10/01 CORTEO A MILANO PER LA LIBERAZIONE DEI MILITANTI PALESTINESI ARRESTATI!


Firme in aggiornamento. Chi vuole aderire invii l’adesione della propria struttura a una delle realtà firmatarie.

Appello ai sindacati conflittuali, ai lavoratori e alle lavoratrici, alle student*, alle organizzazioni politiche, ai centri sociali, alle realtà dell’associazionismo, alle donne e agli uomini che non si sono mai fermati nella solidarietà al popolo palestinese e alla sua resistenza.

LA SOLIDARIETA’ NON SI ARRESTA E NON SI FERMA!

PER LA LIBERAZIONE DEI MILITANTI PALESTINESI ARRESTATI!

AL FIANCO DI TUTTI I POPOLI IN LOTTA CONTRO IL COLONIALISMO!

CONTRO L’AGGRESSIONE IMPERIALISTA AL VENEZUELA!

Tutte e tutti in piazza a Milano il 10 gennaio 2026 alle ore 14.00 con concentramento in Via Giacosa ang. Via Bolzano (M1 Rovereto)

Sabato 27 dicembre con una gravissima operazione repressiva di polizia e guardia di finanza sono state perquisite e chiuse la sedi dell’Abspp, l‘Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese.

Sono state perquisite le case di decine di donne e uomini attivi sul fronte della solidarietà con raccolte fondi destinati a progetti di solidarietà e nella partecipazione a ogni iniziativa in difesa del popolo palestinese contro il genocidio e la pulizia etnica in corso a Gaza come in Cisgiordania. Sono stati sequestrati computer e cellulari, requisiti contanti anche personali e devastata la vita di intere famiglie con l’arresto di 7 amici e compagni di lotta (Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Raed Al Salahat, Yaser Elasaly, Jaber Albustanj, Adel Abu Rawwa, Khalil Abu Deiah), con la fumosa e gravissima accusa di finanziamento al terrorismo.

Noi sappiamo invece che è tutta una strumentale montatura politico-giudiziaria formulata sulla base di documentazione direttamente fornita dalle imbeccate di parte dell’intelligence sionista, responsabile di torture e assassinii nei centri di detenzione israeliani, davanti alle quali qualche giudice compiacente si è prostrato con il plauso del governo Meloni. Un governo complice e alleato del terrorista assassino Netanyahu al quale ha continuato a vendere armi senza mai interrompere la collaborazione commerciale e militare.

La Milano palestinese che ha attraversato le strade della città ininterrottamente da 27 mesi, respinge al mittente questa montatura giudiziaria che è indice del grado di asservimento del governo italiano ai desideri dell’entità coloniale sionista Israele. La Milano palestinese si schiera fermamente al fianco degli arrestati. La loro unica colpa è quella di stare a testa alta e alla luce del sole dalla parte del popolo palestinese con dignità e orgoglio.

La Milano palestinese denuncia questa operazione repressiva diretta a colpire il vasto movimento di solidarietà che nel corso dei mesi si è strutturato e consolidato, riuscendo a unire nell’attivo sostegno alla resistenza e al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese singoli, realtà politiche e sindacali, con un approccio internazionalista che ha saputo saldarsi fin dalle prime ore contro l’aggressione imperialista al Venezuela.

La “pace trumpiana” si sta traducendo nella prosecuzione di un genocidio a bassa intensità per fame e malattie. Ciò è aggravato dal divieto dell’entità sionista, operativo dal primo gennaio, di intervento a Gaza e Cisgiordania alle 37 più importanti organizzazioni umanitarie. Il governo terrorista Netanyahu e il governo USA vogliono completare senza testimoni la pulizia etnica del popolo palestinese con la sua eliminazione e con la sua deportazione fuori dalla Palestina. Per i macellai sionisti l’obiettivo da raggiungere è quello di realizzare il sogno di una Grande Israele che garantisca all’imperialismo USA il completo controllo politico e militare sull’Asia occidentale.

