Segnaliamo le prossime iniziative nazionali
21 FEBBRAIO presidio a Rossano per Yaser, Riyad, Ahmad
21 FEBBRAIO presidio a Melfi per Anan
21 FEBBRAIO presidio a Ferrara per Raed (in preparazione)
1 MARZO presidio a Terni per mohammad Hannoun
Segnaliamo le prossime iniziative nazionali
21 FEBBRAIO presidio a Rossano per Yaser, Riyad, Ahmad
21 FEBBRAIO presidio a Melfi per Anan
21 FEBBRAIO presidio a Ferrara per Raed (in preparazione)
1 MARZO presidio a Terni per mohammad Hannoun


LA SOLIDARIETA’ NON SI ARRESTA – MOHAMMAD HANNOUN LIBERO!
DOMENICA 1 MARZO ORE 14,30 PRESIDIO NAZIONALE AL CARCERE DI TERNI
La detenzione di Mohammad Hannoun, il presidente dell’API l’associazione Palestinesi d’Italia nel carcere a Terni dopo l’arresto avvenuto a fine dicembre con l’accusa di essere finanziatore di Hamas, arresto confermato. nonostante l’esclusione delle “prove” presentate da Israele, ci impone di mobilitarci ed esprimere la nostra piena solidarietà e anche di leggere questo come l’ennesimo attacco alla solidarietà con la Palestina. Lo Stato italiano sta conducendo -su mandato di Israele e in ossequio alla sua logica di annientamento del popolo palestinese- un attacco alla resistenza palestinese e ai movimenti di solidarietà. Questo attacco ha molte facce, ma una sola direttrice: schiacciare chiunque osi opporsi al colonialismo di insediamento e alla pulizia etnica in corso. Vengono imprigionati e processati, su richiesta israeliana, partigiani palestinesi rifugiati politici in Italia, come Anan Yaheesh condannato incredibilmente in 1° grado a 5 anni e mezzo; vengono colpiti e arrestati palestinesi che, in piena guerra genocida, raccolgono aiuti umanitari per il loro popolo sterminato da bombe, fame e malattie diffuse; viene repressa con ferocia’ differenziata la solidarietà al popolo e alla resistenza palestinesi con condanne pesantissime come quella a Tarek e con azioni esemplari contro studenti pro-Palestina come fermi, arresti domiciliari e schedature che coinvolgono le stesse scuole pubbliche.
In questo quadro, l’operazione di criminalizzazione degli aiuti umanitari al centro del processo contro Mohammad Hannoun assume un significato chiaro. È la stessa logica applicata su scala globale: come Israele nei territori occupati e a Gaza blocca gli aiuti, caccia Medici Senza Frontiere e accusa l’UNRWA (l’agenzia ONU che dal 1949 fornisce assistenza ai profughi palestinesi) di complicità, così all’estero chiede ai governi vassalli, come quello italiano, di colpire i flussi di solidarietà dal basso. Due piccioni con una fava: screditare i movimenti di solidarietà e garantirsi il business esclusivo degli aiuti e della futura ricostruzione, mentre si tenta di ridurre al silenzio la solidarietà con il popolo palestinese e mentre continua l’assedio a Gaza con l’imposizione di condizioni di vita inumane e l’impedimento di qualsiasi forma di aiuto e assistenza alla popolo palestinese. Per questo è urgente smontare questa narrazione tossica e ristabilire un piano di verità: l’unica direttrice giusta è quella della resistenza e della liberazione del popolo palestinese dall’entità coloniale israeliana.
