Soccorso Rosso Proletario

Soccorso Rosso Proletario

Informazioni su soccorso rosso proletario

Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò anche il professore che tiene lezioni sul delitto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore. Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche e ha impiegato, nella produzione dei suoi strumenti, una massa di onesti artefici. Il delinquente produce un’impressione, sia morale sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio” al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedia, come dimostrano non solo La colpa del Müllner e I masnadieri dello Schiller, ma anche l’Edipo [di Sofocle] e il Riccardo III [di Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva cosi questa vita dalla stagnazione e suscita quell’inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo, in una certa misura, la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della stessa popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali "elementi di compensazione" che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di "utili" generi di occupazione. Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi modi di difesa e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli scioperi (‘strikes’) sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? O anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? ...

Le detenute di Torino lanciano lo “sciopero del carrello”: «Troppi diritti negati in carcere».

Protestano «contro l’immobilismo e il silenzio che gravano sugli istituti penitenziari italiani». Le detenute rifiuteranno i pasti fino al 21 agosto

Le detenute della sezione femminile del carcere di Torino Lorusso-Cutugno lanciano lo “sciopero del carrello”: fino al 21 agosto rifiuteranno il vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria come forma di protesta pacifica «contro l’immobilismo e il silenzio che gravano» su tutte le carceri italiane.

A darne notizia è il Manifesto, che ha raccolto le motivazioni delle detenute contenute in una lettera: «Stiamo portando avanti la richiesta per il riconoscimento dei nostri diritti – scrivono – senza violenza e con rispetto, in primis per noi stessi, che oltre ad essere stati soggetti devianti siamo sempre cittadini, aventi diritti e doveri come coloro che vivono in libertà». All’iniziativa hanno aderito anche i detenuti di altre sezioni dell’istituto, con l’appoggio del Partito radicale e dei garanti dei detenuti. È Monica Cristina Gallo, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Torino, a raccontare al Manifesto come nasce l’iniziativa: «Ne parlano da tempo e ne abbiamo anche discusso insieme. La pandemia ha acuito i problemi e ha innescato una riflessione più consapevole tra le detenute. L’obiettivo è riportare il carcere a uno stato di diritto e si rivolgono al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La questione è nazionale. Hanno messo in luce diverse problematiche. Dal sovraffollamento, chiedendo anche una riforma della legge sui giorni di libertà anticipata affinché da 45 diventino 65 (retroattivi dal 2015), alle opportunità di studio e lavorative, ridotte anche in conseguenza del Covid. Sono, inoltre, aumentati i problemi psichiatrici. Le detenute lamentano l’assenza di mediatori culturali e la mancanza totale di un’attenzione alle questioni di genere, troppo spesso ignorate».

Rapporto Antigone – i dati

Secondo i dati aggiornati al 31 luglio, sono 1.332 i detenuti presenti nella casa circondariale di Torino, di cui 608 stranieri, su una capienza di 1.098. Le donne sono 113 per una capienza di circa 80. Un problema, quello del sovraffollamento, che riguarda tutti gli istituti italiani, come denunciato a più riprese sia nell’ultimo rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, sia dall’Istat.  Il tasso di affollamento reale nelle carceri – secondo Antigone – è del 113,1%, il 36% dei detenuti deve scontare meno di tre anni, mentre uno su sei è in attesa del primo giudizio.  Al 30 giugno scorso, il numero dei detenuti si attesta a 53.637, di cui 2.228 donne (4,2%) e 17.019 stranieri (32,4%), per 50.779 posti ufficialmente disponibili e un tasso di affollamento ufficiale del 105,6% e reale del 113,1%. Fra gli istituti penitenziari italiani, sono evidenti alcune importanti differenze sulle presenze. Se ne contano 117 su 189 con un tasso di affollamento superiore al 100%. In particolare, 54 carceri hanno un affollamento fra il 100% e il 120%, 52 tra il 120% e il 150% e infine 11 istituti hanno un affollamento superiore al 150%. I cinque peggiori sono Brescia (378 detenuti, 200%), Grosseto (27, 180%), Brindisi (194, 170,2%), Crotone (148, 168,2%), Bergamo (529, 168%). Con i dati aggiornati a fine giugno, sono 7.147 le persone detenute in Italia a cui è stata inflitta una pena inferiore ai 3 anni (per 1.238 inferiore all’anno, per 2.180 compresa tra 1 e 2 anni e per 3.729 tra i 2 e i 3 anni). Ancora, 8.236 reclusi hanno una pena inflitta compresa tra i 3 e i 5 anni, 11.008 tra i 5 e i 10 anni, 6.546 tra i 10 e i 20 anni e a 2.470 superiore ai 20 anni. Gli ergastolani ammontano a 1.806 (erano 1.784 a fine 2020, 1.224 nel 2005).

