Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Marcio è il meleto, è il sistema da sradicare! Detenuto picchiato in carcere a Monza: quattro agenti della polizia penitenziaria a processo

Sono stati rinviati a giudizio quattro agenti della polizia penitenziaria di Monza: i poliziotti sono accusati di atti di violenza nei confronti di un detenuto avvenuti nel carcere di Monza due anni fa. I tre agenti e l’ispettore sono accusati di lesioni aggravate, falso, calunnia, violenza privata, abuso d’ufficio e omessa denuncia. È stata invece chiesta l’archiviazione per il reato di tortura. Il processo, in base a quanto confermato dal Procuratore Capo di Monza Claudio Gittardi, inizierà il prossimo novembre.

Gli episodi risalgono all’agosto del 2019
Gli episodi risalgono all’agosto del 2019. Il detenuto si trovava all’interno del carcere e da diverso tempo chiedeva di poter essere trasferito. A essere venuta a conoscenza della sua storia è stata l’associazione Antigone che aveva ricevuto la denuncia di un famigliare. Sulla base di quanto affermato dall’uomo, dopo una settimana di sciopero della fame, stava per essere riportato in cella da un’infermiera quando un agente lo avrebbe preso a pugni e schiaffi mentre gli altri lo tenevano fermo.

Come si sono difesi gli imputati
Dopo essere stato lasciato dolorante in cella, è stato trasferito in isolamento affermando di essere stato lui aggressivo con gli agenti di polizia. I momenti delle violenze sono stati ripresi da alcune telecamere, ma secondo gli agenti non è stato ripreso il momento precedente quando il detenuto avrebbe sferrato un calcio al volto dell’agente. I presunti responsabili hanno raccontato che le lesioni sono state causate da una caduta dopo il trasferimento in cella e da un atto di autolesionismo del detenuto.

Da https://www.fanpage.it/

A Melfi come in tutta Italia, no all’archiviazione delle torture

Denudati, picchiati e insultati: al carcere di Melfi come a Santa Maria Capua Vetere

Gli episodi nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020, ma le immagini risultano inutilizzabili. L’avvocata Simona Filippi, dell’Associazione Antigone, si è opposta alla richiesta di archiviazione dell’esposto

Detenuti del carcere di Melfi legati con le fascette ai polsi, denudati, fatti inginocchiare e messi con la faccia a terra o rivolta al muro. A quel punto schiaffi, umiliazioni e manganellate da parte di un gruppo consistente di agenti penitenziari che, secondo le testimonianze, apparterrebbero ai Gom.

Le immagini delle telecamere risultano inutilizzabili

Le telecamere di video sorveglianza del carcere, però, risultano inutilizzabili per l’acquisizione delle immagini a causa di un backup periodico. Diversi detenuti della sezione di Alta Sicurezza di Melfi sarebbero stati messi con la faccia a terra e tenuti fermi con gli anfibi. Altri ancora, per essere condotti sul pullman, sono dovuti passare tramite un cordone formato dagli agenti e al passaggio sarebbero stati manganellati e insultati. Alcuni testimoniano di aver visto detenuti con la testa sanguinante, occhi tumefatti e nasi rotti.

I fatti sarebbero avvenuti nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2020

Parliamo del carcere di Melfi e sono le 3 di notte del 17 marzo 2020. Un gruppo rilevante di agenti incappucciati in tenuta antisommossa con caschi, scudi e manganelli irrompe nelle celle della sezione AS1 per far uscire i detenuti. Alcuni di loro li avrebbero presi a calci, schiaffi e a manganellate mentre si trovavano legati e inginocchiati con la faccia rivolta al muro. Altri ancora, mentre si dirigevano verso il pullman per essere trasferiti in altre carceri, sarebbero stati presi a manganellate dagli agenti che avevano formato un cordone. «Venivo messo con la faccia rivolta verso il muro del corridoio della sezione dove era ubicata la cella detentiva e in attesa che arrivassero gli altri detenuti, venivo percosso con il manganello mentre mi insultavano».

