Solidarietà alla ragazza picchiata e arrestata a Torino da sbirri in borghese e in divisa

Da Repubblica
TORINO – Fermata con birra in bottiglia si ribella, arrestata: poliziotti accerchiati e insultati, “Siete violenti”

Urla, insulti e polemiche per l’arresto di una ragazza scattato nel cuore della movida torinese, avvenuto secondo i presenti con modi violenti. È successo questa notte, poco dopo l’una in una delle vie accanto a piazza Vittorio Veneto, la zona preferita dai giovani per trascorrere le serate del weekend.
La giovane, di 30 anni, era con alcune amiche quando gli agenti le hanno fermate per identificarle perché avevano in mano delle bottiglie di birra nonostante la vendita per asporto delle bevande alcoliche non fosse consentito già dalle 19.
Al loro primo rifiuto di mostrare i documenti, la situazione è degenerata: le ragazze hanno risposto con insulti e il tentativo di allontanarsi, così gli agenti hanno bloccato con forza la ragazza che ha provato a reagire. Due agenti sono finiti in ospedale per le ferite dovute ai calci e ne avranno per sette giorni.
Una scena che non è passata inosservata, in tanti si sono avvicinati per assistere e girare dei video, additando gli agenti per i loro modi e insultandoli. Nel frattempo la ragazza è stata portata in questura e arrestata.
Giulia, una ragazza che era presente (e che chiede di non rivelare il suo cognome), racconta così ciò che ha visto: “Stavo raggiungendo un amico in piazza Vittorio e mi imbatto in un’aggressione. Mi avvicino subito e scopro che il picchiatore era un poliziotto in borghese circondato da altri 5 agenti anche loro in borghese. Chiamiamo una volante sperando che possa risolvere la situazione, dato che la stavano praticamente trascinando per terra, strattonandola e spintonandola. Arriva la pattuglia e la ragazza viene aggredita nuovamente, stavolta dalla polizia in divisa. La afferrano violentemente, sbattendola sulla volante, le girano con forza le braccia all’indietro e nel suo volto si legge molto dolore. Lei cerca di liberare le braccia ma ne ottiene solo una violenza maggiore nei suoi confronti. Dopodiché viene inserita violentemente nella vettura e viene portata via senza aver rilasciato alcun verbale e senza avvertire nessun suo amico di dove la stessero portando”.

8 – 15 giugno: settimana di solidarietà anticarceraria per i prigionieri politici mapuche e della rivolta cilena.

Da Rete Bolognese di iniziativa anticarceraria

Facciamo una chiamata in tutti i territori per promuovere azioni di propaganda per i prigionieri politici mapuche in sciopero della fame dal 4 di maggio.
Loro sono 8 prigionieri politici mapuche nel carcere di Angol, Cile e il Machi Celestino Cordova nel carcere di Temuco, Cile.

– Puoi fare un cartello e pubblicarlo nelle rete sociale.
– Puoi fare uno striscione d’appendere.
– Puoi scattare una foto, registrare un video o scrivere un messaggio.
La creatività solidale non manca!

Da inviare anche a:
Wewain
https://www.facebook.com/Wewai%C3%B1-365319607628129/
https://www.facebook.com/riedpm/?ref=bookmarks
@Red internacional en defensa del pueblo mapuche

LIBERTÀ O MORTE !

Appello per una mobilitazione per la tutela dei diritti umani e la liberazione dei detenuti politici in Turchia

Dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016, il governo turco ha dichiarato lo stato di emergenza. È stato rinnovato ogni tre mesi per un periodo totale di due anni. Lo stato di emergenza è stato applicato senza nessun quadro giuridico ed è stato concepito e utilizzato come strumento di repressione autoritaria contro gruppi di opposizione della società.