Tutto questo è reso possibile dall’attuale corsa alla guerra determinata dalle contraddizioni del capitalismo e della competizione per risorse e mercati, dal riarmo generalizzato. Quanto è avvenuto in Palestina ha fatto carta straccia del diritto internazionale e ha reso possibile l’aggressione imperialista alla repubblica bolivariana di Venezuela e il rapimento del suo presidente Nicolas Maduro. La logica che sta dietro alle azioni dell’imperialismo occidentale e del sionismo sono le stesse per cui si vorrebbe che l’America Latina tornasse a essere il cortile di casa degli USA.

Quello che è accaduto ai nostri compagni di lotta è quindi parte del complessivo disegno di criminalizzazione della solidarietà internazionalista.

In Palestina questo è sostenuto dalla volontà sionista di chiudere definitivamente ogni accesso agli aiuti umanitari, delegittimare e annientare la legittima resistenza palestinese come condizione indispensabile per mettere una pietra tombale e cancellare dalla storia l’intero popolo palestinese.

In questo contesto, si inseriscono i disegni di legge Gasparri – Delrio che vogliono equiparare il nostro antisionismo antifascista all’antisemitismo razzista che ha origini nella subcultura nazista e fascista in cui affonda le proprie radici Fratelli d’Italia, che nella bandiera di partito porta ancora la fiamma mussoliniana.

Ogni voce e azione che si oppongono al genocidio in atto devono essere silenziate o represse: la nostra solidarietà va anche ai giovani studenti e studentesse di Torino ora agli arresti domiciliari per la partecipazione alle proteste a sostegno del popolo palestinese e venezuelano.

Il segnale è chiaro: la solidarietà ai popoli che resistono al colonialismo in ogni forma all’ordine fondato sulla sopraffazione, il dissenso e l’opposizione nei posti di lavoro, nelle scuole e nei territori devono essere imbavagliati. E questo si traduce nella compressione di diritti e di spazi di agibilità politica e sindacale, nella gerarchizzazione e militarizzazione della società che, eliminando ogni mediazione “democratica”, deve obbedire ai comandi della classe al potere. E’ evidente infatti che quest’azione si inserisce in questo quadro di attacco alle condizioni di vita dei lavoratori nelle cittadelle dei paesi imperialisti affinché non vi sia la saldatura tra la resistenza del popolo palestinese alle resistenze del proletariato su scala mondiale.

In questo momento sono detenuti nelle carceri italiane anche altri 3 militanti palestinesi, Anan, Ali e Mansour in attesa della sentenza che verrà emessa il 16 gennaio “colpevoli” di aver difeso il proprio popolo con azioni di legittima resistenza in Cisgiordania con un processo farsa che ha accettato l’impianto accusatorio fornito dai servizi segreti dell’entità sionista. E’ altresì detenuto nel carcere di Rossano Calabro Ahmad Salem colpevole esclusivamente di aver sul proprio telefono immagini e video della resistenza palestinese largamente diffusi dai media.

Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Raed Al Salahat, Yaser Elasaly, Jaber Albustanj, Adel Abu Rawwa, Khalil Abu Deiah liberi subito!

La solidarietà è sotto attacco ma noi non faremo un passo indietro e siamo e saremo a fianco dei nostri compagni di lotta richiusi in isolamento con accuse gravissime.

CHIEDIAMO LA LORO IMMEDIATA LIBERAZIONE!

AL FIANCO DI TUTTI I POPOLI IN LOTTA CONTRO IL COLONIALISMO!

FUORI GLI STATI UNITI DALL’AMERICA LATINA E DAI CARAIBI!

A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE E DELLA SUA RESISTENZA!

