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Il ddl in votazione al Senato adotta la definizione IHRA e equipara l’antisemitismo alla critica politica verso Israele. Una norma per trasformare la solidarietà con la Palestina in sospetto ideologico
Oggi il Senato è chiamato a votare il disegno di legge sull’antisemitismo. Presentato come uno strumento necessario per contrastare l’odio antiebraico, il provvedimento rischia però di produrre un effetto molto diverso: trasformare la critica politica allo Stato di Israele in una forma sospetta di antisemitismo e restringere gli spazi di espressione di chi denuncia la guerra e le violazioni dei diritti umani in Palestina.
Il cuore della legge è l’adozione della controversa definizione operativa di antisemitismo proposta dall’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Una definizione che negli ultimi anni è stata contestata da giuristi, organizzazioni per i diritti umani e da numerose realtà ebraiche progressiste, perché include tra i possibili esempi di antisemitismo anche alcune forme di critica allo Stato di Israele e al sionismo.
Il rischio, denunciato da molte organizzazioni – tra cui la israeliana B’Tselem e il network statunitense Jewish Voice for Peace – è che la distinzione tra antisemitismo e antisionismo venga deliberatamente confusa. In questo modo l’odio razziale contro gli ebrei, che va combattuto senza ambiguità, finisce per essere accostato alla critica politica verso uno Stato e le sue politiche.
È una torsione pericolosa, soprattutto nel contesto attuale. Da mesi le piazze di tutto il mondo – e anche in Italia – sono attraversate da mobilitazioni contro l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza e contro il numero impressionante di vittime civili palestinesi. La solidarietà con la Palestina è diventata un terreno centrale di mobilitazione sociale, con scioperi, manifestazioni e campagne di boicottaggio.
È proprio questo il punto. Per molti osservatori il disegno di legge non nasce tanto dall’esigenza di rafforzare gli strumenti contro l’antisemitismo – già presenti nell’ordinamento italiano – quanto dalla volontà di costruire un argine politico e culturale alle proteste contro Israele.
Nel nostro ordinamento l’antisemitismo, come ogni forma di discriminazione razziale o religiosa, è già perseguito penalmente dall’articolo 604 bis del codice penale, la cosiddetta Legge Mancino. Gli strumenti giuridici esistono. La domanda, dunque, è un’altra: perché introdurre una nuova norma che adotta una definizione così controversa?
La risposta sembra stare nel contesto politico internazionale. L’offensiva israeliana su Gaza ha generato una crescente pressione dell’opinione pubblica globale e ha incrinato la narrativa occidentale di un sostegno incondizionato allo Stato israeliano. In questo scenario, la linea di molti governi occidentali è stata quella di spostare il terreno del dibattito: non più discutere delle responsabilità politiche e militari di Israele, ma concentrare l’attenzione sulla legittimità delle critiche.
La definizione IHRA funziona esattamente in questo modo. Costruisce un campo semantico ambiguo in cui quella critica può essere facilmente interpretata come antisemitismo. È una formula elastica che consente di trasformare il dissenso in sospetto.
Non a caso, nel rapporto sull’antisemitismo presentato ieri dal Centro di documentazione ebraica – basato proprio su quella definizione – tra i 963 episodi registrati nel 2025 vengono inseriti anche post e commenti collegati alle mobilitazioni per la Palestina. In altre parole, la solidarietà con un popolo sotto occupazione militare viene già oggi letta attraverso la lente dell’antisemitismo.
È un passaggio che segnala un cambio di paradigma. Il problema non è più soltanto combattere l’odio razziale ma ridefinire i confini del discorso pubblico su Israele.
Non sorprende, quindi, che il disegno di legge abbia diviso anche le opposizioni. All’interno del Partito Democratico si è aperto un confronto duro. Alcuni senatori riformisti sostengono l’adozione della definizione IHRA come riferimento internazionale. Altri, come Susanna Camusso, hanno espresso una netta contrarietà, sottolineando il rischio di isolare il tema e di trasformarlo in uno strumento politico.
Nel tentativo di evitare una spaccatura, i senatori dem hanno proposto una mediazione: eliminare gli indicatori interpretativi più controversi della definizione IHRA. Una soluzione che consentirebbe al partito di votare sì alla legge senza esporsi all’accusa di voler indebolire la lotta contro l’antisemitismo.
Ma per molti osservatori si tratta di un compromesso fragile. Perché il problema non è solo tecnico. È politico.
L’adozione della definizione IHRA rappresenta infatti un passaggio simbolico: sancisce una narrazione ufficiale che tende a legittimare il sionismo come posizione intoccabile e a delegittimare il suo rifiuto come forma di odio.
In questa prospettiva, pratiche di protesta come il boicottaggio accademico o economico contro Israele – strumenti storicamente utilizzati anche contro l’apartheid sudafricano – potrebbero essere facilmente dipinte come manifestazioni di antisemitismo.
È esattamente questo che temono molti insegnanti, lavoratori della scuola e attivisti che negli ultimi mesi hanno portato nelle classi e nelle piazze il dibattito sul conflitto israelo-palestinese. Se la critica a Israele viene assimilata all’odio antiebraico, chi prova a ricostruire la storia coloniale della Palestina o a denunciare le responsabilità dell’occupazione rischia di trovarsi sotto accusa.
Il risultato è un paradosso democratico. Una legge nata per difendere una minoranza perseguitata rischia di trasformarsi in uno strumento di censura del dibattito politico.
Combattere l’antisemitismo è una responsabilità storica e morale. Ma proprio per questo la sua lotta non può essere piegata a logiche geopolitiche o utilizzata per silenziare le critiche verso uno Stato.
Confondere antisemitismo e antisionismo non protegge gli ebrei dall’odio. Al contrario, rischia di banalizzare l’antisemitismo reale e di svuotare il significato stesso di quella parola.
E soprattutto rischia di produrre un altro effetto: trasformare la solidarietà con il popolo palestinese in un terreno sempre più sorvegliato.
Il voto di oggi dirà se il Parlamento italiano vuole davvero rafforzare la lotta contro il razzismo o se preferisce costruire una nuova zona grigia in cui il dissenso politico diventa sospetto. Perché dietro la retorica dell’emergenza antisemitismo si intravede un obiettivo più ampio: disciplinare il linguaggio pubblico e mettere sotto pressione chi denuncia le responsabilità di Israele nella tragedia palestinese.
La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei conflitti sociali.
La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini.
La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale.
A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza.

