5 giugno contro i Cpr – Presidio a Via Corelli

La gestione dell’immigrazione: un circuito infame e mortifero
L’eccidio che si consuma da anni alle frontiere è frutto delle politiche razziste funzionali al capitale saccheggiatore di vite e di risorse. Nessuno mette a fuoco l’unica causa di queste morti: il divieto di movimento per chi arriva dai paesi da depredare.
Quando si vedono bambini morti sulle spiagge o il numero delle vittime di uno degli ennesimi naufragi è troppo grande per voltare la testa dall’altra parte, allora qualche turbamento prende le anime belle democratiche e due o tre parole di cordoglio escono dalle loro bocche, per un giorno, due, poi più nulla. Si passa ad altro e tutto continua come prima.
Solo nei primi mesi del 2021 sono già 700 i morti nel Mediterraneo, per quanto è dato sapere. Ma chissà quanti barconi affondano continuamente senza lasciare traccia. Dal 2013 al 2020 i morti e i dispersi nel mare davanti casa nostra sono stati quasi 22 mila. Almeno 1.773 emigranti sono morti alle frontiere interne dell’Europa. Circa 3.174 persone sono morte, dall’inizio del 2020, nelle rotte migratorie mondiali.
Senza una lotta contro le “politiche migratorie” degli stati, le immagini delle morti alle frontiere, la notizia dei soprusi e delle torture nei campi d’internamento fuori o dentro l’Europa, produrranno forse qualche senso di colpa, ma senza atti conseguenti.
“Le immagini dei bambini morti sono inaccettabili” dice Draghi, ma non sono le immagini a essere inaccettabili, è la loro morte che lo è.
Come lo sono le morti nei Centri per il Rimpatrio, ultimo infame anello del circuito dell’esclusione per gli emigranti sgraditi. Al CPR di Torino è morto un ragazzo di 23 anni, Musa Balde, che dopo aver subito un meschino pestaggio a Ventimiglia da parte di tre italiani è stato incredibilmente rinchiuso in un CPR invece di essere soccorso e protetto.
Là ha trovato altri aguzzini? I pestaggi da parte della polizia all’interno di quei centri non sono certo un evento raro, prova ne sia l’ultimo nel tempo avvenuto il 25 maggio a Corelli.
Oltre a essere rinchiusi senza neppure aver commesso reati, in spazi lisci come le più inquietanti celle di isolamento in carcere, ricevendo cibo avariato e nessuna assistenza né sanitaria né legale, quando si “permettono” di protestare ciò che li aspetta sono bastonate, arresti e deportazioni.
Dalla prima legge Martelli del 1990 in materia di rifugiati e profughi, fino ad arrivare all’ultimo pacchetto sicurezza Lamorgese del 2020, passando per la Turco-Napolitano del 1998 che istituì i centri di reclusione per i senza documenti e la Bossi-Fini con le sue spietate modifiche, la “questione migratoria” è sempre stata affrontata come un problema di ordine pubblico ed economico.
Il meccanismo fondamentale di controllo dell’immigrazione rimane la politica dei flussi. Le ricadute per il sistema sono evidenti: se si agisce una spietata repressione contro gli immigrati li si tiene sedati e ricattati, uniti potrebbero creare sconvolgimenti difficilmente gestibili, e diventerebbe più semplice far accettare norme restrittive della libertà anche per tutti gli altri.
Il razzismo è insito nella pretesa di offrire accoglienza, quando non esiste per queste persone la libertà di muoversi. Decretando quali individui possano e quali no raggiungere una qualunque parte del mondo, si aprono campi vastissimi per guadagnare soldi e potere sulla pelle degli indesiderati.
Gli emigrati sgraditi diventano una risorsa da mettere a profitto per trafficanti di varia specie. Da chi gestisce centri ipocritamente definiti d’accoglienza, lager da cui non si può uscire o luoghi in cui attendere improbabili documenti liberatori, da chi fornisce servizi per cibo e vestiario, sempre di pessima qualità, a chi si ricava uno stipendio come controllore, mediatore o qualunque figura possa impersonare per ritagliarsi una propria quota di profitto nella divisione della torta.
Un colossale affare che gareggia con altri considerati deprecabili, quelli d’armi e droga.
In solidarietà con i reclusi e i rivoltosi dei CPR, contro i Lager di Stato
Invitiamo al Presidio che si terrà il 5 giugno dalle 17 al CPR di Milano in via Corelli

Presidio operai Fedex a San Giuliano milanese aggredito con mazze e bastoni da bodyguard e crumiri – massima solidarietà

Lavoratori FedEx di Piacenza e solidali Si Cobas vittima nella notte di una grave aggressione fuori al magazzino Zampieri di San Giuliano Milanese. A picchiare dei bodyguard armati di mazze e pistole taser, arrivati per consentire l’ingresso dei crumiri, pagati pure loro una miseria: 30 euro.

Nonostante l’inferiorità numerica e l’ampio schieramento dei mazzieri i lavoratori del SI Cobas sono riusciti a difendersi e a mantenere il presidio fin quando quest’ultimo non è stato completamente accerchiato dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa.

