Archivi autore: soccorso rosso proletario
Agente penitenziario condannato per tortura a seguito delle violenze su un detenuto avvenute nel carcere di Ferrara.
E’ il primo funzionario pubblico condannato in Italia per questo reato.
Il comunicato dell’associazione Antigone:
- Pubblicato Venerdì, 15 Gennaio 2021
“Quella di oggi per i fatti relativi alle violenze avvenute nei confronti di un detenuto nel carcere di Ferrara è la prima condanna di un funzionario pubblico per il delitto di tortura, introdotto nel codice penale italiano nel 2017.
Non si gioisce mai per una condanna e non gioiamo neanche in questo caso, ma affermiamo comunque che la decisione di oggi ha un sapore storico. La tortura è un crimine orrendo, inaccettabile in un Paese democratico. La condanna, seppur in primo grado, mostra come la giustizia italiana sia rispettosa dei più indifesi. Si tratta di una sentenza che segnala come nessuno è superiore davanti alla legge. La legge vale per tutti, cittadini con o senza la divisa. E’ questo un principio delle democrazie contemporanee.
Fortunatamete ora esiste una legge che proibisce la tortura. In passato fatti del genere cadevano nell’oblio. E’ importante che tutti gli agenti di Polizia penitenziaria si sentano protetti da una decisione del genere, che colpisce solo coloro che non rispettano la legge.
Antigone ha a lungo combattuto per avere questa legge, con l’ultima campagna “Chiamiamola tortura” avevamo raccolto oltre 55.000 firme a sostegno di questa richiesta. Ora possiamo dirlo, la tortura in Italia esiste, purtroppo viene praticata, ma ora viene anche punita”. Queste le dichiarazioni di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
Albenga, morto in cella, un altro detenuto rivela ai pm: “Ho sentito Emanuel che urlava ‘aiuto, basta’”

Con la testimonianza di un altro detenuto, il caso della morte del 33 enne Emanuel Scalabrin, avvenuta in circostanze ancora misteriose in una cella della caserma dei carabinieri di Albenga, imbocca, almeno per ora, la strada più scabrosa.
Perché se fino ad oggi le domande e i dubbi sul decesso di Scalabrin ruotavano attorno a una serie di situazioni che qualcuno poteva anche spingersi a definire una sfortunata concatenazione di eventi, dopo le due ore di interrogatorio di Paolo Pelusi, l’inchiesta avviata dalla procura di Savona si apre a nuovi scenari. E se il fascicolo d’indagine inizialmente procedeva nei confronti di ignoti, ora potrebbe presto far registrare l’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni dei militari che si sono avvicendati nei turni di guardia nelle ore della detenzione e del decesso di Scalabrin.
“Scalabrin urlava “aiuto”
Pelusi, che ha 57 anni e una vita segnata dallo spaccio e dal consumo di droga, ha raccontato che nel pomeriggio del 4 dicembre, mentre era stato fatto uscire dalla cella e portato in una stanza sotto sorveglianza di due militari, aveva sentito le grida di Scalabrin. «Urlava “aiuto, aiuto, basta”, non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto». Pelusi ha aggiunto di essere stato picchiato dentro la caserma della compagnia da un carabiniere che lo avrebbe colpito anche con un bastone sui fianchi.
Pelusi, che è assistito dall’avvocato Andrea Cechini non ha sporto denuncia ma ora spetterà ai pm savonesi Chiara Venturi ed Elisa Milocco stabilire se nei suoi confronti siano state commesse violenze o abusi da parte dei carabinieri.
La vicenda è evidentemente tanto scottante quanto scivolosa. Pelusi è un testimone “facile” da smontare in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell’ambito della stessa indagine: insomma, inaffidabile.
Ma proprio il suo curriculum di lunga convivenza nel milieu criminale lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell’ordine. Insomma, Pelusi, a meno che non venga ritenuto incapace di intendere e di volere, è certamente consapevole che una calunnia nei confronti dei carabinieri potrebbe diventare un marchio a vita. Inoltre, a quanto risulta, non avrebbe chiesto contropartite o benefici per le sue dichiarazioni rilasciate al termine dell’interrogatorio cui è stato sottoposto nel carcere di Imperia dalle due pm. Esiste naturalmente una terza opzione: quella di un equivoco su quanto sentito.
