Le orribili condizioni dei migranti nei Cpr sono responsabilità dello Stato e del Governo imperialista italiano

«Migranti nel totale degrado» Le visite dei parlamentari Nugnes, Sarli, Suriano e De Falco. Acqua non potabile, caldo soffocante, zero socialità, abuso di psicofarmaci

di Giansandro Merli

Deliri psicotici, lamette ingerite, suicidi tentati, fiumi di psicofarmaci, acqua non potabile, mancanza di cure, degrado igienico-sanitario, socialità negata. E poi il caldo, che sta colpendo tutto il paese ma nei luoghi di coscrizione moltiplica le sofferenze, trasforma le celle in serre e il cibo precotto in poltiglia maleodorante. Sono alcune delle istantanee scattate dai parlamentari che nelle ultime settimane hanno visitato i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo e Milano. Al loro interno hanno potuto ascoltare le storie individuali dei migranti trattenuti e verificare i problemi delle singole strutture, ma anche comporre una fotografia d’insieme del sistema della detenzione amministrativa.

Un unicum tra le ipotesi di privazione della libertà personale per due ragioni: non è motivata da reati o da finalità di prevenzione; è affidata a privati, sul modello statunitense, che nella gestione delle strutture perseguono i loro interessi economici. Secondo i dati del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, resi disponibili dal Garante nazionale, al 30 giugno scorso i reclusi nei dieci Cpr italiani erano 667 uomini e 5 donne. In tutto il 2021 sono stati 5.147. Di questi è stato espulso il 49%.

«LA SITUAZIONE è drammatica. Il caldo in questa parte di Sicilia è devastante e nella struttura non c’è un albero, un luogo dove prendere un po’ di fresco. Non ci sono tv, possibilità di distrarsi, leggere un libro», dice Simona Suriano, deputata del gruppo Manifesta. Giovedì è entrata nel Cpr di Pian del Lago, provincia di Caltanissetta, mentre fuori si teneva un presidio di solidarietà con i reclusi organizzato da Lasciatecientrare e altre associazioni. «Nei giorni scorsi ci sono state delle proteste. Ho visto persone con gli arti fasciati. N., 25 anni, ha pianto tutto il tempo. Diceva di essere stato picchiato. Le forze dell’ordine negano, ma interrogherò la ministra Lamorgese», continua.

ALL’ALTRO CAPO DELL’ITALIA, mille chilometri a nord-est, c’è il Cpr di Gradisca d’Isonzo. Ha riaperto a gennaio 2020 e da allora sono morte già tre persone: Vakhtang Enukidze, Orgest Turia e Anani Ezzeddine. Il 17 giugno scorso la senatrice Paola Nugnes (Misto) e la deputata Doriana Sarli (Manifesta) hanno effettuato un’ispezione. «Le persone sono chiuse in gabbie da sei. Non escono mai. Le finestre sono sbarrate da pannelli di plexigas che creano un calore assurdo. La situazione è oltre ogni limite», dice Nugnes. L’ispezione è durata otto ore. Non c’era il medico, ma solo un infermiere che secondo quanto riferito dall’ente gestore, la cooperativa Ekene che ha anche il Cpr di Macomer, rimarrebbe dentro per due-tre giorni con turni continui.

LE PARLAMENTARI hanno riscontrato molte difformità con il regolamento d’appalto. «Dal Viminale alla prefettura, dalla questura alle forze dell’ordine presenti c’è una catena di comando che dovrebbe rendersi conto della situazione. Che le cose non sono a norma non è un’ipotesi, è evidente alla vista», denuncia Nugnes. «La Ekene si chiama Onlus ma segue il modello del profitto: meno ti dà, più guadagna», sostiene Sarli.

«Un signore diabetico vomitava sangue. Non era curato e aveva smesso di mangiare per paura che gli salisse la glicemia. Un altro ragazzo non parla con nessuno, è inavvicinabile, ma urla tutta la notte: come può un paziente psichiatrico in uno stato psicotico così forte essere tenuto lì?», continua la deputata. Le parlamentari stanno preparando un esposto in procura e una relazione al Garante nazionale.

