Tutti i governi dei paesi imperialisti in Europa preparano repressione e carcere per chi si ribella – la Francia di Macron ad esempio

Un articolo dal giornale dei compagni marxisti-leninisti-maoisti francesi

in via di traduzione



Depuis plusieurs semaines maintenant, nous entendons beaucoup parler de l’article 24 de la loi de sécurité globale. En effet, cet article (suspendu pour le moment) vise à empêcher la population de diffuser des images de violences policières. Si cet article cristallise légitimement la colère des masses populaires, l’article 23 est tout aussi infâme, et illustre bien la façon dont l’État prépara son système carcéral en vue d’années de lutte intense.

L’article 23 de la loi de sécurité globale prévoit que « Les personnes condamnées à une peine privative de liberté pour une ou plusieurs infractions (…) ne bénéficient pas des crédits de réduction de peine (…) lorsque ces infractions ont été commises au préjudice d’une personne investie d’un mandat électif public, d’un militaire de la gendarmerie nationale, d’un fonctionnaire de la police nationale …) ». En clair, l’article prévoit de supprimer les remises de peine pour les personnes condamnées pour des infractions commises à l’encontre de membres des forces de l’ordre ou d’élus.

Bien-sûr, l’objectif de cet article est clair : maintenir en prison le plus longtemps possible toute personne qui s’attaque à des flics ou à des politiciens bourgeois. En cela, l’article vise évidemment les manifestations, les révoltes, les grèves, et tous les évènements de contestation au cours desquels des personnes peuvent légitimement s’en prendre aux flics dans le but de lutter contre l’infâme système capitaliste-impérialiste dont les policiers sont les chiens de garde.

Alors que la justice bourgeoise est déjà expéditive et extrêmement répressive à l’encontre de toutes celles et ceux qui luttent contre le capitalisme, cette loi va donc encore renforcer cela, et nous pouvons être certains que les juges et les flics sauront utiliser cet article de loi à leur avantage. En effet, il est très fréquent que les flics accusent de façon mensongère des innocents de violences ou d’outrages dans le but de récupérer des dommages et intérêts ou dans le but d’envoyer ces personnes derrière les barreaux. Avec ce nouvel article de loi, nous pouvons être certains que ces pratiques seront de plus en plus fréquentes, et que lorsqu’ils arrêteront des militants pour des faits ne rentrant pas dans le champ d’application de cet article 23, les flics n’hésiteront pas à ajouter un outrage inexistant à l’affaire dans le but de faire sauter les réductions de peine à la personne condamnée.

Par ces réformes qui se multiplient, mais aussi par la construction de nouvelles places de prison, l’État se prépare donc aux années qui viennent. Nous le savons déjà, la lutte des classes ne va faire que s’intensifier au sein de l’État français dans les années à venir. Le pourrissement de l’impérialisme français, les crises économiques amplifiées par la crise sanitaire, les reformes antisociales qui se multiplient et le renforcement des organisations révolutionnaires comme les Jeunes Révolutionnaires, sont autant d’éléments qui promettent des années intenses de lutte. Alors, l’État se prépare tout naturellement à essayer d’écraser ces révoltes. C’est pourquoi, comme il l’a fait au cours du mouvement des gilets jaunes, il s’apprête à mettre en prison le plus de militants possible. L’État espère ainsi, par cette répression de plus en plus féroce, contrecarrer les révoltes populaires et maintenir le plus longtemps possible le système capitaliste. Seulement, l’État ne comprend pas que même avec toute la répression du monde, il ne pourra que retarder sa chute, mais il ne pourra jamais l’empêcher.

L’État ne comprend pas non plus qu’un militant révolutionnaire derrière les barreaux n’arrête pas de militer, mais il adapte juste ses modes de militantisme à l’environnement carcéral, comme l’ont fait les prisonniers politiques du Parti Communiste du Pérou dans les années 1980 et 1990 en profitant de leurs temps derrière les barreaux pour lire des ouvrages de théorie révolutionnaire, pour organiser la vie de la prison selon des principes communistes et pour convaincre d’autres détenus de rejoindre les forces révolutionnaires.

