Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

A Roma contro la repressione – portiamo la battaglia per la liberazione dei prigionieri politici

Il Patto d’azione anticapitalista per il fronte unico di classe e l’Assemblea nazionale delle lavoratrici e lavoratori combattivi ha deciso per il 19 giugno una manifestazione nazionale a Roma.

Sicuramente la più importante manifestazione, con operai e lavoratori in lotta classisti, combattivi contro governo Draghi, possibile oggi in italia – al di là dei numeri, che comunque saranno significativi

Licenziamenti e repressione al centro della mobilitazione

Sarebbe ben strano, gruppettaro ed elitario che noi che ci battiamo contro la repressione e la liberazione dei prigionieri politici nel mondo, il 19 giugno fossimo altrove e non portando questa battaglia tra i proletari in lotta.

Per questo il 19 giugno saremo a Roma con una postazione per i prigionieri politici di tutto il mondo – l’iniziativa in presenza prevista a Milano e rinviata ad altra data

ci sarà  un appuntamento on line il 20 giugno dedicato ai prigionieri politici

Chi sequestra un archivio, attacca la libertà di ricerca

Segnaliamo questo appello di Elisa Santelena, per aderirvi cliccate qui

Pochi giorni fa, la procura di Roma ha accusato il collega Paolo Persichetti di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro».

Con un incredibile e ingiustificato spiegamento di forze (una pattuglia della Digos e altri agenti appartenenti alla Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, e della Polizia postale) è stata eseguita la perquisizione del domicilio di Persichetti (durata 8 ore) con contestuale sequestro di telefoni cellulari e di ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage).

La polizia ha anche esaminato quantità di libri e portato via materiale archivistico raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca.

L’accusa è di divulgazione di «materiale riservato». Il materiale sequestrato riguarda documenti raccolti da anni in diversi archivi pubblici e quindi previa autorizzazione ed accordo degli stessi per l’accesso), e, secondo la procura della Repubblica, si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi: associazione sovversiva con finalità di terrorismo (ex art. 270 bis c. p.) e favoreggiamento (ex art. 378 c. p.) e il 270 bis. I reati ascritti avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015.

Più in generale e più incredibilmente, sempre secondo la procura, da 5 anni sarebbe attiva in Italia un’organizzazione sovversiva di cui però non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, soprattutto, perché senza di quelle il 270 bis non potrebbe configurarsi).

È legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente per consentire un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi e intimidatori (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.

Cosa in realtà abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco rimane un mistero. Ci verrebbe però da dire che non ci interessa saperlo. È fin troppo facile, infatti, giocare sulla biografia di Paolo Persichetti, coinvolto nella stagione della violenza politica in Italia e che per questa ha «saldato i conti con la giustizia» ed oggi è un ricercatore affermato che ha collaborato e collabora con diverse testate giornalistiche oltrechè autore, insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, del volume: “Brigate Rosse: dalle fabbriche alla ‘Campagna di primavera’”, presso la casa editrice DeriveApprodi.

Qui, però, non si tratta di personalizzare una causa, né di santificare nessuno, bensì di fare un passo in avanti e cogliere la grave portata generale di questo evento.

Questa vicenda è solo l’ultima di una serie che dimostra l’attacco alla libertà della ricerca storica (e non solo): basti pensare alla proposta di legge che vorrebbe introdurre il reato di negazionismo sulla questione delle Foibe, contro la quale diversi studiosi e molte associazioni si stanno esprimendo da diversi mesi.

Ancora, è necessario ricordare le minacce allo storico Eric Gobetti, autore di un libro sempre sulle Foibe o l’incredibile vicenda della ricercatrice Roberta Chiroli, prima condannata e poi fortunatamente assolta per aver redatto una tesi sul movimento No-TAV.

Sugli anni ‘70 (e, aggiungiamo, su qualsiasi altro periodo “scomodo”), si può e si deve fare ricerca storica: si tratta di un importante periodo della nostra storia nazionale che va approcciato senza complessi e preconcetti, bensì con i molteplici strumenti che le discipline delle scienze storiche e sociali ci forniscono e con le svariate fonti (documentali, audiovisive, orali) che si hanno a disposizione, tanto negli archivi quanto nella società.

