Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Dopo lo scandalo le pezze: Condannati i carabinieri della caserma degli orrori ma solo 2, forse, resteranno in carcere: per loro ci sono le sezioni protette, dedicate agli appartenenti alle Forze dell’ordine.

Dal blog MFPR

Nel luglio del 2020 la stazione dei Carabinieri è travolta da uno scandalo che coinvolge molti dei militari in servizio. E’ una storia criminale fatta di droga, sesso, torture, vessazioni, violenza. Le parole che si sentono nelle intercettazioni sono inequivocabili: “Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi (…) in poche parole abbiamo fatto una piramide (…) noi siamo irragiungibili”. La storia è banale quanto grave, come il male che hanno fatto, con la sicurezza di chi indossa una divisa e ha il potere di decidere sulla vita delle persone: torture, violenze, traffici di droga e di sesso, estorsioni e rapine.
Francesca, una trans brasiliana da tempo a Piacenza, fu minacciata più volte e picchiata nel corso di aggressioni sessuali in caserma in cui fu costretta a fare sesso per non essere rispedita in Brasile.
Ora sono stati tutti condannati i 5 carabinieri della caserma Levante di Piacenza, ma avendo scelto il rito abbreviato, che garantisce la riduzione di un terzo della pena,  le condanne vanno dai 12 ai 3 anni e 4 mesi.

La condanna maggiore, di 12 anni è stata inflitta all’appuntato Giuseppe Montella, al centro, secondo l’accusa, del sistema criminale esistente nella caserma e rafforzato nei mesi del primo lockdown. Per lui la Procura aveva chiesto 16 anni e 10 mesi. Montella ha ammesso le sue responsabilità – ammettendo di aver partecipato a gran parte degli episodi a lui contestati, ben 58 su 60 -, ma ha sempre sostenuto di non aver agito da solo. Otto anni, invece, all’appuntato Salvatore Cappellano, per una richiesta dell’accusa di anni 14, sei all’appuntato Giacomo Falanga (13 anni richiesti dall’accusa), tre anni e quattro mesi al carabiniere Daniele Spagnolo e quattro all’ex comandante della stazione di via Caccialupo, il maresciallo Marco Orlando.
Nei giorni scorsi il Tribunale di Bologna aveva scarcerato Montella, disponendo per lui gli arresti domiciliari. Gli unici arrestati che rimangono in carcere, al momento, sono Salvatore Cappellano e Giacomo Falanga. Un sesto carabiniere, l’appuntato Angelo Esposito, aveva scelto di proseguire il processo con il rito ordinario, mentre un’altra decina di persone, spacciatori e complici, hanno optato per il patteggiamento.”
Tra i condannati, quindi, gli unici 2 arrestati non ancora rimessi in libertà sconteranno la pena in sezioni protette, dedicate agli appartenenti alle Forze dell’ordine.
Lo schifo di Piacenza ha riportato, per un breve periodo, sotto i riflettori, la natura istituzionale e di classe della violenza sessuale, e le condanne comminate ai torturatori in divisa a Piacenza non confliggono con quanto sta emergendo sulla natura violenta e di classe dell’intero sistema repressivo e carcerario italiano, con la mattanza al carcere di Santa Maria Capua Vetere (e quella insabbiata al carcere di S. Anna di Modena)
Lo abbiamo detto allora e lo ripetiamo adesso: non sono mele marce, marcia è tutta la pianta, l’intera foresta. Non può la giustizia borghese essere vera giustizia, non saranno 2 pezze a porre fine all’orrore, ma la rabbia organizzata delle donne proletarie in prima fila nella rivoluzione
Lo stato borghese si abbatte e non si cambia!

Carceri israeliane, l’orrore raccontato da ragazze palestinesi

In un lungo corridoio, agenti dell’intelligence israeliana stavano in piedi e applaudivano sarcastici mentre i carcerieri portavano Mays Abu Ghosh ammanettata in una cella per gli interrogatori militari, riferisce l’agenzia Anadolu.

“Mi stavano prendendo in giro, dicendo che sarei morta durante l’interrogatorio”, ha detto Mays all’agenzia Anadolu.