Ainsi, alors que l’État renforce son arsenal répressif pour essayer en vain d’écraser les révoltes, nous, révolutionnaires, ne pouvons voir en cela qu’un signe positif : l’État a peur de la révolution. À nous maintenant de faire de cette peur une réalité.

La verità nel pozzo. Sulla rivolta di Modena e la morte di Sasà

Da Radiocane

Dopo la rivolta, nei giorni seguenti l’8 marzo 2020, venivano trasferiti dal carcere di Modena a quello di Ascoli, insieme a un’altra quarantina di detenuti. Tra loro c’era Sasà (Salvatore Piscitelli), che morirà di lì a poco, nella più totale indifferenza delle guardie.
In nove mesi nessuno li ha cercati per chiedere la loro versione, nessuno è andato a visitarli per sapere come stessero. Così, cinque detenuti, tra cui il compagno di cella di Sasà, hanno deciso di rompere il silenzio e presentare un esposto in cui raccontano tutto quanto hanno visto e subìto in quei giorni. Ora sono stati trasferiti nuovamente a Modena, dove sembra siano in attesa di essere sentiti da un magistrato.
Quella verità – fatta di corpi offesi, feriti, umiliati – che quasi nessuno cercava – tanto da accontentarsi della tesi assurda delle nove overdose confermata da frettolose autopsie e sbrigative cremazioni – ma che era sotto gli occhi di chiunque volesse vedere, grazie al loro coraggio torna oggi a galla dal pozzo nero dell’oblio e finalmente spezza il primo anello di una catena di menzogne – passate di bocca in bocca e di telegiornale in telegiornale – e strappa il drappo di silenzio stretto a bavaglio attorno a quest’ennesima mattanza di Stato.
Due familiari dei cinque detenuti che hanno deciso di denunciare – e che ora si trovano isolati in cella liscia nel carcere di Modena – raccontano questa storia, terribilmente personale, terribilmente comune a tante altre, troppo spesso dimenticate. Infine ci ricordano come il calore di tutti noi qui fuori possa scaldare le celle di Claudio, Mattia, Ferruccio, Cavazza e Francesco, e sostenerli nella loro scelta coraggiosa.

 

 

Venerdì 18 in solidarietà con i 5 detenuti trasferiti a Modena

Tra parenti e solidali dei 5 detenuti trasferiti a Modena da Ascoli in seguito all’esposto che hanno fatto sul massacro dell’8 marzo, si è pensato di fare un massiccio invio di mail VENERDI 18 DICEMBRE all’indirizzo del carcere di modena cc.modena@giustizia.it, come piccolo ulteriore segno di pressione e di solidarietà compatta che tra amici, parenti e solidali sta maturando. Il testo, pensato insieme, riporta le ritorsioni e pressioni che il carcere di Modena sta attuando nei loro confronti, fatti rispetto ai quali non vanno lasciati soli.
Diffondiamo il testo e la proposta con i canali che abbiamo a disposizione. Un suggerimento per evitare il cestinamento automatico può essere quello di non mettere tutte/i lo stesso oggetto alla mail, andiamo di fantasia!
Il testo è il seguente:

A marzo le botte, a dicembre la tortura: è inaccettabile che chi ha detto la verità venga privato della propria dignità, che vengano date coperte bagnate, che non vengano dati loro i propri vestiti, che debbano bere acqua gialla del rubinetto, che non vengano accreditati i soldi sul conto, che vengano messi in celle con i vetri rotti al freddo, che vengano impediti colloqui già autorizzati. Tutto questo fuori si sa. Anche se le mura del carcere sono alte la solidarietà le supera. A fianco di Claudio, Mattia, Ferruccio, Cavazza e Francesco e di tutti i detenuti e le detenute.