È venuto il momento di chiudere una “tradizione”, dominante nel discorso pubblico e politico, che considera quel periodo, ormai vecchio di 50 anni, come un tabù, intoccabile e innominabile, oppure narrabile solo secondo la vulgata mainstream.

Per questo, il sequestro di materiale d’archivio assume un carattere di enorme gravità.

Lo assume sempre, ma lo assume in particolare in questo caso.

Ad oggi, un collega ricercatore non ha più il suo archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso i seguenti istituti:

·       l’Archivio centrale dello Stato;

·       l’Archivio storico del Senato;

·       la Biblioteca della Camera dei deputati;

·       la Biblioteca si storia moderna e contemporanea;

·       l’Emeroteca di Stato;

·       l’Archivio della Corte d’Appello di Roma

A ciò va aggiunta la personale raccolta di documenti reperiti presso fonti aperte, portali on line istituzionali, testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi biografici, e appunti, schemi, note e materiali con i quali stava preparando libri e progetti di ricerca, anche insieme ad altri studiosi e studiose.

Ripercorrete la lista: sono gli archivi che tanti e tante di noi conoscono e attorno ai quali gravitano.  Sono gli archivi presso i quali tante volte ci siamo incontrati e sui quali sono basati tanti libri che abbiamo nelle nostre biblioteche, soprattutto dopo le varie declassificazioni portate avanti negli ultimi anni, al netto dei tanti limiti del caso.

Cosa dobbiamo fare adesso? Cosa dovremmo fare?

Portare in salvo i nostri archivi, sperando che non ci vengano confiscati?

Cambiare specialità e rientrare nei ranghi, studiando le cose “giuste”?

Chiedere ai nostri dottorandi di andarci piano con la ricerca, che non si sa mai, come se già non fossero penalizzati abbastanza per il periodo di studi scelto?

Quel che succede al nostro collega Paolo Persichetti ci riguarda tutti da vicino: si tratta di un’intimidazione gravissima che deve allertarci tutti e tutte, in modo particolare chi lavora nella ricerca storica sugli anni ‘70, ma anche in tutta la ricerca.

Per questo pensiamo sia necessario manifestare una risposta civile ferma, forte e indignata contro quanto accaduto.

Una giusta battaglia di civiltà, perché pensiamo che il vero motivo per cui si insegna, si indaga, si narra la storia è perché questa fornisce un’identità, ci dice cosa siamo oggi e da dove proveniamo. Anche quando la provenienza è scomoda. Pensiamo che il passato ci strutturi come individui attivi e partecipanti in un contesto sociale, mentre l’assenza di memoria storica ci rende manipolabili.

Gli archivi devono essere dissequestrati, la storia non si imbavaglia!

Da Osservatorio repressione.

Marcia delle bandiere nazisioniste a Gerusalemme: la polizia israeliana reprime e arresta ma viene respinta dal lancio di pietre dalla “collera” dei palestinesi

Solo 2 giorni dopo il voto di fiducia al nuovo governo israeliano e al neo-premier Naftali Bennett, l’estrema destra marcia oggi per affermare e ribadire il controllo israeliano sull’intera Gerusalemme, inclusa la città vecchia e la parte est.

La polizia israeliana ha picchiato e arrestato i palestinesi, dopo aver chiuso la Porta di Damasco per far posto ad almeno un migliaio di israeliani che si erano radunati per l’inizio di una provocatoria marcia nazionalista attraverso la Città Vecchia di Gerusalemme Est occupata, nel primo grande test per il nuovo governo israeliano.

La cosiddetta marcia delle bandiere, fissata per iniziare alle 17:30, è stata riprogrammata a martedì dopo essere stata annullata durante un periodo in cui le ripetute repressioni israeliane nella moschea di al-Aqsa e la minacciata espulsione di famiglie palestinesi stavano causando tumulto a Gerusalemme. Quella tensione ha portato alla guerra di 11 giorni del mese scorso tra Israele e Hamas.

Dopo aver chiuso alcune strade e la Porta di Damasco, la polizia israeliana ha arrestato i palestinesi a Gerusalemme prima della marcia.