Con noi Asmeron, compagno dei Si Cobas di Milano. Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

ISRAELE VUOLE ARRESTARE 500 PALESTINESI DEI TERRITORI –

costruiamo l’iniziativa necessaria il 19 giugno Milano per la libertà di tutti i prigionieri politici nel mondo

Oggi, la polizia israeliana ha annunciato la sua intenzione di arrestare oltre 500 cittadini palestinesi dei territori del ’48 nelle prossime 48 ore.

Questa ondata di arresti di massa avverrà come parte di quella che l’ entità sionista chiama una campagna di “legge e ordine”. Migliaia di agenti di polizia eseguiranno arresti violenti, sfondando porte, brutalizzando famiglie e rapendo i nostri fratelli, sorelle, compagni e compagne.

Questo non è solo un tentativo di intimidire e ” disciplinare” coloro che hanno partecipato alle rivolte popolari per la giustizia e la liberazione.

Questa è una dichiarazione di guerra. È il modo in cui il progetto coloniale dei coloni tenta di schiacciare lo spirito, la resistenza e la resilienza del nostro popolo. Oltre 1400 sono già stati arrestati dal 9 maggio. Almeno 200 persone verranno accusate e sentenziate.

Le campagne di arresto israeliane hanno preso di mira principalmente minori e ragazzi della classe lavoratrice provenienti dalle comunità povere.

Non restiamo in silenzio. Parliamo di questo e rendiamolo una priorità. Scriviamo ai rappresentanti, ai politici e alle istituzioni e costringiamoli a condannare tutti questi crimini. Facciamo ti tutto per non fare passare tranquillamente questa operazione contro i palestinesi!

#giovanipalestinesiditalia

– “Lo Stato non deve procedere all’estradizione degli esuli politici italiani” – una presa di posizione in Francia – Noi diciamo “Gli anni 70 non si processano!” Assemblea a Milano 19 giugno ore 16 – luogo da comunicare

Quelle ombre rosse perseguitate da una vendetta di Stato…

Mercoledì 28 aprile, una grande operazione di polizia ha arrestato nove esuli italiani nel quadro di una procedura di estradizione per rinviare 10 uomini e donne in Italia, dove rischiano l’ergastolo. Le 10 persone coinvolte dalla procedura di estradizione, iniziata quel giorno, vivono in Francia dove sono state accolte decenni fa.

Le vite sono state ricostruite, le famiglie fondate, protette dal rifiuto di principio della Francia di rispondere alle richieste di estradizione degli attivisti politici. In Corte d’appello, la giustizia francese ha deciso diversi gradi di libertà vigilata in attesa delle udienze previste a giugno per ciascuno di loro davanti alla Camera istruttoria per esaminare la richiesta di estradizione in Italia.

Arrestare persone in esilio quarant’anni dopo è una vergogna per l’immagine internazionale della Francia, in totale contraddizione con i valori universali che dice di difendere. Queste persone in esilio in Francia vi avevano trovato una fragile protezione contro la repressione e la giustizia d’eccezione che allora imperversava nel loro paese.

A partire dalla fine degli anni ‘70, diverse centinaia di italiani ricercati dalla giustizia del loro paese sono fuggiti in Francia, dove alcuni si sono stabiliti. L’Italia era alla fine di un decennio di scontri politici e sociali su vasta scala, a volte con grande violenza.

Dall’attentato neofascista di Piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969 a quello alla stazione di Bologna nell’agosto 1980, due terzi dei 362 omicidi attribuiti ai militanti di estrema sinistra dal ministro della giustizia francese Eric Dupond-Moretti, sono stati commessi dall’estrema destra, abile in attacchi indiscriminati che hanno ucciso decine di persone in luoghi pubblici.

Questa estrema destra, le cui ramificazioni nell’apparato statale sono ormai provate, è stata perseguita solo marginalmente.

I presunti reati risalgono a più di 40 anni fa. Le persone interessate sono state processate e condannate in Italia in condizioni di repressione feroce e di massa (60.000 processi, 6.000 prigionieri politici), segnate da numerose incarcerazioni senza condanna, basate su indagini aleatorie.

Marina Petrella [tra gli arrestati del 28 aprile], per esempio, ha passato otto anni in detenzione preventiva in Italia. Le procedure utilizzate per imporre le condanne sono state considerate all’epoca incompatibili con i principi dello stato di diritto francese. In quel periodo, infatti, fu messo in atto in Italia un arsenale di legislazione eccezionale, diretto soprattutto contro l’estrema sinistra.

La Legge Reale del 1975 e i decreti legge del 1978, 1979 e 1980 hanno rafforzato i poteri della polizia, aumentato le pene e militarizzato la lotta al terrorismo. Il sistema del pentimento permetteva la remissione della pena agli imputati che denunciavano altre persone. È nel quadro di queste leggi e sulla base di tali dichiarazioni che sono state pronunciate molte condanne.

Questa legislazione eccezionale, denunciata da Amnesty International e da altre organizzazioni per i diritti umani, è stata alla base della decisione della Francia di non estradare le persone che si erano rifugiate sul suo territorio, a condizione che abbandonassero ogni attività illegale.


