Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Sgomberato a Roma il “Nuovo Cinema Palazzo”

Mercoledì 25 novembre, in mattinata, le forze dell’ordine sono intervenute in forza per sgomberare il “Nuovo Cinema Palazzo”, un grande spazio autonomo nel quartiere San Lorenzo a Roma.
Si è quindi tenuta un’assemblea di cinque ore e un corteo che si è concluso con l’apertura simbolica di una nuova occupazione. In risposta, la polizia ha accusato i manifestanti di aver provocato scontri. Sono stati segnalati 3 fermi e qualche ferito.
A Roma è stato sgomberato il Cinema Palazzo, un’esperienza che per anni ha costruito relazioni sociali e prodotto cultura. In difesa degli spazi sociali e culturali della città pubblichiamo questo appello firmato anche dal direttore di MicroMega: “Sgomberarli tutti in nome dell’ordine e della proprietà provocherebbe un disastro umano e culturale, perché sono un welfare indispensabile e costruito dal basso”.

Mercoledì 25 novembre è una data da ricordare: all’alba, il “distanziamento sociale” è stato d’improvviso violato da centinaia di poliziotti che hanno invaso il Nuovo Cinema Palazzo a San Lorenzo, Roma, gettandone sulla strada ogni contenuto, sedie e libri, filmati e tavoli, disegni di bambini e altri oggetti sovversivi. Speriamo che non si siano contagiati a vicenda, gli agenti dell’ordine, mentre spargevano in tutto il quartiere popolare e studentesco un altro genere di virus, per il quale non si è ancora trovato un vaccino sicuro: l’intolleranza. Anzi, l’odio per tutto ciò che significa avvicinamento sociale.

Da nove anni, da quando un gruppo di persone, ragazzi, occupò il cinema ormai chiuso impedendo che diventasse un casinò o una sala bingo, ciò di cui notoriamente anziani e poveri e studenti hanno un gran bisogno, è un nuovo legame sociale quel che ha sparso nelle strade intitolate ad antichi popoli italici il Cinema Palazzo, la Libera Repubblica di San Lorenzo. Solo negli ultimi tempi, negli intervalli della pandemia o subito prima, un cineforum per i bambini, la raccolta di cibo per chi ne ha bisogno (e alla fine ne dipendevano 50 famiglie), una assemblea nazionale di maestre elementari, un festival degli storici, un premio al partigiano Mario Fiorentini (tempo fa un dossier fu consegnato al prefetto, per fargli sapere che cosa in effetti ha fatto il Cinema Palazzo, ma l’emissario dello Stato a Roma non sa leggere, evidentemente).

E il vecchio quartiere intorno se n’era accorto, aveva sostenuto, simpatizzato, affiancato il lavoro degli illegali estremisti.

Tutto questo la questura, la prefettura, in sostanza il governo hanno distrutto con un calcio sprezzante. E il colmo del grottesco è che nelle stesse ore è stata sgomberata, in via Taranto, una sede dei nazisti di Forza nuova, in un miserabile tentativo di giocare al gioco degli opposti estremismi (ma la sede di Casa Pound, non lontana, un edificio di proprietà pubblica, non è stato ancora sgomberato, nonostante i proclami dei mesi scorsi).

E il comune di Roma? L’attuale sindaca di Roma, Raggi, andò a un incontro al Cinema Palazzo, da candidata, per promettere che, da sindaca, si sarebbe presa cura degli spazi sociali che rendono più umana una città disfatta, in cui le persone, gli anziani e le famiglie sono abbandonati a se stessi, in mezzo alle tante mondezze che l’amministrazione sparge ai margini di tutte le strade. Questi spazi sociali e culturali, e occupazioni di senzatetto, sono decine, nella città, e sgomberarle tutte in nome dell’ordine e della proprietà, provocherebbe un disastro umano e culturale, perché sono un welfare indispensabile e costruito dal basso grazie al grande lavoro di giovani e meno giovani pressoché gratuito.

Ebbene, complimenti. In tempo di pandemia sono queste le notizie che ci si aspetta di sentire da un governo in balia di industriali e gestori di discoteche.