Il CPR DI VIA CORELLI, a Milano, è stato visitato il 29 maggio scorso dal senatore Gregorio De Falco (Misto) e dall’infettivologo Nicola Cocco, esperto di medicina penitenziaria. Rispetto alla precedente ispezione di giugno 2021 è cambiato il gestore, da Engel Italia a Martinina (peraltro con una procedura poco chiara), ma sono rimasti i problemi già denunciati nel rapporto Delle pene senza delitti. Tra questi: mancanza di visite specialistiche, assenza di medicinali, cibo scadente, limitazione del diritto alla difesa. Particolare degno di nota: l’ispezione non ha potuto accertare se l’acqua della struttura è potabile o meno, come farebbe pensare un cartello sul lavandino dell’infermeria. Il direttore del centro non ha trovato, né poi fatto avere, la certificazione di potabilità dell’acqua.

TRA LE PERSONE incontrate dalla delegazione tre ragazzi finiti dietro le sbarre dopo aver chiesto asilo in questura, un uomo che ha moglie e sei figli e risiede in Italia dal 1993, altri due che ci vivono da 22 anni. Emblematica la storia di D. D., egiziano di 28 anni. Il ragazzo ha terminato di scontare un periodo di detenzione nel carcere di Trento il 18 maggio scorso. Scarcerato per buona condotta non è stato rimesso in libertà, ma portato senza preavviso al Cpr di Milano. Qui non ha ricevuto le cure per la malattia di cui soffre, l’epilessia, e in 48 ore ha avuto due violente crisi. Una gli ha causato un trauma facciale.

In prigione D. D. aveva ottenuto la certificazione di italiano A2 e superato la terza classe dell’educazione per adulti. Aveva anche studiato tutto l’anno per un esame che avrebbe dovuto fare all’uscita. Alla data della prova, però, ha capito che dal Cpr non sarebbe stato portato a Rovereto per sostenerla. E ha tentato di uccidersi. Il caso si è chiuso solo grazie all’intervento del Garante nazionale, quattro giorni prima dell’ispezione di De Falco. Così D. D. è stato liberato, ha superato l’esame e si è ricongiunto con moglie e figlio. Ma resta irregolare e in qualsiasi momento può finire di nuovo al Cpr.

NUGNES, SARLI, SURIANO E DE FALCO concordano sul fatto che la detenzione amministrativa vada superata. I problemi non dipendono solo dalle singole strutture, ma da un sistema che toglie la libertà a chi non ha commesso reati. L’ultimo tassello del più ampio mosaico delle politiche anti-migranti che hanno creato i lager in Libia, trasformato il Mediterraneo in un cimitero e portato le frontiere fin dentro le città, intorno ai corpi degli «irregolari». I Cpr, si legge in un’anticipazione del report curato da De Falco che sarà pubblicato nei prossimi giorni, sono «la chiusura del cerchio di un preciso progetto di razzismo istituzionale di costante respingimento e rifiuto, che pretende di sanzionare con la privazione della libertà individuale un mero illecito amministrativo».

da il manifesto

carcere di genova – basta pestaggi

 

Interrogatorio con pestaggio in carcere, Cassazione conferma la condanna del vice ispettore: “Ingiustificabile”

L’episodio era successo a Marassi: “dopo averlo fatto denudare, dapprima colpendolo con schiaffi in faccia, poi dopo che la vittima si era rannicchiata a terra con le braccia sulla testa per proteggersi dai colpi” gli aveva sferrato “calci sulla schiena, sulla testa e sul braccio sinistro”

Genova. E’ stata confermata dalla Cassazione la condanna per lesioni a carico di un vice ispettore della polizia penitenziaria per aver picchiato pesantemente un detenuto inerme nel carcere ‘Marassi’ di Genova, in concorso con un assistente capo verso il quale si è proceduto separatamente.

Senza successo, la difesa dell’imputato – Salvatore G., genovese di 42 anni – ha provato a sostenere che non si era trattato di una aggressione violenta ai danni di Dziri S. – questo il nome della vittima – ma “dell’esercizio di un dovere di perquisizione, sconfinato involontariamente in lesioni a causa del comportamento di opposizione” assunto dal detenuto. Al vice ispettore della polizia penitenziaria, è contestato di aver condotto il detenuto nella stanza delle perquisizioni “dopo averlo fatto denudare, dapprima colpendolo con schiaffi in faccia, poi dopo che la vittima si era rannicchiata a terra con le braccia sulla testa per proteggersi dai colpi” gli aveva sferrato “calci sulla schiena, sulla testa e sul braccio sinistro”.

