio il numero di persone detenute che per preclusioni di varia natura permangono in carcere nonostante un residuo pena basso. Al 20 maggio in 962 avevano una condanna inferiore a un anno. Al 30 aprile 12.519 persone detenute dovevano scontare una pena o un residuo pena inferiore ai 3 anni”.

COVID – Dal rapporto emerge che i casi totali di contagio da coronavirus nelle carceri italiane fino al 7 luglio (dato disponibile più recente) sono stati 287 con un picco massimo nella stessa giornata di 161. Un numero contenuto, ma da non sottovalutare: in rapporto al totale della popolazione detenuta è infatti superiore, sebbene di poco, al tasso di contagio nel resto del Paese.

Focolai si sono riscontrati a Saluzzo, Torino, Lodi (poi trasferiti a Milano), Voghera, Piacenza, Bologna e Verona. Lunghi alcuni decorsi della malattia, che hanno raggiunto anche i tre mesi. Per il coronavirus hanno perso la vita in tutto 4 detenuti, 2 agenti di polizia e due medici penitenziari.

“Nel mese di maggio – sottolinea Patrizio Gonnella – avevamo raccontato l’impatto che la pandemia di Covid-19 aveva avuto sul nostro sistema carcerario. Con questo rapporto di metà anno vogliamo invece illustrare cosa sta accadendo e se la fase 2 è entrata negli istituti di pena e in che modo”.

“Per evitare che il Covid-19 trasformi le carceri in Rsa, dobbiamo assolutamente evitare che a settembre siano i nuovi focolai. Per questo è importante non fermarsi nelle politiche dirette a ridurre la popolazione detenuta – sottolinea – Anche i maggiori esperti di politica criminale e penitenziaria sanno che investire nelle prospettive di reinserimento sociale e misure alternative è un grande antidoto anche per la sicurezza. E quindi auspico che da settembre si ragioni in modo costruttivo su come ridurre la popolazione detenuta affinché il distanziamento fisico sia assicurato”.

“STATO SI COSTITUISCA PARTE CIVILE IN PROCEDIMENTI PER CASI DI TORTURA” – “La tortura è un crimine contro l’umanità. Ma purtroppo abbiamo visto alcune dinamiche di abusi, violenza e tortura presenti un po’ a raffica ultimamente in alcuni istituti penitenziari. Quello che chiediamo alle istituzioni è di essere totalmente complici con una idea di legalità. Proibire e prevenire la tortura significa essere coerenti con la legge interna e internazionale. E’ importante che quando un procedimento va avanti, lo Stato nelle sue forme e con i suoi organismi si costituisca parte civile, perché in questo modo si dà un segnale forte” sottolinea il presidente Gonnella. “Per ridurre il tasso di sofferenza – prosegue – ci vuole uno Stato forte che rompa, che non si autoassolva, che per interrompere la retorica delle mele marce dia un segnale forte in termini di distanziamento”. Sono otto i procedimenti penali in corso per episodi di tortura che vedono implicati agenti della polizia penitenziaria.

Da Milano, Nessuna multa deve essere pagata! Unità e solidarietà contro lo stato di emergenza e la criminalizzazione delle lotte!

Nessuna multa deve essere pagata!
Unità e solidarietà contro lo stato di emergenza e la criminalizzazione delle lotte!