Durante il suo ciclo mestruale, Mays è stata legata alla sedia per le mani e alle caviglie, con il corpo allungato nella posizione della “banana”, per ore, rendendole impossibile dormire.

“Non potevo camminare, i carcerieri mi tenevano in cella”, ha aggiunto Mays.

Le mani di May sanguinavano costantemente a causa delle catene. Ha rifiutato di essere sottoposta a un’altra sessione di interrogatorio militare, quindi l’ufficiale dell’intelligence ha afferrato Mays e l’ha sbattuta contro il muro.

Mays ha continuato: “Non mi hanno fornito tamponi o biancheria intima di cui avevo bisogno in questo periodo delicato”.

33 giorni di tortura.
Gosh, 24 anni, del campo profughi di Qalandiya, è una studentessa di giornalismo e media all’Università di Birzeit, arrestata il 29 agosto 2019 e poi sottoposta a orribili torture, in isolamento per 33 giorni, presso il centro di interrogatorio Al-Maskobiya.

Durante la sua reclusione presso la famigerata struttura, ha perso 12 chili.

“Gli agenti cercavano costantemente di convincermi che ero impazzita e che stavo cercando di uccidermi, quindi hanno portato assistenti sociali, ma in realtà erano altri agenti”, ha raccontato Mays.

Quando quegli agenti erano in cella con Mays, ha mostrato loro le ferite e i lividi che aveva subito a causa degli abusi a cui era stata sottoposta e ha chiesto loro: “Chi è che si vuole uccidere? Io sono una studentessa e voi mi state imprigionando”.

Mays chiedeva spesso antidolorifici per alleviare i dolori alla testa e ai muscoli, ma di solito le venivano negati.

Durante le sessioni di interrogatorio, gli ufficiali hanno deliberatamente costretto Mays a sentire le urla dei detenuti sottoposti a torture fisiche durante gli interrogatori militari, minacciandola anche che ciò che sarebbe accaduto con lei sarebbe stato ancora più orribile.

“Mi hanno minacciato che sarei uscita di qui morta o paralizzata, e hanno anche minacciato di violentarmi”, ha detto.

(Foto: Mays Abu Ghosh (C) [@YourAnonCentral/Twitter]).

fonte: “Agenzia stampa Infopal – www.infopal.it”

TORINO: CARICHE CONTRO IL COMITATO “RIAPRIAMO IL MARIA ADELAIDE”. Anziché Salute e assunzioni di nuovi operatori sanitari (più che necessari) l’unica risposta è la repressione…

A Torino oggi pomeriggio, giovedì 1 luglio, spintoni e manganellate della Polizia sulla manifestazione del comitato Riapriamo il Maria Adelaide fuori dall’Assessorato alla Sanità della regione PiemonteIl comitato che si batte contro tagli e privatizzazioni nella sanità e per la riapertura dell’ospedale del quartiere Aurora, chiuso 5 anni fa, aveva lanciato un presidio all’esterno dell’assessorato in corso Regina Margherita chiedendo un incontro con l’assessore leghista alla Salute anche per consegnare le migliaia di firme raccolte negli anni in favore della riapertura del presidio sanitario. L’assessore Icardi, però, non si è presentato. Al suo posto si sono presentati due tecnici.

La delegazione che era riuscita a entrare, allora, ha dichiarato che non avrebbe lasciato le stanze del palazzo finché non si fosse presentato l’assessore. All’esterno, le pressioni del presidio sono state affrontate con scudi e manganelli. Dopo la carica della celere, una delegazione di manifestanti è stata ricevuta dall’assessore.

La corrispondenza di Matilde di Riapriamo il Maria Adelaide. Ascolta o scarica.

LA MATTANZA DI SANTA MARIA CAPUA VETERE: ORA NESSUNO SAPEVA… SONO INVECE TUTTI CRIMINALI!