Il pestaggio aveva causato lesioni, edema, escoriazioni, eritema, con circa venti giorni di prognosi. Ad avviso degli ‘ermellini’, “la tesi dell’adempimento del dovere non riesce ad estendersi alla condotta effettivamente addebitata all’imputato, perchè, anche a voler ammettere che la perquisizione fosse legittima, è la successiva, violenta aggressione fisica contro un soggetto inerme (riferita anche da due testimoni oculari esterni di cui l’imputato sembra dimenticarsi) a non trovare alcuna giustificazione”.

Roma: Nuovo sgombero per Berta Cáceres

All’alba di martedi 5 luglio, i carabinieri hanno dato esecuzione a un nuovo decreto di sequestro preventivo dell’immobile di via della Caffarella a Roma

“In questo luglio rovente di siccità e incendi, con una crisi climatica ormai sotto gli occhi di tutt3, la priorità sembra essere sgomberare chi sta portando avanti questi temi per una lotta ecologista di e per tutt3, anche per i biechi paladini della proprietà e della finanziarizzazione dei beni comuni.

Conosciamo già cosa ne sarà di Via della Caffarella 13, è la sceneggiatura già scritta di tanti sgomberi: abbandono, aste inevase e privilegio dei privati.

Ma conosciamo bene anche quale sarà nostra risposta e ne vedrete delle belle: Appuntamento H 17.30 davanti alla Regione Lazio, saremo acqua che scorre in questi tempi di siccità.”

Così replicano allo sgombero l3 attivist3 della Laboratoria Ecologista Berta Cáceres che nel giro di pochi mesi si trovano a fronteggiare un nuovo sgombero dopo quello del 24 marzo.

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Berta in questi mesi ha favorito l’incontro e lo sviluppo delle lotte e dei conflitti nella città di Roma sui temi climatici, ambientali e transfemministi. Oggi per l’ennesima volta si trova di fronte la risposta delle istituzioni, tutta improntata sull’ordine pubblico per garantire la continuità della speculazione e del profitto sull’immobile di via della Caffarella.

Ma la Laboratoria non si arrende e promette di continuare a portare avanti le istanze di una necessaria rivoluzione ecologica.

https://www.facebook.com/reel/1294647021064382

Lanciato un appuntamento, per oggi 5 luglio alle ore 17.30, sotto la Regione Lazio.

La corrispondenza di Radio Onda d’Urto con Francesca, compagna della LEA Caceres, dall’interno dello stabile.Ascolta o scarica

Le autorità italiane hanno fornito alla polizia e agli apparati di sicurezza del Cairo mezzi, strumentazione e formazione

Da Osservatorio Repressione

La denuncia della rete di attivisti EgyptWide

Tra il 2010 e il 2020 l’Italia ha fornito gratuitamente all’Egitto elicotteri e altri equipaggiamenti per le forze di polizia, ha erogato corsi di formazione agli apparati di sicurezza, compreso il famigerato Servizio di sicurezza nazionale, organismo accusato anche dalle Agenzie Onu di violazioni dei diritti umani e della repressione del dissenso nel Paese. Una collaborazione che è diventata sempre più stretta con il passare del tempo e che è proseguita nonostante l’Egitto abbia conosciuto, proprio nel decennio preso in considerazione, la repressione più dura nella storia recente del Paese. L’accusa è contenuta nel report “Complici ufficiali. L’impatto della cooperazione di polizia Italia-Egitto sui diritti umani” curato da EgyptWide, iniziativa egiziana-italiana per i diritti umani e le libertà civili. “Riteniamo che l’Italia, il suo ministero dell’Interno e i vertici della Polizia di stato abbiano gravi, seppur indirette, responsabilità nel deterioramento dello stato dei diritti umani in Egitto”, si legge nella conclusione del documento.

Esemplificativa di questa collaborazione è la cessione -come detto a titolo gratuito- alla polizia egiziana di quattro elicotteri Augusta Bell da utilizzare “ai fini di contrasto dell’immigrazione clandestina”; velivoli che in Italia sono in dotazione alla polizia per l’ambito civile ma sono progettati anche per

opzioni di tipo militare. La consegna è avvenuta nel 2013, un anno cruciale nella storia recente dell’Egitto che ha visto i massacri di Rabaa al-Adweya e piazza Nahda con un bilancio di 904 vittime accertate: secondo la denuncia di Human Rights Watch in quelle occasioni l’operato delle forze di polizia egiziana -che hanno aperto il fuoco sparando sulla folla- può essere considerato un “crimine contro l’umanità”. Il 2013 ha segnato anche l’avvio di una violenta campagna di repressione del dissenso, anche pacifico, e di “operazioni antiterrorismo” volute dal presidente Abdel Fattah al-Sisi che hanno portato all’arresto e all’incarcerazione di decine di migliaia di persone.