Le testimonianze dei detenuti concordano sulla modalità dei pestaggi

È una delle tante testimonianze dei detenuti del carcere di Melfi relative a presunti pestaggi avvenuti alle 3 di notte del 17 marzo 2020. Una situazione simile a quella che è accaduta al carcere di  Santa Maria Capua Vetere. Un altro detenuto racconta: «Durante tutto il tragitto l’agente della scorta mi ha preso a manganellate fino al locale colloqui, arrivati qui mi ha fatto entrare nella stanza dei colloqui, era presente anche l’ispettore dei colloqui, uno bassino pelato, ed era presente anche l’appuntato dei colloqui che mi aveva fatto uscire dalla cella. Sempre il poliziotto che mi ha preso a manganellate mi ha detto: mettiti faccia al muro e spogliati, ogni indumento che mi toglievo avevo una manganellata».

Circostanza confermata anche da un altro detenuto, il quale ha ricordato che, mentre era in attesa di effettuare la perquisizione, ha sentito che il ristretto «veniva malmenato nello stanzino dei colloqui», tanto che lo stesso chiedeva «al personale in servizio di lasciarlo stare perché lo stavano massacrando».Un altro detenuto racconta di essere stato bruscamente svegliato da alcuni poliziotti penitenziari in tenuta antisommossa, muniti alcuni di caschi protettivi, altri da passamontagna, i quali gli hanno chiesto di vestirsi ed uscire velocemente dalla cella. Nel contempo, sia a lui che al compagno di cella, avrebbero applicato delle fascette in plastica ai polsi, dietro la schiena, in modo da impedire qualsiasi movimento.

Faccia al muro e costretti a passare in un “cordone umano”

Usciti fuori dalla cella, ovvero nel corridoio, li avrebbero messi faccia al muro in attesa di essere trasferiti ai piani inferiori. «Lungo il tragitto che ci avrebbe portato all’interno dei pullman – prosegue il racconto del detenuto -, gli agenti, intimandoci di tenere la testa bassa, avevano formato un cordone umano e alcuni di loro ci colpivano con dei calci nel sedere e in altre parti del corpo».

Tutte testimonianze che raccontano lo stesso evento.

Un altro detenuto ancora racconta di essersi svegliato a causa delle urla di altri detenuti. Aperti gli occhi, ha visto 5 agenti antisommossa dentro la sua cella. Uno di loro si è rivolto a lui e all’altro compagno di cella, intimando loro di vestirsi. Una volta uscito dalla cella, il solito modus operandi con le fascette di plastica ai polsi.

«Una volta immobilizzato – racconta il detenuto -, due agenti di Polizia penitenziaria mi hanno fatto inginocchiare e mi tenevano bloccato, faccia a terra, con gli anfibi. Durante queste fasi, venivo percosso dai predetti agenti di Polizia penitenziaria, con calci e sfollagente, gli stessi mi colpivano ripetutamente alla schiena, in testa, vicino alle gambe e nelle altre parti del corpo».

Il caso seguito da Antigone

È Antigone ad occuparsi di questo caso. In particolar modo l’avvocata Simona Filippi, sempre in prima fila per i casi di pestaggi e tortura che purtroppo avvengono in alcuni penitenziari. A marzo del 2020 Antigone viene contattata dai familiari di diverse persone detenute presso la Casa Circondariale di Melfi. Questi denunciano gravi violenze, abusi e maltrattamenti subiti dai propri familiari nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020. Si tratterebbe, esattamente come nel caso di Santa Maria Capua Vetere, di una punizione per la protesta scoppiata il 9 marzo 2020. Le testimonianze, come abbiamo riportato nello specifico, parlano di detenuti denudati, picchiati, insultati e messi in isolamento.

L’avvocata Simona Filippo ha presentato un esposto, ma la procura ha chiesto l’archiviazione

Molte delle vittime sarebbero poi state trasferite. Ai detenuti sarebbero poi state fatte firmare delle dichiarazioni in cui avrebbero riferito di essere accidentalmente caduti, a spiegazione dei segni e delle ferite riportate. Il 7 aprile 2020 l’avvocata Filippi di Antigone ha presentato un esposto contro agenti di polizia penitenziaria e medici per violenze, abusi e torture. Ma la procura di Potenza ha avanzato richiesta di archiviazione.

