Soccorso Rosso Proletario

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Liberare Hannoun e tutti gli incriminati per la montatura giudiziaria imperialista/sionista

L’8 aprile scendiamo in piazza davanti alla Corte di Cassazione, nei giardini di Piazza Cavour, per gridare forte che non resteremo in silenzio.

In quel giorno si terrà il ricorso in Cassazione di Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly e Riyad Albustanji: quattro prigionieri palestinesi la cui vicenda parla di repressione, ingiustizia e criminalizzazione della solidarietà.

Essere presenti significa schierarsi.
Dalla parte di chi resiste.
Dalla parte del popolo palestinese.

Non accettiamo che la lotta per la libertà venga messa sotto accusa. Non accettiamo che chi sostiene la Palestina venga colpito. La nostra voce è parte di una lotta più grande: contro l’occupazione, contro l’oppressione, per la giustizia e l’autodeterminazione.
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La Procura generale della Suprema corte accoglie il ricorso contro la scarcerazione di uno degli indagati ma è in disaccordo con gli inquirenti genovesi sull’utilizzo degli atti provenienti dai servizi segreti di Tel Aviv . L’8 aprile la decisione

Non solo: la decisione del Tribunale del Riesame di Genova di escluderle “appare condivisibile”. Lo sostiene la Procura Generale della Corte di Cassazione, nella requisitoria in vista dell’udienza dell’8 aprile: quel giorno la Corte dovrà decidere sul ricorso della Procura di Genova contro due delle tre scarcerazioni decise dal Tribunale del Riesame, nei confronti di alcuni degli indagati arrestati a fine dicembre.

Pur escludendo gli atti israeliani i pg di Cassazione, nella memoria depositata in vista dell’udienza di mercoledì 8 aprile, ritengono che su Raed Al Sahalat, 48 anni, esponente della comunità islamica fiorentina, ci siano comunque gravi elementi indiziari e chiedono ai giudici di rinviare il provvedimento al Riesame. Gli avvocati degli indagati chiedono a loro volta alla Cassazione la scarcerazione di chi è ancora detenuto.

Il punto dell’inchiesta

A febbraio i pm Luca Monteverde e Marco Zocco si sono infatti opposti alla scarcerazione di Khalil Abu Deiah, 62enne residente a Milano e custode dell’associazione La Cupola D’Oro e contro quella di Raed Al Sahalat.

I documenti israeliani sono stati utilizzati nella maxi inchiesta genovese per provare che le numerose associazioni destinatarie dei soldi inviati dall’Italia dall’Abspp di Mohammad Hannoun erano in realtà collegate ad Hamas. Il Tribunale del Riesame di Genova ha escluso l’utilizzabilità dei file in quanto anonimi per due ragioni: anzitutto perché trasmessi da fonte anonima dell’intelligence israeliana, un funzionario dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno di Israele) identificato solo con la sigla Avi; in secondo luogo perché i documenti, come scrive lo stesso Avi nelle ottanta pagine della nota di accompagnamento, sono stati sequestrati sul campo di battaglia. “Rinvenimento – aveva sottolineato il Riesame – non comprovato da nessun verbale di sequestro”.

Gli atti dell’intelligence

Anche per la procura generale della Cassazione, come scrivono i sostituti procuratori generali della Corte di Cassazione Lucia Odello e Paolo Sansonetti, quelle fonti sono “inutilizzabili” perché non riferite a un soggetto determinabile con “l’impossibilità di esaminare in contraddittorio l’autore della comunicazione”.

Dopo gli arresti di fine dicembre restano in carcere Mohammad Hannoun, considerato vertice della cellula italiana di Hamas e altri tre indagati (Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji). Il Riesame aveva disposto invece la scarcerazione di Raed El Salahat Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa e Khalil Abu Deiah.

Proprio nel ricorso contro la scarcerazione di El Salahat (difeso dagli avvocati Samuele Zucchini ed Emanuele Tambuscio) dove per i giudici di secondo grado, tolti atti israeliani gli indizi erano insufficienti, i pm genovesi hanno chiesto di far rientrare le cosiddette “battlefield evidence”.

Per la Procura di Genova quelle prove raccolte sul campo di battaglia sarebbero utilizzabili anzitutto sulla base di una serie di accordi di cooperazione internazionale contro il terrorismo. ‘Avi’ non sarebbe anonimo, ma ‘anonimizzato’ e la sua identità può essere confermata. E poi perché ai avviso dei pm genovesi anche se quei documenti sequestrati dall’Idf durante la guerra a Gaza fossero stati acquisiti mediante tortura, quest’ultima deve essere provata per ogni specifico documento e non come “contesto” generale.