Non solo nessuno di loro è stato coinvolto in alcun atto legalmente riprovevole dal loro arrivo in Francia, ma hanno dovuto ricostruire le loro vite nella precarietà permanente dell’esilio, senza lo status legale di rifugiati politici. Eppure, hanno trovato i mezzi per investire se stessi nella loro vita professionale ma anche nella vita sociale e culturale…

Inoltre, stiamo parlando di persone ormai anziane, tutte vicine ai 70 anni, delle quali non si può far credere che rappresentino un pericolo per qualcuno. D’altra parte, nulla è cambiato nel diritto italiano negli ultimi quarant’anni. Al contrario, lo Stato italiano ha ulteriormente degradato i diritti della difesa.

Invertendo questa decisione, il governo francese sta attuando un accordo fatto su una lista nominativa con Matteo Salvini, il leader di estrema destra, quando era ministro dell’interno. È stato quest’ultimo ad ottenere nel 2019 l’estradizione di Cesare Battisti, rifugiato in Bolivia.

Il rifiuto di qualsiasi amnistia, a volte mezzo secolo dopo il fatto, è scioccante, quando è stata concessa a fascisti e collaboratori subito dopo la guerra (legge del 1944 e amnistia di Togliatti del 1946).

Ma concedere l’amnistia significherebbe riconoscere la natura politica del conflitto che ha scosso l’Italia in quegli anni, e smettere di trattare gli attivisti politici come delinquenti, o addirittura mafiosi.

Per cancellare dalla memoria e dalla storia dieci anni di lotte sociali e operaie, ribattezzati gli anni di piombo, lo Stato italiano, senza alcun riguardo per l’umanità, vuole far morire uomini e donne in carcere mezzo secolo dopo il fatto.

Questa operazione di estradizione, negoziata tra i due stati, è stata chiamata Ombre rosse. L’ostinato desiderio di vendetta di Stato che il governo italiano sta riattivando si incontra ora con la strategia ultra-securitaria del governo francese, che sta mettendo in atto una legislazione liberticida.

Accogliendo questa richiesta di estradizione per la prima volta collettivamente, lo Stato francese non solo sarebbe complice di questa operazione di riscrittura della Storia, ma farebbe un altro passo sul suo territorio verso la criminalizzazione di coloro che si oppongono al potere in nome della lotta al terrorismo.

Dopo la richiesta dell’Italia, saranno soddisfatte anche le richieste dei regimi antidemocratici di estrema destra in America Latina, Africa, Asia o Medio Oriente, e ora anche in Europa? E come possiamo assicurare agli esuli politici che il governo francese non li estraderà per motivi geopolitici di buon vicinato?

Per noi, gli esuli italiani non sono ombre, ma donne e uomini inseguiti da una vendetta di Stato senza limiti, che hanno pagato caro il diritto di vivere dove hanno ricostruito la loro vita per quarant’anni. Per questo chiediamo la loro totale libertà, la sospensione dell’estradizione e la fine delle persecuzioni giudiziarie.