Di fronte a questa macchina repressiva, le finzioni legali crollano. A nulla valgono l’esclusione delle prove israeliane anonime ed estorte nel processo Mohammad Hannoun, o l’inconsistenza delle testimonianze dell’ambasciatrice israeliana nel processo contro Anan Yaheesh. La partita non si gioca sul campo dello stato di diritto, ma su quello dei loschi affari e delle convenienze politiche: accordi energetici (ENI), commesse militari, cyber sorveglianza, affari di altre società italiane con Israele, in cambio di ostaggi e del silenzio sulla Palestina. In questo contesto, diventa cruciale creare un legame forte e visibile tra tutte le mobilitazioni. I presidi del 21 febbraio per Anan Vaheesh a Melfi e per Ahmed Salem, Yaser Alassali e Riyad Albastangi a Rossano Calabro, per Raed Dawood a Ferrara sono in continuità con gli scioperi, i presidi, i cortei e le manifestazioni per la Palestina, come lo è il presidio per Mohammad Hannoun a Terni e quelli per Tarek, e tutti gli altri detenuti e processati perché credono che l’autodeterminazione del popolo palestinese, la sua liberazione dal fascismo israeliano sia oggi una possibilità di riaffermare anche qui da noi delle pratiche di autodeterminazione e libertà da uno stato sempre più autoritario, poliziesco, autoritario e fascista. Ogni processo contro la solidarietà è un processo contro la libertà di tutte e tutti. Libertà per tutti i prigionieri politici.
Perché la liberazione della Palestina è liberazione di tutti!
Perché la solidarietà è un’arma e per questo il potere la vuole spezzare!
Coordinamento ternano per la Palestina, API e UDAP
Carcere di Melfi 21 febbraio ore 15
presidio al carcere di Melfi
contro la sentenza di condanna per Anan
– Per esprimere solidarietà e vicinanza ad Anan e a tutti i prigionieri politici palestinesi
– contro la montatura per Hannoun
– contro la repressione del movimento palestinese e del movimento di solidarietà con la Palestina
La resistenza non è reato, la solidarietà è un’arma non un reato!
Liberi tutti! Palestina libera!
Da Taranto delegazione con mezzo collettivo
per info e adesioni
#iostoconlaPalestina Taranto
c/o slai cobas taranto wa 3519575628
Una analisi/commento dell’Avvocata Antonietta Ricci
Il Consiglio dei Ministri in data 5 febbraio 2026, ha approvato:
– un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle Forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale;
– un disegno di legge che introduce disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle forze di polizia e del Ministero dell’interno.
È bene ricordare che si tratta solo dell’ultimo di una serie impressionante di «Decreti sicurezza» proposti e adottati dal governo Meloni. La filosofia securitaria e autoritaria che regge il governo Meloni si è palesata sin da subito con il primo decreto della neonata maggioranza, quello «anti-rave party» (DL 162/2022, convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione definita illegale di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani. Quindi il Decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), dopo il tragico naufragio, con la morte di almeno 180 persone migranti, per inasprire le pene contro gli scafisti, contrastare l’immigrazione irregolare, regolare i flussi migratori. Poi ecco il Decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito all’odioso stupro di due giovanissime adolescenti ad opera di alcuni minorenni, adottato per contrastare la criminalità giovanile. Per giungere al DL 48/2025 (convertito in l. 80/2025), il principale decreto in tema di sicurezza, che ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, in tema di sicurezza, carceri e istituti detentivi, punendo anche la resistenza passiva.
Fino ad arrivare all’attuale decreto sicurezza con un’impronta fortemente repressiva, un attentato ai diritti costituzionali in cui dai 33 articoli di cui è composto ciò che emerge è che il dissenso viene trattato come un problema da neutralizzare. Sulle manifestazioni il salto di qualità illiberale è evidente, alza le sanzioni ed allarga la punibilità fino ad arrivare a colpire chi le organizza. Non si puniscono solo le condotte violente, si costruisce un clima di rischio intorno alla mera partecipazione e si prendono di mira giovani, manifestanti, migranti e attivisti.
