Pietro, Diego e Fabiano arrestati e processati per una birra! Miserabili sbirri, giù le mani dai compagni! Solidarietà da SRP

Ieri sera una quantità indescrivibile di agenti si è infilata in una delle vie più frequentate della “movida” napoletana, tra via Mezzocannone e piazza Bellini. Per chi non conosce Napoli, siamo in piena zona universitaria, come San Lorenzo a Roma o piazza Verdi a Bologna.

Ma i poliziotti puntano dritti su tre giovani attivisti del centro sociale “Mezzocannone occupato”. Due hanno con sé i documenti, il terzo li ha dimenticati a casa. Tanto basta per dare il via a un delirio esagitato che trasforma quella che avrebbe dovuto essere una banale “opera di dissuasione dagli assembramenti” – il coronavirus gira ancora, anche se al Sud meno che altrove – in una scena simil-Minneapolis.

Il video chiarisce al di là di ogni dubbio che gli agenti sono “schizzati” e rischiano di far esplodere una rivolta per pura incapacità a capire dove stanno e perché, soprattutto, ci stanno.

I tre ragazzi fermati senza motivi sono stati poi addirittura trasferiti in carcere nella notte. In un comunicato sulla propria pagina facebook il gruppo “Mezzocannone Occupato” annuncia: “Quanto accaduto al centro storico di Napoli ci racconta ancora una volta di un episodio di violenza ingiustificata da parte delle forze dell’ordine, a farne le spese sono stati tre giovani ragazzi che non avevano colpa alcuna se non quella di stare bevendo una birra in una piazza della loro città. Stamattina saremo per le strade del centro storico per volantinare e per raccontare a tutta la città quanto accaduto! Diciamo basta agli abusi in divisa!”.

Il questore Alessandro Giuliano, indifferente alla realtà e alle prove documentali, dirama una nota che in altri tempi sarebbe stata definiti una “favola nera”: “Gli operatori delle Volanti hanno gestito la situazione con equilibrio, a fronte di un inaccettabile comportamento aggressivo e minaccioso di decine di persone. Verranno svolte indagini per individuare i responsabili di queste condotte”. Promettendo insomma, se non verrà sostituito rapidamente, di far diventare Napoli teatro di una caccia al giovane in uscita serale.

Il centro sociale ‘Mezzocannone occupato’ riferisce su fb: “Tre nostri attivisti sono stati bloccati ingiustificatamente a Piazza Bellini. Segue il video che documenta gli abusi perpetrati dalle forze dell’ordine. Chiediamo a tutte e tutti di raggiungerci fuori la Questura per dire basta a qualsiasi forma di abuso in divisa”.

In alcuni video si sentono le urla di diversi presenti che chiedono di sapere il perché dell’azione delle cosiddette forze dell’ordine le quali fanno salire sulle auto alcune persone per condurle in Questura.

Si sente anche la voce di una giornalista che chiede con insistenza di conoscere i motivi dell’azione della polizia. Nessuna risposta, solo il “comportamento” che potete vedere…

In tarda serata è arrivata anche la convalida dell’arresto da parte del PM.
Pietro, Diego e Fabiano sono stati portati a Poggioreale nonostante non abbiano fatto assolutamente nulla di grave.

Servirà una presa di parola forte, collettiva e plurale perché dietro questi assurdi arresti si cela la costruzione di una svolta autoritaria, militare e repressiva che qualcuno vorrebbe imporre alla nostra città.

La libertà di Pietro, Diego e Fabiano è la libertà di ognuno di noi.

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COMUNICATO MEZZOCANNONE OCCUPATO NAPOLI

APPUNTAMENTO LUNEDI 15 GIUGNO ALLE 19,30 A PIAZZA BELLINI, PER RICOSTRUIRE INSIEME LA VERITÀ SUI FATTI DI IERI SERA, PER SMENTIRE LE BUFALE DELLA STAMPA CHE IGNORA VOLONTARIAMENTE I VIDEO CHE STANNO GIRANDO E CHE RACCONTANO DI UN ABUSO IN PIENA REGOLA E SOPRATTUTTO PER RISPEDIRE AL MITTENTE OGNI ACCUSA E MISTIFICAZIONE.

Ieri sera a Piazza Bellini tre ragazzi, che sono anche tre attivisti storici di Insurgencia, sono stati fermati (e successivamente arrestati e portati in carcere) durante uno dei pattugliamenti delle forze dell’ordine nelle zone più affollate del centro storico. La colpa? Ancora ora, risulta incomprensibile.