SEMPRE VENERDI 18 A SILENZIO ASSORDANTE, TRASMISSIONE SU RADIONDAROSSA, DALLE 16 ALLE 18 PUNTATA DEDICATA A QUESTA VICENDA

Il massacro nel carcere di Modena. Prime crepe nel muro del silenzio

La vergognosa balla sui 13 detenuti morti a marzo durante le proteste nelle carceri comincia, tardivamente ma finalmente, ad essere smontata. Ma la vendetta dell’amministrazione penitenziaria si abbatte ancora sugli estensori della denuncia.

Cinque detenuti hanno infatti presentato un esposto alla Procura di Ancona. Si tratta di cinque reclusi che erano nel carcere di Modena l’8 marzo quando, durante la rivolta contro l’affollamento in piena pandemia di Covid-19, morirono 13 detenuti.

La vergognosa versione ufficiale – accettata da quasi tutti senza dubbi e senza colpo ferire – era che i reclusi erano morti per overdose di farmaci.

L’agenzia AGI ha potuto prendere visione dell’esposto presentato alla Procura di Ancona, e qui si parla di un “pestaggio di massa” da parte degli agenti e di soccorsi negati ai loro compagni di cella che stavano male per avere ingerito farmaci.

La ricostruzione somiglia molto a quella resa ad agosto da altri due reclusi attraverso altrettante lettere spedite all’AGI e che avevano dato l’avvio, sulla base dell’inchiesta giornalistica, a un’indagine della Procura di Modena per omicidio colposo a carico di ignoti.

Secondo l’AGI, i firmatari dell’esposto, che indicano i nomi dei loro difensori, hanno consegnato all’ufficio matricole del carcere di Ascoli l’esposto destinato ad Ancona (Procura competente per territorio) in cui domandano di essere sentiti dai magistrati per contribuire a “fare chiarezza” su quanto accadde a marzo nel carcere di Modena e che provocò ben tredici morti tra i detenuti.

Ma la vendetta del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) non si è fatta attendere. I familiari e gli avvocati fanno presente che, dopo la presentazione dell’esposto, i cinque detenuti che hanno fatto la denuncia sono stati riportati proprio nel carcere di Modena “in un ambiente ostile”.

Le ragioni del trasferimento non sono al momento chiare. Dal Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria arriva un “no comment”, mentre fonti investigative assicurano che i cinque “non sono indagati e nemmeno sono stati sentiti a Modena”. La loro ricostruzione di quanto avvenuto in quel carcere a marzo, che adesso andrà verificata nell’ambito delle indagini in corso, è impressionante. Purtroppo sappiamo che spesso non è una eccezione ma la regola.

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Su questa parte riprendiamo integralmente il servizio dell’Agi

“Pestaggi di massa anche se non opponevamo resistenza”

Dichiarano “di aver assistito ai metodi coercitivi messi in atto da parte degli agenti della polizia penitenziaria di Modena e successivamente di Bologna e Reggio Emilia intervenuti come supporto. Ossia l’aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo. L’aver caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all’abuso di metadone”.

Anche loro, sostengono, sarebbero stati “picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e privati delle scarpe, senza e sottolineiamo senza, aver posto resistenza alcuna. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate, un vero pestaggio di massa”.

“Salvatore lasciato morire tra versi lancinanti”

Un capitolo a parte è dedicato alla vicenda di Salvatore Piscitelli, il 40enne sulla cui morte i suoi compagni di teatro di Bollate, dove era rinchiuso prima di Modena, avevano chiesto “la verità” in una lettera resa pubblica a giugno.

