Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

Solidarietà con le compagne e i compagni arrestati a Milano, opporsi al genocidio non è reato

La mattina del 18 marzo un’operazione di polizia ha notificato decine di procedimenti penali ad attiviste e attivisti, tra cui diverse misure cautelari. I fatti contestati sono quelli del 22 settembre, quando fu occupata la stazione centrale per protestare contro il genocidio in Palestina.

Comunicato stampa del CSA Lambretta.

In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle.
Ad ora il procedimento penale riguarda 27 persone (con diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il genocidio del popolo palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. È stata l’azione di un corpo collettivo, nel contesto di rivolta sociale che ha attraversato l’Italia: “Blocchiamo tutto” erano le sue parole d’ordine.
In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi.
Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema.
La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti.
I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo.
Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza.
Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze.
E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni.
Come CSA Lambretta e Gaza FREEstyle siamo impegnati in questi mesi ed in queste settimane per dare il nostro contributo alla nuova missione in partenza.
Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose.
Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali.
In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro.
Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione.
Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*.

Per sostenere le spese legali:
Intestazione: “Mutuo Soccorso Milano APS”
C/O Banca Etica
Causale: Spese legali
Iban: IT92F0501801600000016973398

Un’analisi dell’ultimo Decreto sicurezza – Dall’intervento dell’Avvocata A. Ricci in una assemblea del Coordinamento Flotilla di Taranto

Una valutazione dell’ultimo ennesimo decreto sicurezza. Certo, non sarà ultimo perché è già al vaglio delle commissioni al Senato un’ulteriore misura che questa volta interverrà non sul diritto di manifestare in senso concreto ma sul pensiero, cioè vogliono anche dirci cosa dobbiamo dire durante una manifestazione.

Nello spirito che alimenta la flotilla che è quello di contrastare il blocco italiano sulla striscia di Gaza e quindi consentire al popolo palestinese di vivere giustamente e pienamente la sua libertà, nello stesso spirito affrontiamo il dibattito di oggi.

Il nuovo l’ultimo decreto sicurezza delinea in modo chiaro uno stato autoritario, tutti gli articoli evidenziano che chiunque si mette contro il potere, chiunque osa contrastare il potere, chiunque osa mettere in discussione il potere viene messo a tacere, viene colpito in tutti i modi.

Evidentemente vogliono una massa silente che non deve mettere in evidenza e deve occultare le ingiustizie sociali, le disuguaglianze sociali, la linea di marcia è chiara. Ovviamente non parte soltanto con questo governo. Certamente queste forme di repressione delle manifestazioni risalgono già a vent’anni fa attraverso dei decreti posti in essere anche da esponenti di una cosiddetta “centrosinistra”.

Però questo governo ha segnato un’accelerazione nella repressione e nella modifica delle regole democratiche di questo Stato. Lo dico in totale sicurezza, è un fascismo che si sta annidando. Non con l’eliminazione del diritto, nel senso che se si fa un decreto che dice esplicitamente non si deve manifestare è ovvio che sarebbe immediatamente in contrasto con le norme della Costituzione, l’articolo

21, l’articolo 3, l’articolo 17, però in un altro modo, cioè mantengono il diritto ma ne svuotano fondamentalmente il proprio esercizio e quindi diminuendo questo diritto e svuotandolo di fatto noi abbiamo una sua pesante limitazione.

La direzione di marcia è sempre più netta. Da quando si è insediato questo governo, hanno creato più reati, più misure di sicurezza, più avvisi di garanzia, cioè hanno creato più sanzioni. Le mosse repressive di questo governo partono già da appena venti giorni del suo insediamento; ha cominciato con il cosiddetto “decreto anti-rape” – evidentemente non gli piaceva la musica tecnica, perché non si riesce a capire perché un gruppo di giovani che si riunisce per sentire un po’ di musica debba costituire un assalto alla sicurezza… hanno gusti diversi, va bene – un decreto che reprime una libera riunione di giovani che devono sentire un po’ di musica, ma per il governo è un reato.

Si passa poi al decreto Cutro e al decreto Caivano che sebbene abbiano un nome diverso da quello di “sicurezza” di fatto sono comunque dei decreti che hanno una funzione repressiva.