Come è morto Emanuel?
Emanuel Scalabrin viene arrestato alle 12.55 del 4 dicembre assieme ad altre persone fra le quali la sua compagna Giulia, madre del loro bambino, e appunto Pelusi. Scalabrin viene fermato nella sua abitazione perché trovato in possesso di cocaina e hashish. Nel verbale i carabinieri spiegano che ha opposto resistenza, si è ribellato e che il suo arresto è stato complicato. La sua compagna lo racconta da un’altra visuale: quello di un uomo a lungo bloccato sul letto, ammanettato e immobilizzato al punto di essersi defecato e urinato addosso.
Poi l’ingresso nella caserma dalla quale uscirà cadavere il mattino seguente. Verso le 21 Scalabrin accusa un malessere e i carabinieri fanno intervenire la guardia medica. La dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta. Consiglia “l’accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche”. I carabinieri seguono le indicazioni della Guardia Medica e accompagnano Scalabrin al pronto soccorso di Pietra Ligure. La permanenza nell’ospedale è uno degli elementi oggetto di approfondimento dell’inchiesta del pm Chiara Venturi. Il referto segnala l’ingresso alle 22.57, l’apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto, gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone – che la madre di Scalabrin aveva consegnato ai carabinieri – e viene sottoposto a “visita pronto soccorso”.

Pelusi varca la soglia della cella alle 17.30 e pochi minuti dopo i carabinieri entrano per farsi consegnare involucri di droga che si sono accorti aveva nascosto in bocca. Attorno alle 18 a causa di una ferita sulla schiena legata ad un suo recente intervento chiede e ottiene di essere visitato. Una squadra del 118 lo medica una mezz’ora dopo. Nel turno notturno il carabiniere di servizio spiega nel verbale di aver notato come Pelusi fosse in stato di agitazione “dovuto probabilmente all’astinenza dell’assunzione di stupefacenti”. Alle 3 arrivava una dottoressa della guardia medica che somministrava a Pelusi un farmaco contro l’ipertensione. Durante queste fasi il militare riferisce di aver notato come Scalabrin dormisse nella sua cella russando “in maniera molto rumorosa”. L’ultima riscontro di Scalabrin in vita è, a stare al verbale, alle 4 quando viene svegliato con Pelusi per andare in bagno.
Solo alle 10.30 del mattino il carabinieri entrato in servizio si accorge che Scalabrin è morto. Il militare entra nella cella per farlo andare al colloquio con il suo avvocato ma non ottiene risposta. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Sul referto la possibile causa di morte viene indicata in “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”.
L’impianto video della caserma non aveva hard disk
I famigliari di Emanuele vogliono capire se Emanuele possa essere morto per eventuali lesioni riportate durante l’arresto o se comunque non abbia ricevuto in cella l’assistenza adeguata. I loro sospetti sono basati su alcuni punti. Il primo è l’assenza dei video della notte. L’impianto di video sorveglianza funzionava ma non registrava, perché non era presente un hard disk, come scopre un perito incaricato dalla procura. Gli inquirenti vogliono capire se fosse una caratteristica dell’impianto e, in caso, se questa sia una una situazione regolare.
La famiglia di Emanuele, che è assistita dagli avvocati Lucrezia Novaro e Giovanni Sanna dello studio di Gabriella Branca (e hanno come consulente il medico legale Marco Salvi) attende nei prossimi giorni i risultati dell’autopsia. La presenza di macchie ipostatiche su alcune parti del corpo non sono di per sé indicative di traumi bensì sono gli indicatori di una compressione del corpo. Servono però a definire il possibile orario ella morte, che è stato stimato nelle tre ore precedenti. I familiari si chiedono come sia stato possibile che una persona che già era stata sottoposta a visita e a un trattamento poche prima, non sia stata sorvegliata con maggiore attenzione e la sua morte sia stata scoperta solo per caso ben tre ore dopo.