La Mezzaluna Rossa ha detto che 27 persone sono rimaste ferite durante gli scontri con le autorità israeliane intorno al centro storico di Gerusalemme, tra cui tre da proiettili di acciaio ricoperti di gomma, uno da  essere  battuto e uno che era stato colpito da parte di una granata sonora. Due persone sono state ricoverate.

Le autorità hanno picchiato i venditori che lavoravano nei negozi vicino alla Porta di Damasco e li hanno allontanati dalla Città Vecchia. L’intera area intorno al cancello è stata sigillata nel primo pomeriggio di martedì, fatta eccezione per i membri della stampa, con diverse barricate erette per spianare la strada alla marcia dei coloni.

L’AFP ha riferito che più di mille israeliani sventolando bandiere nazionali si sono radunati nel bacino della Porta di Damasco all’inizio della marcia, cantando gli inni del movimento dei coloni dello stato ebraico.

Le autorità israeliane hanno anche deviato i voli verso la “Rotta del Nord” in entrata e in uscita da Israele, in previsione di una possibile escalation a Gaza.

La marcia correrà lungo le mura della Città Vecchia dalla Porta di Damasco alla Porta di Giaffa, prima di dirigersi verso il Muro Occidentale.

Sono attesi anche contro-manifestanti palestinesi a Gerusalemme e nelle città israeliane con un numero significativo di palestinesi, con alcuni gruppi palestinesi che chiedono un “giorno di rabbia” denunciando la marcia di estrema destra.

Il primo test del nuovo governo

La marcia della bandiera si tiene solitamente in occasione della Giornata di Gerusalemme, che segna l’occupazione da parte di Israele di Gerusalemme est nella guerra del 1967 in Medio Oriente.

La marcia riunisce migliaia di giovani israeliani religiosi di estrema destra, che cantano slogan anti-palestinesi e sventolano bandiere israeliane mentre attraversano le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme est.

Inizialmente previsto per il 10 maggio, il percorso della marcia delle bandiere era stato deviato dal punto di infiammabilità della Porta di  Damasco tra le proteste palestinesi contro la prevista rimozione forzata dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah e le violente incursioni delle forze israeliane alla moschea di al-Aqsa .

La marcia delle bandiere sarà il primo test per il fragile governo di coalizione di Bennett, messo insieme dal centrista laico Yair Lapid, un ex presentatore televisivo, e comprendente otto partiti, che vanno dal partito di estrema destra Yamina di Bennett al partito laburista di sinistra e un partito islamista rappresentanti dei cittadini palestinesi di Israele.

Mentre Bennett è un membro di spicco dell’estrema destra israeliana, Netanyahu ha etichettato il nuovo governo come un governo “pericoloso” di “sinistra” e lo ha accusato di essere “la più grande frode elettorale nella storia” di Israele.

I suprematisti ebrei, tra cui il deputato israeliano Itamar Ben-Gvir , hanno nel frattempo promesso di partecipare alla marcia indipendentemente da ciò che il nuovo governo – o i palestinesi – potrebbero dire.

I coloni e l’estrema destra israeliana, inoltre, non sembra vogliano fermarsi alla manifestazione di oggi: è stato lanciato un appello per ulteriori marce e dimostrazioni contro il “furto delle terre da parte dei palestinesi”, da organizzare il prossimo 21 giugno in varie località della Cisgiordania. Mentre a Gerusalemme est, nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan si continua a manifestare contro la confisca delle case palestinesi da parte della società immobiliare dei coloni israeliani ed è probabile che i palestinesi protesteranno contro la marcia degli estremisti israeliani, tentando di raggiungere e fermare il corteo.

Sabato a Parigi – LIBÉRER GEORGES ABDALLAH, NOTRE LUTTE, NOTRE COMBAT

Manifestons, le 19 juin 2021, pour exiger sa libération !

Georges Abdallah, notre lutte, notre combat ! Sa libération est notre détermination !

Georges Abdallah, notre lutte, notre combat car du côté de l’opprimé et non de l’oppresseur ! De l’émancipation et de la liberté ! De l’insoumission et de l’insurrection ! De la révolte, de ce droit juste et légitime ! De la colère et de la dignité!

Georges Abdallah, notre lutte, notre combat pour démasquer les systèmes d’exploitation, de domination -capitaliste, impérialiste, colonialiste- et leur barbarie.