Il rapporto analizza l’evoluzione delle relazioni di cooperazione di polizia e in materia di sicurezza tra i due Paesi (compreso il tema dell’immigrazione) tra il 2010 e il 2020: periodo in cui, nonostante il crescente numero di denunce sul deterioramento del rispetto dei diritti umani in Egitto, i rapporti tra i due Paesi in questi ambiti si sono fatti sempre più solidi. Una cooperazione disciplinata a livello regionale nel quadro della difesa comune europea e, a livello bilaterale, dalla legge 76/2003 cui nel corso degli anni si sono sommati una serie di memorandum di intesa tra i due governi.

L’analisi contenuta nel report si concentra sul decennio 2010-2020, una scelta dettata da un lato dalla forte concentrazione di iniziative di cooperazione, oltre che dalla difficoltà di reperire dati o informazioni attendibili al di fuori di quegli anni. Tra le fonti prese in esame, il rapporto cita la “Relazione sull’attività delle forze di polizia, sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica” a partire dal 2013 e i dati pubblici forniti da ministeri, funzionari della polizia di stato e informazioni presenti sui siti internet ufficiali dell’Unione europea dedicati alle diverse iniziative di cooperazione regionale che hanno visto il coinvolgimento di Italia ed Egitto. Avere un quadro organico e completo delle attività di collaborazione svolte dai due Paesi e dei budget stanziati, tuttavia, è particolarmente complesso a causa del carattere frammentato di queste iniziative e dalla scarsa trasparenza da parte del ministero dell’Interno.

Dall’analisi di questi documenti emerge come nel corso di questi dieci anni, l’Italia si sia dimostrata un partner estremamente ben disposto nei confronti dell’Egitto, fornendo alle forze di polizia del Cairo equipaggiamento e mezzi, tecnologie di sorveglianza, decine di corsi di formazione, scambi di esperti e assistenza tecnico-operativa. “Questa intensa attività di cooperazione -scrivono gli autori del report– ha visto il National security service egiziano come interlocutore privilegiato del ministero dell’Interno e dei vertici della polizia di Stato italiani nonostante negli stessi anni si stessero moltiplicando le denunce di organismi delle Nazioni Unite che parlavano di gravissime e sistematiche violazioni dei diritti umani per mano degli apparati di sicurezza

La fornitura di equipaggiamenti per scopi militari, difensivi o di polizia rappresenta una delle costanti di questa collaborazione. Roma, ad esempio, ha fornito al Cairo due motovedette classe 500 e veicoli di terra per il controllo delle frontiere e il pattugliamento delle acque territoriali, fuoristrada, metal detector, computer e altra strumentazione informatica oltre ai già citati elicotteri Augusta Bell. Un flusso di forniture che “non ha subito battute d’arresto nemmeno a seguito della promulgazione dell’embargo sulle forniture di sistemi d’arma al nuovo governo egiziano voluto dal Consiglio europeo nel 2013 a seguito di massicce violazioni dei diritti umani per mano delle forze di sicurezza”, Continua a leggere

Il governo Draghi rafforza l’asse con la Turchia di Erdogan, con nuovi accordi di cooperazione, export di armi, per la guerra in Ucraina e in Libia, per i respingimenti dei migranti

Draghi: “Con i dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, bisogna essere franchi, ma cooperare”. L’interesse verso la Turchia fin dal suo discorso di insediamento, il 17 febbraio 2021: “Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato Nato”.

Per questo governo imperialista, guerrafondaio, si tratterà anche di aiutare il fascio-islamico Erdogan nell’estradizione dei rifugiati curdi in Svezia, nella  repressione degli attivisti e politici curdi, nel supporto alle operazioni turche

Domani si terrà ad Ankara il terzo vertice intergovernativo italo-turco, il primo degli ultimi dieci anni: l’ultimo, infatti, si è svolto a Roma nel maggio 2012. L’incontro si inserisce nell’alveo di un complessivo rilancio della cooperazione bilaterale tra i due Paesi, peraltro già molto intensa su diversi fronti.