Dai primi di luglio la Questura di Milano sta proseguendo la campagna repressiva con cui durante la quarantena ha terrorizzato, criminalizzato, limitato le libertà individuali e collettive multando in modo indiscriminato comuni cittadini che uscivano di casa durante la quarantena e comminando multe a decine di attivisti e militanti che hanno organizzato e preso parte a presidi, flashmob, manifestazioni durante la quarantena e nei mesi di maggio, giugno e luglio.
Le multe che stiamo ricevendo a pioggia per le mobilitazioni con cui abbiamo rivendicato l’attuazione di efficaci misure in campo sanitario, economico e sociale e con cui ci siamo voluti distaccare dalla retorica dell’unità nazionale e dell’andrà tutto bene si aggiungono alle aggressioni e alle multe contro chi a Milano ha portato omaggio alle targhe partigiane durante il 25 aprile, alle multe contro chi ha promosso la solidarietà verso i carcerati, quelle ai lavoratori dipendenti o autonomi che hanno manifestato per interventi seri ed efficaci per il lavoro.​
La cronistoria di come la Regione Lombardia ha gestito l’emergenza sanitaria mette in evidenza gravi responsabilità nel processo di privatizzazione della sanità pubblica e di distruzione delle infrastrutture territoriali di prevenzione e cura.
A inizio marzo la giunta Fontana-Gallera ha emanato un’ordinanza con cui venivano mandati i pazienti Covid nelle RSA, causando la morte di migliaia di anziani e, pur avendo i poteri per farlo, su mandato di Confindustria, non ha istituito la Zona Rossa a Nembro e ad Alzano Lombardo e ha lasciato che le aziende non indispensabili nell’emergenza rimanessero attive e produttive causando così il dilagare del virus soprattutto nelle province di Bergamo e Brescia.
Il PD in Lombardia è rimasto silente e si è reso complice della strage, addirittura Sala si è dichiarato solidale con Fontana e in altre regioni invece il PD ha compiuto gli stessi crimini della Lega in Lombardia (per esempio in Emilia Romagna con Bonaccini). A dimostrazione che non è una questione di politici di turno ma di asservimento ai profitti dei padroni e alla mercificazione della salute.
I mandanti e i colpevoli della strage non sono quanti sono scesi in piazza e si sono attivati negli interessi delle masse popolari, ma autorità, istituzioni e padroni.
A fronte di tutto ciò abbiamo deciso che non pagheremo queste multe perché sono illegittime. Questa operazione è infatti un vero e proprio attacco politico: non dobbiamo sottostare a queste e altre intimidazioni finalizzate a indebolire chi oggi si organizza e promuove forme di resistenza anticapitaliste per affermare gli interessi dei lavoratori.
Facciamo appello a tutti gli organismi, collettivi e singoli che stanno ricevendo queste misure a non pagare le multe, a denunciarle pubblicamente, a organizzarsi con altri anche dal punto di vista giuridico, a istituire una raccolta fondi per le spese legali, a mettersi in contatto con noi, a unirsi per sviluppare un’azione comune e allargare il fronte di chi lotta contro la repressione.
Esprimiamo la nostra solidarietà a chi è stato colpito dalla repressione e da queste multe illegittime e invitiamo tutte le organizzazioni sindacali, i comitati di lotta, i collettivi, gli esponenti politici ed eletti nei consigli comunali e regionali, i parlamentari, gli avvocati e i giuristi a prendere una posizione pubblica su questi temi e a sostenere questa battaglia.
Ci troviamo di fronte a una accelerazione dei processi di riorganizzazione economica, politica e sociale su scala mondiale. Lo scenario che abbiamo di fronte è sempre più caratterizzato da uno “stato di emergenza” permanente che si concretizza in uno “stato d’eccezione” operante in tutti gli ambiti della vita sociale (lavoro, istruzione, sanità e servizi, diritti umani e giuridici). Non è la nostalgia per lo “stato di diritto” ad animare queste riflessioni ma la coscienza che solo la lotta collettiva e organizzata può rappresentare un ostacolo ai processi di disgregazione sociale in atto e una speranza concreta per il futuro.

La battaglia contro le multe è un piccolo passo in questa prospettiva.
Multati organizzati – Milano multati.organizzati@gmail.com

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Come comportarsi di fronte a queste multe?
1. a seconda della natura del provvedimento, bisogna fare ricorso o al Prefetto per violazione dei DPCM o al governatore della vostra Regione per violazione di ordinanze regionali, preparando una memoria difensiva in cui si indicano come si sono realmente svolti i fatti, con eventuali testimonianze come foto, video o altro
2. nella memoria difensiva si deve chiedere l’annullamento del verbale e l’archiviazione della sanzione pecuniaria. Si può inoltre richiedere anche un’audizione al Prefetto o al governatore per discutere del caso, se venisse accettato può essere occasione per organizzare dei presidi di solidarietà e denuncia. La memoria difensiva va poi inoltrata all’istanza competente tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, allegando carta d’identità e copia del verbale.
3. ogni ricorso contro queste multe è individuale, ma è buona pratica promuovere azioni e ricorsi collettivi,
4. se il Prefetto o il governatore non annullano la sanzione, serve fare poi ricorso a un giudice di pace.
A questo link trovate un esempio di memoria difensiva da modificare in relazione al contesto e ai fatti accaduti