“Il detenuto Piscitelli, già brutalmente picchiato presso la casa circondariale di Modena e durante la traduzione, arrivò presso la casa circondariale di Ascoli Piceno in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti. Una volta giunto alla sezione posta al secondo piano lato sinistro gli fu fatto il letto dal detenuto F. (uno dei firmatari dell’esposto) poiché era visibile a chiunque la sua condizione di overdose da farmaci. Appoggiato sul letto della cella numero 52 gli fu messo come cellante (il compagno di cella, ndr)  il detenuto M. (anche lui tra i denuncianti).Tutti ci chiedemmo come mai il dirigente sanitario o il medico che ci aveva visitato all’ingresso non ne avesse disposto l’immediato ricovero in ospedale. Tutti facemmo presente al commissario in sezione e agli agenti che il ragazzo non stava bene e necessitava di cure immediate. Non vi fu risposta alcuna. La mattina seguente fu fatto nuovamente presente (da C. altro firmatario dell’esposto) che Piscitelli non stava bene, emetteva dei versi lancinanti e doveva essere visitato nuovamente ma nulla fu fatto. Verso le 09:00 del mattino furono nuovamente sollecitati gli agenti affinché chiamassero un medico, qualcuno sentì un agente dire “ fatelo morire “, verso le 10:00 – 10:20 dopo molteplici solleciti furono avvisati gli agenti che Piscitelli Salvatore era nel letto freddo, Piscitelli era morto. Il suo cellante fu fatto uscire dalla cella e ubicato nella cella numero 49 insieme al F. (il compagno che gli aveva fatto il letto, ndr). Piscitelli fu sdraiato sul pavimento (cosa che si fa per praticare manovre rianimatorie, ndr), giunta l’infermiera la stessa voleva provare a fare un’iniezione al Piscitelli ma fu fermata dal commissario che gli fece notare che il ragazzo era ormai morto. Messo in un lenzuolo fu successivamente portato via. Successivamente abbiamo notato che molti agenti e il garante stesso dei detenuti asserivano che il Piscitelli fosse morto in ospedale”.  Anche nelle lettere acquisite dalla Procura di Modena, i due detenuti – testimoni aveva parlato di “mancate cure” in carcere, nonostante fosse “molto debole”, a Piscitelli.

Sulla sua fine le versioni sono contrastanti. La direzione e il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria sostengono che sia deceduto in ospedale dopo essere stato soccorso in cella, in una relazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e in una comunicazione del ministro di Giustizia  si dice che è morto “presso il carcere”. Un altro passaggio della denuncia si sofferma sulle visite svolte all’arrivo ad Ascoli. “Uno alla volta e quasi tutti senza scarpe fummo accompagnati prima in una stanza ove venimmo perquisiti e successivamente sottoposti alla classica visita medica, dove a molti di noi non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee”. La mattina dopo l’arrivo “molti di noi  furono picchiati con calci, pugni e manganellate, all’interno delle celle a opera di un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria»

Ma dei pestaggi non c’è traccia nelle relazioni ufficiali

Dei presunti pestaggi non  c’è traccia nelle relazioni del  Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria)  e nelle risposte date a question time e interrogazioni parlamentari presentate, le ultime ancora in sospeso. E da quel che si sa sugli esiti delle prime autopsie, non sono emerse violenze, mentre sembrerebbe acclarato l’abuso di farmaci e metadone.

“Il mio assistito è stato riportato a Modena – dice il legale di uno dei firmatari, l’avvocato Domenico Pennacchio – circostanza che ha messo in agitazione i suoi familiari. Quello che sembra emergere, secondo le prime ricostruzioni, è che questi detenuti hanno abusato di farmaci razziati dall’infermeria e poi non sono stati soccorsi. Stamattina ho ricevuto una comunicazione dal garante della Regione Campania al quale mi ero rivolto a tutela dell’incolumità del mio assistito, che è prossimo alla scarcerazione, in relazione al trasferimento a Modena, ma mi hanno detto di rivolgermi al Garante dell’Emilia Romagna. Al Dap avevamo chiesto più volte un riavvicinamento in un carcere alla famiglia, sempre negato. Come legale ho delle perplessità e delle preoccupazioni sul ritorno a Modena”.