Per aderire inviare una mail a cinemapalazzo3@gmail.com

Hanno aderito:
ANPI di San Lorenzo
FRANCO ARGADA Ars Associazione per il rinnovamento della sinistra
BARBARA AULETA avvocata
BAOBAB EXPERIENCE
CHLOÉ BARREAU regista
PAOLO BERDINI urbanista
MARCO BENVENUTI Libera Repubblica di San Lorenzo
ELIANA BOUCHARD scrittrice
MARCO BRAZZODURO docente e presidente ass. Cittadinanza e minoranze
SUSANNA BUFFA Associazione dAccordo
CARLO CARTOCCI docente
LORIS CAMPETTI giornalista
CIRCOLO GIANNI BOSIO
CIVICO SAN LORENZO
FRANCESCO COLANGELI architetto
INGRID COLANICCHIA giornalista
MAURA COSSUTTA medico e pres. Casa internazionale delle donne
GIGLIOLA CUTRERA Libera Repubblica di San Lorenzo
MARIA ROSA CUTRUFELLI scrittrice
MARINA D’AMICO giornalista
MICHELE DE TRUCCO fabmanager, Cité des Scienses e de l’Industrie Paris
TOMMASO DI FRANCESCO giornalista
ANGELO D’ORSI Storico
MANUELA FAELLA
PAOLO FLORES D’ARCAIS direttore di MicroMega
LAURA FORTINI insegnante
MARA GASBARRONE Ricercatrice
EMILIA GIORGI storica dell’arte
ELSA LILA
ANNAMARIA LISI giornalista
FRANCESCA LISI docente
NINO LISI Ass. Cittadinanza e Minoranze
RITA MAGLIETTA Femminista
TIZIANA MANCINI Libera Repubblica di San Lorenzo
BRUNA MARCHINI storica dell’arte
ROSSELLA MARCHINI architetta
ELOISA MARRA Libera Repubblica di San Lorenzo
CRISTINA MATTIELLO insegnante
MARIAGRAZIA MAZZEO psicologa
ALESSANDRA MECOZZI sindacalista
LUCIANA MENNA insegnante
ROBERTO MUSACCHIO Transform
LORETTA MUSSI giornalista
DANIELE NALBONE giornalista
GRAZIA NALETTO giornalista
LA GRU – Germogli di Rinascita Urbana
VINCENZO NASO docente universitario
LORENZA PAOLONI
FLAVIA PERTUSO ENSA Paris Belleville Parigi
TAMAR PITCH docente
ANNA PIZZO giornalista
GIORGIO POIDOMANI manager editoria
BIANCA POMERANZI Femminista Comitato Nazioni Unite
STEFANO PORTELLI antropologo
GIULIA RODANO Femminista, dirigente politico
ANGELA RONGA sindacalista
VITTORIO SARTOGO Ambientalista
ENZO SCANDURRA Professore universitario
MARIA GRAZIA SENTINELLI Ass. Altramente
PATRIZIA SENTINELLI Ass. Altramente
YLENIA SINA giornalista
ALICE SOTGIA Laboratoire Architecture Anthropologie LAVUE Paris
SEZIONE VALENTINO PARLATO DI SINISTRA ITALIANA
LAURA STORTI psicoterapeuta
PIERLUIGI SULLO giornalista
CLAUDIO TOSI  CEMEA del Mezzogiorno
ENEA TOMEI attore
ROMANA TORALDO DI FRANCIA Femminista

(26 novembre 2020)

storie di ordinaria violenza razzista e fascista in carcere 8 guardie carcerarie, pestano un detenuto inerme.

Non parlateci di mele marce per favore…

Dal Corriere/TV:

Il pestaggio di un detenuto a San Vittore: il video che incastra gli agenti

Le telecamere di sorveglianza interna hanno ripreso la scena: otto a processo | CorriereTv

Il pestaggio di un detenuto a San Vittore, avvenuto il 6 giugno 2019, è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza interna del carcere: queste immagini sono state depositate agli atti del processo iniziato lunedì in Tribunale. Otto agenti sono imputati di lesioni personali.

Roma, rivolta detenuti a Rebibbia: 9 arresti e 55 indagati

Responsabili del dilagare della pandemia nelle carceri sono questo Stato e questo governo, l’ignobile ministro Bonafede, i giudici che perseguitano chi si è ribellato. Nelle carceri il diritto alla salute viene negato, gli unici provvedimenti di chi ha già ammazzato 15 detenuti durante le rivolte sono sempre e solo repressione e colloqui vietati, lazzaretti invece che cure, invece di svuotare le carceri. Stato e governo devono finire sotto processo!