I punti più critici sono concentrati nell’art. 7 (Disposizioni a tutela dell’ordine e della sicurezzapubblica) che introduce il cd. “fermo preventivo“, prevedendo la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifici servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni in luogo
pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici – e ivi trattenere per non oltre 12 ore per i conseguenti accertamenti di polizia – persone per le quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali, sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche. Questo è un punto che ricorda e riporta palesemente al fascismo, se leggiamo gli atti del tempo quando il duce arrivava in una città c’erano i rastrellamenti preventivi degli antifascisti, degli oppositori che venivano trattenuti in questura fino a che la visita non finiva. Su questo punto pare si sia faticato per trovare una formulazione accolta anche dalla Presidenza della Repubblica ma la soluzione individuata è quantomeno chimerica. Al fine di rendere passabile questa norma si è previsto che dell’accompagnamento e dell’ora in cui è stato compiuto se ne dà immediata comunicazione al Pubblico Ministero il quale se riconosce che non ne ricorrono i presupposti, ordina il rilascio della persona fermata. Nella realtà, per quanto si possa ritenere che il pubblico ministero che riceve la comunicazione sia particolarmente solerte, si faccia mandare tutte le carte e la documentazione sulla quale si basa il provvedimento di trattenimento, lo valuti e lo ritenga non giustificato ci vorranno sicuramente alcune ore e nel frattempo il provvedimento di trattenimento avrà ottenuto l’effetto desiderato.
Un’altra misura particolarmente grave (art. 10, Disposizioni di partecipazione a riunione o ad assembramenti in luogo pubblico), altrettanto lesiva del diritto costituzionale di manifestare è quella che introduce per una serie di reati, anche non particolarmente gravi, la possibilità per il giudice di applicare la sanzione accessoria del divieto di partecipare a pubbliche riunioni, di prendere parte a pubblici assembramenti. Sempre lo stesso articolo riconosce al questore, quando ricorrono specifiche ragioni di pericolosità, l’obbligo di comparire più volte presso la questura nel corso della giornata in cui si svolgono manifestazioni pubbliche che gli sono precluse.
Scandaloso è anche l’art. 9 ( Modifiche alle disposizioni in materia di pubbliche manifestazioni) riguarda i promotori di una riunione in luogo pubblico finora sottoposti alla normativa ex art. 18 TUPS. Ebbene, il mancato preavviso al questore della convocazione è stato depenalizzato diventando un illecito amministrativo di talchè sottratto alla competenza dell’autorità giudiziaria penale che finora condannava soltanto il promotore nel caso si riuscisse ad individuarlo. Ora trasformare questo reato in un illecito amministrativo che prevede una sanzione da 1000 a 10.000 euro cambia completamente la procedura nel senso che a quel punto la segnalazione da parte della polizia di coloro che secondo loro siano i promotori di questa manifestazione, automaticamente comporterà l’applicazione della sanzione amministrativa. Dopodichè, per contestare questa sanzione, per competenza processuale ci si dovrà rivolgere ad un giudice di pace previa iscrizione a ruolo del procedimento, nei confronti di un organo che generalmente è molto meno garantista rispetto al tribunale penale ed abbastanza restio a contrastare le prese di posizione della polizia giudiziaria e dell’amministrazione. Quindi è una depenalizzazione che in realtà andrà a colpire in modo estremamente significativo il diritto a manifestare. Sempre questo articolo del decreto aumenta notevolmente le sanzioni amministrative fino a quattro volte nei confronti di chi pur essendo stato autorizzato a manifestare non rispetti il percorso concordato con la questura, non sciolga la manifestazione quando ordinata dalla polizia o durante la manifestazione compia o “emetta grida sediziose” un termine ambiguo che può essere riferito, ad esempio, all’esposizione di bandiere o emblemi che sono simboli di sovversione sociale o di vilipendio verso lo Stato, il Governo, e le autorità.