La polizia penitenziaria nega i pestaggi

La parte del racconto sui pestaggi viene negata anche da Gennarino De Fazio, segretario nazionale Uilpa  della polizia penitenziaria, che invita a riflettere invece su altre possibili mancanze nella gestione della protesta. “Mi sento di escludere che ci sia stata violenza senza motivo. Parliamo di un istituto penitenziario incendiato e devastato, sono stati divelti cancelli e tentata un’evasione di massa. Immagino ci siano state delle perquisizioni accurate perché alcuni avevano armi rudimentali od oggetti da taglio e che quindi si sia dovuto ricorrere anche al denudamento di qualche detenuto. Teniamo presente che parliamo di un carcere col 152% di sovraffollamento, la capienza regolamentare è di 369 detenuti, ce n’erano 560 in quel momento. Solo questa segna il livello di accuratezza della gestione all’interno del penitenziario. In quel contesto, se c’è stata violenza la possiamo definire ‘legittima’ perché serviva per ripristinare l’ordine, evitare evasioni ed eventuali soprusi di detenuti sui loro compagni”.

De Fazio sottolinea altri aspetti della vicenda: “Il fatto che i detenuti siano arrivati così facilmente alle infermerie degli istituti e si siano approvvigionati di metadone con così tanta facilità dimostra che qualcosa è mancato. Si aveva l’obbligo di rendere più sicure le infermerie? Non impedire la commissione di un reato, per il nostro codice penale, equivale a cagionarlo. Non è possibile che siano morte in questo modo 13 persone”.

Inizia il processo agli sbirri di Piacenza accusati di torture, lesioni, estorsione, spaccio di droga e arresti illegali

La prossima udienza il 18 dicembre

E’ iniziato questa mattina, lunedì 14 dicembre, il processo nei confronti dei carabinieri della caserma Levante, accusati di torture, lesioni, estorsione, spaccio di droga e arresti illegali, in combutta con un gruppo di spacciatori-informatori. Un caso scoppiato nel luglio scorso. Cinque carabinieri finirono in cella, un maresciallo ai domiciliari, altri militari denunciati, tra cui un ufficiale, senza contare una decina d’altri arresti per spaccio di stupefacenti. Venne addirittura sequestrata la caserma, primo caso nella storia d’Italia, da poco riaperta con un nuovo comandante. Per 15 degli accusati, ora è arrivato il momento di presentarsi in aula.
Nella prima udienza in tribunale del processo con rito abbreviato e dei patteggiamenti davanti al giudice Fiammetta Modica per il caso Levante, sono state avanzate tredici richieste di costituzione di parte civile. Tre riguardano associazioni e sindacati (PdM, Partito per la tutela dei diritti dei militari, Nsc, Nuovo sindacato carabinieri e Silca, Sindacato italiano lavoratori carabinieri) mentre le altre dieci riguardano le parti offese. Tra queste quella di Israel Anyanku , il giovane che sarebbe stato picchiato dai carabinieri della Levante e la cui foto era diventata il simbolo dell’inchiesta. “Ho detto la verità: sono stato picchiato senza nessuna accusa. Adesso voglio giustizia” ha spiegato il giovane, accompagnato dall’avvocato Ali Listi Maman. Tra le costituzioni di parti civili non risultano l’Arma dei Carabinieri che era stata indicata come parte offesa, né il Comune di Piacenza.

Criminale è chi ci sfrutta e reprime le giuste lotte, solidarietà agli operai sotto processo a Torino. SRP

Presidio dal Tribunale di Torino: 30 operai a processo, continua la lotta per la libertà di organizzazione e sciopero

Processo Safim: presidio dal Tribunale di Torino in solidarietà ai 30 lavoratori messi alla sbarra per aver fatto sciopero ottenendo migliori condizioni di lavoro e di vita per tutti gli operai dell’azienda di None, anche protestando contro la repressione di tutte le lotte da Modena alla val Susa.

Il processo Safim è un (ennesimo) caso esemplare di repressione antioperaia e antimmigrati: determinato dalle indagini della polizia politica digos, coordinate dal pm Padalino (noto, feroce paladino degli speculatori di ogni sorta recentemente accusato di corruzione e abuso d’ufficio), questo castello di carte giuridiche è un attacco a lavoratori, solidali e coordinatori sindacali.