Messaggi di solidarietà a Luigia L’Aquila

Stanno arrivando alla compagna Luigia tanti messaggi di solidarietà, via via li pubblicheremo. 
L’aggressione del poliziotto sta determinando un effetto molto grave: per ora Luigia ha il gesso sul polso, ma quasi sicuramente dovrà subire un intervento, perchè la frattura è multipla, pluri frammentata; e comunque prima che possa adoperare il polso, il braccio dovranno passare molte settimane, se non mesi, con possibili conseguenze – speriamo di no – anche sul lavoro.
Il/i poliziotti dovranno pagare caro!
Luigia è tutte noi! Luigia dall’inizio dell’arresto di Anan, Alì, Mansour si sta battendo per la loro libertà, per il sostegno alla resistenza palestinese. Luigia il 3 gennaio ha difeso strenuamente la bandiera palestinese che il poliziotto le voleva strappare di mano perchè i poliziotti odiano quella bandiera, odiano chi lotta per la Palestina, per la libertà dei prigionieri palestinesi in Italia, odiano le donne rivoluzionarie comuniste.
Ma Luigia, le donne che lottano sono mille volte più forti dei miseri omuncoli sbirri, come dei fascistelli che cercano ora di vomitare frasi reazionarie/sessiste, ben coperti da internet.
Giù le mani da Luigia, la solidarietà è un’arma, e la useremo bene!
 
Da Campetto occupato:
Ieri, durante il passaggio della fiaccola olimpica a L’Aquila, in seguito alla contestazione al grido “La Guerra non è sport, fuori l’imperialismo dalle olimpiadi”, vi è stata una colluttazione tra una compagna e uno sbirro che prima le ha messo le mani addosso e poi, nel tentativo di strappare la bandiera della Palestina, l’ha strattonata e spintonata, fratturandole il polso, come risulta  dall’esito della nottata al pronto soccorso passata dalla compagna, a cui dovrà esser messo anche il gesso.
Un poliziotto ha fratturato il polso ad una compagna e crediamo sia un episodio gravissimo!
Che illustra ahinoi molto bene il clima che si sta creando dentro e fuori questo paese, tra guerra interna e guerra esterna. Tra una Repressione sempre più cruenta, diretta e violenta verso chi si oppone, e guerre oltre i confini.
Una Repressione che usa sempre più la forza, dei tribunali, delle galere, delle leggi, della violenza bruta, per opprimere…
E a cui solo la solidarietà e la Resistenza saranno in grado di porre un freno.
E, perché no, contrattaccare!
FORZA LUIGIA SIAMO TUTTE/I CON TE
 
Da operaio ex Ilva Taranto slai cobas sc
Non stupisce, sono cavernicoli che brandiscono le loro clave (mi pare che dai loro rigurgiti si intuisca che le chiamino manganelli). Hanno difficoltà enorme a mantenere la posizione eretta, sarà per questo motivo che è piombato violentemente su Luigia. È una razza inferiore a quella dell’essere umano, sottosviluppata, utilizzata dallo Stato alla stessa maniera in cui un pastore utilizza un cane.

Aggressione poliziesca a una compagna del srp a L’Aquila

Ieri sera, sabato 3 gennaio, in occasione del passaggio a L’Aquila della fiaccola olimpica, una decina di attivisti e attiviste hanno improvvisato una contestazione al bordo della strada, con volantinaggio ed esposizione di uno striscione “la guerra non è sport, fuori l’imperialismo dalle olimpiadi” e bandiere palestinesi.
Quando ormai tutti i mezzi della carovana olimpica erano passati, una compagna del soccorso rosso proletario dell’Aquila, allontanatasi di qualche metro dallo striscione, è stata aggredita da un energumeno delle forze dell’ordine, che l’ha spinta brutalmente mettendole le mani sui seni. Al grido “giù le mani!” della compagna, il poliziotto ha risposto “giù le mani tu, che mi fai schifo”, quindi ha cercato, facendola cadere a terra, di strapparle di mano la bandiera palestinese con la foto di Anan che teneva.
La compagna ha difeso la bandiera fino all’ultimo ma le è stato spezzato l’avambraccio destro.