Carceri sotto copertura: il decreto sicurezza legittima l’arbitrio dentro gli istituti penitenziari

 

Lega e Fratelli d’Italia spingono per infiltrazioni nelle carceri e ampliano l’impunità operativa degli agenti: il sistema penitenziario diventa spazio opaco di controllo e repressione

C’è un passaggio nel nuovo decreto sicurezza che segna un salto di qualità inquietante nella trasformazione dello Stato penale: l’ingresso ufficiale delle operazioni sotto copertura dentro le carceri. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una scelta politica precisa. Dopo aver già ampliato i poteri dei servizi segreti fino a consentire infiltrazioni – e persino direzioni – di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni estende ora la stessa logica all’universo penitenziario.

Il carcere non è più pensato come luogo di esecuzione della pena, né tantomeno come spazio – almeno formalmente – orientato alla rieducazione. Diventa un territorio operativo, un campo di intervento delle forze di polizia, un ambiente da penetrare, controllare, manipolare.

La modifica normativa è chiara. Intervenendo sulla disciplina delle operazioni sotto copertura (legge 146/2006), il decreto consente agli ufficiali di polizia giudiziaria – in particolare appartenenti alla polizia penitenziaria – di compiere una serie di condotte che, in condizioni ordinarie, costituirebbero reato. Possono acquistare droga, ricevere denaro illecito, occultare prove, facilitare transazioni, ostacolare l’individuazione di beni. Tutto questo, formalmente, per finalità investigative.

 

Ma il punto politico è un altro: queste pratiche vengono ora legittimate all’interno degli istituti di pena. Il carcere diventa così uno spazio di infiltrazione permanente, dove la distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa in nome dell’efficacia operativa. È un rovesciamento radicale.

In un contesto già segnato da sovraffollamento cronico, carenza di personale, tensioni strutturali e condizioni materiali spesso degradanti, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di produrre un effetto sistemico devastante. Non solo perché aumenta il livello di conflittualità, ma perché distrugge ulteriormente la fiducia minima necessaria alla convivenza interna.

Se ogni detenuto può essere una fonte, se ogni relazione può essere strumentalizzata, se ogni scambio può essere parte di un’operazione, il carcere smette di essere anche solo formalmente uno spazio regolato. Diventa un ambiente dominato dal sospetto generalizzato, dove la logica del controllo prevale su ogni altra funzione.

Non è un caso che realtà come Associazione Antigone abbiano denunciato apertamente questo passaggio. Il rischio, evidente, è quello di trasformare l’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione quotidiana non è più affidata a criteri trattamentali ma a logiche di ordine pubblico.

Questo intervento non è isolato. Si inserisce dentro una traiettoria coerente che caratterizza l’azione del governo negli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’estensione dei poteri di polizia, dall’introduzione dello “scudo penale” per gli agenti alla moltiplicazione dei reati e delle aggravanti, fino alla progressiva normalizzazione dello stato di eccezione.

Dentro questa logica, l’ampliamento delle operazioni sotto copertura non è un’eccezione, ma una conseguenza. Se il problema non è più la giustizia sociale ma il controllo dei corpi, allora ogni spazio – dalle strade alle scuole, dai CPR alle carceri – può essere trasformato in dispositivo di sorveglianza e intervento. La questione, allora, non è solo giuridica. È profondamente politica.

Questa norma non apre semplicemente alla possibilità di indagini più efficaci. Legittima un salto qualitativo: autorizza di fatto agenti dello Stato a compiere reati all’interno delle carceri, in un contesto già segnato da fortissime asimmetrie di potere e da una sistematica opacità.

In un sistema dove mancano controlli indipendenti, trasparenza, codici identificativi e strumenti di tutela effettiva per i detenuti, estendere le operazioni sotto copertura significa creare uno spazio in cui abuso e violenza diventano difficilmente distinguibili dall’attività investigativa. Il confine tra prova e provocazione, tra indagine e costruzione del reato, si assottiglia fino a scomparire.

Il risultato concreto è che pratiche già emerse in numerosi procedimenti – pestaggi, minacce, estorsioni, violenze – rischiano di trovare una copertura normativa indiretta. Se un agente può infiltrarsi, acquistare droga, occultare prove e interagire illegalmente con detenuti senza essere punibile, allora può anche spingersi oltre, dentro una zona grigia in cui la responsabilità diventa quasi impraticabile. Non si tratta più solo di repressione, ma di istituzionalizzazione dell’arbitrio.