Accusati formalmente di vari reati, nella sostanza questi lavoratori sono accusati del “crimine” di

essersi ribellati allo sfruttamento padronale, organizzandosi nella lotta con un sindacato conflittuale usando le due armi storiche del movimento operaio: la solidarietà e lo sciopero.

Ricordiamo che la Safim di None attuò (complici la Questura, la Prefettura e la locale Confindustria) una rappresaglia antisindacale arrivando a licenziare i 4 delegati sindacale di S.I. Cobas (che una sentenza dello stesso Tribunale di Torino ha poi giudicato illegittimi) che avevano guidato le vittoriose lotte dentro questo importante magazzino della logistica alimentare a freddo (che nel 2019 ha fatturato più di 50 milioni di euro).

A quest’attacco, rispondiamo rilanciando la lotta alla Safim, verso lo sciopero nazionale della logistica del 18 dicembre, che è la lotta di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici per conquistarci salario, diritti e dignità.

Verso lo sciopero nazionale della logistica del 18 dicembre e lo sciopero generale del 29 Gennaio!

Verso la giornata di manifestazione nazionale del 30 Gennaio!

Chi tocca uno tocca tutti!

S.I. Cobas Torino

L’esposto dei detenuti trasferiti al carcere di Modena

Hanno deciso di metterci il nome e la pelle e non dobbiamo lasciarli soli. Di seguito alcuni aggiornamenti sui 5 coraggiosi detenuti, minacciati e trasferiti dal carcere di Ascoli a quello di Modena, in seguito al loro esposto in procura:

Ciao a tutti e tutte,
vi metto in allegato l’esposto fatto da 5 detenuti di Ascoli alla procura di Ancona.
Sono i primi detenuti che denunciano pubblicamente, mettendoci la faccia, le torture e le uccisioni nel carcere di Modena ed Ascoli.
Da venerdì sono stati riportati a Modena, luogo in cui si trovano i loro massacratori.
Oggi alcuni nostri avvocati di Bologna verranno nominati da questi detenuti, sia per tutelarli, sia per supportarli nel portare avanti la denuncia. Dall’altra questi detenuti per lettera hanno espresso che nonostante la diffidenza sul ruolo della stampa, han dichiarato che in questo caso chi ha contatti può far girare il loro racconto. Da quello che so, oggi dovrebbe uscire un articolo su dirittiglobali da parte di una giornalista che già ad agosto aveva fatto uscire delle testimonianze anonime.

Da parte nostra sabato in 8-9 città abbiamo raccontato per filo e per segno questa storia, sia sotto le carceri che per le strade.
Qui a Trieste venerdì faremo un altro comizio in cui parleremo anche di questi fatti e non solo.
Invitiamo tutti a scrivere a questi detenuti:

Cipriani Claudio, Bianco Ferruccio, Palloni Mattia, D’Angelo Francesco, Belmonte Cavazza
Str. Sant’Anna, 370, 41122 Modena (MO)

Se prima lo Stato ha torturato, ucciso barbaramente, se quel piombo è monito per tutti noi, se non ha avuto problemi a cremare i corpi per non far vedere i segni dell’assassinio, ora è compito nostro tutelare le
vite di questi 5 uomini coraggiosi.
Ognuno scelga i suoi modi, ma ora è importante far capire al DAP che queste persone non sono sole.

Fate girare il più possibile.

IL TESTO DELL’ESPOSTO

Casa circondariale Ascoli

20/11/2020

N°protocollo 18072
Alla procura generale della repubblica di Ancora

Oggetto: Richiesta e verifica su eventuali ipotesi di reato di cui all’art.28 della costituzione della repubblica italiana; art. 3 convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo L. 4 agosto 1955 n°848; art. 608 c.p; art. 575 c.p ; 593 c.p ( tortura; abuso di autorità contro detenuti o arrestati; omicidio; omissione di soccorso). Perpetrati presso la casa circondariale di Modena e presso la casa circondariale di Ascoli Piceno; falso in atti.
In capo alla direzione della casa circondariale di Modena e della casa circondariale di Ascoli Piceno per “culpa in vigilando” e “culpa negligendo” ed al comandante ed al corpo della polizia penitenziaria della casa circondariale di Modena, Ascoli Piceno, Bologna, Reggio Emilia. Richiesta di essere ascoltati da codesta procura per rilasciare deposizioni collettive, individuali, specifiche e dettagliati sui fatti occorsi c/o la casa circondariale di Modena in data 08/03/2020 e c/o la casa circondariale di Ascoli Piceno in data 09/03/2020 e nei giorni successivi al nostro arrivo.