Presentata opposizione e chiesto di sentire i compagni di cella

L’avvocata Simona Filippi di Antigone non ci sta e ha presentato opposizione. Secondo il legale, la procura non ha approfondito fondamentali circostante. Innanzitutto chiede di sentire i compagni di cella dei denuncianti. Secondo l’opposizione all’archiviazione, questi potranno confermare il racconto reso dalle persone offese sia rispetto alla dinamica di quanto posto in essere dagli agenti di polizia penitenziaria intervenuti sia rispetto alle lesioni riportate dalle vittime. Per quanto riguarda il riconoscimento degli agenti, Antigone chiede di procedere all’acquisizione dell’elenco degli agenti appartenenti al reparto Gom ed intervenuto nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2020.

Un agente in servizio sarebbe stato riconosciuto

Risultano infatti acquisiti tra gli atti di indagine gli elenchi del personale intervenuto facente riferimento al Provveditorato territoriale. C’è anche un detenuto, compagno di cella di una delle presunte vittime dei pestaggi, che ha riconosciuto un agente in servizio nel carcere. Quest’ultimo, secondo la testimonianza, avrebbe detto ai Gom di andarci piano con quel detenuto, perché aveva seri problemi fisici. In sostanza, mancherebbero accertamenti fondamentali per avere riscontri. Ci sono diversi detenuti da sentire che sono testimoni dell’accaduto. C’è l’elenco dei Gom per individuare chi è intervenuto quella notte. Magari sentendo anche il Comandante che ha coordinato le operazioni, per approfondire in quali reparti e in quali celle sono andati gli agenti di polizia penitenziaria in servizio e anche gli agenti di polizia penitenziaria appartenenti ai Gom.

Il Gip accoglierà l’opposizione dell’avvocata di Antigone?

La dinamica denunciata è uguale a quella che è avvenuta nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. Con la sola differenza che non è stato possibile dare corso all’acquisizione delle riprese video, in quanto, come emerso dall’esito degli approfondimenti, le telecamere poste all’interno del carcere consentono solo la visione diretta, ma non la registrazione. Non solo. Quelle che avrebbero potuto registrare i trasferimenti risultavano danneggiate dalla rivolta. Per le sole telecamere che hanno registrato tutto, allocate nella fascia perimetrale, il caso vuole che il backup periodico ne abbia impedito l’acquisizione. Il gip accoglierà l’opposizione dell’avvocata Filippi di Antigone? Di sicuro, ci sono ancora tanti accertamenti da compiere.