Il carcere viene così definitivamente ridefinito: non come luogo di esecuzione della pena secondo principi costituzionali, ma come spazio operativo dove la sospensione delle garanzie è ammessa e regolata. Un ambiente in cui la violenza può essere esercitata e giustificata in nome dell’indagine.

Il carcere si configura sempre più come un dispositivo di controllo e coercizione, dove il potere si esercita senza trasparenza e con margini crescenti di impunità.

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Continuano i crimini sionisti contro il popolo palestinese/contro la legge nazisionista sulla pena di morte

I crimini dell’Entità sionista contro il popolo palestinese e le masse arabe stanno continuando, la pace imperialista/sionista (che non è neppure un cessate il fuoco) seguita allo sterminio in Palestina, alla nuova Nakba palestinese, serve a dare legittimità al genocidio a Gaza, a dare impulso all’annessione della Cisgiordania attraverso il ruolo criminale dei fanatici razzisti dei coloni protetti dai militari dell’esercito e dal governo che esprime i loro interessi.

E’ di questi giorni l’approvazione al parlamento israeliano della legge per la pena di morte tramite impiccagione, sedia elettrica o iniezione letale per i palestinesi processati per “terrorismo”.

Netanyhau può agire e rimanere impunito nonostante la condanna sua e di altri membri dello Stato sionista, razzista, di tipo nazista, da parte della Corte Penale Internazionale, perché è sostenuto da tutto il sistema imperialista, a partire dall’imperialismo americano a guida Trump ai paesi europei tra cui è in prima fila c’è l’Italia del governo Meloni, da questi riceve appoggio e sostegno per quello che in definitiva è l’obiettivo di Netanyhau, cioè la formazione del “Grande Israele”, cioè l’avamposto imperialista in Medioriente di un’entità statuale “dal Nilo all’Eufrate”, un’area molto vasta che comprende, oltre la Palestina, Libano, Siria, Giordania, Egitto, Iraq. 

Non a caso l’aggressione al Libano e l’invasione della sua parte meridionale ha causato la morte di oltre 1.200 persone e lo sfollamento di oltre un milione, con lo stesso piano nazista che abbiamo visto a Gaza, con case, ospedali, luoghi abitati da civili, bombardati; e poi i bombardamenti in Siria e l’attacco all’Iran stanno continuando così come gli assassinii a Gaza e in Cisgiordania. La vicenda del cardinale Pizzaballa a cui è stato impedito da parte di Israele di recarsi a pregare a Gerusalemme, la chiusura della moschea e le limitazioni d’accesso nei luoghi sacri, sempre da parte di Israele, sono tutti segnali che dimostrano chiaro che lo Stato occupante intende rafforzare la sua presenza nella Città vecchia, occupata, peraltro illegalmente, da Israele dal ’67.

Ma è anche dentro le carceri che Israele porta avanti la sua politica di sterminio nei confronti del popolo palestinese, non solo con la detenzione amministrativa ma anche con la tortura sistematica, con la negazione di cibo e di cure all’interno delle carceri e ora con la pena di morte prevista nelle leggi cosiddette “antiterrorismo”, norme arbitrarie che hanno dato luogo a processi arbitrari e a condanne inflitte da Tribunali militari, norme razziste varate da Israele nell’anniversario della Giornata della Terra, giornata della Resistenza,.

Per questi nazisionisti difendere la terra, la casa, resistere all’Occupazione sionista da parte del popolo palestinese, lottare per il diritto del popolo all’autodeterminazione nazionale, avere un proprio Stato, per questi criminali nazisionisti è “terrorismo”!

“Il primo ministro israeliano Ben Gvir festeggia la legge sulla pena di morte bevendo vino in

parlamento”ha titolato il quotidiano Middle East Eye, il boia ministro razzista, quello che ha chiamato “terroristi” persino gli attivisti della Flottilla, è stato visto festeggiare l’approvazione di questa legge fascista, bevendo e offrendo alcolici ai membri del parlamento israeliano.