Con quello Cutro se la sono presa con gli scafisti, ci ricordiamo la famosa frase: “in tutto il globo terracqueo le avremmo perseguitate”, come se il problema fosse solo quello degli scafisti; invece non si interviene come al solito sul problema reale, alla base, cioè quello di valutare e considerare le motivazioni per cui un popolo abbandona la propria terra per spostarsi. Si deve trovare sempre un capro espiatorio da dare in pasto subito all’opinione pubblica e risolvere il problema.

Dopo il decreto Cutro c’è stato il decreto Caivano che è arrivato per quell’odiosa violenza sessuale che avvenne nei confronti di due bambine, due cuginette. E come hanno pensato in modo intelligente di risolvere problemi che di fatto sono problemi sociali? perché a Caivano il problema non è quello di aumentare la presenza dei militari per strada, lasciare la gestione delle palestre ai militari, non è così che si risolve un problema sociale di povertà, di precarietà, di povertà culturale.

E invece loro pensano di sì. Ecco, perché secondo loro le questioni sociali si risolvono come questioni di ordine pubblico, basta che aumentiamo la forza pubblica, i militari, i reati, ed è tutto risolto. Non è così, tant’è vero che cosa ha prodotto il decreto Caivano? C’è un articolo di Antigone che spiega che il dato negativo che ha prodotto il decreto Caivano è quello che abbiamo sovraffollato anche le carceri minorili.

Ecco, è un avanzamento, è un fatto positivo? No, non era mai successo che le carceri minorili fossero sovraffollate e adesso dobbiamo ringraziare anche questo tipo di politica, che invece di agire in modo sociale e risolvere i problemi sul territorio, mette in carcere le persone.

Anzi, quel decreto contiene anche un’altra norma, sempre repressiva ovviamente, che considera penalmente responsabili anche i genitori per i reati commessi dai figli – come se ce ne fosse bisogno, perché già sappiamo che la potestà genitoriale esiste, però loro devono appesantire la situazione, come? O inventando nuovi reati oppure aumentando le sanzioni, cioè a un genitore che non manda a scuola il figlio e quindi che non lo segue, abbiamo una multa di 2.000 euro, come se in quella situazione economica in cui vive la zona di Caivano si possa facilmente pagare una somma del genere.

Passiamo poi al decreto sicurezza, il primo che ci sembra così lontano, ma in realtà è stato varato appena otto mesi fa. Ma veramente pensiamo che ci sia un’emergenza di sicurezza in Italia? Non mi sembra che i problemi dell’Italia siano proprio quelli, l’emergenza in Italia è ben altra, c’è un’emergenza lavorativa, c’è una precarietà lavorativa, c’è un’emergenza di disparità sociale, di disuguaglianza sociale, c’è l’emergenza delle morti sul lavoro, che è una cosa seria e se ne parla poco, ogni tre giorni poi ci sono operai che hanno delle invalidità gravi. Ma evidentemente questo governo ha delle priorità diverse rispetto a quelle che sente la società e quelle che sono vere. Quindi a distanza di otto mesi di nuovo ritorna un decreto repressione.

Col primo, quello di otto mesi fa, sono stati introdotti ben venti nuovi reati, si è agito sulla costituzione di nuove fattispecie di reato; con questo invece si agisce con una depenalizzazione che a prima vista può sembrare un dato positivo, se una condotta non è più un reato ma viene depenalizzata, uno dice vabbè buono, vuol dire che non è più evidente il disvalore sociale di quella condotta per cui non c’è bisogno di andare in carcere e significa che la condanna è una sanzione amministrativa. Invece no, non è positivo per due motivi, innanzitutto perché incide economicamente, ma non è positivo perché sposta l’attenzione sull’irrogazione della pena, perché finché è un reato la competenza della valutazione di quel fatto spetta alla magistratura e la magistratura mi garantisce un processo e quindi ho modo, secondo la ripartizione democratica dei poteri, di difendermi – e tra tutti quei reati che sono stati depenalizzati ce ne è uno in particolare che ogni volta che è entrato nelle aule di giustizia in Italia si concludeva sempre con le assoluzioni. Ma evidentemente questa cosa non è piaciuta a questo governo, hanno visto per esempio che chi organizza una manifestazione e non ha preavvisato, nelle aule di giustizia si era sempre assolti, perché? Perché si faceva valere come diritto fondamentale quello della manifestazione del pensiero, della libertà di riunione, che sono diritti costituzionali.