L’altra novità contenuta nel decreto-legge (art. 12) e di cui se ne è parlato tanto riguarda il tema di “annotazione preliminare in un separato modello in presenza di cause di giustificazione“ ovvero il cosiddetto scudo penale. Per superare la palese violazione costituzionale dell’art. 3, la formulazione dell’articolo ha portato a far sì che questo scudo penale sia esteso a tutti i cittadini. Per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia – si legge – il pubblico ministero, quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), procede all’annotazione preliminare, in separato modello – da introdursi con apposito decreto del Ministro della giustizia (art. 13) – del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro (art. 12). Si coglie immediatamente l’abnormità di questa norma che per la genericità e la vaghezza con la quale è stata formulata, vìola il principio di tassatività della legge penale attribuendo conseguentemente un potere interpretativo molto ampio per chi lo applica. È facile prevedere che, nella prassi, l’applicazione di tale norma riguarderà prevalentemente, se non esclusivamente (visto che non tutti i cittadini possiedono armi che portano con sé quotidianamente), gli appartenenti alle forze dell’ordine. In tutte quelle situazioni in cui si profili, anche solo in astratto, la possibilità di un legittimo uso delle armi o dell’adempimento di un dovere — circostanza che, di fatto, caratterizza in modo permanente l’operato delle forze di polizia — gli agenti non verrebbero iscritti immediatamente nel registro degli indagati. Essi verrebbero invece annotati in un apposito registro, a seguito del quale si procederebbe a una valutazione preliminare del loro operato, con la conseguente rapida definizione del procedimento e la possibile estinzione di ogni profilo penale a loro carico, senza che siano svolti particolari approfondimenti o accertamenti istruttori.
Il nuovo decreto interviene anche in materia di immigrazione; tuttavia, gli aspetti più rilevanti seguiranno l’iter ordinario del disegno di legge, con tempi di approvazione più lunghi. Ciò nondimeno, già all’interno di questo decreto-legge vengono introdotte alcune disposizioni significative in tema di controllo delle frontiere, espulsioni e rimpatri, orientate a favorire i provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale e a creare le condizioni per l’esternalizzazione dei trattenimenti — il cosiddetto “modello Albania”. Viene inoltre prevista l’abolizione del patrocinio a spese dello Stato per i procedimenti relativi alle espulsioni dei cittadini migranti. Attualmente, infatti, il migrante che propone ricorso avverso un provvedimento di espulsione o di trattenimento in un CPR ha automaticamente diritto al gratuito patrocinio: una norma di civiltà e di garanzia effettiva del diritto di difesa per soggetti che, nella maggior parte dei casi, non dispongono di alcun mezzo per tutelarsi adeguatamente. La sua soppressione rappresenta un ulteriore e grave elemento di preoccupazione rispetto alla deriva che sta assumendo questo intervento normativo.
L’analisi complessiva del nuovo decreto sicurezza delinea un regime autoritario di polizia in cui chi disturba il potere viene messo a tacere con qualsiasi mezzo. È la partecipazione, consapevole, determinata, conflittuale e pacifica che si vuole colpire perchè mette in crisi la narrazione univoca e dominante del potere. Fanno paura le persone in piazza, vogliono una massa silente e obbediente per occultare la violenza della diseguaglianza sociale e dello svuotamento della democrazia.
Il 4 febbraio 2026, un tribunale di Budapest ha condannato in primo grado Maja, Gabri e Anna a 8,7,2 anni di carcere rispettivamente, per le contestazioni a Budapest tra il 9 e l’11 febbraio 2023 contro il cosiddetto “Giorno dell’onore”, il raduno annuale in cui neonazisti e neofascisti provenienti da tutta Europa commemorano i soldati delle Ss caduti durante la Seconda guerra mondiale.
Particolarmente grave è la situazione di Maja T., attivista antifascista tedesca condannata per tentate lesioni personali gravi a danni di neonazisti. Maja è stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e deportata in Ungheria il 27 giugno 2024, poche ore prima che la Corte costituzionale federale tedesca dichiarasse illegale la sua estradizione.
Contro di essa gli avvocati di Maja hanno argomentato la sproporzione della pena richiesta dalla procura ungherese rispetto alle accuse rivolte, le condizioni di detenzione al di sotto degli standard previsti dalle leggi tedesche ed europee, la pesante ingerenza del governo Orban nel sistema giudiziario ungherese che non garantirebbe il diritto a un giusto processo, stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Questi stessi argomenti hanno bloccato le estradizioni di altri imputati, come quella di Gabriele dall’Italia e di Gino dalla Francia, ma non sono stati presi in considerazione da un tribunale minore tedesco.