Oltre al presidente del Consiglio, Mario Draghi – che ha incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a margine del G20 di Roma (30 ottobre 2021) e dei vertici Nato di Bruxelles (24 marzo 2022) – saranno presenti ad Ankara anche i ministri Luigi Di Maio (Esteri), Lorenzo Guerini (Difesa), Luciana Lamorgese (Interno), Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico) e Roberto Cingolani (Transizione ecologica).

accordi e protocolli d’intesa in ambiti che vanno dalla cooperazione in materia di affari esteri e difesa al sostegno alle micro, piccole e medie imprese, guerra  in Ucraina, Libia. Altro capitolo delle relazioni bilaterali riguarda la questione migratoria: nel 2021, i migranti irregolari giunti in Italia sulla rotta del Mediterraneo orientale in partenza dalla Turchia sono più che triplicati.

Paese membro dell’Alleanza Atlantica e candidato all’Unione europea, la Turchia è il primo partner per l’Italia in Medio Oriente e Nord Africa. Nel 2021, l’interscambio si è attestato a 19,4 miliardi di euro (+27,7 per cento rispetto all’anno precedente), con esportazioni italiane per 9,5 miliardi (+23,6 per cento). Le relazioni economico-commerciali non si limitano all’interscambio commerciale: gli investimenti diretti italiani in Turchia ammontano a circa 6 miliardi di dollari e, secondo i dati del Ministero del Commercio turco, le aziende con capitale proveniente dall’Italia in Turchia sono oltre 1.500. Il paese è anche un importante partner energetico per l’Italia: il gasdotto Tanap (Trans-Anatolian Pipeline), che lo attraversa da est a ovest per poi collegarsi con la Tap, rappresenta la terza rotta di approvvigionamento di gas per l’Italia dopo i flussi dall’Algeria e dalla Russia, con volumi in aumento del +62,5 per cento.

USA: un altro omicidio di un giovane lavoratore afroamericano per mano della polizia razzista.

Di quale “democrazia” pretende essere un “modello” l’imperialismo Usa?

Akron, Ohio, Jayland Walker, 25anni, afro americano, crivellato dalla polizia con 60 colpi di pistola dalla polizia dopo un inseguimento, prima in auto e poi a piedi, nonostante fosse disarmato e dopo essere uscito dalla macchina. I poliziotti razzisti gli hanno sparato anche in faccia, ha detto a BuzzFeed News Bobby DiCello, l’avvocato della famiglia, citando le informazioni che la famiglia ha ricevuto dal capo della polizia di Akron Steve Mylett. “Sappiamo che è stato ammanettato dopo essere stato colpito e ucciso, ed è stato trovato con le mani ammanettate sulla schiena quando è arrivato il personale medico”, ha aggiunto DiCello.

L’avvocato ha detto che la famiglia di Walker è “inorridita” dalla sua morte. “Non ho mai visto il tipo di dolore e il tipo di dolore che sto vedendo oggi”, ha detto, aggiungendo che la madre di Walker, Pamela, è particolarmente devastata dai dettagli della sparatoria. “L’idea che 90 proiettili siano stati sparati contro suo figlio è qualcosa che non riesce proprio a capire”.

“Otto agenti di polizia di Akron, per lo più bianchi, hanno brutalmente ucciso Jayland Walker, sparandogli 60 volte. Sparare 60 volte a un altro essere umano è inconcepibile, raccapricciante, ed è l’ennesimo esempio di violenza della polizia contro i neri nel nostro paese. Ammanettare questo giovane dopo averlo ucciso ingrandisce ulteriormente il palese disprezzo per la vita dei Neri. Questo è un ciclo infinito di traumi e violenza sanzionata dallo stato.” dichiara Black Lives Matter.

In centinaia sono scesi in piazza ad Akron sabato e domenica dopo la pubblicazione del video della bodycam di uno degli ufficiali coinvolti nell’omicidio. Le proteste sono continuate per tutta la notte. Fuori dall’edificio del dipartimento di polizia di Akron, quello che sembrava essere gas lacrimogeno è stato sparato sulla folla per disperdere i manifestanti dopo che alcuni avevano rovesciato le barricate che circondavano il dipartimento.

L’anno scorso la polizia ha ucciso 1.139 persone, uno degli anni peggiori mai registrati. Questo ennesimo omicidio poliziesco è avvenuto DOPO che la polizia ha affermato di aver “promulgato riforme” e “reinventato la sicurezza pubblica” in seguito all’omicidio di George Floyd.