Sulla morte di Emanuele ha annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni mentre la Comunità di San Benedetto è stata la prima a chiedere verità sul caso Scalabrin.
Palermo, striscione davanti al carcere, dove si è sviluppato un focolaio con 31 detenuti positivi

Srtiscione davanti al carcere Pagliarelli di Palermo.
“Garantire distanziamento e rispetto della vita nelle carceri”. Uno striscione davanti il Pagliarelli firmato Antudo. È di ieri la notizia del focolaio all’interno del carcere Pagliarelli di Palermo. Sono attualmente 31 i detenuti risultati positivi al Covid-19 e questa mattina davanti la casa circondariale è apparso lo striscione.
“L’esplosione di un focolaio all’interno delle carceri era stato oggetto di dure proteste da parte dei detenuti nei mesi precedenti. “Nonostante fosse prevedibile la diffusione incontrollata del Covid-19 all’interno delle carceri – sostiene Antudo -, non si è fatto il necessario per scongiurare questa eventualità. È soprattutto il sovraffollamento e la scarsa igiene a non consentire misure di prevenzione adottate all’esterno come il distanziamento sociale”. “Anche ai detenuti va garantito il diritto alla vita e alla salute. Per questo e per tanti altri motivi bisogna emettere subito provvedimenti straordinari come l’Amnistia e l’indulto”.
Il tampone ieri ha confermato il sospetto. “Ci sono 31 detenuti positivi – affermava Francesca Vazzana direttrice del carcere Lorusso di Pagliarelli – ma di più non posso dire”. Pare che il focolaio sia partito tra i detenuti comuni che hanno continuato ad avere i colloqui con le famiglie. Nonostante le raccomandazioni e gli inviti a mantenere le distanze, qualcuno si sarebbe avvicinato alla moglie e ai figli e da qui il passaggio del virus che ha contagiato diversi reclusi. in questo momento ci sarebbe una zona rossa all’interno della struttura detentiva nel Reparto Pianeti. Si stanno effettuando i tamponi a tutti i carcerati per cercare di limitare il focolaio.
Proprio in questi giorni il garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti Giovanni Fiandaca aveva scritto al presidente della Regione Nello Musumeci e all’assessore regionale alla Salute Ruggero Razza per chiedere di inserire i detenuti e gli agenti penitenziari e il personale che lavora negli istituti nella campagna vaccinale.
Svuotate le carceri! Un video per il 15 gennaio che sollecita un’azione di massa
15 gennaio – Una “Giornata di azione” con al centro la piattaforma delle donne/lavoratrici, in cui sono formalizzate ed espresse anche le istanze delle detenute e delle familiari di proletar* prigionier*. La giornata di azione del 15 gennaio deve servire a dar spazio, voce e visibilità anche alle richieste delle detenute, a quelle mamme che ancora oggi sono costrette a vivere in carcere con i loro bambini, a tutte quelle donne che vivono nel ricatto di rappresaglie sui loro cari in galera se provano ad alzare la testa e a quelle che, nonostante i ricatti, continuano a battersi perché il diritto alla salute sia garantito anche alle detenute e ai detenuti. Proponiamo di di attraversare ogni zona rossa/gialla/arancione che sia, con foto di cartelli o striscioni che riportino, con la dicitura “15 gennaio” le richieste delle e dei detenut*, i loro bisogni e quelle delle loro familiari e solidali. E sarebbe bello che questi cartelli li tenessero in mano tutt*, dalle donne, dalle lavoratrici alle ragazze, alle immigrate, alle libere soggettività, alle familiari dei detenuti e delle detenute. Potremmo ad esempio farci un album, non solo da pubblicare fuori come testimonianza di partecipazione alla giornata di azione e come segnale di lotta unitaria per future scadenze di mobilitazioni nazionali (29 gennaio ad esempio, che è sciopero generale), ma anche da inviare dentro le carceri come forma di solidarietà e/o affetto, per rompere l’isolamento.