I richiedenti udienza come persone informate dei fatti:

1) Cipriani Claudio …
2) Bianco Ferruccio …
3) Palloni Mattia…
4) D’Angelo Francesco…
5) Belmonte Cavazza…

Premesso:

a) che Cipriani Claudio, Bianco Ferrucci, Palloni Mattia, D’Angelo Francesco, Belmonte Cavazza in data 09/03/2020 venivano tradotti c/o la C.C di Ascoli Piceno a seguito della rivolta scoppiata c/o la C.C di Modena

b) che tutti gli scriventi dichiarano di essersi trovati coinvolti seppure in maniera passiva nella rivolta scoppiata in data 08/03/2020 c/o l’Istituto Penitenziario di Modena.
A tale proposito gli scriventi dichiarano di aver assistito ai metodi coercitivi e ad intervento messo in atto da parte degli agenti della polizia penitenziaria di Modena e successivamente di Bologna e Reggio Emilia intervenuti come supporto.
Ossia l’aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo.
L’aver caricato,detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all’abuso di metadone.
Noi stessi siamo stati picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e private delle scarpe, senza e sottolineiamo senza, aver posto resistenza alcuna.
Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate, un vero pestaggio di massa

c) che, dopo esserci consegnati, esserci fatti ammanettare, essere stati privati delle scarpe ed essere stati picchiati, fummo fatti salire, contrariamente a quanto scritto in seguito dagli agenti, senza aver posto resistenza sui mezzi della polizia penitenziaria usando i manganelli.
Picchiati durante il viaggio fummo condotti c/o alla C.C di Ascoli Piceno. Al nostro arrivo molti di noi furono spostati dai mezzi provenienti da Modena nei mezzi parcheggiati in uso alla penitenziaria di Ascoli Piceno.
Uno alla volta e quasi tutti senza scarpe fummo accompagnati prima in una stanza ove venimmo perquisiti e successivamente alla classica visita medica ,dove a molti di noi non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee.
Alcuni di noi furono picchiati dagli agenti di Bologna anche all’interno dell’Istituto di Ascoli Piceno, nello specifico nei furgoni della polizia penitenziaria alla presenza degli agenti locali.

d) Che, la mattina seguente al nostro arrivo e nei giorni seguenti molti di noi furono picchiati con calci, pugni e manganellate, all’interno delle celle all’opera di un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria. Ricordiamo a codesta Ecc.ma Procura che l’art 28 della costituzione della repubblica italiana cita: “ I funzionari e i dipendenti dello stato […] sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali […] degli atti compiuti in violazione dei diritti […]. L’art 3 della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo sancisce che il “divieto della tortura” ove “nessuno” può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti, si veda anche l’art. 608 C.P. sull’abuso di autorità contro arrestati o detenuti oltre a voler dipanare i fatti occorsi a Modena, poiché molti, noi compresi, siamo stati oggetto di sanzioni disciplinari infondate e immotivate, ove non è stata fornita prova alcuna né a mezzo di supporti di videosorveglianza, filmati, nè in altro modo volevamo per una questione di giusta giustizia in rispetto ai morti della rivolta far luce sulle dinamiche a nostro dire onubilate. Nello specifico vorremmo essere ascoltati per la morte del detenuto Piscitelli Cuono Salvatore deceduto in data 09-03-2020 verso le 10:30 ℅ la C.C. di Ascoli Piceno come espletato al capo sub e).