Con 62 voti a favore su 120 presenti questa legge è passata al parlamento sionista. C’è chi tra queste bestie criminali al governo di Israele ha parlato di “vera moralità ebraica”, l’ha rivendicata come cosa giusta da applicare attraverso condanne a morte esclusivamente ai palestinesi dei Territori Occupati, a coloro che sono stati processati per “terrorismo” dai famigerati tribunali sionisti. Questa legge è quindi un salto di qualità che rafforza la natura razzista, fascista, neocolonialista, dello Stato israeliano fondato su segregazione razziale e apartheid. Una legge interna ad Israele che viene applicata al proprio interno ma come forza occupante nei confronti degli occupati, ed è questa la ragione delle contestazioni che vengono fatte ad Israele da varie associazioni per la difesa dei diritti umani.

Per i palestinesi sotto occupazione, il disegno di legge preclude ogni possibilità di appello o di grazia, le esecuzioni saranno applicate solo ai palestinesi che compiono attacchi mortali contro gli israeliani e non ai soldati o ai coloni israeliani responsabili di crimini di guerra.

La legge prevede che le esecuzioni possano essere effettuate in tempi brevi e in condizioni di detenzione rigorose, tra cui isolamento e accesso limitato alla difesa legale. Secondo il disegno di legge, le esecuzioni avverranno tramite impiccagione. Il servizio penitenziario israeliano ha in programma di costruire un “centro di esecuzione”, una struttura chiamata “Il Miglio Verde israeliano”, un riferimento al romanzo sul braccio della morte.

“Terrorista” per queste bestie sioniste è l’accusa e la condanna di un intero popolo, dal partigiano combattente ai bambini, ai medici e al personale sanitario, ai giornalisti.

B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, ha dichiarato che “i tribunali militari israeliani hanno un tasso di condanna di circa il 96%, basato in gran parte su ‘confessioni’ estorte sotto coercizione e tortura durante gli interrogatori”.

“Israele oggi cambia le regole del gioco: chiunque uccida ebrei non potrà più respirare né godere di condizioni carcerarie”, ha detto subito Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale. “Da oggi, ogni terrorista lo saprà, e lo saprà il mondo intero, che chiunque toglie la vita a qualcuno, lo Stato di Israele gli toglierà la vita”, sempre Ben-Gvir poco prima del voto.

Come risponde la Resistenza palestinese?

“Il patibolo non ci spaventa”: i gruppi della resistenza condannano la legge israeliana che prevede l’esecuzione dei detenuti palestinesi. Hamas ha dichiarato in un comunicato che la legge “fascista” che prevede l’esecuzione dei prigionieri riceverà una “risposta adeguata”, e che la nuova sentenza “riflette la natura sanguinaria” di Israele, smascherando la “falsità delle sue ripetute affermazioni di civiltà e adesione ai valori umani”.

Questi sono alcuni stralci di un articolo della rivista online che si occupa di geopolitica dell’Asia occidentale, the Cradle del 31 MARZO 2026 che dice:

Diversi gruppi della resistenza palestinese hanno espresso indignazione per l’approvazione da parte di Israele di una legge che consente l’esecuzione di prigionieri palestinesi, proposta dal partito Otzma Yehudit del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir.

“La legge sionista fascista che prevede l’esecuzione dei prigionieri incarna la mentalità di bande criminali assetate di sangue e costituisce un pericoloso precedente che minaccia la vita dei nostri eroici prigionieri nelle carceri dell’occupazione”, ha dichiarato Hamas in un comunicato. “Il nemico sionista e i suoi leader criminali devono subire le conseguenze delle loro politiche fasciste, alle quali risponderà con una reazione commisurata alla gravità del crimine commesso contro i nostri eroici prigionieri nelle carceri”, ha aggiunto.

Le Brigate Abu Ali Mustafa, braccio armato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), hanno rilasciato una dichiarazione in cui affermano: «Vi illudete se pensate che il patibolo intimorirà coloro che portano la propria anima nel palmo della mano; noi siamo un popolo che ama il sacrificio come voi amate la vita, e questa vostra decisione non porterà sicurezza né protezione ai vostri soldati e alle vostre schiere di coloni», ha aggiunto il portavoce del gruppo, Abu Jamal.

Il Movimento dei Mujahidin Palestinesi ha definito la legge una “pericolosa escalation”, mentre le associazioni dei Prigionieri Palestinesi hanno affermato che si tratta di un'”escalation storica” ​​che “rappresenta l’apice della criminalità raggiunto dall’occupazione e dai suoi carcerieri contro i nostri coraggiosi prigionieri”.