La Musica del video è tratta da “Pensaci”, il videoclip ideato e girato all’interno del carcere di Milano Bollate, con la collaborazione della Cooperativa Sociale articolo 3 nell’ambito del progetto Ritorno al futuro. Voci, testo e musica sono di giovani detenuti.
musiche e testi: Marco Carboni
testi e voci:
Joaquin Castillo, Pedro Gomes, Luis Lara, Idalberto Mantilla, Remi NDyaje, Stefano Ormas, Valentin Raduti, Majid Rabali, Achraf Taib
voce femminile: Giulia Fiori
Sulla rivolta al carcere di Modena a marzo 2020 e non solo
Un messaggio non recepito
È questa la percezione che abbiamo riguardo a quello che successe neanche un anno fa nelle carceri italiane. La percezione che, da un lato, in tanti non abbiano compreso il significato di quei giorni: delle urla sprigionate dai petti delle persone recluse, del piombo sparato a Modena contro i detenuti in rivolta. Dall’altro, che non sia stato compreso il significato del successivo coro dei media, secondo il quale i rivoltosi sarebbero stati pilotati da una regia esterna (anarchici o mafiosi) e le morti sarebbero avvenute per overdose, dopo l’assalto alle infermerie delle carceri.
A nostro parere è importante mettere a fuoco alcuni aspetti, perlopiù taciuti o messi in secondo piano a livello mediatico: per esempio, considerare in quante carceri (non solo in Italia, ma in tutto il mondo) si siano estese proteste e rivolte in corrispondenza dell’avvento della pandemia COVID-19 e quali decisioni siano state prese dalle autorità. Qui, a differenza che in altri luoghi del pianeta in cui sono stati rilasciati migliaia di detenuti, non c’è stata esitazione nell’uso del “pugno duro”, nella rappresaglia per le proteste, nell’incutere intenzionalmente terrore nelle persone recluse in modo trasversale. Decisioni prese dall’alto che hanno provocato una ferita che si farà sentire sulla pelle delle presenti e future persone incarcerate.
Altro fattore importante è considerare come il D.A.P., i dirigenti sanitari, i direttori e le varie figure interne al sistema penitenziario stiano palesando le stesse negligenze di tutti i burocrati di Stato che decidono sulle vite degli altri, dentro e fuori le galere.
Dopo le rivolte di marzo alcuni giornalisti hanno interpellato i dirigenti sanitari del carcere di Modena, chiedendo loro come venissero gestiti il metadone e altri farmaci dentro il carcere. La risposta è stata “non lo so”. Alle richieste di chiarimenti su cosa avessero fatto le varie autorità è seguito il classico rimbalzo di uffici, silenzi, “no comment”.
Si potrebbero anche sciorinare le affermazioni dei vari rappresentanti delle forze di polizia penitenziaria sul fatto che nessun atto di tortura o violenza sia stato perpetrato sui reclusi, se non nei momenti utili a riportare l’ordine nelle carceri.
Frasi che suonano stonate: tutti sanno che dietro a certe parole c’è una violenza organizzata da parte delle Forze dell’Ordine, il benestare di chi li comanda e la copertura di chi fa finta di non vedere.
Così reagisce l’autorità. L’autorità è il Ministro di Giustizia, è il capo del D.A.P., è il direttore del carcere, è l’agente violento, è il medico connivente, è il garante per i diritti dei detenuti che si gira dall’altra parte. L’autorità è chi ha il potere di negare di avere una responsabilità, o meglio, LA responsabilità del massacro avvenuto nelle carceri.
Così è andata – e sta andando – la gestione da parte dello Stato delle morti avvenute in carcere nei mesi di marzo e aprile.
Il carcere rispecchia la società che lo circonda, concetto sempre più vero; la corrispondenza tra dentro e fuori le mura delle carceri, tra il modo in cui vengono gestite le emergenze e quindi le persone, è sempre più tangibile. Forse è sempre stato così, ma ancora – troppo spesso – non ci si accorge di questo.