Per quanto riguarda invece il residuo pena, al 30 giugno a 2.238 detenuti (di cui 1.806 ergastolani) restano da scontare più di 20 anni; a 2.427 tra i 10 e i 20 anni, a 5.986 tra i 10 e i 5 anni, a 7.281 tra i 5 e i 3 anni e infine a ben 19.271 reclusi, il 36% del totale, meno di 3 anni (a 5.609 tra i 2 e 3 anni, a 6.705 tra 1 e 2 anni e a 6.957 meno di un anno). «Questi ultimi, se si eccettuano i condannati per reati ostativi, avrebbero potenzialmente accesso alle misure alternative. Se solo la metà vi accedesse il problema del sovraffollamento penitenziario sarebbe risolto», sottolinea il rapporto dell’associazione Antigone. E non solo. Ogni anno vengono spesi i circa 3 miliardi per il funzionamento delle carceri per adulti e i 280 milioni per il sistema di giustizia minorile e alle misure alternative alla detenzione. Dei 3 miliardi complessivi, il 68% è impiegato per la polizia penitenziaria, la figura professionale numericamente più presente con oltre 32.500 agenti. Il divario con l’organico previsto dalla legge (37.181 unità) si attesta a circa 12,5%.

Ancora, sono 29 i bambini con meno di 3 anni che vivono insieme alle loro madri detenute all’interno di carceri ordinarie o degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) lungo lo Stivale. I suicidi in cella, fino al 15 luglio scorso, sono stati 18, di cui 4 commessi da stranieri e i restanti da italiani. Il più giovane aveva 24 anni e il più anziano 56. Nel 2020, i suicidi sono stati 62 e il numero di suicidi ogni 10.000 detenuti è stato il più alto degli ultimi anni, raggiungendo gli 11. Secondo Antigone, insomma, quella della violenza, con «le immagini della mattanza avvenuta nell’istituto di Santa Maria Capua Vetere», non è l’unica emergenza che tocca il sistema penitenziario italiano.

Mele marce o albero fracido?? 4 agenti picchiano un detenuto su una barella nel carcere di Monza

Un detenuto è stato picchiato da 4 agenti mentre era steso sulla barella. La vicenda è stata resa nota grazie ad un video del Tg1. Il detenuto era stato sottoposto ad visita all’infermeria del carcere di Monza. All’uscita l’uomo ha provato a divincolarsi ma 3 agenti della polizia penitenziaria lo immobilizzavano per le braccia.

Inoltre un altro agente inizia a schiaffeggiarlo in testa, dopodiché, il detenuto viene scaricato in cella. Quello che avviene dietro alla porta non è visibile: pochi momenti prima la telecamera del corridoio filma una mano spuntare dalle sbarre e battere a terra. Dopodiché l’uomo viene trascinato nuovamente dentro la cella. Per questo episodio 4 agenti e un’ispettrice del carcere di Monza, a luglio, sono stati rinviati a giudizio per l’episodio risalente a due anni fa. I reati contestati sono abuso d’ufficio, lesioni aggravate, falso.

Era il 6 agosto 2019 quando il fratello di quell’uomo chiamò il numero telefonico dell’ufficio di Antigone. La cognata colloquiò con il marito trovandolo tumefatto. A seguito del pestaggio l’uomo subì un procedimento disciplinare ed era stato posto in isolamento.

“Le immagini delle violenze su un detenuto, avvenute nel carcere di Monza e mandate in onda dal Tg1 (questo un estratto del servizio), testimoniano della violenza che venne che venne denunciata ad Antigone il 6 agosto 2019, quando il fratello dell’uomo che ha subito quelle violenze compose il numero telefonico del nostro ufficio per raccontare l’accaduto. A seguito di quella telefonata e dei successivi colloqui dei nostri avvocati con il parente che ci aveva contattato, avevamo presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Monza che nelle ultime settimane ha deciso il rinvio a giudizio per 5 poliziotti penitenziari. Lo scorso maggio siamo stati anche ammessi parte civile nel procedimento”, scrive l’Associazione Antigone.