Val Susa 03/07/2011 Io non dimentico

Solo, in mezzo ad un plotone di criminali in divisa, manganellate, calci, pugni e sprangate, si sono abbattute come una tempesta sul mio corpo, setto nasale fratturato, radio ed ulna spezzati a metà, ecchimosi su tutto il corpo, trauma cranico, 27 punti di sutura per chiudere la pelle lacerata nella zona occipitale, sputi, minacce e ingiurie e ancora manganellate, pugni, calci, mentre ero disteso su un lettino sotto il sole, faticavo a respirare, la bocca piena di sangue, in attesa che qualcuno si accorgesse di me.
Se ne accorse Davide, un ragazzo della croce rossa, che disse agli agenti che ero grave e che andavo trasportato d’urgenza in elisoccorso al C.T.O. Di Torino, ancora qualche sputo, qualche minaccia in diversi accenti “in carcere te damo er resto”, “t’accidimme bastard” e poi la corsa in ambulanza con Davide, verso l’elicottero, “I denti, ce li ho ancora i denti?” Chiesi a Davide, “I denti sono a posto, ma come ti hanno ridotto!?” Rispose Davide asciugando il sangue mescolato agli sputi sul mio viso, e poi il pianto, un pianto liberatorio, di chi capisce di essere finalmente salvo, poi il volo in elicottero disteso su un lettino con il collo bloccato, scortato da 3 carabinieri che mi guardavano in cagnesco, l’arrivo in ospedale, la Tac, e i carabinieri dall’altro lato del vetro che mi facevano il gesto del taglio della gola, passandosi il pollice da un lato all’altro del collo, gli infermieri che li allontanano e che poi vengono a tranquillizzarmi, la morfina, finalmente!
Poi i compagni e le compagne , che vennero in ospedale, la solidarietà da tutta Italia, il loro calore, la forza che mi hanno dato.
Davide, il ragazzo della croce rossa, che in un primo momento si propose di testimoniare, contattato da me qualche tempo dopo, si rifiutó, aveva subìto pressioni, disse, aveva paura di ritorsioni, nessuno dei tanti uomini delle forze armate presenti si fece avanti, nessuno vide nulla, io mi ero fatto male da solo, forse calpestato da altri manifestanti, il caso è stato archiviato. Per questo non credo alla favoletta delle “poche mele marce” ogni volta che si verifica un caso di mala polizia, è l’intero albero della giustizia che è marcio in Italia, e l’omertà è l’arma più potente che possiedono le “nostre” forze di polizia e le cicatrici che ho addosso stanno lì a ricordarmelo.
Quanto a voi, so che pagherete tutto, in un modo o nell’altro pagherete tutto!
Io non dimentico!
Ora e sempre No Tav!

Inizia un nuovo processo per Nicoletta Dosio.

Lunedi 5 luglio si terrà la prima udienza di Nicoletta Dosio per le evasioni del 2016, quando dichiarò pubblicamente che non avrebbe rispettato la misura arbitraria e ingiusta che le era stata imposta dal tribunale di Torino per aver partecipato a una manifestazione No Tav 5 anni prima.

 A Nicoletta infatti, é stato recapitato un elenco di oltre 200 evasioni che fanno pensare a come i soldi pubblici vengano spesi, oltre che per devastare l’ambiente anche per pedinare una donna di 75 anni.

Dopo un anno di pandemia è imbarazzante vedere come Questura e Tribunale abbiano continuato imperterriti a denunciare e portare avanti procedimenti contro i No Tav mentre tutto il resto del mondo si é fermato. È sicuramente questa l’Italia ad alta velocità prevista dal recovery Plan.

Per quanto ci riguarda, continuiamo fedeli al nostro motto a dire che si parte e si torna insieme per questo invitiamo tutti e tutte ad assistere all’udienza appuntamento

LUNEDI 5 LUGLIO ORE 8:30 AL TRIBUNALE DI TORINO

Da notav.info

Zerocalcare: “Santa Maria Capua Vetere è solo una parte di ciò che è successo”

Presentato di fronte a Rebibbia il nuovo fumetto “Lontano dagli occhi lontano dal cuore”, sulle rivolte dei prigionieri di Rebibbia lo scorso marzo. La presentazione, con la presenza dell’autore, si è tenuta nel corso di un presidio di solidarietà ai detenuti sotto processo

E dopo il video di S. Maria Capua Vetere la stampa borghese si accorge degli abusi nelle altre carceri

Ora  le autorità carcerarie, la  magistratura, la Ministra Cartabia, gli stessi giornalisti, la stessa CGIL “scoprono improvvisamente l’orrore”… Non sapevano nulla… sono innocenti…

Ora cercano di rattoppare, venendoci a raccontare la solita favola delle mele marce e dell’immagine “infangata” della polizia penitenziaria e delle nostre forze dell’ordine.

Ma i massacratori in divisa non sono mele marce, sono fascisti convinti, messi dallo stato dei padroni a “domare il bestiame” nelle carceri sovraffollate.

Coperti non solo dalla “destra” e dai Salvini, ma anche dai Landini, dalla falsa “sinistra”, quando anche media allineati al governo borghese, come repubblica, cominciano a parlare di un problema sistemico.

Se una crepa si è aperta al di là del muro di omertà, lo si deve ai detenuti e le detenute in lotta, che non hanno abbassato la testa ed hanno denunciato i pestaggi subiti.