Innumerevoli sono state le violazioni dei diritti umani, della libertà di stampa, del diritto ad eleggere ed essere eletti, dei diritti sociali ed economici, della libertà individuale e della sicurezza personale. Il governo turco ha utilizzato lo stato di emergenza per ignorare la costituzione e i trattati internazionali, per minacciare col terrore la popolazione e reprimere i gruppi di Opposizione: per deprivarli dei loro diritti economici e sociali o per arrestarli. Sebbene lo stato di emergenza sia stato ufficialmente rimosso, continua ad essere applicato nelle province curde. Agendo attraverso con i decreti legge il governo turco ha esautorato, tra il 2016 ed il 2018, 95 delle 102 municipalità e arrestato 93 sindaci. I nostri ex co-presidenti Selahattin Demirtaş e Figen Yuksedag sono tra i 15 deputati di HDP arrestati e si trovano ancora dietro le sbarre. Nel mese di maggio 2020 sono state depositate presso l’Assemblea Nazionale turca i procedimenti di revoca dell’immunità parlamentare di 19 deputati di HDP tra cui Pervin Buldan Co-presidente del partito, Sezai Temelli, Saliha Aydeniz, Remziye Tosun, Ömer Faruk Gergerlioğlu, Şevin Coşkun, Feleknas Uca, Meral Danış Beştaş, Musa Farisoğulları , Tayip Temel , Ebru Günay, Kemal Bülbül, Pero Dündar, Nuran İmir, Gülistan Kılıç Koçyiğit, Ayşe Acar Başaran, Dersim Dağ, Mensur Işık, Ömer Öcalan.

La sconcertante repressione nei confronti dei politici democratici continua a pieno regime in Turchia. Il 4 giugno 2020 i deputati di HDP Leyla Guven e Musa Farisoğulları e il deputato del CHP Enis Berberoğlu sono stati privati del loro mandato parlamentare e incarcerati. Sebbene Leyla Guven e Musa Farisoğulları avessero l’immunità parlamentare dopo essere stati eletti come deputati nel 2018, il procedimento in tribunale contro di loro non è stato sospeso ed è proseguito. Il 24 settembre 2019 la Suprema corte di appello ha emesso la propria sentenza di condanna: 9 anni di pena detentiva per Musa Farisoğlulları e sei anni per Leyla Guven sulla base di accuse collegate al terrorismo.  Il 22 maggio a Diyarbakir un’operazione di polizia ha preso di mira l’associazione di solidarietà delle donne Rosa e 12 attiviste, tra cui l’ex sindaca di Bostanici Gulcihan Simsek e Havva Kiran delle Madri della Pace, sono state arrestate e incarcerate.

Più di 5,000 funzionari e militanti di HDP sono incarcerati per il loro impegno politico, e ciò rappresenta altro sintomo di come il regime turco non tollera alcuna forma di opposizione, reprimendo e privando della libertà tutti coloro che si oppongono al governo turco.

Alla privazione della libertà personale si accompagnano i trattamenti inumani e degradanti cui vengono sottoposti in carcere che hanno raggiunto il massimo della riprovevolezza durante l’attuale pandemia del COVID 19.

Il regime turco ha infatti di recente emanato un provvedimento di amnistia che ha interessato circa 90.000 detenuti condannati per reati talvolta di notevole gravità e pericolosità sociale escludendo dal beneficio tutti i condannati per reati di natura “politica” e tutti i prigionieri politici in attesa di processo in palese violazione degli articoli 2 e 10 della costituzione turca, nonché dell’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.  Tutto ciò ha impedito la liberazione di circa 50.000 detenuti tra i quali migliaia di politici, membri del parlamento, sindaci curdi, intellettuali, rappresentanti delle ONG, attivisti per i diritti umani, studenti, artisti, giornalisti, ecc.