Roma, rivolta detenuti a Rebibbia: 9 arresti e 55 indagati. Reati: dalla devastazione al sequestro di persona

Una rivolta nata per la paura sulle mancate misure anti Covid nei penitenziari, ma secondo la procura strumentalizzata da alcuni detenuti per ottenere benefici.

di Fulvio Fiano

Nove arresti e cinquantacinque persone indagate per la rivolta del marzo scorso a Rebibbia. Una rivolta nata per la paura sulle mancate misure anti Covid nei penitenziari, tanto da coinvolgere diversi istituti di pena in tutta Italia. Ma, secondo la procura, strumentalizzata da alcuni detenuti per ottenere benefici.

I pm Eugenio Albamonte e Francesco Cascini contestano a vario titolo i reati di devastazione, saccheggio, sequestro di persona, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale sulle prove fornite dai video delle telecamere di sorveglianza. La sommossa era partita dal reparto G11 per poi estendersi ad altri settori del Nuovo complesso coinvolgendo centinaia di detenuti. Nel corso della rivolta, oltre a essere stata saccheggiata l’infermeria, la biblioteca e devastati interi settori, un ispettore finì in ospedale dopo essere stato accerchiato e colpito con calci e pugni riportando una prognosi di 40 giorni. I nove detenuti arrestati hanno tra i 23 e 41 anni.

24 novembre 2020

Covid in carcere, più di 258 in sciopero della fame anche a Marassi per indulto e amnistia

Il motivo di questa protesta è legato alla situazione Covid nelle carceri italiane: i numeri noti del contagio sono di 827 detenuti e 1020 tra agenti e personale divisi tra 82 istituti (con diversi ricoveri in ospedale ed alcuni decessi), ma sono ampiamente sottostimati in quanto il DAP non li comunica regolarmente e il numero dei tamponi e dei test eseguiti è molto basso.

Questa situazione è stata riscontrata anche nelle carceri liguri dove spesso gli agenti di polizia penitenziaria hanno lamentato poche precauzioni: in diverse segnalazioni emerge che ci siano casi di detenuti che non risultano mai avere ricevuto mascherine e disinfettanti, di isolamento fiduciario dei nuovi giunti svolto in celle promiscue in assenza di test, di isolamento sanitario svolto in condizioniprecarie per l’impossibilità di recuperare spazi adeguati (ad Imperia e Marassi in particolare), di screening di detenuti e personale non più eseguiti dai test dello scorso aprile e dati aggiornati sui contagi che le Direzioni e la Regione non comunicano. Continua a leggere

Napoli 12 dicembre, manifestazione contro la strage di marzo. Basta morire di carcere!

12 DICEMBRE MANIFESTAZIONE

Sono passati oltre cinquant’anni dal periodo delle stragi di Stato e dalla strategia della tensione, eppure per mano dello Stato si continua a morire.

Nelle carceri, sui luoghi di lavoro, alle frontiere, lo Stato continua a essere il responsabile di veri e propri massacri.

A Marzo 2020, mentre tutti e tutte eravamo chiusi in casa “per il nostro bene”, 14 detenuti sono morti durante le proteste nelle carceri di tutta Italia.

La scusa ufficiale è che la causa di quelle morti fosse legata alle overdose di farmaci sottratti alle infermerie degli istituti circondariali.

Ma la realtà è ben diversa: lo Stato si è fatto mandante di 14 omicidi, un monito per stroncare ogni futuro proposito di rivolta.

I contagi in carcere, nei mesi successivi alle proteste, hanno continuato ad aumentare, così come le morti.

Ogni giorno il carcere uccide.

Ora che fuori si torna a parlare di lockdown, dentro crescono nuovamente le cifre dei contagi tra i detenuti e le detenute, senza che nessuna misura seria venga presa, né per la tutela e la cura di chi è recluso, né per svuotare le carceri sovraffollate.

È chiaro che a chi governa non interessa la salute delle persone incarcerate.

I detenuti e le detenute non producono, e quindi non servono a questo sistema: per lo Stato possono pure morire.

È quindi evidente che il carcere non ha quella funzione “rieducativa” a cui ci si appella continuamente, ma di discarica sociale dove rinchiudere e punire chi non si adegua al sistema di sfruttamento in cui viviamo.

Per chi vive nei quartieri popolari della nostra città le opzioni sono tre: continuare a subire la miseria, essere ammazzato – spesso per mano della polizia, finire in carcere.

E non solo: eliminando i colloqui, trascurando la salute e i bisogni di chi è richiuso, il carcere di fatto punisce le persone nei familiari, amici e solidali che ruotano attorno alle e ai prigionieri.