PREMIÈRES ET PREMIERS SIGNATAIRES

  1. Gilbert Achcar, universitaire
  2. José Alcala, cinéaste
  3. Christophe Alévèque, humoriste
  4. Pierre Alferi, écrivain
  5. Tariq Ali, écrivain
  6. Arié Alimi, avocat
  7. Eric Alliez, philosophe
  8. Jean-Claude Amara, cofondateur du D.A.L. et de Droits devant !!
  9. Nils Anderson, éditeur
  10. Jean Asselmeyer, réalisateur
  11. Ron Augustin, éditeur
  12. Olivier Azam, réalisateur
  13. Bernard Baissat, réalisateur
  14. Etienne Balibar, philosophe
  15. Ludivine Bantigny, historienne
  16. Philippe Baqué, journaliste
  17. Jérôme Baschet, historien
  18. Jean-Pierre Bastid, auteur et cinéaste
  19. Andreas Becker, écrivain
  20. Bertrand Belin, musicien écrivain
  21. Tarek Ben Hiba, ancien conseiller régional
  22. Yazid Ben Hounet, CNRS
  23. Véronique Bergen, écrivaine et philosophe
  24. Alain Bertho, anthropologue
  25. Raphaële Bertho, universitaire et photographe
  26. Eric Beynel, syndicaliste Solidaires
  27. Alexandre Bilous, journaliste
  28. Julien Blaine, poète
  29. Pascal Boissel, psychiatre
  30. Jean-Denis Bonan, cinéaste
  31. Irène Bonnaud, metteuse en scène
  32. Mathieu Bonzom, universitaire
  33. Aïcha Bourad, sociologue
  34. Oscarine Bosquet, poétesse
  35. Youssef Boussoumah, militant décolonial
  36. Houria Bouteldja, militante décoloniale
  37. Jean-Pierre Bouyxou, écrivain et cinéaste
  38. Marie Bottois, monteuse
  39. Saïd Bouamama, sociologue
  40. Alima Boumédienne avocate
  41. Jean Jacques Bourdin, universitaire
  42. José Bové, ancien député européen
  43. Patrick Braouezec
  44. Chantal Briet, cinéaste
  45. Alain Brossat, philosophe
  46. Sebastien Budgen, éditeur
  47. François Burgat, politologue
  48. André Burguière, historien
  49. Yannick Butel – universitaire
  50. Dominique Cabrera, réalisatrice
  51. Cali, auteur et chanteur
  52. Cécile Canut, sociolinguiste, cinéaste, universitaire
  53. Pierre Carles, cinéaste
  54. Gianni Carrozza, bibliothécaire retraité
  55. Vanessa Caru, historienne
  56. Barbara Casciarri, anthropologue
  57. Carmen Castillo, cinéaste
  58. Didier Castino, écrivain
  59. Philippe Caumières, enseignant de philosophie
  60. Laurent Cauwet, éditeur
  61. Bernard Cavanna, compositeur
  62. Sorj Chalandon, auteur
  63. Bernard Chambaz, écrivain
  64. Jean-Luc Chappey, historien
  65. Nicolas Chevassus-au-Louis, journaliste
  66. Alexandre Civico, éditeur
  67. François Cluzet, acteur
  68. Déborah Cohen, historienne
  69. Marie-France Cohen-Solal, militante antiraciste
  70. Philippe Corcuff, sociologue
  71. Fanny Cosandey, historienne
  72. Laurence De Cock, historienne
  73. Déborah Cohen historienne
  74. Yves Cohen, historien
  75. Jean-Louis Comolli, réalisateur
  76. Anne Coppel, sociologue
  77. Delphine Corteel, anthropologue
  78. Annick Coupé, militante altermondialiste
  79. Saskia Cousin, anthropologue
  80. Sylvain Creuzevault, metteur en scène
  81. Alexis Cukier, philosophe
  82. Leyla Dakhli, historienne
  83. Pierre Dardot, philosophe
  84. Christophe Darmangeat, anthropologue
  85. Michèle Decaster militante anticolonialiste
  86. Christine Delphy, sociologue
  87. Philip Deline, géographe
  88. Alèssi Dell Umbria, auteur, réalisateur
  89. Philippe de Pierpont, cinéaste
  90. Sophie Desrosiers, enseignante-chercheure
  91. Thierry Discepolo, éditeur
  92. Stéphane Douailler, professeur émérite de philosophie
  93. Joss Dray, auteure photographe
  94. Marnix Dressen-Vagne, professeur émérite
  95. Christian Drouet syndicaliste sud rail
  96. David Dufresne, écrivain et réalisateur
  97. Marie-Laure Dufresne-Castets, avocate
  98. Charlotte Dugrand, éditrice
  99. Cédric Durand, économiste
  100. Renaud Epstein, sociologue
  101. Jean Michel Espitallier, écrivain
  102. Annie Ernaux, écrivaine
  103. Christian Etelin, avocat
  104. Marie-Christine Etelin, avocat honoraire
  105. Jules Falquet, sociologue
  106. Mireille Fanon-Mendès France, ex experte à l’ONU
  107. Patrick Farbiaz, militant écologiste
  108. Nina Faure, réalisatrice
  109. Pascale Fautrier, auteure
  110. Silvia Federici, universitaire
  111. Luc Fierens, artiste
  112. Bernard Fischer, employé de la Sécurité sociale
  113. Jacques Fontaine, géographe
  114. Geneviève Fraisse, philosophe
  115. Dan Franck, écrivain
  116. Jacques Gaillot, évêque
  117. Fanny Gallot , historienne
  118. Jean- Luc Galvan, réalisateur
  119. Rémo Gary, chanteur
  120. Isabelle Garo, philosophe
  121. Stéphane Gatti, réalisateur
  122. Willy Gianinazzi, historien
  123. Liliane Giraudon, poétesse
  124. Jean-Marie Gleize, écrivain
  125. Franck Gaudichaud, universitaire
  126. Denis Gheerbrant, cinéaste
  127. Noël Godin, humoriste
  128. Françoise Gollain, sociologue
  129. Olivier Gorce, scénariste
  130. Dominique Grange, chanteuse engagée
  131. Fabien Granjon, sociologue
  132. Alain Gresh, journaliste
  133. Emmanuelle Guattari, écrivaine
  134. Robert Guediguian, cinéaste
  135. Antoine Guégan, universitaire
  136. Gérard Guégan, écrivain
  137. Alain Guénoche, chercheur CNRS émérite
  138. Michelle Guerci, journaliste
  139. Caroline Guibet Lafaye, philosophe
  140. André Gunthert, historien
  141. Samuel Hayat, politiste
  142. Benoit Hazard, anthropologue
  143. Laurent Hebenstreit
  144. Odile Hélier, anthropologue
  145. Michel Husson, économiste
  146. Rada Iveković, professeure de philosophie
  147. Celia Izoard, autrice, traductrice
  148. Magali Jacquemin, professeure des écoles
  149. Samy Johsua professeur émérite université Aix-Marseille
  150. Leslie Kaplan, écrivaine
  151. Anne Kawala, poétesse
  152. Jean Kehayan, journaliste essayiste
  153. Raphaël Kempf, avocat
  154. Razmig Keucheyan, sociologue
  155. Christiane Klapisch-Zuber, historienne
  156. Aurore Koechlin, sociologue et militante féministe