Lo si deve alle compagne e ai compagni solidali, che sin da subito hanno capito e sostenuto le lotte dei detenuti e dei loro familiari e che perciò sono stati e continuano ad essere repressi come “nemici dello stato”.

VERITÀ SULLE STRAGI DI STATO NELLE CARCERI!

SVILUPPARE SOLIDARIETÀ PROLETARIA!

SUPPORTARE I DETENUTI E I LORO FAMILIARI!

Da Repubblica:

ROMA – Sedici inchieste per tortura, pestaggi e lesioni a carico di agenti della Penitenziaria documentano quanto sia pigra e frettolosa la teoria delle “poche mele marce”. E quanto siano fragili le gambe su cui poggia. A stare alle centinaia di denunce presentate dai detenuti di tutta Italia, infatti, “l’orribile mattanza” di Santa Maria Capua Vetere non è la follia di una giornata storta. Appare essere più un metodo. Replicabile e replicato. Spesso tollerato dalle gerarchie. Quindi, alla bisogna, sanguinosa strategia di contenimento e controllo della popolazione carceraria.

Allo stesso tempo, però, le sedici inchieste aperte negli ultimi due-tre anni testimoniano la difficoltà dei magistrati a individuare responsabilità e a ricostruire i fatti, quando essi avvengono all’interno delle mura di una prigione e si fanno scudo dell’omertà di tanti. A fronte di poche sentenze di condanna (è del 17 febbraio scorso quella di dieci poliziotti in servizio a San Gimignano, accusati di aver brutalizzato un tunisino), spuntano frettolose richieste di archiviazione (come a Modena), indagini senza indagati (sempre Modena), l’impossibilità di riconoscere chi ha alzato le mani o il manganello (Potenza), e torture derubricate a semplici percosse (Pavia), dunque materia per giudici di pace.

Prendiamo la notte di Melfi. Tra il 16 e il 17 marzo 2020, quando la rivolta innescata dalla paura del Covid pare ormai sedata al costo altissimo di 13 vite, dal penitenziario lucano trasferiscono 60 reclusi. Ecco alcuni passaggi dei loro racconti, così come figurano nei verbali consegnati ai pm: “Gli agenti ci hanno legato i polsi con fascette da elettricista, lungo il tragitto che ci portava al pullman ci urlavano di tenere la testa bassa, avevano formato un cordone umano e alcuni di loro ci colpivano con calci nel sedere e in altre parti del corpo”; “ho visto detenuti con la testa rotta e sanguinante, occhi tumefatti e nasi rotti”; “c’erano agenti incappucciati e altri col passamontagna”; “lungo il tragitto ho subito calci e colpi con un bastone”; “sono entrati nella cella e hanno pestato mio zio, che è cardiopatico e ha due stent”. Le testimonianze sono coerenti e convergenti. Leggendole, riparte il film di Santa Maria Capua Vetere. Eppure a maggio la procura potentina ha chiesto al Gip l’archiviazione, con la motivazione che anche laddove le violenze hanno avuto un riscontro sanitario, “le vittime non sono state in grado di riconoscere gli autori”.

All’archiviazione si è opposta l’avvocato Simona Filippi dell’associazione Antigone. “Quando agli atti finiscono anche i video delle telecamere di sorveglianza – osserva Filippi – le inchieste vanno avanti, come nei casi di San Gimignano, Torino e Monza. Senza i filmati è difficile abbattere il muro di omertà. Vediamo stringate richieste di archiviazioni che ci lasciano a dir poco perplessi: a Modena la procura in due paginette vorrebbe chiudere l’indagine sui nove morti della rivolta. Una evidente forzatura”.

Gli eventi del marzo scorso, quando scoppiarono ribellioni in 21 istituti, 107 agenti rimasero feriti e 13 detenuti sono deceduti, sono una ferita aperta per il nostro Paese. Dopo 15 mesi – riporta Repubblica – non una sola responsabilità è stata accertata. Le lettere dei compagni di cella, che a Rieti e a Modena hanno parlato di abusi e mancati soccorsi per chi durante i tafferugli aveva assaltato le farmacie imbottendosi di metadone e psicofarmaci, sono finite nel nulla.