Ma questa assoluzione non è piaciuta al governo e quindi che cosa ha fatto con questo decreto repressione, l’ultimo che è entrato in vigore appena due giorni fa? Ha depenalizzato il reato, ma sanzione amministrativa, abbiamo sanzioni che partono da mille fino a diecimila euro.

Ma la particolarità non è soltanto di ciò che viene irrorato, ma chi la irrora, non è un giudice, non è un pubblico ministero, è il questore e il prefetto; quindi con questo decreto possiamo ben dire che lo Stato italiano entra in uno Stato di Polizia. Quando è uno Stato di Polizia? Quando al questore e al prefetto vengono dati poteri immessi che finora non avevano, poteri appunto di irrorare sanzioni. E la sanzione è veloce…

Come faccio ad oppormi alla sanzione? Non mi oppongo in un giudizio penale in cui io discuto la mia difesa, ma devo impugnare la sanzione di fronte a un giudice di pace, con tutto il rispetto dei giudici di pace, ma il giudice di pace non è un componente della magistratura in senso pieno, e, almeno dall’esperienza che abbiamo noi avvocati nelle Aule, ha molta difficoltà a mettersi contro le decisioni di un prefetto o di un questore.

Quindi alla fine quella sanzione, come vedete, ha avuto molta più efficacia rispetto ad un processo che può durare due anni e poi mi assolve. L’aspetto negativo dell’ultimo decreto repressione è proprio questo, quello di aver dato poteri immensi a questore e prefetto, soprattutto poteri che aumentano, addirittura sfociano in competenze che prima erano del pubblico ministero, come il diritto di persecuzione, le indagini che si fanno corporali, ecc.

La perquisizione è ancora una competenza del pubblico ministero, ma con questo decreto invece questo potere spetta anche al questore, quando? non sempre, guarda caso, in occasione delle manifestazioni. In queste occasioni il questore liberamente può deliberare una perquisizione secondo una sua valutazione personale, quindi non è ancorata a dei dati oggettivi, per esempio, quando pensa che quella persona può attentare alla sicurezza della manifestazione. E’ veramente una cosa ingiusta.

L’altro elemento di cui si è parlato tanto in questo decreto è il cosiddetto fermo preventivo. Anche qui, prima un fermo è la magistratura che lo doveva emanare. Invece ora no, sempre in occasione delle manifestazioni perché sempre lì si va a parare, lo può fare un questore, e quindi la polizia, che appartengono al ministero dell’Interno, quindi al potere politico. Finora tutte queste azioni erano poste in mano alla magistratura, che è un potere diverso da quello politico.

Questo l’elemento che dobbiamo cogliere come elemento di rischio, che porta a dire con tranquillità che stiamo andando e scivolando verso un Stato di polizia e uno Stato fascista. Il fermo preventivo, come è stato scritto e voluto dal governo, riporta pari pari al fermo che veniva fatto durante il ventennio fascista, i cosiddetti “rastrellamenti”; quando il duce veniva a fare visita in una città, la polizia prendeva gli antagonisti, gli antifascisti, gli oppositori e li chiudeva in questura, proprio perché non dovevano opporsi alla visita del duce.

Detto così sarebbe stato anticostituzionale. Allora facciamo che il fermo preventivo lo mette in atto comunque subito la polizia, però deve essere confermato dal pubblico ministero.

Ora, per quanto solerte possa essere un pubblico ministero? Noi stiamo parlando di una manifestazione che magari può essere alle 17 del pomeriggio. Per quanto solerte può essere un pubblico ministero che deve ricevere le carte, i documenti da parte della polizia, deve valutare il profilo perché il fermo viene posto in essere sulla base di una profilazione che è una cosa terribile. Prima era ancorato ad una condanna, a fatti oggettivi che una persona potesse essere pericolosa, però adesso non è più così. Quindi il PM deve valutare le carte e finché le valuta e poi le rimanda indietro a chi ha effettuato il fermo, quasi quasi le 12 ore sono passate.