Il 23 dicembre un articolo pubblicato dal Messaggero, subdolamente associava la compagna, indicata nel titolo come indagata per un flash-mob contro il genocidio del popolo palestinese, con la decisione, riportata nel lucchetto, di mettere sotto scorta il PM e il giudice del processo contro Anan Yaeesh e i resistenti palestinesi giudicati a L’Aquila, come se tra i due fatti ci fosse un qualche nesso.
Oggi quell’attacco mediatico è diventato violenza fisica.
Se cercano di stringere il cerchio intorno alla compagna, per colpire la solidarietà con la resistenza palestinese anche qui a L’Aquila, sbagliano di grosso: ogni aggressione fisica e sessuale verrà denunciata.
La solidarietà è la nostra scorta, e nessuno potrà fermarla!

Il 16 gennaio, ore 9:30, tutti e tutte al tribunale di L’Aquila

In solidarietà ad Anan Yaeesh e tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri dell’imperialismo

L’UNICO VERO TERRORISMO SONO LE BOMBE DELLL’IMPERIALISMO!

Caso Mohammad Hannoun, se anche la giustizia si trasforma in propaganda

Da kritica, un contributo di Tahar Lamri

L’ordinanza di custodia cautelare di Mohammad Hannoun è un caso da manuale di tesi precostituita a partire da un assioma: musulmano = terrorista.

L’ordinanza della Procura di Genova che dispone misure cautelari contro Mohammad Hannoun e altri membri dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) è un documento monumentale: oltre 300 pagine di accuse, prove, ricostruzioni storiche e analisi giuridiche. Dovrebbe essere l’esempio di come la giustizia italiana affronta con rigore e obiettività un caso complesso e delicato.

Invece, quello che emerge da un’analisi attenta delle prime sessanta pagine – solo le prime sessanta, un quinto del totale – è qualcosa di profondamente diverso e inquietante: una sistematica opera di falsificazione storica, manipolazione dei fatti, omissione di prove contrarie e adozione acritica della narrativa di una parte in causa – Israele – per costruire un’imputazione che non si limita a colpire singoli individui, ma criminalizza l’intero universo del sostegno umanitario e politico alla causa palestinese.

In questo articolo documentiamo le falsificazioni più gravi individuate nelle prime sessanta pagine, ma non è un catalogo tecnico: è la storia di come la giustizia può trasformarsi in propaganda quando accetta di essere strumento di un’agenda politica.

Quando i premi Nobel diventano talebani: Il caso del Bangladesh

Cominciamo dalla falsificazione più grottesca, quella che più di ogni altra rivela il metodo e l’agenda di questo documento. Tra le pagine 23 e 25, in una sezione dedicata a dimostrare che “ogni movimento islamico è fondamentalmente jihadista”, il documento presenta la rivoluzione studentesca del Bangladesh del luglio-agosto 2024 come un esempio di violenza islamista comparabile alle azioni dei talebani.

Secondo l’ordinanza, nel 2024 studenti bengalesi perpetrarono “violenza diffusa indiscriminata” contro minoranze religiose, causarono “pesanti perdite” alle forze dell’ordine e si comportarono come estremisti religiosi. L’equiparazione è esplicita: siccome taliban in pashto significa “studenti”, allora gli studenti musulmani bengalesi (i quali ovviamente non parlano pashto) che manifestano sono, di fatto, talebani.

C’è solo un problema: questa versione è l’esatto opposto di ciò che accadde.

La rivoluzione del Bangladesh dell’estate 2024, conosciuta come “July Revolution” o “Gen Z Revolution”, fu un movimento pro-democrazia guidato da studenti universitari laici delle università più prestigiose del paese. Iniziò come protesta contro un sistema di quote per i lavori pubblici percepito come corrotto, e si trasformò in una rivolta popolare quando il governo della premier Sheikha Hasina rispose con una violenza brutale.