  157. Michel Kokoreff, sociologue
  158. Stathis Kouvélakis, philosophe
  159. Hubert Krivine, physicien
  160. Thierry Labica,  universitaire
  161. Thomas Lacoste, cinéaste
  162. Nicole Lapierre, socio-anthropologue
  163. Mathilde Larrère, historienne
  164. Christian Laval, sociologue
  165. Stéphane Lavignotte, théologien protestant
  166. Maurizio Lazzarato, sociologue et philosophe
  167. Michèle Leclerc-Olive, CNRS
  168. Hervé Le Corre, écrivain
  169. Olivier Le Cour Grandmaison, politologue
  170. Pierre Lemaitre, écrivain
  171. Olivier Le Trocquer, historien et enseignant
  172. Catherine Lévy,  ingénieur CNRS
  173. Gérard Lévy, conseiller municipal, commission paix et désarmement EÉLV
  174. Laurent Lévy, avocat
  175. Laure Limongi, autrice
  176. Pierre Linguanotto, cinéaste
  177. François Longérinas, militant associatif
  178. Frédéric Lordon,  CNRS
  179. Marius Loris, historien, poète
  180. Camille Louis, philosophe, écrivaine, metteuse en scène
  181. Edouard Louis, écrivain
  182. Michael Löwy, sociologue
  183. Seloua Luste Boulbina, philosophe
  184. Christian Mahieux, cheminot retraité, éditeur
  185. Arnaud Maisetti, universitaire
  186. Catherine Malabou, philosophe
  187. Henri Maler, philosophe
  188. Jean Malifaud, universitaire, syndicaliste
  189. Dominique Manotti, romancière
  190. Maguy Marin, chorégraphe
  191. Roger Martelli, historien
  192. Luis Martinez Andrade, sociologue
  193. Corinne Masiero, comédienne
  194. Gustave Massiah, membre du Conseil International du Forum Social Mondial
  195. Xavier Mathieu, comédien
  196. Gérard Mauger, sociologue
  197. Philippe Maurice, historien
  198. Marion Mazauric, éditrice
  199. Mehdi Meftah, militant décolonial
  200. Jean-Henri Meunier, cinéaste
  201. Lola Miesseroff, autrice
  202. Juan Milhau-Blay, écrivain
  203. Candy Ming, actrice et artiste incasable et inclassable
  204. Laure Mistral, éditrice et traductrice
  205. Georges Monti, éditeur
  206. Bénédicte Monville, conseillère régionale Île de France
  207. José-Luis Moragues, militant antiraciste, universitaire
  208. Gérard Mordillat, cinéaste
  209. Corinne Morel-Darleux, autrice
  210. Chiara Mulas, artiste
  211. Claire Nancy, helléniste
  212. Antonio Negri, philosophe
  213. Alexander Neumann, sociologue
  214. Olivier Neveux, universitaire
  215. Pascal Nicolas Le Strat, sociologue
  216. Gérard Noiriel, directeur d’études EHESS
  217. Nicolas Norrito, éditeur
  218. Bertrand Ogilvie, philosophe
  219. Julien O’Miel, politiste
  220. Marie-Odile Perret
  221. Jean Ortiz, universitaire
  222. Ugo Palheta, sociologue
  223. Charles Pennequin, écrivain
  224. Antoine Péréniguez, gérant de cinéma
  225. Timothy Perkins, artiste et architecte
  226. Agnès Perrais, cinéaste
  227. Mireille Perrier, actrice- metteur en scène
  228. Martyne Perrot, sociologue
  229. Jean-Claude Petit, compositeur ,chef d’orchestre
  230. Christian Pierrel, directeur de publication (La Forge)
  231. Ernest Pignon-Ernest, peintre
  232. Alain Pojolat, militant CGT
  233. Elaine Pratt, Universitaire retraitée
  234. Stefanie Prezioso, historienne, députée nationale en Suisse
  235. Christian Prigent, écrivain
  236. Nadège Prugnard , autrice, metteuse en scène
  237. Serge Quadruppani, écrivain
  238. Nathalie Quintane, écrivaine
  239. Pierre Rabardel, ergonome
  240. Tancrède Ramonet, réalisateur et chanteur
  241. Josep Rafanell I Orra, psychologue
  242. Lara Rastelli, cinéaste
  243. Judith Revel, philosophe
  244. Ulrike Riboni, universitaire
  245. Paula Rice, citoyenne européenne
  246. Mathieu Rigouste, chercheur en sciences sociales
  247. Laurent Ripart, historien
  248. Bernard Ripert, avocat
  249. André Robèr, peintre, poète, éditeur
  250. Gaël Roblin, conseiller municipal Guingamp
  251. Christian Rouaud, réalisateur, écrivain
  252. Liliane Rovère, comédienne
  253. Jean-Jacques Rue, programmateur de cinéma
  254. Lucia Sagradini, sociologue de l’art et de la culture
  255. Ivan Sainsaulieu, sociologue
  256. Arnaud Saint-Martin, élu local d’opposition
  257. Montassir Sakhi, anthropologue
  258. Christian Salmon, écrivain
  259. Catherine Samary, économiste
  260. Elias Sanbar, écrivain
  261. Paola Sedda, universitaire
  262. Éric Sevault, éditeur
  263. Omar Slaouti, militant anti raciste
  264. Bruno Solo, comédien
  265. Susanna Spero, traductrice
  266. Pierre Stambul, militant de l’ujfp
  267. Alessandro Stella, anthropologue
  268. Christian Sueur ; psychiatre, praticien hospitalier du service public
  269. Michel Surya, écrivain
  270. Gilles Suzanne, universitaire
  271. Céliane Svoboda, artiste-autrice
  272. Tardi, dessinateur
  273. Christian Tarting, écrivain et éditeur
  274. Pierre Tevanian, philosophe
  275. Julien Théry, historien
  276. Christian Topalov, sociologue
  277. Enzo Traverso, historien
  278. Catherine Tricot, architecte
  279. François Tronche, chercheur en biologie
  280. Aurélie Trouvé,  économiste et militante associative
  281. Béatrice Turpin, réalisatrice
  282. Kevin Vacher, sociologue
  283. Fred Vargas, écrivaine
  284. Carlo Vercellone, économiste
  285. Françoise Vergès, politiste, militante féministe décoloniale
  286. Patrice Vermeren, professeur émérite de philosophie
  287. Dominique Vidal, journaliste
  288. Marie Pierre Vieu, éditrice, journaliste
  289. Jean Vigreux, historien
  290. Christiane Vollaire, philosophe
  291. Maud Vadot, universitaire
  292. Sophie Wahnich, historienne politiste
  293. Michel Warschawski, militant anticolonialiste
  294. Béatrice Whitaker, militante altermondialiste
  295. Muriel Wolfers, syndicaliste
  296. Serge Wolikow, historien
  297. Yannis Youlountas, auteur et réalisateur
  298. Sophie Zafari, syndicaliste
  299. Olivia Zémor, responsable associative, journaliste retraitée