Come raccontato dagli imputati le lesioni non sono state causate da una violenta aggressione da parte degli agenti, che sostengono di avere soltanto contenuto il detenuto dopo che ha opposto resistenza, ma dalla caduta dopo il trasferimento in cella e da un’azione di successivo autolesionismo messa in atto dal detenuto

 

Proiettili di gomma, divieto di manifestare: come i sindacati di polizia vogliono chiudere la bocca ai no tav

Dopo la “caporetto” delle truppe a difesa del cantiere del 31 luglio scorso si è scatenata la gara tra i sindacati di polizia a chi la spara più grossa. In questi giorni abbiamo assistito a una serie di proposte surreali fatte a mezzo stampa da tutori dell’ordine evidentemente con poco familiarità del diritto di manifestare oltre che del territorio della Val Susa.

La prima invocazione di questi rambo un po’ frustrati è quella di poter sparare proiettili di gomma sui no tav. Parliamo di armi non convenzionali, criticate da ogni parte per la loro letalità (basti pensare che in Francia 17 persone hanno perso un occhio durante il movimento dei gilet gialli) e di cui Amnesty international chiede da tempo il divieto. Invece loro chiedono licenza di mutilare?

L’altra proposta è quella di sgomberare i presidi no tav. Insomma, da una parte si afferma che protestare “pacificamente” contro il tav è legittimo (vivaddio!), dall’altra si chiede di demolire i luoghi in cui i comitati della val Susa organizzano discussioni, presentazioni di libri e pranzi condivisi per opporsi all’opera. Tra l’altro i presidi sorgono tutti su terreni regolarmente detenuti da privati o messi a disposizione dalle amministrazioni comunali che possono disporne come meglio credono quindi non si capisce quindi bene a quale titolo si potrebbe procedere allo sgombero ma tant’è.

L’ultima proposta è quella di impedire manifestazioni “in un raggio di 20 km dal cantiere”. Per farsi un’idea si tratta di un’area che andrebbe da Beaulard a Rosta e Rivera compresi le valli di Viù la Val Sangone con Giaveno Trana e Coazze e praticamente quasi tutta la Val Chisone e Germanasca. Se poi si dovesse immaginare anche il cantiere di Salbertrand e di Caprie, allora i divieti arriverebbero dal Sestriere e Bardonecchia fino alle porte di Torino. Achtung Banditen!

da notav.info

Spagna: Pablo Hasél, la tortura e la continuità con il vecchio regime

A circa sei mesi dai fatti, la detenzione di Pablo Hasél suggerisce una più ampia riflessione sulle caratteristiche degli apparati repressivi e del nucleo duro del potere dello stato spagnolo, non foss’altro perché sono queste le strutture che, all’ombra e con il beneplacito dei differenti governi, si occupano della repressione dei movimenti di emancipazione nazionale e di classe al fine di mantenere inalterati gli equilibri del cosiddetto regime del ’78 (unità dello stato, difesa degli interessi dell’Ibex 35 e rispetto dei dettami della UE).

Una breve panoramica su alcuni significativi episodi degli ultimi due anni sarà sufficiente per dimostrare quanto sia forte ancora oggi nel ventre profondo dello stato la tentazione di indossare la camicia nera.

Tra le differenti condanne la cui somma ha portato all’ingresso in carcere del rapper di Lleida, merita soffermarsi su quella comminata dall’Audiencia Nacional nel marzo 2018: due anni di prigione e una multa di circa 24.000 euro per apologia del terrorismo e ingiurie alla corona.

Uno degli alti magistrati che hanno redatto la sentenza in questione è Nicolás Proveda Peñas, un ex-militante della Falange, un partito fascista per il quale il giudice si presentò come candidato al Senato spagnolo alle elezioni del 1979. Precedentemente Proveda Peñas era stato anche membro dell’organizzazione studentesca dell’ultra-destra Frente de Estudiantes Sindicalistas (FES), attiva negli anni ’60.

Dietro l’anonima toga del magistrato si cela dunque un antico sostenitore del regime, il cui curriculum è arricchito da alcuni processi contro la sinistra abertzale saliti alle cronache per il discutibile atteggiamento di disprezzo del giudice. Ma che democrazia è quella che consente a un ex falangista di presiedere uno dei più alti tribunali dello stato?