Che cosa vogliono fare con il referendum che sta per essere approvato il 22-23 marzo? Che cosa vogliono che diventi un pubblico ministero? Lo vogliono distaccare dalla magistratura e farlo diventare un super poliziotto che deve dipendere da un nuovo CSM che darà conto a chi? Non al CSM della magistratura, a un CSM eletto dal governo.

E’ questa la visione che dobbiamo avere delle riforme che stanno facendo; una riforma che sta attentando ai diritti costituzionali e allo Stato democratico attraverso tutti questi sotterfugi. Quando il PM diventerà un super poliziotto sarà la longa manus del questore o del prefetto.

L’altro elemento che è destato clamore di questo decreto repressione è lo scudo penale. Già la parola scudo penale è equivoca: ma da chi vi dovete difendere? Da delinquenti? Dalla magistratura inquirente? Chi vi aggredisce? Scudo perché? Chi aggredisce le forze dell’ordine nella manifestazione? Per fortuna la vicenda di Rogoreto ha fatto calmare un po’ questa narrazione che i cattivi in una manifestazione sono sempre quelli che manifestano e i buoni sono rappresentati dalle forze che hanno bisogno dello scudo. E’ una narrazione falsata, perché sono vent’anni dagli eventi di Genova che nei tribunali e nei processi la polizia e le forze dell’ordine vengono condannate perché mettono in essere abusi. Ma anche lì hanno trovato una scappatoia per non far vedere che è una norma prettamente anticostituzionale perché formalmente siamo tutti uguali, c’è l’articolo 3 della Costituzione, e non possiamo avere delle categorie che devono avere delle preferenze, dei riguardi maggiori rispetto ad altre.

Hanno detto: no, lo scudo penale non lo poniamo in essere soltanto in favore della pubblica sicurezza e delle forze di polizia e delle forze dell’ordine in generale, ma nei confronti di tutti i cittadini. No, fatemi capire, che significa “di tutti i cittadini?” Ma perché noi andiamo armati sempre, andiamo a sparare le persone? Anche perché secondo loro lo scudo penale dovrebbe agire soltanto in caso di legittima difesa, di adempimento del dovere. Allora, fatemi capire, quanti in Italia, quanti sono i cittadini che vanno in giro con le armi a sparare? In che cosa vogliamo trasformare lo Stato italiano? Come quello americano in cui si sparano, vanno a comprare le armi? Non è così, la nostra realtà non è così.

Capite quindi che è una “pezza”, semplicemente per non rendere immediatamente anticostituzionale una norma, che di fatto lo è. La legittima difesa è comunque una causa di giustificazione che il nostro ordinamento penale prevede, quindi non c’è per niente bisogno di accentuare e di creare una lista diversa, un registro diverso di iscrizione dell’azione penale nei confronti delle forze dell’ordine che hanno agito per legittima difesa. Oppure significa dover pensare che le forze dell’ordine agiscono sempre per legittima difesa, ma non è così. Ripeto, ci sono condanne processuali, tante, in questi vent’anni che dicono il contrario.

Ma i pericoli di questo ultimo decreto sicurezza non sono solo questi, questi sono quelli più pacchiani. Hanno introdotto una serie di depenalizzazioni, di reati, oltre che hanno voluto dire quando dobbiamo manifestare, come, perché. E chiunque non segue queste ordini poi avrà delle sanzioni amministrative molto gravi e molto pesanti dal punto di vista economico.

C’è un’altra parte in cui si dice che saranno sottoposti a sanzioni anche chi durante una manifestazione pronuncia o mostra frasi sediziose. Ecco, questo è un altro pericolo gravissimo. Che significa sedizioso? È un concetto generico. Chi lo deve riempire di contenuti questo concetto? Siccome è una sanzione, lo deve riempire un questore, un rappresentante del governo. Quindi questo concetto cambierà a seconda del governo che è in carica. Sedizioso che cosa vuol dire? Chi si permette di contraddire e di fare una polemica nei confronti dello Stato o del politico o chi vuole contestare? Quindi vogliono dirci anche cosa dobbiamo dire durante una manifestazione.