La voce di chi vorrebbero mettere a tacere
Lo scorso 20 novembre cinque uomini coraggiosi, cinque detenuti, hanno restituito, con un esposto alla Procura di Ancona, un’altra realtà dei fatti. Le storie che fino a quel giorno erano state raccontate anonimamente sono state messe nero su bianco da cinque persone che a Modena durante la rivolta c’erano, poco importante se in modo attivo o passivo. Quello che importa è che quanto da loro raccontato si scontra con le ripetute falsità dell’autorità: contro i suoi silenzi assordanti e le menzogne raccontate in difesa dei suoi uomini e donne in divisa, contro un massacro mascherato da suicidio di massa per overdose. Silenzi e travisamenti voluti dalle autorità per non permettere che verità sia fatta.
Lo Stato è efficiente quando vuole esserlo.
All’inizio di marzo il D.A.P. dava ordine alle guardie di sminuire il problema sanitario legato al virus, invitava a non mettersi le mascherine per non allarmare i detenuti che, come abbiamo visto, sono giustamente suscettibili quando si sentono in trappola di fronte alla possibile morte.
Mentre i mezzi stampa intimavano di restare a casa, i detenuti hanno ben capito che solo uscendo dal carcere avrebbero potuto preservare la propria salute. Alcuni, nel trambusto delle rivolte di marzo, lo hanno addirittura fatto senza chiedere il permesso a nessuno. Tentando, e in alcuni casi riuscendovi, di evadere materialmente di prigione. Anche in massa.
Uscire dal carcere senza le chiavi è ai nostri giorni qualcosa di molto raro, che ha rappresentato un’ulteriore messa in discussione della cristallizzazione su ciò che è possibile o giusto fare quando ci si sente alle strette.
La paura inculcata a tutti in tempo di pandemia, nelle carceri, dove appunto era palese il maldestro tentativo di sminuirne la pericolosità, ha provocato delle rotture anziché un addomesticamento. Rotture che hanno acceso i riflettori, riportandole al centro del dibattito, su alcune questioni di sempre.
Ma perché così tanto timore? Forse perché la sanità in carcere è generalmente lenta, negligente o addirittura assente? E questo è un problema reale e radicato. Non è un vezzo polemico di qualche detenuto schizzinoso, è la realtà: la sanità in carcere è assente o malfunzionante. Lo sa chiunque in carcere ci sia stato o chi abbia familiari o amici all’interno. Ma allora, se il problema c’era già prima di marzo, già prima delle rivolte, perché quando i detenuti l’hanno sollevato tramite la distruzione di intere carceri o sezioni – unico modo per dare voce alla richiesta di “Sanità!” – il DAP e il Ministero della Giustizia hanno voluto spostare l’attenzione su altro? Perché hanno volutamente sollevato tutto quel can-can mediatico rispetto ad un possibile “svuota-carceri” che avrebbe fatto uscire non si sa quanti “mafiosi”? Perché coscientemente hanno scelto di parlare in quel modo? Di passare un messaggio distorto e manipolato? Forse perché quelle rivolte sono un segnale verso tutti gli sfruttati e sfruttate di questo paese? Forse perché il carcere è più vicino di quanto si creda a tutte le persone nel momento in cui i bisogni primari non riescono ad essere più soddisfatti? Forse perché legalità ed illegalità non sono come ci vengono raccontate, visto che le leggi sono fatte da uomini e donne potenti, ricche, senza scrupoli e trasversalmente reazionarie?
Il significato del piombo e della noncuranza
Quel piombo sparato a Modena dagli agenti sui detenuti ha un significato ben preciso. Non solo lo Stato, personificato da agenti in divisa, ha sparato su degli uomini che vengono considerati dai più solo monnezza, tossici, buoni a nulla, ecc, ma ha sparato in realtà su tutti e tutte. Il significato che noi diamo a quel piombo è questo: lo Stato ci sta dicendo, ci ha detto, che oggi nel 2021 in una repubblica parlamentare europea esso si sente libero di sparare, e non è detto che in futuro non sia disponibile a farlo nelle piazze, durante le lotte sul posto di lavoro, nei campi, nei quartieri, o dovunque qualcuno decida di riprendersi il maltolto. Infatti, Mattarella ha ripetuto questo messaggio in altra occasione e in modo più velato, cioè dopo gli scontri di fine ottobre 2020 nelle piazze di varie città. “Manderemo l’esercito” disse. E tutti sappiamo che i militari non usano i manganelli, non sono addestrati per questo. L’intensità della violenza di chi sta al potere sta aumentando, in parte ce lo stanno promettendo, in parte è un crescendo già in atto. Non è necessario andare lontano per averne prova ed essere certi che le autorità (di dittature o democrazie indifferentemente) facciano un uso sistematico della violenza in difesa dei loro interessi e della loro tutela.