L’attuale pandemia del COVID 19 ha inoltre ulteriormente peggiorato le condizioni dei reclusi.   Il 28 aprile il Ministero degli Interni ha affermato che sono stati rilevati 120 casi COVID-19 in 4 diverse carceri. Il 22 maggio il Ministero ha annunciato 82 casi COVID-19 nella sola prigione di Silivri e che un detenuto era morto.  Sulla base dei rapporti delle famiglie e degli avvocati dei detenuti il numero di casi COVID-19 nelle carceri è molto più elevato. I reparti e i corridoi delle carceri non vengono puliti regolarmente.  I prodotti per la pulizia vengono venduti nelle mense carcerarie a prezzi elevati e molti detenuti non possono permettersi di acquistarli.  Maschere e guanti non sono regolarmente distribuiti nelle carceri di tutto il paese.  Le autorità turche non seguono molti principi e linee guida specificati dall’Organizzazione mondiale della sanità, del CPT e dei commissari per i diritti umani delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa. Tutto questo consente una maggiore diffusione del virus senza che siano assicurate ai reclusi le cure necessarie con l’intento di decimare i prigionieri politici senza che nessuno sia in grado di controllare quanto avviene all’interno delle carceri turche.

La pandemia di covid-19 rappresenta inoltre un grande rischio per la salute e la vita umana e le donne ed i bambini sono particolarmente vulnerabili non protetti contro l’epidemia.

Rivendichiamo il diritto ad un esistenza libera e dignitosa di ogni essere umano ed i principi cardine affermati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e ripresi da Convenzioni e Trattati del Diritto Internazionale che tutelano i diritti umani e le libertà fondamentali  devono essere assicurati a uomini e donne indistintamente in ogni parte e nazione del globo, quali che siano le loro opinioni politiche , il loro credo religioso, il loro orientamento sessuale  o il Paese di provenienza, in particolar modo in Turchia dove gli stessi vengono sistematicamente violati.

A tale fine chiediamo a tutti coloro che su tali principi fondamentali del Diritto si riconoscono ed agiscono ad aderire sia singolarmente che nelle formazioni sociali o politiche cui appartengono, al presente appello rivolto ad assicurare il rispetto dei Diritti Umani in Turchia e la liberazione dei detenuti politici, condividendone e sottoscrivendone il contenuto e nel contempo realizzando iniziative e presidi in ogni paese europeo e città italiana il giorno:

 27 giugno 2020 alle ore 17

 –       Per ottenere la liberazione di tutte le persone che a causa delle loro opinioni politiche in Turchia sono private della loro libertà personale, tra le quali tutti i co-sindaci, consiglieri comunali e provinciali dell’HDP, così che gli stessi possano esercitare la pubblica funzione che riveste la loro carica e nel contempo sia rispettata la libera espressione della volontà popolare come normalmente accade in ogni Stato di Diritto;

–       Perché siano tutelati i diritti fondamentali dei prigionieri politici ristretti nelle carceri turche, anche mediante la concreta applicazione delle linee guida redatte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, del CPT e dei commissari per i diritti umani delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa, così che i detenuti possano essere preservati dagli effetti nefasti del COVID 19 ;

–       Per assicurare ai prigionieri politici i benefici di legge concessi ad altri detenuti senza che venga attuata alcuna discriminazione in loro danno;

–       Per assicurare una esistenza Libera e Dignitosa ad ogni persona, con particolare riguardo alle donne ed ai bambini che in Turchia godono di minori tutele e sono perciò maggiormente esposte ed esposti a discriminazioni soprusi; 

–       Per sostenere ogni altra forma di denuncia e manifestazione di solidarietà per la Libertà di Espressione e di Pensiero affinché anche in Turchia possa essere assicurata la Libertà di Opinione garantita in ogni Stato democratico

in tal senso

indirizzando la propria azione ai Governi, agli Organi e Rappresentanze Internazionali quali le Nazioni Unite, il Comitato per la prevenzione della tortura (CPT), l’Unione Europea, Amnesty International ed ogni altra organizzazione che opera a tutela dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, affinché  esercitino le necessarie pressioni politiche e diplomatiche sulla Turchia con la urgenza che la situazione attuale richiede così da poter salvaguardare la vita e le libertà fondamentali di tutti/e coloro che in detta nazione sono perseguitati e sottoposti a restrizione della loro libertà personale a causa soltanto delle loro opinioni politiche legittimamente manifestate ma mal tollerate dal regime turco.