Ora è uscito il video e le denunce di alcuni detenuti… MA AD APRILE 2020 TANTI FAMILIARI, DETENUTI, COMPAGNI, SOLIDALI, GIORNALISTI DENUNCIARONO, RACCONTARONO DELLE TORTURE, DEI MASSACRI NELLE E FUORI DALLE CELLE, NEI TRASFERIMENTI…

Ora Autorità carcerarie, magistratura, la Ministra Cartabia, gli stessi giornalisti “scoprono improvvisamente l’orrore”… Non sapevano nulla… sono innocenti… – MENTRE negli stessi giorni venivano caricati i presidi di solidarietà alle carceri, venivano denunciati e processati chi raccontava le criminalità che venivano fatte sui detenuti, e non certo di un giorno…

Ora cercano di rattoppare.
Ma i massacratori di Santa Maria Capua Vetere sono fascisti in divisa messi apposta per imporre con le violenze le giuste proteste dei detenuti; sono fascisti convinti coperti anche ora dai Salvini
Ma sono i governi, questo Stato che mentre in questi giorni mette in libertà detenuti momentanei di “eccellenza”, come un Piero Amara, inquinatore del Processo Ilva a padroni e loro complici assassini di operai, donne, bambini, usano la detenzione senza fine, le torture verso persone detenute per piccoli reati.
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Santa Maria Capua Vetere, ex detenuto su carrozzina contro la direttrice del carcere: “Anche lei col manganello”.

Vincenzo Cacace: «Secondo me erano drogati, volevano toglierci la dignità. Ci hanno massacrato, hanno ammazzato un ragazzo. Hanno abusato di un detenuto».

«Non posso ripensarci, vado al manicomio. Secondo me erano drogati, erano tutti con i manganelli, anche la direttrice». Sono le parole con cui Vincenzo Cacace, ex detenuto sulla sedia a rotelle nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ricorda il pestaggio da parte della polizia penitenziaria avvenuto ad aprile 2020. Ma Elisabetta Palmieri, direttrice della casa circondariale si difende e replica: «Non c’ero in quei giorni, ero assente per gravi problemi di salute. Penso che quelle immagini, che sono agghiaccianti, abbiano ferito e turbato tutti». E alla domanda su come sia potuto accadere, risponde: «Le motivazioni possono essere tante; c’era stata comunque una protesta molto, molto forte, il giorno prima da parte dei detenuti alla notizia del primo caso Covid. Si erano impossessati di alcune sezioni e anche barricati all’interno. Le Immagini, del circuito di videosorveglianza, dice di non averle viste prima. Quanto alle telecamere spente in alcune zone del carcere si sarebbe trattato di un guasto. «Probabilmente erano rotte» dice.

La “normalità” della mattanza in carcere

Nel guardare il video dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere le sensazioni – in un essere umano “normale”, ossia ancora capace di distinguere e capire – sono di autentico orrore.

Non c’è infatti possibile giustificazione per tutta quella violenza arbitraria praticata da una torma di “agenti in divisa”, armati di manganelli, caschi, scudi, e singoli detenuti privi di alcuna difesa.

Non si può neanche invocare il “pericolo” – come usano fare le polizie nei loro rapporti su eventi che accadono “fuori”, nelle strade. Pensate ad Aldrovandi, Magherini, ecc, o anche agli innumerevoli omicidi di polizia negli Usa. Una singola persona, per quanto violenti possano essere stati i reati commessi in precedenza, nulla può contro dieci, venti, trenta uomini addestrati e armati.

Di sicuro non può essere invocato il “pericolo” nel caso dell’anziano in carrozzella, bastonato ripetutamente anche lui, forse con un po’ meno di violenza, perché anche nel più infame balugina un attimo di incertezza sul che fare, quando – nella serialità del pestaggio di un detenuto alla volta – scopre di star “uccidendo un uomo morto”.

Nelle cronache, i giorni precedenti al pestaggio di massa, parecchie carceri erano state teatro di rivolte in seguito alla scoperta di focolai di Covid-19. Nessun agente era stato fatto prigioniero dai reclusi, nessuno era stato ferito.

Solo dopo i pestaggi, come usano fare tutte le forze di “polizia”, un po’ di agenti si erano fatti refertare – da medici della stessa amministrazione penitenziaria, inevitabilmente “compiacenti” – qualche giorno di prognosi per “contusioni”, “stress” e malori vari. Qualche giorno di ferie, in fondo, non fa mai male. E’ quasi un premio concesso dopo “l’eroica operazione”.