La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i movimenti sociali”.
L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro sociale Askatasuna a Torino.
All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli attivisti imputati.
Da Contropiano

Gigi, compagno anarchico agli arresti domiciliari per aver difeso un corteo no snam dalla violenza poliziesca, si è visto negare la liberazione anticipata perché solidale con la Palestina e i prigionieri politici palestinesi.
Il tribunale di Sorveglianza di Pescara ha rigettato la richiesta di liberazione anticipata presentata per Gianluigi Di Bonaventura, l’anarchico che da luglio dell’anno scorso è agli arresti domiciliari per scontare una condanna a 10 mesi per il reato di violenza e minaccia a pubblico ufficiale commesso il 21aprile 2018 a Sulmona durante una manifestazione contro la realizzazione del gasdotto Snam. La richiesta era stata presentata dal suo avvocato Filippo Torretta per il periodo compreso tra luglio 2025 e gennaio di quest’anno sulla base del fatto che, così come evidenziato nel reclamo, «durante la detenzione domiciliare nessuna delle prescrizioni è stata violata, come confermato anche dalla relazione dell’Uepe, (ufficio di esecuzione penale esterna ndr) altamente positiva in merito al comportamento osservato. Di Bonaventura non ha divieti di incontro o di comunicazioni per cui è libero di comunicare tramite social o financo megafono». Perché è questo il motivo del rigetto. Secondo i giudici, infatti, così si legge nell’ordinanza «durante la detenzione domiciliare ha tenuto una pessima ‘condotta in considerazione del fatto che in data 7-09-2025 durante un corteo in sostegno della Palestina ha utilizzato un megafono per diffondere messaggi di sostegno a detenuti per terrorismo, ha utilizzato i social per il medesimo e ha acceso fuochi d’artificio presso la sua abitazione, il 13-09-2025 ha postato una sua foto con la scritta “Torneremo”». Così commenta l’avvocato Torretta: «La decisione della Sorveglianza riflette il pericolosissimo restringimento degli spazi di democrazia in corso in Italia. Negare la liberazione anticipata non perché Di Bonaventura non abbia rispettato le regole (l’ottimo comportamento è stato certificato dagli assistenti sociali) ma perché ha espresso solidarietà alla Palestina e ai tre ragazzi palestinesi processati a L’Aquila per aver progettato atto di resistenza armata contro l’invasore israeliano in Palestina (due tra l’altro assolti) sembra voler stabilire un nuovo principio: non basta rispettare le regole, devi anche pensare come decidiamo noi. Un precedente pericoloso, molto pericoloso».
Un centinaio di compagne e compagni hanno manifestato ieri davanti al carcere di Terni in solidarietà ad Hannoun e tutti i prigionieri politici Palestinesi detenuti in Italia. Delegazioni provenienti da Milano, varie pari dell’Umbria, Napoli, Roma – Lazio, Ravenna, L’Aquila, con collegamenti dalla Sardegna e da Genova, hanno raccolto e rilanciato l’appello di Hannoun di continuare a lottare per una Palestina libera dal fiume al mare, contro la repressione del movimento di liberazione e di solidarietà alla Palestina, per la liberazione di Anan, Hannoun e tutti i prigionieri politici palestinesi e rivoluzionari in Italia.
Intervento della delegazione di Milano
E’ stata ribadita la necessità di collegare e rilanciare le lotte contro la guerra imperialista e per l’autodeterminazione di tutti i popoli e contro l’attacco USA-Israele contro l’Iran e tutti i popoli del medio oriente (a Roma si terranno presidi quasi tutti i giorni davanti all’ambasciata americana). E’ stata inoltre lanciata la data del 28 marzo per una nuova manifestazione nazionale a Roma.
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Intervento del figlio di Hannoun
All eyes on Palestine di Perugia
Intervento di SRP
Intervento dello Slai Cobas s.c.



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Dopo l’intensa giornata di solidarietà militante di sabato 21 nella quale si sono svolte iniziative davanti alle carceri di Ferrara, Rossano, Melfi e Pescara invitiamo tutte e tutti a partecipare al corteo di Milano organizzato per sabato 28 febbraio dall’ Associazione Palestinesi in Italia e dall’ Associazione delle Donne Palestinesi. Il corteo partirà alle ore 15 da piazza Duca D’Aosta per terminare in via Venini davanti alla sede dell’Associazione benefica di solidarietà del popolo palestinese chiusa dalla magistratura dopo la criminale montatura giudiziaria che ha portato agli arresti del 27 dicembre di Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly e Riyad Albustanji. In questo momento sono ingiustamente detenuti nelle carceri italiane dopo vergognosi processi farsa anche Anan Yaeesh, Ahmad Salem e Tarek Dridi.
LA SOLIDARIETA’ NON È REATO – LA RESISTENZA NON È TERRORISMO
LIBERI TUTTI SUBITO!
LETTERA DI SALEM DAL CARCERE DI ROSSANO