Mentre i media di una democratica Italia dipingono con toni di condanna omicidi e incarcerazioni d’oltremare, provando a spostare lontano lo sguardo dell’opinione pubblica, noi qui ascoltiamo la voce di chi sta in carcere, le urla di chi viene ammazzato di botte nelle caserme o nelle questure. E sappiamo che non siamo poi così tanto al sicuro. Non è una lettura di parte questa, è una lettura che non ha paura di guardare la realtà in faccia, nonostante la sua brutalità.
Per restare in Italia, il 7 aprile 2020, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, oltre 300 agenti speciali entravano a freddo nelle celle manganellando a sangue. È stato forse un errore? È scappata la mano? I 300 agenti della penitenziaria a volto coperto si trovavano lì per caso?
Il 9 marzo 2020, ad Ascoli Piceno, moriva – uno tra 14 morti – Salvatore Piscitelli. È stato ufficialmente dichiarato che sia morto in ospedale, in seguito al trasferimento dal carcere di Modena, dove si sarebbe imbottito di metadone. Ma la verità è che in ospedale Salvatore non è mai stato portato. Le guardie non l’hanno soccorso e hanno urlato “Fatelo morire!” a chi chiamava aiuto.
Le 14 morti avvenute nelle carceri o durante i trasferimenti dopo le rivolte dell’8 marzo, sono avvenute per mano delle autorità e per loro noncuranza.
Dire la verità, nient’altro che la verità
Oggi che cinque detenuti hanno messo la faccia raccontando la verità e il loro vissuto su quello che è successo nelle carceri di Modena ed Ascoli, come ha risposto lo Stato?
Li ha sottoposti ad una fortissima pressione psicologica, riportandoli nel carcere di Modena, dove erano state perpetrate gran parte delle violenze e gli assassinii di 9 persone. Li ha chiusi in celle con i vetri delle finestre rotti, isolandoli, dando loro acqua sporca da bere, consegnando coperte bagnate all’occorrenza, cercando di limitare il più possibile i contatti con i loro cari. Dopo gli interrogatori queste 5 persone sono state nuovamente trasferite, verso 5 differenti destinazioni. Divide et impera.
E poi come mai questo “no comment” rispetto all’esposto, da parte dell’autorità del carcere? Di solito aprono il megafono dei giornali per piangere ogni cosa che non va ed ora invece stanno zitti. Perché?
Sappiamo che quando le autorità tacciono spesso non è sintomo di cose belle. In un modo o nell’altro in questo paese – ma in realtà ovunque ci sia potere – tutti sappiamo (in modo più o meno consapevole), che chi si espone raccontando la verità rischia la propria vita.
Potremmo raccontare storie come quella di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin i quali si permisero di indagare sul traffico di rifiuti tossici tra Italia e Somalia, o dei cinque anarchici che nel ’70 mentre portavano una controinchiesta a Roma sulla strage del treno di Gioia Tauro del 1970 e su Piazza Fontana del 1969, morirono in un “incidente” vicino a Roma. Stavano portando i documenti ai loro compagni e all’avvocato Edoardo Di Giovanni.
Tutti sappiamo tramite la letteratura, la cinematografia, la storia, che quando c’è qualcosa di losco e si cerca di riportare alla luce i fatti per come sono andati, la macchina statale, la mano pesante della burocrazia, della salvaguardia delle poltrone, dell’aguzzino che si muove nell’ombra sicuro della propria incolumità si attiva eccome. Allora i corpi vengono cremati (come è successo per alcuni detenuti deceduti a marzo), il tempo fatto passare, le carte fatte sparire, i silenzi si sovrappongono e i media parlano d’altro spostando l’attenzione lontano.