 Ufficio informazione del Kurdistan in Italia, Rete Kurdistan Italia

 Per adesioni scrivere a  info@retekurdistan.it , info.uikionlus@gmail.com

Per un 19 giugno di mobilitazione nazionale contro la repressione

Appello:
19 giugno mobilitazione nazionale contro l’uso dell’emergenza coronavirus per intensificare la repressione antiproletaria e antipopolare – l’attacco al diritto di sciopero e alla libertà di manifestazione – contro il carcere assassino e il carcere tortura – a sostegno delle lotte nelle carceri e in solidarietà con i prigionieri politici nel mondo

A fronte della crisi economico/pandemica, frutto del modo di produzione capitalista nella fase imperialista, il governo sfrutta le lezioni dell’emergenza per imporre le leggi e gli interessi dei padroni ed affinare le armi della repressione a tutti i livelli.
La Fase 2 per padroni e stato è all’insegna delle leggi e i provvedimenti liberticidi. Ai vari decreti e pacchetti sicurezza si aggiungono misure emergenziali, sanzioni e controllo sociale sempre più capillare, per usare il distanziamento sociale e le leggi anti-assembramento per impedire le lotte sociali e i movimenti di opposizione politica anticapitalista, antirazzista e antimperialista
Il cuore è l’attacco preventivo al diritto di sciopero – già esercitato in occasione della giornata internazionale delle donne – al diritto di manifestazione sindacale e politica in un quadro in cui si vuole cancellare ogni forma di libertà di espressione, militarizzando ogni aspetto della vita sociale.
Ogni manifestazione di dissenso viene immediatamente punita, sia attraverso multe comminate a proletari sia utilizzando l’arresto ed il carcere per punire la solidarietà proletaria.
Il diritto alla salute viene usato dal governo per un lockdown a favore di padroni che deve essere solo “lavorare per produrre profitto”.

Così diventano numerose le sanzioni, i licenziamenti punitivi su lavoratrici e lavoratori che si sono rifiutati di lavorare in condizioni di insicurezza, o che hanno osato solo denunciare la mancanza di dpi sul luogo di lavoro; le cariche, il controllo militare, la repressione poliziesca delle lotte operaie e sindacali, sulle manifestazioni e scioperi di lavoratori, disoccupati, migranti, pur se effettuate rispettando le regole sul distanziamento sociale e l’uso delle mascherine; i divieti e le misure “cautelari” imposte a lavoratrici e lavoratori precari, denunciati per aver difeso lavoratrici e lavoratori sfruttati, come successo a Bologna con accuse gravissime, come tentata estorsione, diffamazione ecc.
La repressione padronale delle lotte proletarie è andata ben oltre i limiti della cosiddetta “legalità”, innescando vere e proprie aggressioni criminali sui posti di lavoro ai danni di lavoratori ribelli e delegati dei sindacati di base e di classe (ultimi esempi, l’episodio del bracciante di Terracina, picchiato e licenziato perché chiedeva una mascherina, oppure quello che ha colpito il delegato Slai Cobas s.c. a Taranto, vigliaccamente aggredito perché pretende il rispetto dei diritti dei lavoratori al Cimitero di Taranto.
Intanto la procura di Bologna avvalora l’arresto di 12 compagne e compagni, accusati di associazione sovversiva, costruendo una montatura con la «strategica valenza preventiva, volta ad evitare che in eventuali ulteriori momenti di tensione sociale, scaturiti dalla particolare descritta situazione emergenziale, possano insediarsi altri momenti di più generale “campagna di lotta antistato” oggetto del citato programma criminoso di matrice anarchica, in quanto gli indagati avrebbero partecipato negli ultimi mesi di lockdown a sit-in e proteste in favore delle rivolte nelle carceri per il rischio coronavirus».
A Milano viene imbastita una campagna contro la scritta ‘fontana assassino’ rivendicata dai CARC per criminalizzare tutti coloro che giustamente accusano la giunta regionale lombarda di aver contribuito a trasformare la pandemia in strage.
Intanto nelle carceri, dove dall’8 marzo è esploso il conflitto, si è abbattuta con virulenza la repressione, causando il massacro di almeno 14 persone, torture, pestaggi, riduzione alla fame, umiliazioni, trasferimenti punitivi e ulteriore aggravamento delle già tragiche condizioni sanitarie e di sovraffollamento, che hanno favorito il diffondersi dell’epidemia nel silenzio più totale.
Dobbiamo sostenere la legittima lotta dei detenuti per il diritto alla cura e all’affettività, per una vita dignitosa, la richiesta di amnistia/indulto.
Essa va sostenuta con la controinformazione e le iniziative dentro e fuori le carceri.
Per questo proponiamo una mobilitazione specifica, unitaria e organizzata contro la repressione sociale e politica, contro il carcere assassino e il carcere tortura, per la solidarietà di classe e militante nei confronti di tutti i prigionieri politici e dei proletari ribelli detenuti nelle carceri dell’imperialismo.
Un appuntamento da costruire insieme per il 19 giugno, giornata storica di solidarietà internazionale con i prigionieri rivoluzionari.