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repressione antioperaia e antislai cobas a taranto

anche a Taranto in questi mesi sta andando avanti una repressione padronale/Istituzionale che ha chiare caratteristiche fasciste. 

Abbiamo già parlato e torneremo a farlo dei licenziamenti all’ex Ilva, poi ArcelorMittal e ora Acciaierie d’Italia, che hanno un evidente messaggio intimidatorio verso tutti i lavoratori: licenzio alcuni singoli lavoratori per imporre a tutti di abbassare la testa, di non pensare, non denunciare problemi di sicurezza, a fronte di una politica che ogni giorno mette a rischio il lavoro, attacca il salario di migliaia di lavoratori, la sicurezza e con incidenti/mancanza di manutenzionedegli impianti che mettono in grave pericolo la vita stessa dei lavoratori.

Un altro fronte è il Cimitero, dove tempo fa vi è stata un’aggressione criminale verso il delegato Slai cobas da parte del referente della Ditta creando un clima di pesantissima intimidazione, minacce contro tutti i lavoratori dello Slai cobas con il chiaro tentativo di far fuori materialmente lo Slai cobas, sindacato nettamente maggioritario al Cimitero.

In questa aperta repressione, Magistratura, Istituzioni locali, e per l’ex Ilva anche Ministri, si sono voltati dall’altra parte o hanno dato ragione ai padroni.

Recentemente sta andando in scena – questa volta tra i lavoratori e in particolare contro lo Slai cobas sc della ex pasquinelli, lavoratori impegnati in appalti pubblici che da 10 anni lottano per una stabilizzazione lavorativa nell’impianto di selezione della differenziata – un’altra faccia di fascismo padronale, in questo caso di un Ente pubblico, l’Amiu che vuole il licenziamento di 8 lavoratori. Questa volta il messaggio è ancora più chiaro, dice apertamente, e opera di conseguenza: io voglio attaccare, liberarmi dello Slai cobas e per farlo tolgo il lavoro ai lavoratori – indipendentemente se sono tutti dello Slai cobas o di altri sindacati, addirittura se erano presenti ad una iniziativa sindacale dello Slai cobas o no. Con un’azione di aperta ritorsione/vendetta: due hanno protestato e io per ritorsione faccio fuori 8.
Su quest’ultima repressione leggi il comunicato dello Slai cobas per il sindacato di classe nel blog tarantocontrohttps://tarantocontro.blogspot.com/2021/05/lavoratori-ex-pasquinelli-senza-lavoro.html
Queste repressioni sono accompagnate da dichiarazioni, reazioni alle denunce e iniziative sindacali, da parte delle aziende isteriche, anche viscerali, fuori da ogni “normale” contrasto azienda/sindacati, che mostrano l’attuale humus che caratterizza questi attacchi; in cui ciò che si vuole colpire non è neanche la lotta, la protesta in sè, ma il fatto che lavoratori, lo Slai cobas sc osi mettere in discussione il potere dei padroni, o di rappresentanti istituzionali.
Non è un caso che in generale, anche in altre realtà a livello nazionale, la motivazione di vari licenziamenti repressivi è la “rottura del legame di fiducia”, che tradotto è “non ti sei assoggettato a me”.
Tutto questo richiede, maggiore comprensione da parte dei lavoratori e una lotta, risposta, unità che deve necessariamente elevarsi per scontrarsi con questa nuova realtà.

 

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Ancora violenze poliziesche antioperaie

Roma: Cariche della polizia sugli operai Fedex-Tnt. 7 fermati

Cariche della polizia davanti a Montecitorio durante la manifestazione degli operai Fedex-Tnt che aderiscono al Si.Cobas.