Per le presunte violenze denunciate negli istituti Pagliarelli di Palermo, Milano Opera e Pavia le indagini sono in corso. A Firenze, invece, dieci agenti e due medici sono imputati per i pestaggi nel carcere di Sollicciano, il più selvaggio dei quali ai danni di un marocchino: il 27 aprile il gruppetto di secondini lo ha massacrato a calci e pugni nell’ufficio dell’ispettrice (anche lei imputata), lasciandolo a terra, nudo, con due costole rotte. “Ecco la fine di chi vuol fare il duro”, pare abbia gridato uno degli aguzzini.

Storie che sporcano l’immagine del Corpo della polizia penitenziaria e dei suoi 38 mila agenti. Chiamati ogni giorno a fare un lavoro complicato. E che, ovviamente, non sono tutti dei picchiatori. Ma quante mele marce bisogna ancora scoprire prima di capire che esiste un problema di sistema?

Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato: pestaggi sono stati denunciati da centinaia di detenuti in tutta Italia. Ma raramente si arriva ad accertare fatti e responsabilità. “C’è troppa omertà, indagini archiviate frettolosamente”

Mele marce un corno, lo stato sono loro, marcio è il sistema!

L’ex capo del DAP Basentini a Fullone, uno dei “registi” della mattanza nel carcere campano: “hai fatto benissimo!”. Ebbene, né Fullone, né Basentini risultano indagati. Eppure il DAP sapeva dell’operato della polizia penitenziaria, il Ministero di Giustizia sapeva, e adesso con i video nessuno può dire di non sapere.

“Lo stato siamo noi” hanno urlato gli squadristi in divisa mentre picchiavano e torturavano i detenuti.

Ebbene, se lo stato siete voi, la favola delle mele marce raccontatela a chi, oltre ai sensi, ha perso anche il cervello e con esso la memoria.

Le violenze, le torture, le morti non sono il frutto di qualche poliziotto su di giri, ma il risultato di una giustizia borghese, di uno stato di polizia, del moderno fascismo che ha fatto carta straccia degli stessi diritti democratici che lo hanno sottratto un tempo alla giustizia proletaria. La violenza nelle carceri è una prassi sistemica che viene portata avanti dall’istituzione carcere e protetta e avallata dal Ministero di Giustizia.
Se una crepa si è aperta al di là del muro di omertà, lo si deve ai detenuti e le detenute in lotta, che non hanno abbassato la testa ed in quei giorni hanno fatto girare video di denuncia dei pestaggi subiti. Lo si deve alle compagne e ai compagni solidali, che sin da subito hanno capito e sostenuto le lotte dei detenuti e dei loro familiari e che perciò sono stati e continuano ad essere repressi come “nemici dello stato”.

La mattanza “scoperta” a Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato. E noi dobbiamo esigere la verità sulle stragi di stato nelle carceri e supportare i detenuti e i loro familiari, soprattutto quando le loro denunce vengono insabbiate/archiviate

Dalla stampa:

L’inchiesta sul carcere di Santa Maria Capua Vetere. Negli atti del gip le prove della manipolazione a opera degli indagati per giustificare la «perquisizione»

«Non posso ripensarci, vado al manicomio. Secondo me erano drogati. Noi dobbiamo pagare ma non dobbiamo pagare con la vita. Voglio denunciarli»: è il racconto di Vincenzo Cacace, il detenuto sulla sedia a rotelle che si vede nell’immagini di videosorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vertere. Gli agenti lo tirano fuori dalla cella mentre lo percuotono con i manganelli. È il 6 aprile del 2020, il giorno prima nel reparto Nilo avevano protestato per timore che il Covid si diffondesse, il giorno dopo è partita la perquisizione straordinaria che il gip Sergio Enea ha definito «orribile mattanza». Sono 52 le misure cautelari, tra gli indagati anche personale con ruoli di vertice.