Il fatto è che nella costituzione materiale della Spagna odierna, così plasmata dal processo di autoriforma del fascismo, pratiche e soggetti precostituzionali hanno continuato a godere di piena legittimità politica.

La cronaca degli ultimi mesi ne fornisce varie prove, a cominciare dalla recente e definitiva archiviazione del caso di Carlos Rey, l’ex-giudice militare che nel 1974 ordinò la condanna a morte del giovane anarchico Salvador Puig Antich, giustiziato con il metodo della garrota.

La parabola di Rey è esemplare. In seguito alla morte di Franco, il militare e boia del regime si ricicla come avvocato penalista e torna alla ribalta della cronaca nel 2013 quando assume la difesa della leader del Partido Popular catalano dell’epoca, Alicia Sanchez Camacho, implicata in uno scandalo di spionaggio.

Intervistato sul proprio passato e riferendosi all’esecuzione di Puig Antich, Rey aveva dichiarato: “è un tema superato, un caso che non mi ha segnato più di altri. Non mi pento di niente perché tutto quello che ho fatto è stato applicare la legge vigente. Probabilmente 40 anni fa tutto ciò era giusto, un’altra cosa è se lo guardiamo nella prospettiva attuale. Io ho fatto il mio dovere e né il Tribunale Costituzionale né il Tribunale Supremo hanno trovato niente da ridire“.

Una vera e propria rivendicazione del passato fascista, di cui nessuna delle istituzioni democratiche gli ha mai chiesto conto. Al contrario, l’ex-militare ha fatto carriera e ha insegnato all’Università Internazionale della Catalunya (una istituzione legata all’Opus Dei) come si trattasse di un normale penalista.

Indignate dalle dichiarazioni dell’ex-funzionario del regime, le sorelle di Puig Antich (affiancate dal Comune di Barcellona) l’avevano denunciato nel 2018, accusandolo di violazione dei diritti umani. Ma con la sentenza dello scorso agosto i giudici dell’Audiencia di Barcellona hanno disposto l’archiviazione della causa.

Non solo il boia di Puig Antich non ha pagato per i suoi crimini ma è stato ancora una volta legittimato dalle istituzioni. Un esito possibile grazie alla legge d’amnistia del 1977 che, se da un lato benefició gli antifascisti (a patto di non essersi macchiati di reati di sangue) dall’altro azzerò le responsabilità dei funzionari del regime riguardo ai crimini commessi (torture comprese), traducendosi in un vero e proprio scudo protettivo per i protagonisti dei lunghi decenni della dittatura. Uno scudo che gli apparati repressivi dello stato non accennano a deporre.

Quello di Carlos Rey non è infatti un caso isolato: nel maggio scorso è morto nel suo letto (falciato dal coronavirus) il commissario della famigerata brigata politico-sociale Juan Antonio González Pacheco, detto Billy el Niño, una carriera costellata dalle torture e protetta da una assoluta impunità.

Eppure abbondano le testimonianze che lo inchiodano alle proprie responsabilità, a cominciare da quella rilasciata da José Serrano (antifranchista della Liga Comunista Revolucionaria) al giudice argentino Maria Servini, che nel 2013 aveva richiesto l’estradizione di Billy el Niño accusandolo di crimini contro l’umanità.

Nella petizione del giudice si legge che dopo l’arresto, avvenuto a Madrid nel 1971, “lo sottomettono a brutali pestaggi nel corso dei quali perde conoscenza diverse volte…; che tra le varie torture ricorda di essere stato appeso, legato per i polsi, per servire (come dicevano i suoi aguzzini) da sacco per i loro allenamenti di karate; che lo sottoposero alla bañera, una pratica che consisteva nel mettergli la testa in un secchio d’acqua putrida fino quasi ad affogarlo, permettergli di respirare un momento e ripetere l’operazione e così di seguito finché perdeva conoscenza; che patì anche la barra (ammanettato lo appesero a una sbarra in modo che le natiche, i genitali e le piante dei piedi rimanessero scoperte per essere colpite, la tortura che più di tutte le altre richiese una lunga convalescenza dato che per mesi orinò sangue e coaguli e che da allora non poté più correre né muoversi come prima…; che in questa pratica ricorda per la sua particolare ferocia Juan Antonio González Pacheco, alias Billy el Niño“.

Per i servizi resi, Billy viene decorato dal ministro Rodolfo Martín Villa e successivamente amnistiato nel 1977. Grazie alle decorazioni assegnategli, il commissario continua a riscuotere fino alla morte una pensione statale maggiorata da un cospicuo bonus, mai messo in discussione dai vari governi, sia socialisti che popolari, succedutisi nei decenni successivi alla morte del caudillo.