Polizia e carabinieri hanno caricato i lavoratori, dopo la notizia che il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, non li avrebbe ricevuti per discutere la vertenza del Movimento 7 novembre. Circa una cinquantina i lavoratori  attendevano di incontrarlo.

Durante le cariche, alcuni sono defluiti lungo via del Corso, dove c’è stata un’altra carica di alleggerimento

I lavoratori avevano organizzato un piccolo corteo da piazza Barberini a Montecitorio per chiedere un tavolo interistituzionale sul lavoro per i disoccupati e contro chiusura dell’hub FedEx-Tnt di Piacenza.

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il comunicato dei SI Cobas

SULLA REALE DINAMICA DEGLI SCONTRI A ROMA

E SUI VERI MOTIVI ALLA BASE DELLA PROTESTA.

La manifestazione indetta oggi (venerdì) a Roma dal SI Cobas presso Montecitorio è si è caratterizzata fin dal principio da un sentimento diffuso di rabbia nei confronti del governo Draghi, in particolare del ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.

Il motivo di questa rabbia è da ricercarsi nel silenzio omertoso del MISE sulla vertenza FedEx, sulla chiusura dell’hub di Piacenza, sulle centinaia di posti di lavoro messi a repentaglio dalla multinazionale americana con il suo progetto di internalizzazione-truffa, e sullo squallido gioco di sponda tra padroni e triplice confederale, che ha lo scopo di cancellare gli accordi di secondo livello strappati negli scorsi anni dal SI Cobas e di eliminare la presenza del sindacalismo combattivo in tutta la filiera.

DAL MISE 2 MESI DI SILENZIFin dal momento della chiusura unilaterale del sito di Piacenza a fine marzo, con 280 lavoratori e relative famiglie finite per strada, il SI Cobas ha accompagnato alle azioni di sciopero e di lotta sui luoghi di lavoro la richiesta di un intervento immediato dei Ministeri del lavoro e dello sviluppo economico al fine di aprire un tavolo istituzionale tra le parti.

Da 2 mesi chiediamo che il Mise ci convochi, senza esito alcuno.

È per questo motivo che già lo scorso 4 maggio il SI Cobas i disoccupati 7 novembre e i lavoratori della manutenzione stradale occuparono il Nazareno, riuscendo ad aprire una prima interlocuzione col Ministro Orlando, il quale in tale occasione, pur dando sfoggio dell’ consueta attitudine dei politici al gioco dello scaricabarile, si impegnò a sollecitare un interessamento del dicastero di Giancarlo Giorgetti sulla vertenza FedEx.

Nel corso di queste due settimane, così come avvenuto per due mesi, non vi è stata alcuna risposta ufficiale da parte del Mise alle nostre richieste d’incontro:

https://www.facebook.com/sicobas.lavoratoriautorganizzati.9/photos/pcb.1538185113046847/1538185003046858/

Al contrario, siamo venuti a conoscenza del fatto che il ministro Giorgetti nelle scorse ore avrebbe incontrato in gran segreto i vertici di FedEx, che quest’ultima avrebbe confermato anche al MISE la sua volontà di procedere al piano di licenziamenti di massa, mascherato abilmente dietro il fumo negli occhi dell’internalizzazione-truffa, e che il Ministero avrebbe garantito ai padroni americani di non volere “interferire” in alcun modo nella vicenda.

Un tale accordo segreto sulla pelle di migliaia di lavoratori sarebbe tanto più grave se si tiene conto che negli scorsi giorni più di 170 addetti del sito FedEx di Bologna, tutti aderenti al SI Cobas, hanno manifestato la loro indisponibilità ad accettare accordi-capestro sottoscritti dai padroni con sindacati di comodo (Cgil-Cisl-Uil) che non hanno iscritti e quindi sono privi della benché minima titolarità a trattare a nome dei lavoratori, e che nonostante ciò vogliono imporre la firma di accordi tombali con le ditte appaltatrici uscenti in cambio dell’assunzione alle dipendenze di Fedex, con un chiaro metodo estorsivo.

Proprio nelle stesse ore in cui eravamo in piazza, due nuovi colpi di mano venivano messi a segno dai padroni con la complicità, rispettivamente, dei sindacati confederali e del governo: da un lato la stipula del nuovo CCNL Trasporto Merci e Logistica, nel quale si barattano forti peggioramenti nelle condizioni normative dei lavoratori con una manciata di aumenti salariali da fame; dall’altro il colpo di spugna del governo sui subappalti inserito del Decreto Semplificazioni, che di fatto legalizza le forme più brutali di sfruttamento, di caporalato e di abusi nel settore degli appalti pubblici.

La natura di classe e filopadronale delle istituzioni “democratiche” non è mai apparsa tanto chiara come nel caso del governissimo di Mario Draghi.

I FATTI DI PIAZZA COLONNA

A fronte di questa manifesta complicità del MISE con FedEx e con i loro immancabili soci in affari di Filt-Cgil, Fit-Cisl e UIL trasporti, nella mattinata di venerdì i lavoratori sono giunti nella capitale con delegazioni dei magazzini di Piacenza, Milano, Torino, Bologna, Roma, Caserta e Napoli, muovendosi in corteo da piazza Barberini a Montecitorio e decisi a vendere cara la pelle.