Insomma, ad una persona “normale” può sembrare assolutamente inspiegabile quella mattanza indiscriminata.

Chi nella sua vita è passato, qualche volta, tra due ali di picchiatori liberi di sfogarsi sul suo corpo – pensando “corri, non cadere perché ti saranno tutti addosso, copriti la testa e guarda i piedi degli sbirri, qualcuno proverà a sgambettarti” –  sa invece che quella è “la normalità” del carcere in Italia. Anche se, ovviamente, non solo in Italia.

Scrivo “la normalità” senza alcuna intenzione di “minimizzare”. Anzi, per il motivo esattamente opposto. Quello è il carcere di tutti i giorni, quando i detenuti provano ad alzare la testa. Come dicono i “rappresentanti sindacali” degli agenti: “abbiamo ripristinato la legalità“. Questo orrore, intendono per “legalità”.

La differenza col passato sta nei video. Ora tutti possono vedere quel che accade e giudicare, soprattutto nelle strade e solo raramente in carcere.

In tutti gli altri casi – per esempio a Modena, in quegli stessi giorni – è molto più facile per un magistrato frettoloso “prendere per buone” le relazioni degli agenti e dell’amministrazione. E quindi derubricare tredici omicidi – tredici, quasi una strage, anche se a termini di codice penale è un “omicidio plurimo” – a “suicidi involontari”.

Due parole sulla storia di questa “normalità” sono dunque necessarie. Quello che tutti potete vedere è quel che accade da sempre dopo una protesta, una rivolta (tecnicamente: detenuti che non tornano nelle celle, ma occupano i corridoi o i cortili, salgono sui tetti, ecc, a seconda della possibilità di farlo).

E’ quello che accadeva nei racconti anche di 60 anni fa, poi fatti diventare letteratura a disposizione di tutti dal lavoro di Sante Notarnicola.

E’ quello che è avvenuto nella caserma di Bolzaneto (non a caso “gestita” dalla polizia penitenziaria) o alla scuola Diaz, a Genova 2001. E non riguardava “detenuti pericolosi”, ma normali manifestanti, persino dell’organizzazione cattolica Mani Tese (nel senso di “dare aiuto”).

E’ quello che è accaduto a Trani, nel 1980, dopo la rivolta per ottenere la chiusura dell’Asinara – in combinazione con il sequestro del giudice D’Urso.

Anche lì, dopo l’intervento delle “teste di cuoio”, i carabinieri del Gis, i prigionieri furono portati sul tetto, costretti a sdraiarsi sotto la minaccia dei mitra, con le mani sul bordo mentre venivano scalciati da dietro, verso il vuoto.

Anche lì il lungo percorso – dal tetto, “terzo piano”, fino ai cortili – tra due ali di “agenti della polizia penitenziaria” che manganellavano come ossessi.

Quel che c’è di differente, rispetto ad allora, sono i rapporti di forza, politici e sociali, certo, ma anche militari. Le mattanze nelle carceri provocavano vasta indignazione sociale, e non solo nei settori “di movimento” più sensibili al tema.

Esistevano ancora gli “ambienti democratici” (al contrario di oggi), vasti aggregati di opinione pubblica che pretendevano dallo Stato un comportamento corrispondete al dettato costituzionale. Si potevano contare decine di parlamentari pronti a fare interrogazioni, chiedere dimissioni, ottenere interviste. Decine di cantanti, intellettuali, persino qualche giornalista, che prendevano parola e alzavano la voce. De Andrè, ma non solo lui… (inutile ricordarlo a Fabio Fazio, lo censurerebbe…)

Ed anche sul piano militare, le cose stavano in modo tale che anche i più fanatici tra gli addetti alla repressione preferivano centellinare quelle esibizioni di violenza cieca. La morte del generale Galvaligi, per esempio, a 48 ore dalla violenta repressione della rivolta di Trani, di cui era stato guida operativa, era un episodio dentro una dinamica di scontro effettivo, se non proprio di guerra.