Georges Abdallah, notre lutte, notre combat pour un soutien indéfectible à la cause palestinienne et à la résistance sous toutes ses formes. Pour l’autodétermination du peuple palestinien ! Pour les Intifadas passées, actuelle et à venir ! Pour la libération des héros résistants captifs des geôles sionistes ! Pour le droit au retour de tous les « réfugiés » ! Contre la Normalisation et toutes les formes de liquidation, de tergiversations, de compromissions et de négociations ! Pour l’affirmation de la loi, dont la validité universelle est encore démontrée aujourd’hui par l’actualité, que seule la résistance peut contrer l’occupant, ses plans et unifier le peuple palestinien sur son projet historique de lutte de libération nationale.

Georges Abdallah, notre lutte, notre combat, toujours debout aux côtés des masses et des quartiers populaires pour leurs droits et nos acquis. Georges Abdallah, notre lutte, notre combat contre les injustices, les violences policières ! La répression et les régimes d’exception ! Georges Abdallah, notre lutte, notre combat résolument internationaliste et radicalement antifasciste car siamo tutti antifascisti ! Georges Abdallah, notre ligne indéfectible de ce qui est progressiste et révolutionnaire et de ce qui ne l’est pas ! Georges Abdallah, notre camarade ! Tes combats sont les nôtres ! Ta libération est notre détermination et notre engagement pour que cette 37ème année de détention que tu affrontes, fort de ta conscience, sans reniement et toujours résistance, soit enfin la dernière de « cette petite éternité qu’est la prison à vie ».

Que mille initiatives solidaires fleurissent partout pour exiger ta libération et pour que soit rappelée au plus haut sommet de l’Etat français cette impérieuse nécessité adressée au ministre de l’intérieur du « il faut qu’il signe ». Et en ce sens, nous – signataires de ce texte – lançons un appel à amplifier, coordonner et faire converger, en particulier, notre mobilisation :

– du 12 au 19 juin 2021, en France et partout dans le monde, pour une semaine d’actions nationales et internationales pour la libération de Georges Abdallah

– le samedi 19 juin 2021, pour la 5ème manifestation nationale et internationale organisée à Paris, à 14h30, afin de faire entendre massivement de la Place des Fêtes à la place de la République notre revendication impérieuse de voir enfin Georges Abdallah, notre camarade, libéré. Le cheminement vers la libération et la liberté est long, plein d’embûches et de contradictions mais là encore s’il est une affirmation de notre camarade Georges Abdallah que nous faisons nôtre, c’est bien celle de l’impérieuse nécessité de la lutte et de la résistance, dans la diversité de nos expressions et la convergence de nos engagements pour que soit enfin traduite en acte, par le rapport de force établi, sa libération et parce que « c’est ensemble et seulement ensemble que nous vaincrons » pour « la victoire ou la victoire ! ».

ABDALLAH, ABDALLAH, TES CAMARADES SONT LÀ ! GEORGES ABDALLAH EST DE NOS LUTTES, NOUS SOMMES DE SON COMBAT ! LIBERTE POUR GEORGES ABDALLAH l

Paris, le 13 juin 2021

Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah

Campagne.unitaire.gabdallah@gmail.com

Signatures : Collectif pour la Libération de Georges Abdallah (C.L.G.I.A), Collectif 65 pour la libération de Georges Ibrahim Abdallah, Comité tunisien pour la libération de Georges Ibrahim Abdallah, La Plate-forme Charleroi-Palestine, L’Appel belge pour la libération de Georges Abdallah, Le Cri Rouge pour la libération des prisonniers révolutionnaire, Samidoun – réseau de solidarité des prisonniers palestiniens, Soccorso Rosso Proletario (Italia), Secours Rouge Arabe, Le Collectif Palestine Vaincra, L’Association France Palestine Solidarité (A.F.P.S) 63, L’Association France Palestine Solidarité (A.F.P.S) 82, L’Association France Palestine Solidarité du Gers (A.F.P.S) 32, L’AFPS d’Albertville, Collectif 69 de soutien au peuple Palestinien, Association Couserans Palestine, Comité poitevin Palestine, l’Association Nationale des Communistes (ANC), le Front Uni de l’immigration et des Quartiers Populaires (F.U.I.Q.P), le Parti des Indigènes de la République (P.I.R),