Dopo oltre un’ora e mezza di inutile attesa in piazza Montecitorio, abbiamo deciso di spostare la protesta fuori a Palazzo Chigi, e a fronte della superblindatura di forze dell’ordine attorno al fortino di Mario Draghi, al solo fine di evitare un confronto diretto con le forze dell’ordine, abbiamo cercato di rimetterci in corteo in direzione del MISE. In quel preciso momento la Questura di Roma, con un’azione repentina, ha avuto la brillante idea di sbarrare la strada al corteo finendo per alimentare ulteriormente una tensione già chiara e palpabile tra i lavoratori FedEx e tra le realtà di lotta scese in piazza al loro fianco: su tutte i disoccupati 7 novembre, giunti a Roma per sollecitare la convocazione di un tavolo interistituzionale per la loro vertenza, e i lavoratori del Porto di Napoli che da anni sono bersagliati da licenziamenti e atti di arbitrio di ogni tipo da parte del fronte padronale dei Terminalisti.

Di fronte agli spintoni e all’aggressività delle forze dell’ordine, i lavoratori, i disoccupati e i solidali hanno scelto, legittimamente, di non arretrare e non abbassare la testa, e ciò ha portato agli scontri, sfociati nel ferimento e nel fermo di almeno 7 manifestanti tra lavoratori e solidali, gran parte dei quali colpiti da manganellate alla testa.

Il governo Draghi e il ministro Giorgetti sono dunque gli unici responsabili delle tensioni avvenute nei pressi di palazzo Chigi.Se lorsignori credono di intimidirci e di tapparci la bocca a colpi di manganello, sappiano che hanno fatto male i conti, perché evidentemente non conoscono la storia del movimento dei lavoratori della logistica: un movimento che da 10 anni lotta a testa alta fuori ai cancelli dei magazzini dovendo fare i conti non solo con i padroni, ma anche con quel sistema delle cooperative e del caporalato che nella gran parte dei casi vede il protagonismo diretto di mafia, camorra e ‘ndrangheta, sapientemente occultati nelle filiere dello sfruttamento operaio grazie alle connivenze e alle complicità delle istituzioni nazionali e locali.In questi anni non siamo mai arretrati di fronte all’arroganza padronale, anche quando questa ha usato la criminalità organizzata contro i lavoratori: non lo faremo neanche di fronte alla complicità dello Stato e di quelle istituzioni che finora non hanno mosso mai un dito contro il sistema di illegalità e di malaffare che ha governato il settore trasporto merci e logistica, e che è stato fermato solo grazie alle lotte portate avanti dal SI Cobas.

Invitiamo la stampa a rettificare la cronaca degli incidenti, in quanto nessun carabiniere è stato aggredito e ferito dai manifestanti, i quali si sono limitati all’esercizio legittimo dell’autodifesa della manifestazione dall’aggressione delle forze dell’ordine al servizio di Draghi, di Giorgetti e della FedEx, e che al contrario hanno rimediato ben 7 manifestanti feriti sotto i colpi dei manganelli della Questura di Roma.Precisiamo inoltre che la manifestazione aveva come scopo principale un incontro con il MISE nella persona del ministro Giorgetti sul tema della vertenza Fedex, e non col Ministro Orlando come erroneamente riportato da alcune testate.

Comunichiamo infine che a seguito del perdurante silenzio del MISE, il SI Cobas proseguirà ad oltranza lo stato di agitazione nazionale su tutta la filiera FedEx e preparerà a breve una manifestazione nazionale contro il governo Draghi e la sua sfacciata complicità coi piani padronali fondati su licenziamenti di massa e supersfruttamento.

A riprova di quanto affermiamo, riproduciamo copia delle PEC inviate al MISE a partire dal mese di marzo, tutte senza risposta.

GIÙ LE MANI DAI LAVORATORI, SOLO LA LOTTA PAGA!

UNITI SI VINCE!

storie di ordinaria repressione

Da Gabriella Spada

Le nuove tecniche acab:

( Sono entrato nell’ufficio e sono stato ammanettato e messo a sedere, sulla mia sinistra è stato piantato un treppiedi con una telecamera. Di fronte a me due uomini in camicia della scientifica, dietro di me 5 o 6 agenti della Digos. Due carabinieri in uniforme, infine, a presenziare alla cerimonia.

Comincia lo spettacolo, la telecamera inizia a registrare, viene aperta la busta del Ministero con il materiale, un funzionario di polizia recita una formula di rito a cui io rispondo negativamente. Tale formula ha il sapore della sentenza. Così gli agenti della Digos, aiutati dai carabinieri, si buttano su di me, mani al collo, testa all’indietro, stringono forte, cercano di farmi spalancare la bocca, mi danno colpi nel ventre e con le dita cercano di scavare le guance e nel costato. Intanto si avvicina uno dei due in camice e con il tampone mi preme con forza sulle labbra serrate. Mi tappano il naso, non riesco più a respirare, apro la bocca, l’agente ci ficca dentro il tampone per più volte. Mi lacrimano gli occhi, ho un conato di vomito, sono pieno di bava sulla faccia. L’operazione si ripete una seconda volta, sempre peggio e neanche i presenti, forse novizi della pratica, sembrano gradire la scena.

Finisce tutto, chiuso il sipario, ma senza applausi.

– testimonianza di un compagno di Torino)