Non solo: nell’aprile 2014 l’Audiencia Nacional si rifiuta di concederne l’estradizione. Una protezione a tutto tondo, che gli ha consentito di non dover mai rendere conto a nessuno del proprio operato.

La pervicacia con la quale le cosiddette istituzioni democratiche assicurano ancora oggi l’impunità dei fascisti è testimoniata anche dalla sorprendente lettera con la quale nel settembre scorso quattro ex presidenti del consiglio spagnolo hanno preso le difese di Rodolfo Martín Villa, autorevole rappresentante del regime e ministro della transizione, indagato dalla giudice Maria Servini per la strage di Vitoria del 3 marzo 1976 (quando la polizia uccise cinque giovani operai e ne ferí diverse decine durante uno sciopero) e per altri crimini commessi durante la dittatura.

Accanto ai popolari Mariano Rajoy e José Maria Aznar, anche i socialisti Felipe Gonzalez e José Luís Rodríguez Zapatero hanno chiesto al magistrato di riconsiderare la propria indagine, sottolineando la supposta statura politica dell’ex gerarca.

Zapatero ha sostenuto addirittura che Martin Villa sarà ricordato per l’impronta nella storia della Spagna lasciata durante la transizione, ossia per il suo contributo alla riforma del franchismo (e non per i crimini commessi).

La lettera bipartisan rappresenta alla perfezione il regime del ’78: le sinistre dello Stato rinunciano alla trasformazione della società e accettano la riforma che il regime si cuce su misura; le elites franchiste ottengono la garanzia dell’impunità perpetua e il mantenimento dei propri privilegi economici. La lettera dimostra che questo patto, benedetto dalla monarchia, dall’esercito e dall’apparato repressivo statale, è ancora pienamente in vigore.

Il regime di impunità previsto per I funzionari del vecchio regime si estende anche ai fascisti protagonisti dell’attualità: i giudici della Giunta Elettorale madrilena hanno permesso a Manuel Andrino Lobo e a Jesús Fernando Fernández-Gil, entrambi militanti della Falange Spagnola, di partecipare alle recenti elezioni della Comunità Autonoma di Madrid nonostante fossero già stati condannati per disordini e incitamento all’odio dal Tribunale Supremo.

La legge esclude la possibilità di presentarsi ad una elezione per coloro che abbiano riportato una condanna non ancora scontata. Proprio in una situazione simile si era trovato l’ex presidente della Generalitat Quim Torra, interdetto dai pubblici uffici e costretto a rinunciare a partecipare alle ultime elezioni per il rinnovo della camera catalana.

Ma nel caso dei due esponenti della Falange Spagnola, una controversa interpretazione della norma ha portato a un esito opposto.

A capo del Ministero dell’Interno, il governo del PSOE e Unidas Podemos ha piazzato Fernando Grande-Marlaska, un altro garante dei patti non scritti della transizione: alla fine di aprile il ministro si è rifiutato di accettare la proposta di trasformare la prefettura della Policia Nacional della Via Laietana di Barcellona (tristemente nota per essere stata uno dei più temuti luoghi di tortura durante il franchismo) in uno spazio dI ricostruzione della memoria storica.

La giustificazione di Grande-Marlaska, che ha dichiarato “non vediamo motivi operativi per trasferirla“, ha suscitato un certo sconcerto dato che l’edificio è praticamente vuoto da anni e gli uffici operativi sono situati in un altro quartiere.

Ancora più sconcertante la reazione del sindacato di polizia, che ha interpretato la richiesta della trasformazione d’uso dell’edificio come un attacco diretto all’arma.

Il presidente della Commissione per la Dignità, Pep Cruanyes, impegnato nella conservazione della memoria storica, ha osservato che “quando reagiscono così, la prima cosa che viene in mente è che si sentono eredi dell’antica polizia. Se sono un giudice tedesco e criticano un giudice nazista non mi sento tirato in causa. Se il sindacato della polizia si sente tirato in causa è perché si considera successore del vecchio regime e gli dispiace che si parli di ciò che faceva quella gente“.

La denuncia della tortura è invece più che mai necessaria, anche perché non riguarda solo I decenni della dittatura, ma si allarga anche al periodo della transizione e a quello della supposta democrazia.

