Un detenuto seminudo, ammanettato e brutalmente imbavagliato mentre le guardie gli sputavano addosso e i medici e gli infermieri lo immobilizzavano, si trasformava in un folle cui avevano dovuto mettere una “mascherina, per evitare che sputasse”. Lui agli altri, quando a dover dare una spiegazione era il direttore del carcere, Domenico Minervini. I lividi segnalati non erano mai opera degli agenti. Le ferite venivano refertate come frutto di risse tra vicini di cella. Ed è andata così per molti anni, forse da sempre. Come ammette lo stesso Minervini in una telefonata, “coercizione all’interno del carcere c’è sempre stata ma abusiva e non tracciata”.
Finché un movimento di indignazione e poi di denuncia sembra essere nato, leggendo le carte dell’inchiesta, al Lorusso e Cutugno intorno al 2017, per poi continuare a crescere, nonostante i tentativi di insabbiare i soprusi. Ed è stata sprattutto la tenacia silenziosa delle donne a far venire a galla quel che era sempre rimasto nascosto con l’inchiesta che vede indagate 25 persone, compreso il direttore Domenico Minervini. Insegnanti, psicologhe, assistenti legali. Professioniste con la vocazione dell’uguaglianza dei diritti, che periodicamente entravano in carcere, lasciandosi tutto alle spalle e immergendosi in un mondo diverso, con regole diverse. Una su tutti, Monica Gallo, nominata garante dei detenuti della Città di Torino nel 2015, anima di questa inchiesta penale che ha portato all’arresto di sei agenti della polizia penitenziaria e, ieri, alla rimozione dei vertici dell’amministrazione del carcere torinese.
Nell’autunno del 2019, dopo che per mesi aveva cercato di ottenere provvedimenti per far cessare le violenze che si perpetravano al Lorusso e Cutugno, le sue relazioni sono finite tutte insieme in un fascicolo d’inchiesta della procura di Torino. Lei, le funzionarie che assistono i detenuti durante il percorso riabilitativo, le psicologhe, tutte avevano raccolto le confidenze dei detenuti, in particolare dal padiglione dei cosiddetti sex-offender, visto che da più parti arrivavano voci su come una ” squadretta” di agenti di polizia penitenziaria infieriva da quelle parti. E hanno dato corpo all’indagine mettendo in fila almeno undici casi analoghi a quello di Daniele Caruso, il detenuto sottoposto a Tso il 24 settembre 2018 con quelle modalità inspiegabili.
Gallo, dopo qualche giorno, saputo dell’episodio era passata dal dirigente sanitario delle Vallette per chiedergli come mai Caruso fosse stato trasportato in ospedale quasi nudo, ammanettato e con un bavaglio alla bocca. Ma i vertici avevano sempre una spiegazione che ribaltava le responsabilità e proteggeva i violenti. Lei segnalava e le segnalazioni cadevano nel vuoto. Fino a novembre del 2019, quando l’inchiesta del pm Francesco Pelosi è entrata nel vivo e tutte quelle donne che nei mesi precedenti avevano preso carta e penna, senza rassegnarsi, sono diventate testimoni utili a riscostruire la realtà dietro le sbarre.

Ieri sera (28 luglio) a Venezia presidio di solidarietà a Jacopo, manganellato a freddo per una battuta ad una pattuglia dei carabinieri sui fatti di Piacenza. L’aggressione a Venezia, nella notte tra il 24 e il 25 luglio. Il giovane che ha denunciato l’episodio è Jacopo Povelato, 27enne attivista del Laboratorio Morion, che rincasava dopo aver trascorso la serata al centro sociale di Venezia. Il fatto è accaduto all’imbarcadero della Palanca, all’isola della Giudecca.
Ieri sera la piazza ha ribadito la necessità di sentirsi sicuri nelle proprie città anche quando si incontrano le forze di polizia.
Il presidio si è poi mosso a mani alzate verso la caserma con l’intento di appendere uno striscione, ma è stato bloccato dalla polizia in assetto antisommossa che ha caricato il gruppo.
Con noi lo stesso Jacopo Povelato Ascolta o scarica