La “normalità” di quelle mattanze tornò più tardi, dopo la fine della lotta armata comunista. A rapporti di forza ristabiliti, ovviamente a favore del potere, non ci furono più limiti.

Fu istituito il Gom (Gruppo operativo mobile), composto di agenti specializzati nei pestaggi (non tutti sono disponibili, bisogna ricordare), selezionati in vari carceri e pronti all’uso là dove serve.

Una “pensata” del generale Ragosa – il primo ufficiale delle guardie penitenziarie ad ottenere quel grado – approvata e fatta sua dal ministro della giustizia, Oliverio Diliberto, forse l’espressione peggiore dei presunti “comunisti” che si erano “fatti Stato”.

Quel gruppo inaugurava – per così dire – ogni nuovo carcere, speciale e non, dopo la costruzione o una ristrutturazione. E stabiliva l’imprinting nel rapporto tra guardie e detenuti. Pestaggi sistematici, perquisizioni continue, telecamere nelle celle, arbitrio totale e copertura integrale da parte del governo.

E dunque anche dei media.

Quella “normalità”, per essere capita, va confrontata con la “banalità del male”. Con quel percorso di disumanizzazione che va oltre il rapporto di guerra – tra combattenti ci si ferisce e uccide, ovviamente – e diventa “atteggiamento impiegatizio”. Come nei lager, gli aguzzini si sentono pienamente nel giusto, legittimati dall’”ordine superiore”, moralmente deresponsabilizzati dall’”obbedire”.

Con in più – nel caso delle carceri italiane – quel tanto di “privatizzazione del comportamento repressivo” che si alimenta di spirito corporativo, lamentazioni da “usciere ministeriale”, vittimismo paraculo, fancazzismo prepotente.

La normalità dell’orrore quotidiano dice su questo paese più di quel che si può descrivere nel più perfetto dei saggi. Guardate e almeno immaginate l’audio. Capirete meglio.

DA CONTROPIANO

Storia di Hakimi, detenuto straniero schizofrenico morto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

Un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere è morto circa un mese dopo il giorno dei pestaggi. Per la Procura si è trattato di “morte come conseguenza di altro reato”, per le violenze e le successive mancate cure, ma il gip non ha accolto questa tesi optando per quella del suicidio con massiccia assunzione di farmaci.

Suicidio. È stato chiuso così il caso di Lamine Hakimi, algerino di 27 anni, morto nel maggio 2020 nella sezione Danubio del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Ma sulla scrivania del gip la sua storia era arrivata con un’altra versione: secondo la Procura l’uomo era un caso di “morte come conseguenza di altro reato”. Vale a dire: deceduto in seguito alle percosse e alle mancate cure in carcere. In particolare, l’uomo era tra i 15 detenuti del reparto Nilo classificati dalla Polizia Penitenziaria come pericolosi e per questo messi in isolamento dopo quella che il gip, nell’ordinanza, aveva definito “una orribile mattanza”.

Hakimi, affetto da schizofrenia, è deceduto per un arresto cardiocircolatorio, conseguente a un edema polmonare acuto, causato da una grossa quantità di farmaci (tra oppiacei, neurolettici e benzodiazepine) assunti “in rapida successione e senza controllo sanitario”. La morte risale al 4 maggio 2020, a distanza di quasi un mese dalle violenze perpetrate dagli agenti della Penitenziaria contro i detenuti del reparto Nilo. Agli altri detenuti in isolamento, si legge nell’ordinanza da 52 misure cautelari firmata due giorni fa dal gip, venne sospesa la somministrazione dei farmaci. Il giorno della morte del 27enne, inoltre, ci fu un’altra perquisizione personale, durante la quale gli agenti sputarono sui detenuti e li minacciarono di ripetere le violenze di poche settimane prima: “Mica è finita qua! Avete avuto la colomba, dovete avere ancora l’uovo di Pasqua!”.