Da 18 mesi Maja è rinchiusa in una prigione di Budapest in isolamento permanente che può durare anche 3 anni. Le condizioni di detenzione nelle carceri ungheresi, già denunciate da Ilaria Salis durante la sua carcerazione lì, sono aggravate dall’identità queer di Maja, fortemente repressa dal regime di Orban, che la espone a ulteriori violenze e discriminazioni.
Lo scorso anno Maja ha portato avanti uno sciopero della fame per oltre un mese contro le condizioni inumane e degradanti del carcere ungherese e la sua estradizione illegale, contro la quale ha fatto numerosi ricorsi, puntualmente ignorati dalle autorità tedesche.
Nella lettera in cui annunciava il suo sciopero della fame, Maja denunciava il regime di tortura bianca a cui è sottoposta, con luci e controlli orari che le tolgono il sonno, telecamere accese giorno e notte affisse illegalmente nella cella, controlli intimi e perquisizioni corporali durante le quali era costretta a spogliarsi integralmente, condizioni insalubri del cibo e della cella con presenza di insetti e luce insufficiente, mancanza di integratori vitaminici e di visite mediche tempestive.
Condizioni che ne hanno già compromesso gravemente la salute fisica e mentale e contro le quali Maja attende ancora di essere risarcita. Anche per questo farà ricorso in appello contro questa infame sentenza, emessa al termine di un procedimento pilotato dal governo Orban per condannare in maniera esemplare i suoi nemici, antifascisti, antirazzisti e comunità LGBTQ+.
Tutto il processo di Budapest, d’altronde, appare sempre più per quello che è, una farsa giudiziaria, una montatura costruita su congetture traballanti e non su fatti, e contraddistinta da gravi violazioni del diritto alla difesa, oltre che da un grave pregiudizio del giudice e del sistema politico ungherese.
Secondo le ricostruzioni della Procura, Maja avrebbe partecipato, insieme a una ventina di attivisti, a una serie di attacchi nei confronti di 9 persone ritenute legate al “Giorno dell’onore”. Solo 5 di esse avrebbero però riportato lesioni gravi. Nel corso delle udienze inoltre, nessun testimone e nessuna vittima ha riconosciuto Maja. A sostenere l’impianto accusatorio solo le immagini sfocate di una telecamera di sorveglianza che però non riprende la presunta aggressione.
Il fatto che le condanne, seppur alte, siano state notevolmente ridotte, sta a dimostrare da un lato la sostanziale insufficienza di prove con cui la Procura ha potuto corroborare le accuse, dall’altro la volontà politica di arrivare con ogni mezzo a una condanna esemplare dei movimenti antifascisti, in un momento in cui le elezioni politiche ungheresi sono alle porte e la popolarità di Orban e il suo governo è in netto calo per via di una crescente crisi economica e di diversi scandali di corruzione che attraversano il suo partito.
Ma la natura politica e violenta di questo processo profondamente sbilanciato, emerge prepotentemente dalla presenza costante di gruppi neonazisti. Fuori del tribunale, a provocare e intimorire con bandiere e striscioni contro gli antifascisti i sostenitori degli imputati, in aula, a schernire con grugniti Maja, ancora una volta condotta al guinzaglio, con mani e piedi legati da spesse catene.
Un processo sbilanciato anche dall’impossibilità di esprimere solidarietà a Maja, perché le manifestazioni antifasciste in Ungheria sono state vietate. Da settembre infatti il governo Orban considera gli “antifa” come un’organizzazione terroristica e ha sollecitato l’UE a seguire l’esempio del nazista Trump, che ha inserito gli antifascisti nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.