Alla fine qual è lo scopo vero di tutte queste riforme? Avere una massa silente. La manifestazione ve la facciamo fare, ma lì, in quel posto, e zitti dove dovete stare. Forse se intoniamo un canto di chiesa, forse non ci faranno nulla… Però se intonate qualcosa che contrasta, c’è la multa che va da 5000 fino a 10.000 euro, anche per cartelli, non soltanto per frasi.

C’è inoltre anche il DDL Romeo, di cui stanno discutendo, che è fatto di tre articoli, gli bastano pochi articoli. Quello è specifico contro la questione palestinese, per cui dire che lo Stato di Israele sta commettendo un genocidio, che è una verità, dire che lo Stato di Israele attuale è uno Stato criminale, è uno Stato nazista, che sta mettendo in essere crimini contro l’umanità, frasi che io non ho per niente intenzione di collocare alla religione ebraica, saranno considerate frasi che attaccano la religione ebraica.

Quindi sono riforme che stanno modificando il nostro Stato, che non stanno aggredendo direttamente i diritti, ma li stanno svuotando.

Concludo dicendo che il dissenso, che secondo questo governo sarebbe una manifestazione antidemocratica, è il contrario. Il dissenso è l’essenza della democrazia. Dare la possibilità di dire no a qualsiasi scelta del governo, dissentire significa partecipare concretamente alla vita politica del Paese.

Torino. Persecuzione giudiziaria contro Giorgio Rossetto, storico attivista del Movimento No Tav

“E’ una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav”. Inizia così l’intervista a Nicoletta Dosio, storica attivista No Tav valsusina, in merito alla decisione della Procura della Repubblica di prolungare il periodo di detenzione domiciliare per Giorgio Rossetto, compagno torinese del movimento contro l’opera in Val di Susa, il cui periodo di detenzione domiciliare scadeva sabato 14 marzo 2026.
Iniziata a gennaio 2025, la detenzione domiciliare per Rossetto era stata comminata per delle condanne definitive legate “al maxi-processo per lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e infine una marcia No Tav nel 2019”, scrive il movimento valsusino in un comunicato.
Il 2 febbraio 2026, un anno e un mese aver iniziato a scontare la pena, Giorgio Rossetto aveva subito l’aggravamento della detenzione a causa di un’intervista rilasciata ai nostri microfoni, “colpevole” di aver commentato a Radio Onda d’Urto lo sgombero di Askatasuna dello scorso dicembre. Aver parlato a una emittente informativa gli è costato il divieto di comunicazione e riduzione ad un’ora del tempo consentito per uscire.
La storia di Rossetto è una storia comune a tanti attivisti e attiviste No Tav, sommersi da denunce, indagini, pedinamenti e punizioni giudiziarie continue. Nonostante anni di feroce repressione poliziesca e giudiziaria, il Movimento della Val Susa continua la sua lotta della grande opera in utile in progetto nella valle alpina. A confermarne l’inutilità, la stessa TELT, società costruttrice dell’opera, che ha formalizzato lo slittamento dell’entrata in funzione della TAV Torino-Lione al 2034, intascandosi nel frattempo milioni di fondi pubblici e speculando per anni sulla sua costruzione.
Per Rossetto, il 13 marzo 2026 (un giorno prima della conclusione della detenzione), “sfruttando il fatto che è stato dichiarato inammissibile un ricorso in cassazione” vengono aggiunti ulteriori 8 mesi di detenzione alla pena. “La questione è che contro di noi viene applicato il diritto penale del nemico”, denuncia Nicoletta Dosio ai microfoni di Radio Onda d’Urto.

28 marzo internazionalista contro Modi/Trump/Netanyahu

 28 marzo internazionalista contro Modi/Trump/Netanyahu

 

Campagna Internazionale di Emergenza

contro l’Operazione Kagaar

Il Comitato Internazionale a Sostegno della Guerra Popolare in India (ICSPWI) chiama le forze democratiche, progressiste, antifasciste, antimperialiste e rivoluzionarie di tutto il mondo a unirsi alla Campagna Internazionale di Emergenza contro l’Operazione Kagaar.

Cos’è l’Operazione Kagaar?