Soccorso rosso proletario srpitalia@gmail.com

Lo Stato fascista turco ha ucciso il partigiano Hasan Ataş (Şerzan) del TKP / ML TIKKO

Erdogan terrorista!
Imperialisti complici dello Stato fascista e terrorista turco, Italia in testa che lo arma e lo sostiene!
La Guerra popolare non è terrorismo!
I partigiani combattenti sono i figli migliori del popolo e sono immortali!
La partecipazione popolare al suo funerale è stata impedita dai militari
Turchia: combattente TKP / ML TIKKO ucciso dall’esercito turco
Martedì 2 giugno a Ovacık nella regione di Dersim, il combattente TKP / ML TIKKO Hasan Ataş (Şerzan) è stato ucciso durante gli scontri con l’esercito turco. Hasan Ataş era nella “lista dei terroristi ricercati” dallo stato fascista turco.
Lo scontro è avvenuto vicino al villaggio di Hacibirim, nel distretto di Ovacik nella provincia di Dersim. Le informazioni attualmente disponibili indicano che l’operazione delle unità speciali della gendarmeria è ancora in corso e che almeno quattro residenti nel villaggio di Büyükkaya (situato vicino all’area dello scontro) sono stati arrestati. Ieri sera, tre di loro sono stati rilasciati dopo aver rilasciato dichiarazioni al comandante della polizia locale, mentre uno è rimasto in detenzione. Gli abitanti del villaggio rilasciati hanno detto che i poliziotti li hanno minacciati.
Nel frattempo, una dichiarazione ufficiale è stata rilasciata dall’ufficio del governatore di Dersim, in cui si afferma che il guerrigliero Hasan Ataş è stata ucciso in un bombardamento condotto dall’esercito militare turco con l’uso di droni nell’area.
Tuttavia, fonti locali affermano che questo non convalida ciò che è realmente accaduto, in particolare perché la zona era molto nuvolosa quella notte, quindi le condizioni non erano adatte per l’uso dei droni.
Il suo corpo è stato portato dall’Istituto di medicina legale Malatya e a Mazgirt a circa 250 chilometri dal luogo del martirio dove l’esercito ha impedito al popolo di rendergli l’ultimo saluto.
striscioni al Politecnico della città di Atene

NO ALLA REPRESSIONE VERSO MIGRANTI E SOLIDALI – LA SOLIDARIETA’ RAFFORZA LA LOTTA!

Da Campagne in lotta
Adesso la solidarietà si chiama associazione a delinquere e istigazione: Ecco le motivazioni per i fogli di via alle compagne in Calabria.