Naia Zuriarrain fa parte di un gruppo di avvocati che hanno difeso alcuni militanti di ETA. Attualmente si trova sotto processo insieme ai suoi colleghi, accusata dai giudici dell’Audiencia Nacional di appartenere all’organizzazione armata basca.

La sua testimonianza, risuonata in aula il mese scorso, si riferisce a fatti accaduti nel 2010, all’epoca della sua detenzione, quando al commissariato gli agenti cominciarono con lo spogliarla: “mi toccavano il seno e tutto il corpo, un guardia civil appoggiava i suoi genitali sul mio didietro… facevano commenti di natura sessuale tutto il tempo, umiliandomi e insultandomi“.

Dopodiché gli avvolsero tutto il corpo, tranne la testa, in un rotolo di gommapiuma stretto con del nastro adesivo e continuarono l’”interrogatorio”: “cominciarono a tirarmi acqua fredda in capo, mi misero delle borse di plastica che me lo coprivano completamente così che non potevo respirare…, cercavo di mordere la plastica per respirare. Sentivo che stavo morendo, che soffocavo. Non so quante volte mi misero la borsa. Cercavo di divincolarmi ma non potevo…, non so in che momento caddi o mi buttarono in terra, mi tolsero la borsa e cominciarono a tirarmi in faccia un getto d’acqua che mi entrava nel naso e mi soffocava. Mi dicevano continuamente – Parlerai? Parlerai? Parlerai? – e a un certo punto mentre ero in terra gli dissi di si, che avrei parlato“.

L’avvocata prosegue spiegando che gli fecero imparare a memoria tutto quello che doveva dire: “mi minacciarono di sottopormi un’altra volta allo stesso trattamento se non rispondevo come volevano… Mi misero contro una parete e cominciarono a farmi domande e a farmi imparare quello che dovevo dire nella mia dichiarazione“.

Questa denuncia era arrivata a suo tempo davanti al giudice istruttore, che non la ritenne degna di giustificare l’apertura di una indagine e la cestinò. Ebbene quel giudice era Fernando Grande-Marlaska, l’attuale ministro dell’interno del governo in carica, lo stesso governo che ama definirsi “il più a sinistra della storia di Spagna”.

Un ministro che vanta un sinistro primato: il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha condannato lo stato spagnolo per non aver indagato casi di supposta tortura in ben sette circostanze nelle quali il giudice istruttore era Grande-Marlaska.

Nonostante l’ultima testimonianza di Naia Zuriarrain situi la tortura ben oltre il noto periodo dei GAL (i sicari della guerra sporca dello stato contro ETA) e ne denunci la persistenza nella pratica della Guardia Civil addirittura nel 2010, tirando in ballo l’attuale ministro dell’interno, le reazioni della Spagna presuntamente democratica sono state pressoché inesistenti, a testimonianza del grado di condiscendenza di cui godono le strutture repressive dello stato quando si tratta di difenderne l’unità.

È perciò che le parole gridate da Pablo Hasél al momento della sua detenzione all’Università di Lleida, “morte allo stato fascista“, risuonano non tanto come un vecchio slogan quanto come un vero e proprio programma politico che invoca la fine della continuità del franchismo nelle strutture politiche, repressive e giudiziarie dello stato.

Parole che suggeriscono implicitamente anche un monito per le sinistre statali: rifiutare il sostegno all’indipendentismo catalano, basco o galiziano significa legare il proprio destino politico a uno stato le cui radici affondano ancora nel fascismo spagnolo.

Il video della testimonianza in aula di Naia Zurriarrain si trova alla pagina https://www.vilaweb.cat/noticies/tortures-advocada-basca-naia-zuriarrain-guardia-civil/

da Contropiano

Presidio No Tav per la visita della ministra: “Su di noi sperimentano la repressione di tutte le altre lotte”

TORINO. «No Tav fino all’ultima battaglia, No Tav fino all’ultima bottiglia» è scritto sullo striscione dei No Tav in centro oggi a Torino per contestare la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Il presidio, in via Viotti, mentre in Prefettura è in corso un Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica alla presenza della ministra e del capo della polizia Lamberto Giannini sulla situazione in Valle di Susa, al cantiere Tav, dopo i violenti scontri delle scorse settimane.

Dal presidio chiedono «di parlare con la ministra Lamorgese e il capo della polizia. È un’opera inutile».