Il tono oltremodo prudente dei giornalisti, anche di quelli in buonafede, usato nel raccontare i fatti di marzo non aiuta a comprendere la profondità della vicenda. Che significato hanno le umiliazioni inferte volutamente ai detenuti in seguito alle rivolte? Che significato hanno avuto gli spari, le manganellate, le botte, la privazione degli indumenti, la decisione di rasare in massa i prigionieri (come accaduto a Santa Maria Capua Vetere i primi di aprile)? Dobbiamo per forza pensare che la mano pesante dello Stato si abbatta solo lontano da noi? In Egitto, oppure in Cile con lo stupro di massa di centinaia di donne durante le rivolte del 2019? O nelle Filippine dove la polizia spara apertamente per strada alla gente in questi mesi?
Loro la chiamano istigazione, noi solidarietà
Una riflessione che vogliamo condividere, un posizionamento. In quanto anarchiche e anarchici parteggiamo per chi è messo alle strette e si ribella, per chi subisce le angherie di chi detiene il potere, per chi soffre.
Questo prendere parte ci porta spesso a pagare con la nostra libertà, ma è una scelta, che rivendichiamo e rilanciamo con cognizione di causa. Quando portiamo solidarietà ai nostri compagni e alle nostre compagne in carcere o a chi si ribella contro le ingiustizie, lo Stato prova ad accusarci di “istigazione a delinquere”. E lo fa con crescente facilità, anche se quest’accusa da sempre rientra nelle armi d’attacco usate dall’autorità contro chi ad essa si ribella. Nel periodo del lockdown, nel maggio 2020, siamo arrivati al paradosso dell’arresto di un pugno di anarchici, con pubbliche dichiarazioni della Procura che difendeva il valore “preventivo” di quegli arresti, fatti per scongiurare il pericolo dell’istigazione in un momento così delicato. Lo Stato sa di avere buone ragioni per temere che il malcontento esploda. Lo sa e ne ha paura. Per questo attacca, cerca di spezzare la solidarietà, camuffandola giuridicamente con la definizione di “istigazione”. Mai ci sono stati due concetti più distanti tra loro! L’istigazione non la facciamo noi: i detenuti che nelle galere hanno detto BASTA non avevano bisogno dei nostri cori sotto le carceri per farlo, erano le condizioni disumane e vessatorie in cui li tenevano e li tengono ad averli istigati alla rivolta e alla fuga. Sono state le misure messe in atto dallo Stato nel momento della pandemia nei confronti dei carcerati ad averli istigati, perché lo Stato ha detto chiaramente “la vostra vita vale meno della nostra”.
La solidarietà è non aver paura di sostenere tutto questo, di dare voce e corpo, con quanta più forza possibile, a chi è dietro le sbarre. Solidarietà non sarà MAI dire a qualcuno ciò che deve fare, ma parlare con persone pensanti che vedono e vivono la stessa realtà che viviamo noi. E che ad essa possono scegliere di reagire.
Non vogliamo attribuire significati impropri al coraggio di chi si è ribellato, di chi si è rivoltato o di chi ora lotta per la verità, ma non possiamo non leggere i loro atti come l’umana reazione alle più profonde ingiustizie. Così come non possiamo non leggere nella battaglia di questi 5 prigionieri, un coraggio che si carica delle sofferenze di tanti, troppi detenuti vessati, torturati, ricattati, annichiliti da un sistema penitenziario che strutturalmente è violento. Non possiamo non rintracciare nella violenza attuata su quelle persone imprigionate dei segnali chiari a tutte e tutti.
Siamo contro le ingiustizie, ma siamo anche contro lo Stato, prima e dopo i fatti di Modena. Anzi, quei fatti rafforzano le nostre idee riguardo a quello che pensiamo, riguardo alla convinzione che racchiudano l’essenza dello Stato e di come il carcere sia propedeutico al benessere di chi ci sfrutta.