e) Che, il detenuto Piscitelli Salvatore, già brutalmente picchiato ℅ la C.C di Modena e durante la traduzione, arrivò ℅ la C.C di Ascoli Piceno in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti. Una volta giunto alla sezione posta al 2° piano lato sx gli fu fatto il letto dal detenuto D’angelo Francesco poichè era visibile a chiunque la sua condizione di overdose da farmaci. Appoggiato sul letto della cella n°52 gli fu messo come cellante il detenuto Mattia Palloni. Tutti ci chiedemmo come mai il dirigente sanitario o il medico che ci aveva visitato all’ingresso non ne avesse disposto l’immediato ricovero in ospedale. Tutt facemmo presente al commissario in sezione e agli agenti che il ragazzo non stava bene e necessitava di cure immediate. Non vi fu risposta alcuna. La mattina seguente in data 09-03-2020 fu fatto nuovamente presente sia da parte di Cipriani Claudio che Piscitelli non stava bene, emetteva dei versi lancinanti e doveva essere visitato nuovamente ma nulla fu fatto. Verso le 09:00 del mattino furono nuovamente sollecitati gli agenti affinché chiamassero un medico, qualcuno sentì un agente dire “ fatelo morire “, verso le 10:00 – 10:20 dopo molteplici solleciti furono avvisati gli agenti che Piscitelli Salvatore era nel letto freddo, Piscitelli era morto. Il suo cellante fu fatto uscire dalla cella e ubicato nella cella n°49 insieme al D’angelo. Piscitelli fu sdraiato sul pavimento, giunta l’infermiera la stessa voleva provare a fare un’iniezione al Piscitelli ma fu fermata dal commissario che gli fece notare che il ragazzo era ormai morto. Messo in un lenzuolo fu successivamente portato via. Successivamente abbiamo notato che molti agenti, il garante stesso dei detenuti asserivano che il Piscittelli fosse morto in ospedale, se questo dovesse essere vero confermerebbe, cosa assai grave, la presenza di atti e dichiarazioni mendaci costituenti falsi. In merito a quanto citato nel capo sub e), chiediamo di verificare l’eventuale ipotesi degli articoli citati in oggetto. Altri rapporti disciplinari sono stati fatti rilasciando deposizioni mendaci come il rapporto ai danni del detenuto Bianco accusato di essersi rivolto ad un’infermiera usando termini non consoni. A nulla sono servite le sue spiegazioni volte a dimostrarne il contrario.

Si è parlato molto della rivolta di Modena ma nessuno si è interrogato su cosa fosse realmente accaduto. È inopinabile che vi siano stati dei disordini ma nessuno di noi è stato interrogato o sentito come persona informata sui fatti, partecipe o altro, tutto si è basato sulle sole dichiarazioni delle direzioni che nulla hanno fatto per fare vera chiarezza. Le nostre dichiarazioni non sono state raccolte sminuendo di fatto la nostra persona. Il sistema carcere è in evidente stato di crisi vivendo condizioni di sovraffollamento e degrado in maniera tacita e accondiscendente tende a sminuire e tollerare atteggiamenti violenti e repressivi ad opera di chi indossando una divisa dovrebbe rappresentare lo stato. È chiaro che si tratta di una minoranza, non vi sarà mai una riformabilità efficace. Le direzioni a nostro parere sono responsabili dell’accaduto non potendo non sapere.

Chiediamo a codesta Ecc.ma Procura di verificare in maniera alacre quanto citato ai capi sub a), b), c), d), e). Eventualmente di avallare le nostre richieste di trasferimento e di ascoltarci in modo collettivo o individuale.

I nostri avvocati, elencati, sono al corrente di quanto esposto e ne hanno copia, disponibili ad eventuali confronti.

Porgiamo deferenti ossequi

Ascoli Piceno 20-11-2020

con osservanza

Cipriani Claudio

Bianco Ferruccio

Mattia Palloni

D’angelo Francesco

Belmonte Cavazza

Leggi anche Pestaggi, mancato soccorso e morte: la denuncia di 5 detenuti sulla rivolta di Modena da Il Dubbio