Jeunes Révolutionnaires (J.R), Le Collectif Ni Guerres Ni État de Guerre, PRCF national, L’Union syndicale Solidaires, L’Union Locale CGT 18e, L’Union Locale CGT d’Annecy, Association Femmes Plurielles, Secrétariat international de la CNT-F, Le Comité d’actions et de soutien aux luttes du peuple marocain, Rete dei Comunisti (Italie)Le Centro Brasileiro de Solidariedade aos Povos – CEBRASPO (Centre Brésilien de Solidarité au Peuple – CEBRASPO Brasilia), Front populaire de Turquie, Le Front anti-impérialiste (Turquie), D.I.P (Turquie), Coriente Del Pueblo-Sol Rojo (Mexique), International Relations Committee (IRC) – Communist (Maoist) Party of Afghanistan (CMPA), Internationalist Youth Movement (Switzerland)

 

La repressione fascista di padroni, mazzieri coperta da polizia, governo e dirigenze sindacali confederali non passerà! nostro comunicato e info solidale SI COBAS

comunicato congiunto

unità di lotta ai presidi e iniziative di lotta dei lavoratori Fedex  ovunque è possibile

estendere la lotta negli altri posti di lavoro e la solidarietà da lavoratori a lavoratori ovunque

sciopero del 18 nella logistica – iniziative di solidarietà sugl altri posti di lavoro in quella giornata

a roma manifestazione nazionale il 19 giugno

slai cobas per il sindacato di classe coordinamento nazionale

proletari comunisti

soccorso rosso proletario

movimento femminista proletario rivoluzionario

13 giugno 2021

Il tentato omicidio ad opera di Zampieri non deve restare senza conseguenze. Fermiamo la nuova “strategia della tensione” anti-operaia

Giugno 12, 20210

IL TENTATO OMICIDIO AD OPERA DI ZAMPIERI

NON DEVE RESTARE SENZA CONSEGUENZE.

FERMIAMO LA NUOVA STRATEGIA DELLA TENSIONE

CONTRO I LAVORATORI IN LOTTA!

Nel pomeriggio di oggi il nostro compagno Abdelhamid ha lasciato l’ospedale di Lodi con una prognosi di 15 giorni, fratture al naso e il volto tumefatto.

Ma poteva andare molto peggio!

Le immagini dell’agguato avvenuto nella notte di giovedì, pubblicate sulla nostra pagina e veicolate nelle scorse ore su tutti i media nazionali, svelano inequivocabilmente che chi ha armato la mano delle squadracce in azione a Tavazzano, lo ha fatto col chiaro intento di uccidere.

Il goffo tentativo operato da Zampieri e da ambienti della Questura di derubricare l’accaduto come una semplice rissa scatenata dal malcontento dei lavoratori per i continui scioperi, si sta rivelando un boomerang clamoroso nei confronti dei padroni, di chi li protegge e dei mafiosi che fungono da loro braccio armato.

I video in nostro possesso (alcuni dei quali saranno pubblicati nelle prossime ore) mostrano chiaramente come l’azione armata sia stata sollecitata dai responsabili di Zampieri e preordinata con tanto di preparazione e deposito dei bastoni all’interno del magazzino.

Che Zampieri abbia assoldato nelle sue fila qualche operaio disperato alle sue dipendenze imponendogli di aggregarsi alle squadracce di mercenari dietro il ricatto del mancato rinnovo del contratto non lo escludiamo: già in occasione della precedente aggressione avvenuta a San Giuliano Milanese lo scorso 24 maggio, alcuni lavoratori pakistani hanno ammesso di essere stati spinti allo scontro “perché siamo assunti a tempo determinato con paghe di 30 euro a notte, e se non si fermano gli scioperi Zampieri non ci rinnova il contratto”.

Quel che è certo è che a guidare la manovalanza armata sono sempre gli uomini di Zampieri e i bodyguard della famigerata agenzia di intelligence Skp!

Il SI COBAS NON CONSENTIRÀ CHE QUESTA VICENDA FINISCA NEL DIMENTICATOIO!