Il carcere è una REALTÀ di privazione e violenza per migliaia di persone rinchiuse tra mura e gabbie. Ed è anche un monito, chiaro per tutte e tutti coloro che vivono in libertà: è sempre lì la struttura della repressione, e sono sempre attorno a noi coloro che traggono profitto e potere da quel luogo. I responsabili di quegli assassinii si nascondono, chi li protegge è coperto dal mantello dello Stato, ma questo poco importa, chi cerca verità la troverà.
Anche noi abbiamo un segnale da mandare.
Mani Menti Cuori da differenti latitudini
Gennaio 2021
Per eventuali contatti, commenti o altro potete scrivere alla mail messaggiononrecepito@riseup.net
La “Giornata di azione” del 15 gennaio è importante anche per la solidarietà con le lotte per il diritto alla salute delle persone detenute
La “Giornata di azione” del 15 gennaio, decisa dalle assemblee delle donne/lavoratrici, è importante anche per la solidarietà con le lotte per il diritto alla salute delle persone detenute
Nel ricco dibattito che ha animato le 2 assemblee nazionali del 17 settembre e 19 novembre abbiamo denunciato, nel quadro dell’attuale crisi economico-pandemica, la condizione che vivono le donne e altre soggettività rinchiuse all’interno delle carceri e dei CPR – luoghi emblematici di questo sistema capitalista-razzista-patriarcale.
Ma abbiamo anche parlato delle loro lotte e del protagonismo, nelle proteste in solidarietà alle detenute e ai detenuti, delle tante donne – madri, sorelle, figlie, compagne, solidali – che anche dopo le rivolte nelle carceri continuano da fuori a chiedere che le/i loro familiari siano trattati/e come tutte le altre persone, stando a casa nel periodo dell’emergenza.
Abbiamo quindi promosso una “Giornata di azione” per il 15 gennaio, con al centro la piattaforma delle donne/lavoratrici, in cui sono formalizzate ed espresse anche le istanze delle detenute e delle familiari di proletar* prigionier*.
La giornata di azione del 15 gennaio deve servire a dar spazio, voce e visibilità anche alle richieste delle detenute, a quelle mamme che ancora oggi sono costrette a vivere in carcere con i loro bambini, a tutte quelle donne che vivono nel ricatto di rappresaglie sui loro cari in galera se provano ad alzare la testa e a quelle che, nonostante i ricatti, continuano a battersi perché il diritto alla salute sia garantito anche alle detenute e ai detenuti.
Chiaramente la giornata va costruita e articolata secondo la situazione concreta e le lotte in corso, ma anche nelle situazioni in cui ci troviamo isolate e sembra che nulla si muova, possiamo dare ognuna un contributo, anche in maniera creativa.
Ci è piaciuta ad esempio l’idea di attraversare ogni zona rossa/gialla/arancione che sia, con foto di cartelli o striscioni che riportino, con la dicitura “15 gennaio Giornata di azione:” le richieste delle e dei detenut*, i loro bisogni e quelle delle loro familiari e solidali. E sarebbe bello che questi cartelli li tenessero in mano tutt*, dalle donne, dalle lavoratrici alle ragazze, alle immigrate, alle libere soggettività, alle familiari dei detenuti e delle detenute. Potremmo ad esempio farci un album, non solo da pubblicare fuori come testimonianza di partecipazione alla giornata di azione e come segnale di lotta unitaria per future scadenze di mobilitazioni nazionali (29 gennaio ad esempio, che è sciopero generale), ma anche da inviare dentro le carceri come forma di solidarietà e/o affetto, per rompere l’isolamento, per dare una speranza a chi non ne ha.
Chiediamo quindi a tutte le donne solidali, alle libere soggettività, alle familiari delle detenute e dei detenuti, di metterci di nuovo la faccia, il cuore e la voce in questa giornata del 15 gennaio, perché sia davvero una giornata di azione nazionale unitaria che guardi a 360° a tutti gli aspetti della nostra vita.
Perché sia ancora una giornata di sole che illumini con le parole, le voci, i volti della solidarietà e dell’umanità il freddo silenzio di questo inverno/inferno di stato

