Le forze di sicurezza governative aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati, uccidendo tra 800 e 1,400 persone – per lo più studenti. Il governo ordinò di sparare a vista. Le Nazioni Unite documentarono quello che definirono un assassinio di massa governativo, il “Massacro di luglio”. Non fu una violenza degli studenti: fu un massacro di studenti.

Quando il regime crollò, si formò un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus – premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen Bank, icona globale della lotta contro la povertà. Due leader del movimento studentesco entrarono nel nuovo governo. Le Nazioni Unite celebrarono l’evento come “student-people uprising contro il fascismo”.

Il documento inverte completamente la realtà: le vittime diventano carnefici, i massacratori diventano vittime, una rivoluzione democratica diventa jihad islamista. Continua a leggere

LA SOLIDARIETÀ NON SI PROCESSA – PRESIDIO AL CARCERE DI SOLLICCIANO

In Italia 9 palestinesi sono stati arrestati con l’accusa di aver finanziato la RESISTENZA palestinese.
Questo è un attacco alla SOLIDARIETÀ commissionato dallo Stato d’Israele che la magistratura italiana, ben lontana dall’essere neutrale, ha elaborato e messo in atto.
Presidio sotto il carcere di Sollicciano per sabato 3 gennaio alle ore 15.00 dove ad oggi si trova prigioniero Raed Al Salahat, arrestato a Firenze.

Regno Unito: quasi 60 giorni di sciopero della fame per la Palestina, a rischio la salute dei prigionieri

Gli scioperanti della fame incarcerati per la Palestina si stanno avvicinando ai 60 giorni di sciopero, in condizioni di salute allarmanti. Heba Muraisi (giorno 59) soffre di gravi deficienze, dolori intensi e deterioramento cognitivo, mentre i suoi familiari subiscono perquisizioni abusive e umiliazioni in prigione. Teuta Hoxha (giorno 53) è quasi costretta a letto, soffre di svenimenti ed estrema stanchezza, e i suoi visitatori sono molestati dal personale carcerario. Kamran Ahmed (giorno 52) soffre di forti vertigini, perdita intermittente dell’udito e fluttuazioni della frequenza cardiaca. Lewie Chiaramello (giorno 38), affetto da diabete, continua a digiunare nonostante i significativi rischi per la sua salute. Di fronte a questa situazione critica, Prisoners For Palestine chiede una maggiore mobilitazione contro la complicità britannica nel genocidio sionista e un’azione di solidarietà con i prigionieri ( maggiori informazioni ), come le azioni condotte contro numerose ambasciate britanniche come a Tunisi (foto) e Bruxelles ( vedi video ).

Da Secours rouge

Dai GPI l’appello per una mobilitazione diffusa per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi

II 27 dicembre 2025 la Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova ha disposto l’arresto di sette persone palestinesi e arabe, ha richiesto mandati di cattura internazionali per altre due e ha sequestrato beni per oltre otto milioni di euro, sostenendo l’esistenza di una rete operante in Italia che avrebbe raccolto e trasferito fondi destinati a strutture considerate collegate a Hamas.

Al centro dell’inchiesta ci sono alcune associazioni da anni impegnate in attività di solidarietà con il popolo palestinese, in particolare l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese e sue articolazioni, e l’Associazione Benefica La Cupola d’Oro, che secondo l’accusa avrebbero funzionato come canali di raccolta e trasferimento di fondi verso enti attivi a Gaza, in Cisgiordania e nei territori palestinesi del 1948.

Alcuni giornali hanno riportato che, al momento del fermo, Hannoun avrebbe chiesto ai poliziotti: «Mi consegnerete a Israele?».

Una domanda tutt’altro che peregrina, dal momento che l’intera “operazione” sembra fondarsi esclusivamente su direttive “israeliane” e su presunte “fonti” delle Forze di occupazione sionista.