È ORA DI DIRE BASTA ALL’UTILIZZO DI MERCENARI E AGENTI PRIVATI PER ASSALTARE I LAVORATORI IN SCIOPERO!

È ORA DI FERMARE CON OGNI MEZZO NECESSARIO QUESTA ESCALATION DI VIOLENZA CONTRO LE LOTTE OPERAIE!

Per più di 10 anni il nostro sindacato ha sempre manifestato e scioperato fuori ai cancelli dei magazzini in maniera completamente pacifica e a mani nude: ma se questo vuol dire esporre i lavoratori a rischiare la vita per reclamare i propri diritti e subire passivamente la violenza e la furia padronale, allora si rende necessaria e non più rinviabile l’organizzazione dell’autodifesa operaia e proletaria!

SE SI CONSENTE A FEDEX E A ZAMPIERI DI AGGREDIRE INDISTURBATI E ATTENTARE ALLA VITA DEI LAVORATORI, ANCHE GLI ALTRI PADRONI SARANNO SPINTI A FARE ALTRETTANTO E AD ASSOLDARE ORDE DI MAZZIERI AL LORO SERVIZIO!

Il 18 giugno sciopereremo in tutta la logistica e il 19 saremo a Roma per respingere una volta e per tutte questi attacchi, e per denunciare le connivenze e le complicità tra i padroni, le forze dell’ordine e il governo Draghi nel costruire una nuova strategia della tensione contro i lavoratori in lotta.

Per parte nostra, continuiamo ad insistere sulla necessità immediata di un tavolo istituzionale a Roma col ministro dello sviluppo economico Giorgetti per risolvere la vertenza-Fedex e consentire il ritorno al lavoro dei 272 facchini di Piacenza.

Nell’immediato, diamo indicazione a tutti i Cobas di rifiutarsi di lavorare merce proveniente dai magazzini Zampieri, e invitiamo tutti i solidali a costruire una campagna immediata per il boicottaggio di FedEx in contemporanea con l’imponente campagna pubblicitaria condotta da quest’ultima in occasione degli europei di calcio.

Solo la lotta paga!

Toccano uno – Toccano tutti

SI Cobas nazionale

Estradare e incarcerare la storia? E perché non sequestrarla nel frattempo? Guai se qualcuno delle nuove generazioni imparasse qualcosa da un passato non troppo lontano!

Oggi 12 giugno doveva tenersi a Napoli un convegno/dibattito dal titolo “Estradare e incarcerare la storia?” con il contributo di Paolo Persichetti, Vittorio Bolognesi e Giovanni Gentile Schiavone. Il convegno è stato annullato, per il momento, per “sopravvenuti problemi di alcuni partecipanti”.

Oggi sul sito insorgenze.net scopriamo che i problemi non sono solo di alcuni partecipanti, ma di chiunque capisca l’importanza della ricerca e della storia e del loro ruolo nello sviluppo dell’umanità. Vi lasciamo perciò alle parole di Paolo Persichetti, a cui auguriamo vivamente di tornare in possesso di tutto quanto questo stato moderno fascista vorrebbe far sparire dalla faccia della terra, ossia un bel pezzo di ricerca e di storia!

Se fare storia è un reato

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.
La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.
Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.

19 giugno tutti a roma contro la repressione

 

il patto d’azione anticapitalista per il fronte unico di classe e l’assemblea nazionale delle lavoratrici e lavoratori combattivi ha deciso per il 19 giugno una manifestazione nazionale a roma

sicuramente la più importante manifestazione con operai e lavoratori in lotta classisti combattivi contro governo draghi possibile oggi in italia – al di là dei numeri, che comunque saranno significativi

licenziamenti e repressione al centro della mobilitazione

sarebbe ben strano, gruppettaro ed elitario che noi ci battiamo contro la repressione e la liberazione dei prigionieri politici nel mondo – il 19 giugno fossimo altrove e non portando questa battaglia tra i proletari in lotta –

per questo 1l 19 giugno saremo a Roma con una postazione per i prigionieri politici di tutto il mondo – l’iniziativa prevista aMilano e rinviata ad altra data

ci sarà  un appuntamento on line il 20 giugno dedicato ai prigionieri politici