Vertice a Madrid: la Nato si rafforza sul sacrificio dei curdi e l’oppressione militare ovunque. Il governo Draghi in prima fila nelle scelte NATO di guerra, repressione e miseria

Gli Usa invieranno in Italia una batteria di difesa antiaerea che si aggiungerà alle 113 basi militari già presenti. Draghi dal canto suo è pronto a mobilitare altri 8 mila militari (oltre ai duemila già previsti) per aumentare lo sforzo bellico, garantendo “sicurezza” a Svezia e Finlandia, che entreranno nella Nato e saranno di nuovo libere di rimpolpare l’arsenale militare di Erdogan in cambio dell’estradizione dei rifugiati curdi e dei dissidenti politici turchi.

Da Osservatorio repressione

La Turchia «ha avuto quello che chiedeva» ha fatto sapere Erdogan. Cosa voleva? L’estradizione dei ricercati curdi rifugiati in Finlandia e Svezia e la revoca delle restrizioni sulle armi imposte dopo l’incursione militare della Turchia nel 2019 nel nord-est della Siria.

In nome dell’antiterrorismo e con la benedizione di Biden e del G7, Finlandia, Svezia e Turchia hanno firmato un memorandum trilaterale che apre la strada all’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia. Ingresso fin qui ostacolato proprio da Ankara.

In testa all’elenco dei ricercati di Erdogan ci sono gli esponenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan, (Pkk) e della sua estensione siriana (Ypg).

Ora la Svezia per entrare in una organizzazione crimanale mondiale, accetta il ricatto di Erdogan e molti dei quasi 85mila curdi presenti in Svezia (16mila nella vicina Finlandia), rischiano l’estradizione: il che significa, nel migliore dei casi, la galera a vita a regime carcerario duro. Nel peggiore torture e assassinio politico. Tanto per capirci: è come se negli anni ’70 i paesi europei avessero estradato i profughi cileni, argentini e delle dittature latinoamericane, consegnandoli ai campi di concentramento e ai plotoni d’esecuzione.

Ma è d’obbligo chiedersi che ne sarà dei giornalisti curdi e degli esponenti dell’opposizione rifugiati in Svezia e Finlandia. Quando glielo ha chiesto una giornalista, Stoltenberg ha risposto che lo leggeremo presto sul sito della Nato.

Garantiscono che l’estradizione avverrà esclusivamente su accuse provate e secondo quanto previsto dalla convenzione europea. Ci possiamo fidare? Bisognerebbe chiederlo alle migliaia di dissidenti, giornalisti, oppositori politici, attivisti LGBTQ incarcerati in questi ultimi anni.

Lo scorso 26 giugno, nel centro di Istanbul, centinaia di persone sono state arrestate (senza contare quelle picchiate e perquisite) per aver marciato con l’Istanbul Pride Parade nonostante il divieto delle autorità.

Fino al 2014 la Turchia è stata uno dei pochi paesi a maggioranza musulmana a consentire la Marcia dell’Orgoglio. Poi, con l’arrivo di Recep Tayyip Erdogan, le marce sono state bandite. E chi osa scendere in piazza deve affrontare violenze, lacrimogeni, proiettili di plastica e arresti.

L’associazione degli avvocati MLSA ha denunciato che tra i detenuti c’è anche Bülent Kilic, un fotografo di Agence France-Presse.

Ora per fare il lavoro sporco al posto nostro con i migranti, ora per trattare con Putin, ora per allargare il raggio atlantista, l’Occidente continua a riconoscere il regime osceno di Erdogan come se niente fosse.

Tiziana Barillà

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da Radio Onda d’Urto

Siglato intanto tra Svezia, Finlandia e Turchia un memorandum sull’ingresso nella NATO dei due paesi scandinavi che prevede la ripresa dell’ export di armi, l’estradizione dei rifugiati curdi in Svezia, repressione degli attivisti e politici curdi, supporto incondizionato alle operazioni turche in caso di “Minaccia alla sicurezza nazionale” , la formula che lo stato turco usa per giustificare ogni operazione militare, comprese le invasioni in Rojava e in nord Iraq, ma anche le operazioni contro l’opposizione interna.

Quale è il messaggio più forte che parte da Madrid? Cosa si intende per “Nuovo concetto strategico” della Nato?

Fulvio Scaglione Lettere da Mosca Ascolta o scarica

Antonio Mazzeo giornalista e attivista contro la guerra Ascolta o scarica
Achille Lodovisi analista esperto di strategie e politica internazionale Ascolta o scarica