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Giudice di pace annulla multa emessa durante il lockdown: “Stato di emergenza illegittimo”
[Huffington Post] A Frosinone un giudice di pace ha annullato le multe per motivi legati al covid, emesse durante il lockdown perché “lo stato di emergenza è illegittimo”. La sentenza è stata pronunciata da Emilio Manganiello, secondo cui “lo stato di emergenza può essere dichiarato al verificarsi o nell’imminenza di calamità naturali o eventi connessi all’attività dell’uomo in Italia. Calamità naturali o eventi connessi all’attività dell’uomo in Italia nulla hanno a che vedere con una pandemia mondiale e soprattutto con le emergenze di tipo sanitario”.[Leggi tutto]
[IlSole24Ore] Dai giudici primi stop alle sanzioni per chi ha violato il lockdown abbandonando la propria abitazione. Arriva dal giudice di Pace di Frosinone una delle prime bocciature allo stato di emergenza del Governo Conte e l’illegittimità dei Dpcm emanati tra marzo e aprile per imporre ai cittadini il divieto di entrata e uscita dai territori salvo che per gli spostamenti motivati. Con la sentenza n. 516 del 15 luglio scorso depositata il 29 luglio, il giudice di Pace di Frosinone ha accolto il ricorso di una cittadina contro la sanzione amministrativa comminatele dalla polizia stradale per aver violato il divieto di spostamento.[Leggi tutto]

9 agosto Grup Yorum continuerà a suonare contro tutte le oppressioni, gli ostacoli, i divieti del regime fascista di Erdogan e dell’imperialismo suo complice

Da Comitato Solidale Grup Yorum:

Tüm engellemelere tüm baskılara yasaklara karşı bugün Yenikapıda olacağız..
Tüm halkımızı saat 15:00’da Yenikapı Miting Alanına bekliyoruz..!

Oggi saremo a Yenikapi contro tutti gli ostacoli, tutte le oppressioni, i divieti.
Stiamo aspettando tutta la nostra gente alla Yenikapi Rally Area alle 15:00 ..!

Di seguito alcuni video del presidio di ieri a Taranto:
https://www.facebook.com/ComitatoSolidaleGrupYorum/videos/1489061644606678
https://www.facebook.com/ComitatoSolidaleGrupYorum/videos/2539927986319777
https://www.facebook.com/ComitatoSolidaleGrupYorum/videos/954014711777625
https://www.facebook.com/ComitatoSolidaleGrupYorum/videos/1556423584517229
https://www.facebook.com/ComitatoSolidaleGrupYorum/videos/611305983103251

https://www.facebook.com/ComitatoSolidaleGrupYorum/videos/611305983103251

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Macron in Libano: le strade di Beirut gridano il nome di Georges Abdallah!

L’ingerenza francese in Libano è anche l’imprigionamento di Georges Abdallah!

Stralci da invictapalestina

Collectif Palestine Vaincra –Tolosa, Francia  ( membro della rete Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity) – 6 agosto 2020

Una parte della città di Beirut è stata devastata dalla doppia esplosione di martedì 4 agosto. Mentre decine di residenti sono dispersi, si contano almeno 137 morti e 5.000 feriti oltre che centinaia di migliaia di senzatetto.

In visita a Beirut giovedì 6 agosto, Emmanuel Macron è venuto a portare aiuti umanitari in un Paese dissanguato, già alle prese con una situazione economica e sociale catastrofica. Ma l’arrivo del presidente francese non si è svolto tranquillamente.

https://twitter.com/i/status/1291475579414421510

In effetti, numerose personalità libanesi ne hanno denunciato la  doppiezza neocoloniale, sottolineando che l’obiettivo di Macron è soprattutto quello di imporre al Paese riforme strutturali in base alle esigenze e alle richieste dell’FMI. Il miglior esempio di questa doppiezza  è la detenzione da parte della Francia di Georges Abdallah, comunista libanese imprigionato dalle autorità francesi dal 1984 e che già dal 1999 avrebbe potuto essere rilasciato. È tenuto in ostaggio nonostante  le richieste di rilascio, soprattutto in Francia e Libano, si moltiplichino . L’intellettuale libanese Samah Idriss ha  dichiarato : ” prima del  vostro aiuto e delle vostre promesse, vogliamo la liberazione di Georges Abdallah “!