Dal gennaio 2024, lo Stato indiano sotto il regime fascista Hindutva di Narendra Modi conduce l’Operazione Kagaar, un’operazione militare il cui obiettivo dichiarato è la completa distruzione del movimento rivoluzionario in India entro marzo 2026. In realtà, si tratta di una guerra totale contro il popolo, principalmente contro la popolazione Adivasi, i contadini poveri, gli attivisti rivoluzionari, i giornalisti, gli studenti e i prigionieri politici. Intere regioni vengono occupate dai militari, i villaggi sono bombardati e incendiati, i civili usati come scudi umani, i prigionieri torturati ed giustiziati stragiudizialmente in cosiddetti “scontri simulati”.

L’Operazione Kagaar è la continuazione ed escalation di precedenti operazioni militari controrivoluzionarie quali Samadhan-Prahar e Green Hunt. Con l’impiego di esercito, paramilitari e avizione, lo stato indiano sta tentando di distruggere il Partito Comunista dell’India (Maoista), l’Esercito

Popolare di Liberazione Guerrigliero (PLGA) e la Rivoluzione di Nuova Democrazia guidata da questi. Questa offensiva controrivoluzionaria ha colpito il movimento rivoluzionario in modo particolarmente duro nel 2025, anno in cui sono stati assassinati numerosi quadri dirigenti, tra cui il segretario generale del partito, compagno Basavaraj (Nambala Keshava Rao), e altri noti dirigenti Adivasi. Allo stesso tempo, lo Stato sta intensificando la guerra psicologica, diffondendo deliberatamente voci su presunte rese, tentando di demoralizzare le forze rivoluzionarie. 

Coerenza e continuità rivoluzionarie

Nonostante le pesanti perdite, il movimento rivoluzionario in India rimane saldo sul suo cammino. In diversi documenti pubblici, il CPI (Maoista) ha chiarito che non ci saranno né l’abbandono della lotta armata né la resa allo stato. Invece, il partito analizza apertamente i propri errori, trae insegnamento dalle proprie perdite e si riorganizza sulla base delle mutate condizioni. La guerra popolare di lunga durata resta l’unica via per superare lo sfruttamento, l’oppressione nazionale, il sistema delle caste, il patriarcato e la penetrazione imperialista.

Elemento centrale della repressione è la carcerazione di massa. Grazie a leggi come l’Unlawful Activities Prevention Act (UAPA), in India migliaia di persone sono detenute per anni senza processo. Giornalisti sono criminalizzati per aver pubblicato articoli critici, studenti sono arrestati per possesso di pubblicazioni marxiste e gli attivisti sono torturati e isolati. L’India si presenta a livello internazionale come “la più grande democrazia del mondo”, ma in realtà è una prigione per il suo popolo, in cui i diritti democratici fondamentali sono sistematicamente sospesi.

Questo sviluppo non è una caso ma piuttosto espressione della crescente fascistizzazione dello Stato indiano. Sotto il regime dell’Hindutva, le minoranze religiose sono perseguitate, l’oppressione nazionale si intensifica e le proteste sociali vengono affrontate con la forza militare. Allo stesso tempo, l’India funge da pilastro strategico dell’imperialismo americano nell’Asia meridionale e stretto alleato di Israele. L’oppressione interna e un ruolo esterno aggressivo sono due facce della stessa politica.

Importanza internazionale della lotta in India

È proprio per questo che la lotta del popolo indiano ha importanza internazionale. La Rivoluzione di Nuova Democrazia in India rappresenta uno dei fronti più importanti della lotta antimperialista mondiale. La sua sconfitta o vittoria avrà un impatto diretto sui rapporti di forza tra imperialismo e rivoluzione proletaria mondiale a livello mondiale. La solidarietà con la guerra popolare in India significa quindi anche solidarietà con tutti i popoli oppressi e i prigionieri politici in tutto il mondo.

In questo contesto, l’ICSPWI fa appello a una Campagna Internazionale di Emergenza contro l’Operazione Kagaar. Obiettivo di questa campagna è denunciare i crimini dello Stato indiano a livello internazionale, esercitare pressione politica, chiedere il rilascio di tutti i prigionieri politici e fornire supporto pratico alle forze rivoluzionarie in India. Azioni, presidi, eventi e pubblicazioni hanno già avuto luogo in numerosi paesi in diversi continenti. Questa mobilitazione si deve ancor più ampliare, approfondire e coordinare.