D’altra parte il processo di Budapest non è che la punta dell’iceberg, in Europa, di un processo strutturato di repressione contro l’antifascismo militante. E il neorevisionismo, portato avanti dai partiti democratico borghesi prima ancora di quelli populisti ora al governo, non ha fatto altro che alimentare l’humus di una tendenza reazionaria mondiale al moderno fascismo, spianando la strada alla repressione e tollerando eventi come quello del “Giorno dell’onore” in Ungheria, o addirittura istituzionalizzandoli, come nel caso del “Giorno del ricordo” in Italia.
A tal proposito è interessante notare come in Ungheria, al contrario dell’Italia, un argine a questa marea nera sia stato posto proprio dall’antifascismo militante.
Il “Giorno dell’onore” non è infatti una ricorrenza ufficiale, ma un anniversario simbolico legato agli scontri tra i soldati del terzo Reich, supportati dalle croci frecciate ungheresi, e l’Armata rossa, al termine della seconda guerra mondiale. Molti militari nazisti e filonazisti morirono in combattimento dopo aver decimato, con esecuzioni sommarie e deportazioni nei campi di sterminio ebrei, antinazisti e antifascisti. Questo è l’onore che con questo evento si celebra ogni anno, l’onore di truppe che difesero con le armi un regime fatto di razzismo e violenza.
La manifestazione fu organizzata per la prima volta nel 1997 su iniziativa di István Győrkös, un militante ungherese di estrema destra che si definiva “Vezető”, un termine ungherese comparabile a “Führer” o “Duce”. Nel 1989 Győrkös fondò il movimento paramilitare Gruppo d’azione nazional-socialista ungherese (poi diventato Fronte Ungherese Nazionale): ne fu leader fino al 2016, quando uccise con un colpo di arma da fuoco un poliziotto che stava perquisendo la sua abitazione.
La manifestazione del “Giorno dell’onore” cominciò ad affermarsi a partire dai primi anni Duemila, fino a diventare un evento internazionale, a cui partecipano regolarmente centinaia di militanti di organizzazioni neonaziste non solo ungheresi ma anche di altri paesi europei. Tra queste c’è “Sangue e onore”, un gruppo neonazista che prende il nome dal motto della gioventù hitleriana. Il gruppo, fondato nel 1987 nel Regno Unito, negli anni si è diffuso in vari paesi, tra cui l’Ungheria, ed è stato dichiarato illegale dalle autorità in Germania e in Spagna. C’è da notare poi che in Germania e in Austria i raduni neonazisti sono vietati, non altrettanto avviene in Ungheria e nella stessa Italia.
Dal 2017 ci sono stati diversi tentativi per bloccare le manifestazioni del “Giorno dell’onore”, ma solo nel 2022 la Corte Suprema ungherese le vietò per “motivi di ordine pubblico”, legati alle contro manifestazioni di gruppi antifascisti e pacifisti.
Nel 2023 invece l’evento nazista si è svolto regolarmente, contrastato solo dalla presenza fluida e non strutturata di una ventina di militanti antifascisti, oggi condannati con l’accusa di terrorismo.
A questo stravolgimento anche giuridico della realtà, a questa narrazione fraudolenta della propaganda di regime per sovvertire le stesse regole che le cosiddette democrazie liberali si sono date, Maja ha risposto nell’ ultima udienza che «l’antifascismo è la necessaria autodifesa delle società democratiche, non desiderio di ferire o uccidere».
Rigettiamo con forza questa sentenza ingiusta, che però ci dice anche che il potere repressivo dello stato deve fare i conti con i rapporti di forza, e rispetto alla pena prevista di 24 anni e alla ridicola richiesta di patteggiamento che ne prevedeva 14, hanno dovuto fare dei passi indietro.
Ora dobbiamo allargare, rafforzare e rilanciare la campagna di solidarieta a livello europeo,
Estenderla ad un ampio fronte di lotta, nella consapevolezza che l’antifascismo militante è l’ anticorpo necessario per combattere il moderno fascismo che avanza ed è parte integrante della nuova Resistenza, necessaria a spazzare via tutti i regimi autoritari, razzisti, nazisti, fascisti
Solidarietà internazionalista!
Libertà per Maja e per tutte e tutti i militanti antifascisti!