La  visita di Emmanuel Macron per le strade della capitale libanese colpita dal disastro è stata ripetutamente interrotta da grida di “Libertà per Georges Abdallah” a lui rivolte  da  giovani manifestanti che rifiutano di  essere trattati come un soggetto coloniale dal potere francese, denunciano uno Stato libanese corrotto e complice e  vedono in Georges Abdallah un simbolo di dignità, resilienza e resistenza araba antimperialista.

https://twitter.com/i/status/1291366160718532610

Mentre le mobilitazioni per ottenere il rilascio del combattente della resistenza palestinese continuano, dobbiamo più che mai far crescere il movimento di solidarietà! Perché oltre che una questione individuale, Georges Abdallah incarna un’alternativa per un Libano libero dall’ingerenza francese e dalla sua classe politica corrotta: un Libano libero e democratico!

Vittima della violenza dei carabinieri di Piacenza internato in CPR

Da https://nofrontierefvg.noblogs.org

Quella che segue è la storia di H. rinchiuso nel CPR di Gradisca dal 12 luglio. Una storia  emblematica di come il sistema del rimpatrio e della detenzione amministrativa in Italia sia in realtà un tritacarne di vite umane. Questa storia però ha qualcosa di diverso dalle altre, perché si intreccia con l’inchiesta sui carabinieri della caserma Levante di Piacenza.

Come riportato in numerosi articoli di stampa facilmente reperibili online, H. viene fermato nell’ottobre 2017 in un parco della sua città assieme alla sua ragazza, e viene portato nella caserma dei carabinieri. La città è Piacenza, la caserma quella di Levante, salita agli onori delle cronache perché lì dentro i carabinieri tenevano le fila del traffico di droga della città, torturavano e arrestavano illegalmente.

Secondo quegli articoli, H. viene arrestato dai carabinieri, che lo riempiono di botte (e ora per questo sono indagati) e gli mettono dell’hashish in tasca, accusandolo di spaccio. I carabinieri di Piacenza possono così vantare l’arresto di uno spacciatore, e H. a causa di quei fatti finisce in carcere per quattro mesi.

Poco dopo essere scarcerato, il 12 luglio scorso, viene portato nel CPR di Gradisca. Viene tenuto in isolamento per settimane in una cella senza nemmeno un materasso su cui dormire. Si ritrova con una grossa cisti in testa, vorrebbe essere visitato da un medico, ma le sue richieste rimangono inascoltate. Minaccia di tagliarsi la cisti con un rasoio: “almeno così mi porteranno in ospedale”, dice.

Il 4 agosto H. viene portato dal Giudice di Pace che deve convalidare il rinnovo del trattenimento nel CPR emesso dal Questore di Gorizia. È fiducioso, nel frattempo la verità è venuta a galla e se ne parla su tutti i media. Ma il buon senso, la ragione e la giustizia non abitano in quel tribunale. Da quando il CPR di Gradisca è stato aperto gli avvocati degli internati ci hanno segnalato numerosi casi di persone che avrebbero potuto o dovuto essere liberate, ma sono state costrette a rimanere rinchiuse, perché il giudice La Licata convalida quasi sempre i trattenimenti. Per H. sentenzia 45 giorni di trattenimento.

Lui non si capacita della cosa, durante la notte sale sul tetto di una struttura dentro il CPR, circondato da decine di agenti che lo inseguono. Poi scivola, cade giù, si frattura una mano. Passa molte ore a urlare dal dolore, ma non viene portato in Pronto soccorso, e la sua avvocata è costretta a telefonare e insistere perché venga visitato in ospedale.

H. nel CPR non dovrebbe starci, così come non dovrebbero starci tutti gli altri reclusi; lui, in più, è parte lesa e dovrà testimoniare al processo di Piacenza.