Le principali associazioni di prigionieri palestinesi hanno pubblicato una dichiarazione congiunta in cui descrivono la Knesset come “un’istituzione terroristica e un organismo che legittima il genocidio”. “Mentre il mondo è preoccupato dalla guerra in corso, Israele sta procedendo con l’emanazione di una legge razzista che rappresenta una delle minacce più gravi per il destino dei prigionieri palestinesi, in flagrante e grave violazione del diritto internazionale”, hanno affermato le organizzazioni. “In questo momento estremamente pericoloso, in cui il nostro popolo è oggetto di attacchi sistematici e continui, affermiamo che il regime di occupazione ha raggiunto un livello di brutalità che sfida ogni descrizione e comprensione da parte del sistema internazionale dei diritti umani.”

Numerose organizzazioni israeliane per i diritti umani, tra cui Adalah, il Comitato pubblico contro la tortura in Israele (PCATI), HaMoked e Medici per i diritti umani-Israele (PHRI), hanno condannato la legge, così come alcuni partiti di opposizione, che hanno annunciato di voler presentare ricorso all’Alta Corte di Giustizia per chiederne l’annullamento.

La legge stabilisce due percorsi distinti per la pena di morte, basati sull’identità nazionale. La legge prevede la pena di morte come condanna predefinita per i palestinesi residenti nella Cisgiordania occupata e processati da tribunali militari.

“Questa legge istituzionalizza l’uccisione a sangue freddo, autorizzata dallo Stato, di individui che non rappresentano alcuna minaccia”, ha dichiarato in un comunicato Suhad Bishara, direttore legale di Adalah, un centro legale palestinese.”Per sua stessa natura, questa legislazione prende di mira esclusivamente i palestinesi, violando il principio fondamentale di uguaglianza e il divieto di discriminazione razziale”, ha aggiunto Bishara.

“Questa legge costituisce, nella sua essenza, una decisione per l’istituzionalizzazione delle esecuzioni sul campo secondo criteri razzisti, che riflette la chiara intenzione di commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, ha aggiunto.

Gli Stati Uniti hanno evitato di criticare il disegno di legge, e un portavoce del Dipartimento di Stato ha dichiarato ai giornalisti che Washington rispetta il “diritto sovrano di Israele di stabilire le proprie leggi e le proprie pene per gli individui condannati per terrorismo”.

Secondo il disegno di legge, i condannati a morte saranno detenuti in una struttura separata, senza possibilità di visite se non da parte di personale autorizzato. Le consultazioni legali potranno avvenire solo tramite collegamento video, mentre le esecuzioni dovranno essere effettuate entro 90 giorni dalla sentenza.

E’ una legge che vede contrario anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Palestina: «Israele deve abrogare immediatamente questa legge discriminatoria che contrasta con gli obblighi del Paese sotto il diritto internazionale. L’applicazione della pena di morte in questo contesto violerebbe il divieto di punizioni crudeli, inumane o degradanti e rafforza ulteriormente la violazione del divieto di apartheid».

I ministri degli esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito si sono limitati a dichiarazioni di facciata, cioè che il provvedimento “rischia di minare gli impegni in materia di diritti democratici”, presunti “impegni democratici” che sono incompatibili con tutta la storia dell’occupazione sionista e comunque non c’è stata nessuna condanna o sanzione in risposta a questo da parte dei governi imperialisti europei e Regno Unito.

Siamo noi che dobbiamo dare nuovo impulso alle mobilitazioni contro la guerra imperialista e sionista, contro il genocidio e la pace imperialista, contro la pena di morte ai palestinesi, rivendicare la liberazione dei prigionieri politici palestinesi e di quelli rinchiusi nelle carceri italiane, che è uno degli aspetti della complicità del governo italiano di Meloni con i criminali genocidi israeliani.

Su questo dobbiamo continuare le denunce e le mobilitazioni, stringersi attorno al popolo palestinese e alla sua resistenza, alcune iniziative si metteranno in campo questo fine settimana e altre si preparano anche in vista della data del 15 maggio, giorno della Nakba, la giornata della memoria di tutte le vittime del colonialismo e dell’imperialismo, e di tutti coloro che vi hanno resistito.

Contro il genocidio sionista appoggiato dall’imperialismo che continua in Palestina ed è parte della tendenza alla guerra mondiale interimperialista, organizziamo 10/100/100 iniziative, in piazza, nelle scuole e università, assemblee e iniziative nei luoghi di lavoro a fianco del popolo palestinese e della sua resistenza, contro Israele e l’imperialismo che l’appoggia, contro il governo italiano complice.