NEGLI ATTI emerge il ruolo del provveditore campano alle Carceri, Antonio Fullone, del comandante della polizia penitenziaria nell’istituto di pena, Gaetano Manganelli, e di altre figure apicali. La partecipazione di Manganelli alla perquisizione «non è minimamente discutibile – scrive il gip – si evince nitidamente oltre che dalle dichiarazioni rese da Anna Rita Costanzo (anche lei indagata, ndr) nel corso del suo interrogatorio («io arrivai dopo che i comandanti si erano riuniti per distribuire i ruoli e compiti nella stanza di Manganelli dove l’operazione era stata pianificata») ma anche dai messaggi che scambia con gli altri protagonisti».

Alle 13:38 Manganelli manda a Fullone il messaggio: «Stiamo pianificando operazione» e poi a Maria Parenti (direttrice facente funzione del carcere) «stiamo per effettuare la perquisizione straordinaria». A Fullone chiarisce: «Utilizziamo anche scudi e manganelli». A fine giornata è soddisfatto: «Buonanotte provveditore grazie per la determinazione assunta per la concreta vicinanza». Costanzo, commissaria capo responsabile del Nilo, nelle chat scrive: «Un’operazione eccellente. Siamo tutti molto soddisfatti. Meno male che sono venuta, mi sono riscattata». Messaggi anche tra Fullone e l’allora capo del Dap, Basentini, che al primo risponde: «Hai fatto benissimo» quando Fullone gli scrive: «Era il minimo per riprendersi l’istituto, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così».

PER GESTIRE GLI ESITI «dell’operazione eccellente» sono stati necessari falsi referti medici, foto e video artefatti, depistaggi. Diciannove agenti colpiscono tanto forte e tanto a lungo i detenuti da procurarsi lesioni. Si fanno refertare e poi trasmettono gli atti all’autorità giudiziaria: «Hanno dichiarato di essersi procurati le lesioni a seguito di aggressioni a opera di detenuti – scrive il gip -. La circostanza è falsa, venendo smentita dai filmati del circuito di sorveglianza, che non rilevano mai alcuna forma di resistenza da parte dei detenuti. Sopraffatti dal gran numero di agenti presenti, si sono limitati a contenere i colpi subiti, badando principalmente a proteggere la testa».

MANGANELLI il 7 aprile inoltra alla procura due informative di reato sul 5 e 6. Nell’ultima viene denunciata «una resistenza opposta da 14 detenuti (“durante tale perquisizione, i detenuti di cui sopra si sono resi protagonisti di violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale”) che con tale illecita condotta avrebbero cagionato lesioni a “varie unità si polizia penitenziari” che “hanno dovuto far ricorso alle cure dei sanitari del pronto soccorso”». Nella nota i 14 vengono indicati come i capi della protesta del 5. «La ricostruzione contenuta in entrambi gli atti – scrive il gip – è affetta da palese falsità ideologica».

Pasquale Colucci, uno degli ispettori più attivi, pure avrebbe stilato relazioni false. In una (data nell’incipit 8 aprile e in calce 6) scrive: «Durante le operazioni di perquisizione i detenuti erano armati e avevano opposto resistenza, lanciando contro gli agenti oggetti di varia natura tra cui bombolette di gas incendiate; nelle celle erano stati rinvenuti oggetti atti a offendere, fra cui pentole piene di olio bollente, spranga di ferro e altro». Per provare la ricostruzione sarebbero state alterate foto e video messi agli atti dagli indagati. Colucci e Costanzo, insieme ad altri agenti, «hanno simulato il rinvenimento di strumenti atti a offendere».

Colucci scrive in chat: «L’unica che mi sembra più sveglia è la Costanzo, gli ho detto cosa fare». E Costanzo a Salvatore Mezzarano: «Con discrezione e con qualcuno fidato fai delle foto a qualche spranga di ferro. In qualche cella in assenza di detenuti fotografa qualche pentolino su fornelli anche con acqua». I messaggi successivi ricostruiscono tutti i tentativi per confezionare le false prove con la data (falsa) del 6 aprile. Ma nella macchina fotografica utilizzata è rimasta traccia del giorno e dell’ora reale. «Dell’attività di depistaggio – scrive il gip – è consapevole e informata Francesca Acerra comandante del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria di Napoli che, abdicando al suo ruolo istituzionale, svolge un ruolo di coordinamento nella redazione delle relazione inoltrate anche per il suo tramite all’autorità giudiziaria».