Tra i manifestanti alcuni volti storici del Movimento No Tav come Nicoletta Dosio e Guido Fissore. «Quello che sperimentano da noi, lo sperimenteranno su tutte le lotte sociali del Paese» dicono in risposta alle richieste dei sindacati di polizia di interventi più incisivi e nuove strategie contro l’ala violenta del Movimento.

«Sulla statale 25 abbiamo un fortino, cosa dobbiamo fare se non difenderci da questa intrusione? La Tav non sarà un mero problema di ordine pubblico. Ministro faccia rimuovere la polizia da un cantiere che è vuoto» dichiara Loredana Bellone, ex sindaco di San Didero.

Poi parte il coro: «I popoli in rivolta riscrivono la storia, No Tav fino alla vittoria». I manifestanti hanno cartelli con le foto di alcuni attivisti raggiunti da misura cautelare a seguito degli scontri in Valle di Susa e di Giovanna Saraceno, 36 anni, esponente del centro sociale pisano “Newroz”, che ad aprile aveva denunciato di essere stata colpita al volto da un lacrimogeno sparato dalla polizia, mentre partecipava a un attacco al cantiere di San Didero bersagliato da pietre e bombe carta. Una consulenza medica della Procura ha escluso il lacrimogeno come causa delle lesioni.  Il consulente, il Dottor Testi, è consulente di fiducia del PM anti-notav Antonio Rinaudo.

Tentativo di insabbiamento de “La Stampa” e Procura sul caso di Giovanna

La Stampa gioca di sponda con la Procura per tentare la strategia dell’ insabbiamento sul caso di Giovanna, la No Tav ferita pochi mesi fa da un lacrimogeno in piena faccia durante i giorni successivi allo sgombero del presidio di San Didero.

A distanza di un giorno dalla visita torinese della Ministra dell’Interno Lamorgese, del Capo della Polizia, del Questore e del Prefetto per parlare di “violenze in Val di Susa” il quotidiano torinese pubblica
un articolo in cui viene data notizia che la consulenza, effettuata per conto della Procura su Giovanna, neghi che sia stata colpita da un lacrimogeno presentandola come fosse una verità assoluta e strategicamente data in pasto alla stampa compiacente ancor prima di informare i legali di Giovanna.

Un tentativo di depistaggio bello e buono, a cui siamo fin troppo abituati nel nostro paese (si pensi ai casi Cucchi e Aldrovandi). Nonostante le pressioni, la testimonianza di Giovanna è molto nitida e la pratica degli spari ad altezza d’uomo è comune in Val Susa come testimoniano numerosi video e come ha dovuto ammettere persino la cassazione. Magari si dirà che Giovanna è caduta dalle scale ma il fatto è che ha dovuto affrontare diversi interventi maxillo facciali in seguito al forte trauma provocato dal colpo inflitto dallo sconsiderato lancio che ha attentato direttamente alla sua vita.

Quello de La Stampa è un gesto violento e servile che sminuisce i danni fisici subiti da Giovanna e che smaschera la malafede di chi ad ogni costo cerca di bloccare il dissenso che da oltre 30 anni si manifesta in Valsusa.

A vent’anni dalle violenze delle Forze dell’Ordine al G8 di Genova, pensiamo sia davvero svilente arrivare a tanto per tentare di zittire l’ennesimo abuso in divisa.

Quanti volti o quanti corpi devastati dalla violenza delle forze dell’ordine saremo ancora costretti a vedere? E quanti tentativi di insabbiamento dovremo ancora ascoltare?

Domani, lunedì 9 agosto alle ore 11, saremo in Piazza Castello con una piccola delegazione di No Tav in cui insceneremo un presidio comunicativo per mostrare alla Ministra, e al suo “parterre di vip della sicurezza”, le immagini della violenza delle sue amate forze di polizia, perché non siamo più disposti ad accettare questa quotidianità in cui, dal carcere alle lotte sociali, gli abusi in divisa sono all’ordine del giorno.

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Stufi delle solite nauseanti e ritrite dinamiche giornalistiche, abbiamo voluto sentire l’avvocato che segue Giovanna: l’avv.to Valentina Colletta che, amareggiata ma certamente non sorpresa dall’articolo comparso su La Stampa, ha osservato: “Ci si trova per l’ennesima volta davanti alla violazione del segreto istruttorio. Informazioni delicate – soprattutto perchè afferiscono ad una persona che ancora sta subendo gli esiti delle gravissime lesioni riportate ma anche perchè attengono ad argomenti estremamente divisivi e con i quali da anni si alimenta la stigmatizzazione del Movimento Notav – escono dalla Procura della Repubblica per approdare, senza alcun approfondimento critico e senza alcun interesse per la versione contraria, alle solite redazioni giornalistiche”.