Negli ultimi giorni due richieste di fogli di via sono state confermate a due solidali per aver partecipato il 6 dicembre scorso al blocco del Porto di Gioia Tauro. In quell’occasione, chi vive nei ghetti e lavora nelle campagne era sceso in strada, in maniera autorganizzata e consapevole: non solo per chiedere (per l’ennesima volta) documenti, case e contratti, ma anche per dimostrare di poter prendere parola in maniera libera e autonoma, a differenza di quanto restituisce l’immaginario mainstream. Per questo appare grave, falsa e feroce la ricostruzione dei fatti promossa dalle forze dell’ordine, con cui si motiva la pericolosità sociale e quindi la fondatezza del foglio di via notificato
a diversi solidali. In primo luogo, si riporta che i manifestanti avrebbero aggredito un dipendente del porto “che tentava di guadagnare l’uscita…danneggiando con calci e pugni la sua autovettura”. Oltre a dichiarare il falso, poichè nessuno si è scagliato contro l’automobile, la ricostruzione omette il fatto che per “guadagnare l’uscita” detta autovettura abbia investito deliberatamente diversi manifestanti che in maniera assolutamente pacifica portavano avanti il blocco, ferendone uno in maniera molto grave. Vale la pena ricordare che il manifestante, dopo una visita sommaria, nonostante le gravi ferite riportare, sia stato tradotto al commissariato e denunciato.
Alle menzogne si aggiungono razzismo e paternalismo: nella ricostruzione, infatti, non solo si nega il protagonismo attivo e consapevole dei migranti alla giornata di lotta, ma vengono additati come pericolosi istigatori e unici promotori della mobilitazione i e le solidali che accorsero quel giorno a sostenere la lotta, sottolineando il fatto che fossero italiani. Evidentemente i cani da guardia del potere non riescono o non vogliono comprendere che un africano, un ‘nero’, non ha bisogno di un italiano per prendere parola e farsi sentire, non ha bisogno di un’associazione o di un sindacato a fargli da interprete.
Dulcis in fundo, le compagne e i compagni vengono condannati senza processo, additati come pregiudicati e accusati di essere un’associazione a delinquere, confermando un modus operandi dedito alla costruzione di teoremi diffamatori e criminalizzanti che ormai è sempre più diffuso. Con buona pace di forze dell’ordine, istituzioni, associazioni, sindacati e altri sciacalli, chi vive e lavora nelle campagne non rimane né muto né passivo, e continua a dimostrare di non essere disposto a farsi strumentalizzare né zittire. Allo stesso modo non ci lasceremo piegare da denunce e fogli di via e non accetteremo queste vergognose menzogne. Se pensate di fermarci vi sbagliate.
Ricordiamo che è stata lanciata una campagna contro la repressione, e di sostegno per le spese legali.
L’immigrazione non è un crimine, la solidarietà non è un reato.

Poliziotti israeliani rilasciati un giorno dopo aver ucciso un disabile palestinese, ma sul muro dell’Apartheid compare il murales di George Floyd – Senza giustizia nessuna pace!

Nazareth – PIC. Domenica, le autorità israeliane hanno rilasciato due poliziotti dal carcere soltanto un giorno dopo aver ucciso un giovane palestinese con bisogni speciali nella Città Vecchia di Gerusalemme.
Eyad al-Hallaq, un palestinese di 32 anni autistico, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da agenti di polizia israeliani vicino alla porta di al-Asbat, a Gerusalemme.

I poliziotti hanno affermato che al-Hallaq sembrava essere in possesso di una pistola, ma si è scoperto che era in realtà disarmato, e non ha capito gli ordini degli agenti che gli intimavano di fermarsi.

Secondo testimoni, al-Hallaq è stato colpito almeno sei volte.

L’autorità palestinese (ANP) e molte organizzazioni per i diritti umani hanno condannato l’omicidio di al-Hallaq e hanno chiesto indagini internazionali sui crimini israeliani contro i palestinesi, in particolare le uccisioni extragiudiziali.
Fonte “Agenzia stampa Infopal – www.infopal.it”