ANALOGA MANIPOLAZIONE la subiscono i video realizzati dagli indagati per millantare la violenza dei detenuti il 5. I messaggi tra Colucci e Fullone, prosegue il gip, «provano che il primo si è recato come da accordi pregressi presso il carcere ad acquisire i video (verosimilmente girati con un cellulare) solo in data 9 aprile». Colucci a Fullone il 9 aprile: «Sì soni sul posto ho raccolto tutto». E l’altro: «Ottimo». Gli audio però fanno capire che non si tratta di immagini del 5 così Colucci scrive al suo sottoposto Massimo Oliva: «Mi togli l’audio»

Adriana Pollice

da il manifesto

Sputi, botte e bastonate. Lamine Hakimi è morto in cella di isolamento dopo la mattanza, imbottito di farmaci e senza cure

Prima le botte, poi una quantità tossica di farmaci – oppiacei, neurolettici e benzodiazepine – assunta “in rapida successione e senza controllo sanitario“: è morto per un arresto cardiocircolatorio conseguente a un edema polmonare acuto, Lamine Hakimi, detenuto straniero affetto da schizofrenia, uno dei 15 carcerati del reparto Nilo classificati dalla Polizia Penitenziaria come pericolosi e per questo motivo messi in isolamento nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo l’”orribile mattanza“, come l’ha definita il Giudice per le indagini preliminari (Gip), del 6 aprile 2020.

Un evento che ha spinto l’ufficio inquirente guidato dal procuratore Maria Antonietta Troncone a ipotizzare nei confronti dei poliziotti indagati il delitto di “morte come conseguenza di altro reato“. Scelta però non condivisa dal Giudice, che invece ha classificato quel decesso come un suicidio. Hakimi morì il 4 maggio 2020 nella sezione Danubio, a distanza di quasi un mese dalle violenze perpetrate dai poliziotti penitenziari sulle persone ristrette nel Reparto Nilo.

Così come per le altre vittime delle violenze, sono descritte nel dettaglio, nella corposa ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Santa Maria Capua Vetere, le percosse subite dal detenuto algerino di 27 anni Lamine Hakimi, morto in cella il 5 maggio 2020. Un trattamento che non si discosta molto da quelle subite dagli altri carcerati ma esacerbato da un suo tentativo di ribellione: prelevato con la forza dalla sua cella, la numero 7, del reparto Nilo, percosso con calci, schiaffi, pugni durante il trasferimento, reagì cercando di sferrare un pugno a un poliziotto, così lo percossero ancora di più fino a provocarne lo svenimento. Gli schiacciarono la testa contro il pavimento e lo colpirono con il bastone alle costole e alle gambe mentre lo trascinavano a terra nel reparto. Diversi carcerati parlano delle sue condizioni e ognuno le definisce peggiori delle proprie:

“…stava troppo male, aveva segni di manganellate dappertutto e un bozzo dietro la testa… sono stato 15 giorni in stanza con lui, lo sogno tutte le notti…“. E ancora: “…ha sempre assunto la terapia psicofarmacologica e lo faceva stare bene…“, “…lui stava peggio di me, gli avevano fatto molto male, lo hanno sfondato… stava così male che per 4 giorni non ha preso la terapia. Dopo 4 giorni si è svegliato e abbiamo parlato…“.

Agli altri detenuti in isolamento che soffrivano di varie patologie, secondo quando riporta l’ordinanza, venne sospesa la somministrazione dei farmaci. Il giorno della morte di Hakimi, inoltre, venne eseguita un’altra perquisizione personale durante la quale, per l’ennesima volta, gli agenti sputarono sui detenuti e proferirono minacce nei loro confronti: “mica e’ finita qua! Avete avuto la colomba, dovete avere ancora l’uovo di Pasqua“.