La testa contro il pavimento

Durante quelle violenze, viene ricostruito nell’ordinanza, Hakimi aveva provato a ribellarsi: venne quindi preso con la forza dalla sua cella e picchiato con tale violenza durante il trasferimento da provocarne lo svenimento. L’algerino aveva sferrato un pugno ai poliziotti, che si erano quindi maggiormente accaniti: gli avevano schiacciato la testa contro il pavimento e lo avevano colpito alle gambe e alle costole mentre lo trascinavano per la maglia. “Lo hanno sfondato – aveva poi commentato un altro detenuto – stava così male che per 4 giorni non ha preso la terapia. Dopo 4 giorni si è svegliato e abbiamo parlato…”.

Dal 16 giugno Natascia Savio è in sciopero della fame contro il trasferimento al carcere di S.M. Capua Vetere. Solidarietà e mobilitazione

“Lucidamente consapevole della strategia punitiva che sta ponendo in essere il DAP nei miei confronti, e contemporaneamente offuscata di rabbia e disgusto, ho deciso che, se non ho mezzi per interpormi concretamente alle loro logiche vendicative, ho perlomeno la possibilità di non lasciarglielo fare con la mia collaborazione. Alla notizia del mio ritorno a S. Maria, alle h. 18.00 del 16.06.21, ho immediatamente comunicato l’inizio di uno sciopero della fame a tempo indeterminato. So che queste decisioni non competono alla direzione del carcere, ma io in questo posto di merda non intendo più mangiare un boccone”

Con queste parole il 16 giugno, alla notizia del nuovo trasferimento nel carcere di S. Maria Capua Vetere, Natascia ha intrapreso uno sciopero della fame a tempo indeterminato.

Natascia si trova in carcere da oltre due anni, accusata assieme ad altri due compagni, Beppe (anche lui imprigionato da oltre due anni) e Robert, dell’invio di buste esplosive all’ex direttore del DAP, Santi Consolo, e a due pm torinesi particolarmente dediti all’accanimento giudiziario nei confronti di compagne e compagni, Rinaudo e Sparagna.

Dal giorno del suo arresto, Natascia non ha mai subito passivamente le angherie dei suoi carcerieri: trasferimenti punitivi in luoghi improbabili e lontani dai propri affetti e dal proprio avvocato, impossibilità di comunicare in maniera adeguata con il proprio legale per riuscire a costruire una qualunque difesa processuale, processi in videoconferenza, censura e trattenimenti arbitrari sulla corrispondenza, strette sui colloqui e sull’ora d’aria, sulla musica, sui libri.

Stanno tentando in ogni modo di fiaccare la forza e la determinazione di Natascia, e nel contempo di lanciare un monito per chiunque decida di porsi di traverso con corpo, testa e cuore alle loro decisioni. Il suo trasferimento nel carcere di S. Maria Capua Vetere è solo l’ultimo degli stratagemmi vendicativi messi in atto dal DAP. Lo stesso carcere noto alle cronache per i brutali pestaggi e per le torture subite e testimoniate da diversi prigionieri e che ebbero luogo nell’aprile del 2020, a freddo e dopo una protesta nata in piena emergenza sanitaria per chiedere tamponi e pretendere le distanze sociali rese impossibili dal sovraffollamento carcerario. Lo stesso carcere che in questi giorni è noto alle cronache per la notizia di 52 misure cautelari emesse nei confronti di altrettante guardie penitenziarie proprio per quegli stessi fatti. (Qui il video dei pestaggi)

Natascia ha deciso di usare il suo corpo per non subire passivamente la lunga sequela di azioni infami che il DAP e la direzione del carcere di Santa Maria Capua Vetere hanno deciso di adottare nei suoi confronti, e che proseguono incessantemente da quasi 4 mesi.

La corte d’assise di Genova ha deciso che il processo per l’op. Prometeo non può rallentare neppure di fronte ad un leso diritto alla difesa: the show must go on.

Venerdì 2 luglio, h: 8,30 vi sarà un presidio di solidarietà davanti al tribunale di Genova e Domenica 4 luglio ore 14, sotto il carcere di Santa Maria Capua Vetere, in solidarietà con la compagna anarchica Natascia in sciopero della fame
e con tutti i detenuti e le detenute di quell’infame galera.

Segue testo di Nat sullo sciopero della fame Continua a leggere