Per non dimenticare la strage di Marzo, perché si smetta di morire di carcere

Alziamo la voce lottiamo insieme dentro e fuori le mura solidali e complici con chi si ribella

Napoli, piazza carità, ore 11:00

NELL’ASSEMBLEA TELEMATICA DONNE/LAVORATRICI DEL 19 NOVEMBRE UNO DEI TEMI E’ STATA LA LOTTA CONTRO LA REPRESSIONE.

Riportiamo l’intervento della compagna del Mfpr de L’Aquila

Si è parlato di repressione delle lotte delle lavoratrici. Repressione che si articola dalla criminalizzazione del diritto di sciopero a quella di manifestare, e che ha visto recentemente protagoniste, ma non vittime come soggetto passivo, le lavoratrici dell’Italpizza di Modena e le assistenti igienico personale di Palermo. Ma qui vorrei ricordare anche il protagonismo di altre donne e compagne, che si sono battute e si stanno battendo per la libertà, la solidarietà proletaria, contro il sistema carcerario, alle detenute e ai detenuti in lotta e a tutte le donne che hanno fatto da megafono alla loro protesta. Alcune di queste compagne sono state incriminate e incarcerate per questa loro solidarietà. 

A tal proposito vorrei leggervi la lettera di Francesca Cerrone, detenuta nel carcere di Latina, ricevuta dalle compagne di Amazora

Ma prima vorrei chiedere a questa assemblea di aderire all’appello dei No tav per la libertà di Dana, e informare che diverse compagne e compagni saranno probabilmente rinviati a giudizio per un gip – donna – dell’Aquila, che ha rifiutato la richiesta di archiviazione  chiesta dal pubblico ministero per l’occupazione della gru e l’occupazione del comune dell’Aquila in solidarietà con Anna e Silvia, contro il 41 bis e le sue estensioni.

La campagna per Nadia Lioce, contro il 41 bis, che come mfpr abbiamo promosso, insieme a Soccorso rosso proletario e a ‘Pagine contro la tortura’, non si è estinta per l’assoluzione di Nadia per le sue battiture! E’ tempo di darle nuovo vigore, nonostante i decreti per il covid, perché è assurdo impedirle i colloqui anche solo telefonici con i familiari! 

Passo alla lettera di Francesca, dalle compagne di Amazora

Ciao a tutte, riceviamo e diffondiamo degli aggiornamenti sulla compagna Francesca, arrestata con l’operazione Bialystok (7 compagni e compagne anarchiche arrestate a il 12 giugno 2020 e accusati di terrorismo) e attualmente prigioniera nel carcere di Latina.

Francesca sta bene nonostante tutto. Ha appena terminato lo sciopero del vitto del carcere di due settimane, in concomitanza con altre detenute, in solidarietà a Davide Delogu e Giuseppe Bruna.

Ieri (3 novembre) si è svolta la cassazione del riesame per alcuni imputati in cui sembrerebbero crollare le basi su cui si fonda l’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. L’inizio del processo fissato per il 14 dicembre 2020 al tribunale d’assise di Roma. La cassazione del riesame per Francesca sarà solo il 16 dicembre ma non ci sono ragioni per pensare che andrà diversamente rispetto agli altri.

Dal parere degli avvocati la detenzione potrebbe venir commutata in altre misure; intanto sarebbe opportuno trovare delle proposte di abitazione per i domiciliari della Franci.

Le è stato chiesto di raccontarci com’è la situazione dentro rispetto all’emergenza Covid ed ha risposto con una lettera aperta. – (Di cui riportiamo stralci – ndr)

 

Lettera di Francesca dal carcere di Latina sulla situazione Covid19. 

22 ottobre 2020

Mentre bevevamo il caffè dopo pranzo, nella cella dove faccio socialità, sentiamo dai passeggi delle voci maschili, il che è molto strano. Ci affacciamo dunque alla finestra e vediamo diverse persone, tra alcune prigioniere del piano di sotto, infermierx, guardie, comandante, medico e direttrice. Dev’essere successo qualcosa, non l’avevo mai vista da quando sono qui! Sentiamo discorsi un pò sconnessi, concitati, una delle detenute piange e urla, ma non capiamo bene, sentiamo parole come “tampone”. Ecco, ci siamo, pensiamo e ci diciamo. É arrivato: il virus è tra noi. Dopo qualche minuto, sale uno con qualche grado, ci fanno uscire tutte dalla cella (con la mascherina!) e ci fanno stare in corridoio: davanti a noi compaiono l’ispettrice, la direttrice e qualche sgherro. Ci dice in due parole che qualcuna di noi è stata in contatto con uno della scorta che ha avuto la risposta del tampone positivo, e quindi la metteranno in quarantena, e così alla sua concellina. Chiediamo chi sono, e ce lo dice. Proviamo a dire qualche parola, niente, arrivederci e grazie. 