La difesa di Giovanna non ha infatti avuto alcuna comunicazione circa il deposito della consulenza del dr. Testi: “Non conosco le conclusioni del dr. Testi e sarò in grado di valutarle, unitamente ai miei consulenti, solo se e quando la Procura mi darà l’occasione di leggerle” sostiene il difensore, che aggiunge “so soltanto che Giovanna ha riferito di essere stata colpita da un candelotto lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata ed ad altezza d’uomo e non ho ragione per non crederle. Tanto più che in Valsusa non è neppure la prima volta che accade. Mi auguro che questa volta la Procura non voglia alimentare il già lungo elenco di procedimenti penali avviati da manifestanti per le violenze commesse dalle Forze dell’Ordine ed archiviati con motivazioni le più svariate e che non fanno onore alla magistratura”.

Noi, dal canto nostro, sappiamo come funziona la così detta giustizia e non ce ne stupiamo più. Continueremo a dare voce a Giovanna ed a sostenere chi ,come lei, conosce la verità e non ha paura di urlare le proprie ragione anche a chi, invece ed evidentemente, vorrebbe continuare a dipingere le Forze dell’Ordine come vittime immolate sull’altare della tutela di un ordine pubblico che sono i primi a destabilizzare ed a chi si premura di coprirli a dispetto di ogni evidenza.

Da NoTav info

Lamorgese a Torino contro i no tav: potenziare l’intelligence, impedire a manifestanti di avvicinarsi al cantiere, ma anche autorizzare l’uso di proiettili di gomma.

dalla stampa borghese
 
Assalti No Tav ai cantieri, arriva la ministra dell’Interno per una nuova strategia Tra le proposte da sottoporre alla ministra Lamorgese ci sono quelle di potenziare l’intelligence, impedire a manifestanti di avvicinarsi al cantiere, ma anche autorizzare l’uso di proiettili di gomma.
 

Vertice ai massimi livelli oggi a Torino sulla questione della Tav. L’apertura di un secondo cantiere della Torino- Lione, il rinvigorirsi delle proteste e delle violenze del movimento che da anni lotta contro l’alta velocità e il ferimento di alcuni agenti, hanno riportato ai primi posti dell’agenda il tema dell’ordine pubblico in Valsusa

È la prima volta che la ministra partecipa al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Segno che, di fronte a un nuovo capitolo che si sta aprendo sulla Tav, l’intenzione è di cambiare la narrazione, evitando che si ripeta il corso della storia così come è stata vissuto finora. La ministra aveva dato una risposta alle violenze dei manifestanti spiegando che in Valsusa c’era un rinforzo di 10 mila agenti per un mese.
Dichiarazioni che avevano fatto alzare la testa ai sindacati di polizia, che stamattina esporranno le proprie posizioni al capo della polizia Giannini: ” È importantissimo questo incontro e auspichiamo che dia risposte risolutive a un problema annoso – sostiene Eugenio Bravo, segretario del Siulp – Non possiamo andare avanti a fare la guardia ai cantieri, occorre cambiare strategia per evitare che i manifestanti arrivino fino alle reti del cantiere, gli agenti siano dei bersagli e corrano dei rischi “. Lo evidenzia anche Luca Pantanella, segretario Fsp: ” Il cantiere della Tav ormai è la palestra d’Europa per la lotta antagonista”.

 Da quando infatti ha aperto anche il cantiere di San Didero, oltre a quello storico di Chiomonte, anche ai più diffidenti sul futuro dell’opera è stato evidente che la costruzione andava avanti. Ed è per questo che la protesta si è ricompattata, costringendo tuttavia gli agenti a sdoppiarsi su due punti, che tra non molto diventeranno tre con i lavori in programma a Susa

“La violenza è della polizia”

 …i No Tav in presidio intendono portare all’attenzione della ministra “un’altra storia, qualla delle ruspe che devastano la natura e di volti sfigurati dalla violenza della polizia”, dicono a proposito di una manifestante che secondo la versione dei No Tav sarebbe stata colpita a un occhio da un lacrimogeno, sebbene la perizia della procura non lo riconosca.