Appello alla partecipazione

Chiamiamo tutti i compagni e le organizzazioni solidali a partecipare al mese di azione contro l’Operazione Kagaar nel marzo 2026. Il 28 marzo 2026 si terrà a Zurigo una manifestazione internazionale in solidarietà con il movimento rivoluzionario in India.

Oggi più che mai è importante prendere una posizione chiara. L’Operazione Kagaar deve essere fermata. I massacri della popolazione Adivasi devono essere fermati. Tutti i prigionieri politici in India devono essere rilasciati immediatamente. Il sostegno imperialista al regime indiano deve cessare.

La lotta dei rivoluzionari indiani è la nostra lotta. La loro fermezza è un appello a tutti noi a rafforzare la solidarietà internazionale e promuovere la lotta comune contro l’imperialismo, il fascismo e l’oppressione.

STOP OPERAZIONE KAGAAR!

LIBERTÀ PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI

VIVA LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

SOLIDARIETÀ CON LA GUERRA POPOLARE IN INDIA!

  • marzo 2026 – Mese si azioni contro l’Operazione Kagaar

28 MARZO- ZURIGO

MANIFESTAZIONE INTERNAZIONALE CONTRO L’OPERATION KAGAAR

azioni contemporanee in Europe, Nord e Sud America, Sud Asia, Australia e Nord Africa.

International Emergency Campaign Against Operation Kagaar

international Coordination

per l’Italia e la partecipazione a Zurigo info csgpindia@gmai.com wa 3519575628

Solidarietà piena e incondizionata per Hannoun, Dawoud, Yaser e Riyad SRP

L’ Associazione dei Palestinesi in Italia sta costituendo ufficialmente un Comitato di Solidarietà a sostegno loro e delle loro famiglie. Riceviamo e  giriamo la loro comunicazione con il nostro invito ad aderire come realtà politica, sindacale o sociale, come associazione o come singola o singolo.

Info: comitatoprigionieripal@gmail.com

 

Solidarietà con i membri della Flotilla arrestati a Tunisi – info e solidarietà da Palermo e Cagliari – info srpitalia@gmail.com

Solidarietà con i membri della Flotilla arrestati a Tunisi – info e solidarietà da Palermo e Cagliari – info srpitalia@gmail.com

Solidarietà con  i membri della Flotilla arrestati a Tunisi 

Il Comitato Congiunto di Coordinamento per la Palestina (JAC) è costernato dopo l’arresto, avvenuto questa mattina, dei suoi membri Wael Nouar, Jawhar Chenna e Sanaa Mesahli, insieme ai membri del Comitato della Flottiglia del Maghreb, Nabil Chennoufi e Mohamed Amine Ben Nour, tutti trasferiti alla caserma di El Aouina. Secondo i loro avvocati, sono stati accusati di malversazione finanziaria in relazione agli sforzi della Flottiglia del Maghreb per rompere l’assedio di Gaza, del cui comitato direttivo gli arrestati erano membri.

Il Comitato Congiunto di Coordinamento per la Palestina:

  • condanna questo comportamento incomprensibile da parte di un’autorità che da sempre si erge a paladino della causa della Palestina ed esprime piena solidarietà ai compagni.
  • denuncia la diffamazione sistematica e la campagna di calunnie e voci incontrollate contro questi attivisti, che vuole trasformare il loro importante attivismo a sostegno della Palestina, di Gaza e della resistenza, in un’indagine giudiziaria.
  • chiediamo l’immediato rilascio dei detenuti e la fine di tutti i procedimenti giudiziari contro i membri della Global Sumud Flotilla Authority, e riteniamo l’autorità politica responsabile delle conseguenze di questo ingiusto attacco, e allo stesso tempo mettiamo in guardia dall’ulteriore tensione che questo attacco aggiungerà alla situazione politica del Paese.

Comitato di coordinamento dell’azione congiunta per la Palestina

Tunisia – new arrest of member of the Joint Action Coordination Committee for Palestine – maximum solidarity