Quindi la storia è che questa donna è andata all’ospedale per una visita, e quello della scorta era asintomatico e la risposta del tampone di due giorni fa è arrivata oggi. Queste sono le news sull’argomento della giornata. 

Un giorno, un paio di settimane fa, ci chiamano a tutte e ci fanno il tampone. Lo faccio anche io. Prima chiedo di parlare con “qualcunx che conti qualcosa”, pongo le mie domande, sulle incoerenze della quarantena tra le nuove giunte (che avevano detto che per covid non sarebbero arrivate e dopo di me saranno venute almeno 15), sulla mancanza di informazioni che abbiamo, perché non viene nessunx a dirci niente, lx infermierx e le guardie ci danno informazioni diverse, ecc. fiato sprecato, come prevedibile. 

Non ci hanno mai dato i risultati. Dopo dieci giorni, chiamano tre di noi per rifare il tampone: panico! Anche qui, informazioni discordanti sul perché. Alla fine viene l’ispettrice, ci racconta una storia, e poi si finisce a parlare d’altro. Io vado dal medico, mi fa vedere il mio risultato, mi dice che i tamponi delle tre in questione erano contaminati e quindi li hanno rifatti. Nel frattempo, si era scritto alla direttrice per porle alcune questioni, tra cui il fatto che abbiamo bisogno di informazioni sui rischi che corriamo per tutelare la nostra salute. 

Ho cercato di fare un breve quadro generale, per far emergere uno dei dispositivi che sappiamo essere necessari al potere – in un caso come il covid, s’è visto anche fuori dal carcere, è notevole – : il controllo dell’informazione. Non potendo tenerci tutto nascosto, confondono. Noi vediamo il TG, e sappiamo cosa ci dicono per lettera o al telefono, abbiamo ovviamente una versione parziale e allarmistica. 

C’è da qualche settimana una tensione palpabilissima, preoccupazione per sé, per lx proprx carx fuori, per figlx che hanno la propria madre in galera e non hanno i suoi consigli – e manco del padre, perché quasi tutte le donne che sono qui hanno marito, compagno, padre e a volte sorelle, madri, figlx grandx anche loro in carcere. Come potete immaginare, moltx delle figure che vengono qui, comprese le guardie, non sempre hanno la mascherina. E molte delle prigioniere hanno condizioni di salute non buone, soprattutto quelle che sono qui da anni, problemi ai polmoni, al cuore per citare i più relativi al covid. L’altro lato della medaglia sono le comunicazioni con l’esterno. Noi al momento abbiamo quattro colloqui in videochiamata al mese di venti minuti l’uno dei quali due possono essere sostituiti da due colloqui visivi di un’ora l’uno, con vetro e citofono, e due chiamate al mese di dieci minuti l’una (chi ha figlx minorx ne ha di straordinarie). Prima del covid erano quattro colloqui di un’ora al mese. Il Dap ha dato disposizioni di aumentare le comunicazioni con il fuori per l’emergenza sanitaria, ricordiamo le rivolte di marzo in molte prigioni, ma qui ce le hanno diminuite. Qui sostengono che il ministero ha dato loro tot. giga per maschile e femminile, e quindi solo quelli possiamo avere. Se così fosse, tutte queste nuove che sono arrivate, con che giga fanno la video? Se non c’era il personale (cosa che ci viene detta) come si facevano a fare le ore di colloquio in presenza prima? E perché vengono altre detenute se non ci sono le strutture e le guardie? Non si sa. Si è in una situazione di stallo.

Voglio dire qualche parola su queste videochiamate. Prima del covid in carcere non esistevano. Ora invece si fanno pure tra carcere e carcere e qualcuna delle donne che sono qui è riuscita a “vedere” per la prima volta dopo diversi anni figlx, mariti, familiari rinchiusx in altre prigioni, così come familiari che per ragioni di salute non potevano spostarsi per i colloqui. Molte anche dopo che hanno riaperto i colloqui visivi, dopo mesi che erano chiusi, hanno preferito non far venire lx loro carx, soprattutto lx bambinx perché è traumatico per loro vedere la mamma nell’acquario. Si è inaugurata così una nuova fase, come è successo in altri ambiti della società, dove alla presenza è sostituita la comunicazione tecnologica. In carcere è ovviamente molto più [incomprensibile], visto che è l’unico momento di scambio quello del colloquio, ciò che aspetti tutta la settimana con ansia ed impazienza.