Come già avvenuto nel processo dell’Aquila, emerge ancora una volta una pesantissima ingerenza straniera nel funzionamento della giustizia italiana.

Le autorità italiane indagano su queste associazioni fin dal 2001 e hanno più volte tentato di avviare procedimenti giudiziari nei loro confronti. Tutti questi tentativi, però, sono sempre stati archiviati per una ragione molto semplice: le attività contestate sono tutte dichiarate e pienamente legali, dalla raccolta di fondi al loro trasferimento al di fuori dell’Italia.

L’impianto dell’indagine si fonda su intercettazioni, analisi dei flussi bancari, documentazione digitale sequestrata nelle sedi associative e sulla cooperazione giudiziaria con altri Stati, in particolare con “Israele”, oltre che sulle informazioni fornite dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e dai suoi apparati di sicurezza.

Queste fonti hanno qualificato come collegate a Hamas diverse organizzazioni caritative palestinesi e hanno indicato alcuni soggetti come nodi centrali della rete, costruendo l’immagine di una “cellula italiana” di Hamas che opererebbe sotto copertura umanitaria e politica.

La conseguenza immediata è che un insieme molto ampio di soggetti, associazioni, relazioni e pratiche di solidarietà viene ricondotto a un’unica categoria criminale, quella del terrorismo, anche quando si tratta di attività civili, caritative o politiche.

Questo produce un effetto che va ben oltre il piano giudiziario: trasforma l’intero campo della solidarietà con la Palestina in uno spazio sospetto, opaco, potenzialmente criminale, sottoposto a sorveglianza e disciplinamento.

È qui che emerge il significato politico reale di questa operazione. Non siamo di fronte a una semplice indagine penale, ma a un dispositivo che ridefinisce il perimetro del legittimo e dell’illegittimo nello spazio politico.

La solidarietà viene spostata dal terreno del conflitto e della presa di posizione politica a quello dell’ordine pubblico e della sicurezza.

L’attivismo non è più una pratica politica, ma un rischio. L’organizzazione non è più un diritto, ma un potenziale reato.

Quando queste qualificazioni vengono importate nel sistema giudiziario italiano senza essere sottoposte a un vaglio politico e critico, esse trasferiscono con sé la funzione che svolgono nel contesto coloniale in Palestina: distruggere lo spazio sociale e politico palestinese, impedire l’auto-organizzazione, rendere impossibile una soggettività politica autonoma in diaspora.

Il meccanismo che tiene insieme tutto questo è la logica della colpa per prossimità.

Non si colpiscono solo presunti reati, ma relazioni, reti, affinità politiche e simboliche. Chi è colpito rende sospetto chi gli è vicino, chi è vicino rende sospetto chi condivide spazi, parole e pratiche, e così un intero movimento viene progressivamente avvolto in una nube di sospetto che lo paralizza e lo frammenta.

Come si può riporre fiducia in una magistratura che accetta documenti irricevibili e giuridicamente illegittimi provenienti da “Israele”, che non offre alcuna garanzia di affidabilità?

E come si può avere fiducia in una magistratura che si presta a costruire un processo politico voluto dal Governo – e dunque già viziato all’origine – con il dichiarato obiettivo di reprimere il movimento di solidarietà con la Palestina in Italia?

SIAMO QUINDI COMPLICI E SOLIDALI CON GLI ARRESTATI E SOSTENIAMO LA LEGITTIMA LOTTA DEL NOSTRO POPOLO OVUNQUE ESSO SI TROVI, CONTRO IL SIONISMO E I SUOI COMPLICI E PER UNA PALESTINA LIBERA DAL FIUME AL MARE.

CHIAMIAMO AD UNA GENERALE E DIFFUSA MOBILITAZIONE PER LA LIBERAZIONE DEI NOSTRI PRIGIONIERI POLITICI, DA MOHAMMED HANNOUN A ANAN YAEESH E AHMED SALEM.