Purtroppo tutto questo avviene quando i fatti di quella caserma dei carabinieri sembrano già dimenticati, mentre manipoli fascisti irrompono in Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, il quale asseconda le loro richieste azzerando i fondi destinati all’integrazione delle persone straniere, e sui social si invocano i forni crematori per le persone che precise scelte politiche assembrano a centinaia dentro caserme dismesse, per poi denunciare a gran voce il pericolo dello straniero untore.

Noi però non dimentichiamo, la storia di H. è scritta nero su bianco, nessuno potrà dire di non sapere. Se H. verrà deportato contro la sua volontà nel suo Paese d’origine, se gli succederà qualcosa dentro al CPR, se non verrà liberato, ci ricorderemo che lui era testimone e parte lesa in un processo che ha tra gli imputati dei cosiddetti servitori dello Stato.

Aggiornamenti dal Cas di via Corelli a Milano

In occasione di alcuni volantinaggi davanti alla struttura per informare sulla sanatoria truffa e, soprattutto, sulla probabile imminente apertura del Cpr, abbiamo raccolto alcune informazioni. Prima di riportarle ricordiamo che il Cpr verrà riaperto nella stessa struttura in cui si trovava precedentemente il Cie, reso inagibile dalle rivolte e chiuso nel 2013. È situato dietro al Cas, separato da un cancello di acciaio e ora anche da un muro alto più o meno 4 metri. I lavori sono terminati, la ristrutturazione è avvenuta a opera del Genio militare e la gestione è stata appaltata alle cooperative Versoprobo di Vercelli e Luna di Vasto di Chieti.

La gestione del Cas è passata dalla Croce Rossa alla GEPSA S.A. SOCIETÈ ANONYME con aggiudicazione datata settembre 2019. Il passaggio dovrebbe però essere avvenuto solo pochi mesi fa e qualche operatore della Croce Rossa è rimasto a lavorare lì.

Tutti i cosiddetti “ospiti”, che abbiamo nelle diverse occasioni incontrato, sono bloccati lì in attesa delle risposte alle domande d’asilo da non meno di tre anni. Vite rubate.

Ci hanno riferito delle, purtroppo solite, condizioni difficili da sopportare all’interno della struttura. Dopo il cambio di gestione sono addirittura peggiorate. Ora non hanno più nemmeno WiFi, quindi chi non ha il cellulare con il contratto non ha accesso alla rete. Gli spazi non vengono puliti, non ci sono attività di alcun genere né per gli adulti né per i bambini. Per quanto riguarda l’aspetto sanitario è come al solito molto carente. Il cibo, che per ora non sappiamo da chi sia servito, è molto scarso, sempre uguale e immangiabile, in particolare per i bambini che lo rifiutano. Per loro nemmeno il latte. In questo periodo sono molte le donne con i bambini, vivono nei container o in stanzoni molto affollati. I container per le donne sono posizionati alla destra della struttura mentre i giovani uomini sono in quelli sulla sinistra. Dovrebbero essere in tutto 300 le persone dentro il Cas. Negli stanzoni si sono diffuse anche le cimici da letto e i gestori non si sono preoccupati di intervenire per disinfestare. Per ora, pare non abbiano attaccato gli spazi esterni.

Molti ci hanno riferito di lavorare come rider pagati poco e niente, condizioni che si trovano costretti ad accettare sia per poter avere due soldi in tasca che per dimostrare “la buona volontà” di integrarsi. Del resto altri lavori non possono trovarli se non questo che non dà un vero e proprio contratto in regola.

Con la nuova gestione è cambiato anche il direttore. Recentemente un ragazzo ha rilasciato un’ intervista a degli operatori Rai, che si erano presentati davanti alla struttura per raccogliere informazioni o scoop, poi passata in televisione. Il direttore ha richiamato il ragazzo minacciandolo di cacciarlo dal centro qualora avesse rifatto una cosa del genere. Evidentemente nessuna notizia deve uscire da quel luogo se non da chi lo gestisce.

Continueremo a essere presenti fuori dal Cas, pronti nel caso il Cpr dovesse malauguratamente aprire.

Punto di Rottura

Fb: Punto di Rottura – Contro i Cpr