Pare che la follia cui stiamo assistendo sia iniziata perché qualcuno, tra i controllati, non portava con sé il documento di identità, cosa che – ricordiamolo visto il numero di assurdità che siamo costretti a leggere in queste ore – non costituisce di per sé reato (in Italia è obbligatorio solo esplicitare le proprie generalità, non esibire immediatamente una loro certificazione). Questo pretesto ha dato la stura al solito atteggiamento provocatorio delle forze dell’ordine, di cui abbiamo avuto tante prove in questi mesi: complice lo stato d’emergenza sanitario, l’applicazione delle misure di prevenzione è stata spesso il pretesto per degli abusi ingiusitificabili (dal rider arrestato a Milano perché impossibilitato a tornare a casa, al giornalista messo in quarantena per il suo racconto del lockdown, all’infermiere multato per aver svolto prestazioni mediche di domenica).
La pubblica sicurezza, lo diciamo da settimane, non può diventare una retorica buona per trasformare la gestione dell’ordine in una pratica da far west. Crediamo che atteggiamenti arbitrari come quelli di ieri sera – che hanno il solo scopo di alimentare quelle narrazioni che vogliono gettare le responsabilità dell’attuale crisi sui cittadini – vadano stroncati sul nascere.
Da mesi tutti gli abitanti di Napoli fanno sacrifici immensi per tutelare la salute propria e quella dei propri cari: ora che, timidamente, la città riprende a respirare, non può essere soffocata dagli arbitri di una legge marziale non scritta, che diffonde il terrore tra la popolazione e revoca, in modo insensato, la libertà di chi, secondo qualcuno, si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le forze dell’ordine, cioè, non possono diventare la mano militare di quelle forze reazionarie che vedono nell’emergenza sanitaria un’occasione per blindare la città di Napoli, impedendo ogni forma di socialità, di incontro, di vita in comune. Cosa che poi nel dibattito pubblico viene ridotta alla ridicola polemica sulla movida, anzi sulla “malamovida”, che cela in realtà l’interesse di una certa borghesia della Napoli bene, la stessa che ha avuto magari posto di potere durante le gestioni criminali dell’emergenza rifiuti dell’era Bassolino, la stessa che oggi organizzata in fantomatici comitati civici, in molto casi usa le proprie posizioni di potere per imporre le priorità nella gestione dell’ordine pubblico, con l’intento esplicito di svuotare le strade della città, imponendo ordine e disciplina in nome di un’idea repressiva di sicurezza.
Pretendiamo che i tre ragazzi arrestati vengano immediatamente rilasciati, e soprattutto pretendiamo che si scriva la parola fine alla stagione della strategia del terrore che qualcuno pensa sia arrivato il momento di aprire nella nostra città.

Stop abusi in divisa, libertà di movimento e diritto per tutte e tutti a vivere la nostra città.

AGGIORNAMENTI DOPO IL CORTEO E IL PRESIDIO DAVANTI LA QUESTURA:

Pietro, Diego e Fabiano sono stati rilasciati!
Purtroppo dovranno scontare gli arresti domiciliari in attesa del processo.
Almeno saperli non più prigionieri in quel luogo degradante e decostruttivo che è Poggioreale ci fa capire che solo la lotta paga.
Mercoledì ci sarà il processo, SEGUITE LA PAGINA PER QUALSIASI AGGIORNAMENTO!
Ringraziamo tutte e tutti quelli che oggi ci hanno raggiunto in corteo.
Le strade sicure le fanno le donne e gli uomini che le attraversano.

 

VERSO IL 19 GIUGNO INSIEME CONTRO LA REPRESSIONE

OPERAIE IN ASSEMBLEA ALLA PORTINERIA MONTELLO SPA

CONTRO IL DIVIETO DI ASSEMBLEA IN FABBRICA ALLO SLAI COBAS SC

PERMESSA SOLO ALLA CONCILIANTE CGIL

E IN SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI TNT CONTRO LE VIOLENTISSIME CARICHE DELLA POLIZIA DI STATO

 

 

 

 


Domenica 14 giugno (la fabbrica è a ciclo continuo) nelle assemblee già previste per far fronte ad un pesante piano di ristrutturazione che prevede anche un imminente uso della Cig Covid 19, le operaie che hanno partecipato hanno condiviso questi importanti punti:

  • difendere tutti i posti di lavoro;
  • no alla repressione, solidarietà agli operai TNT di Peschiera Borromeo attaccati durante lo sciopero per l’occupazione con pesanti cariche dalla polizia di Stato;
  • difendere il diritto di assemblea in fabbrica, le assemblee servono ai lavoratori per decidere;
  • impegno del gruppo già organizzato con lo Slai Cobas sc e dei suoi delegati per l’unità di lotta sugli interessi di classe con gli altri operai della fabbrica, che padrone e Cgil dividono attraverso le tessere sindacali e il tipo di contratto, cercando di metterli in concorrenza;
  • pubblica denuncia del ruolo della Cgil che da sempre asseconda le scelte industriali di Montello, e usa il suo potere di manovra in azienda per bloccare le lotte ogni volta che ci sono rivendicazioni in fabbrica;
  • preparare nuove iniziative di lotta per il 19 giugno, per i posti di lavoro, contro la repressione in fabbrica e di solidarietà ai lavoratori TNT.

Solidarietà ai compagni anarchici arrestati

C’è il verificarsi di numerosi atti penalmente rilevanti che presentano diverse analogie con le condotte riferibili agli odierni indagati…. se non assurgono a grave indizio tuttavia rafforzano la concretezza del pericolo”.

Sono le parole con le quali il gip Anna Maria Gavoni ammette in pratica l’assenza dei gravi indizi necessari per la carcerazione preventiva, ma procede ugualmente ad arrestare.

Così la mattina del 12 giugno a Roma i carabinieri dei ROS irrompono con violenza in uno spazio occupato (il Bencivenga), perquisiscono abitazioni private e arrestano, con l’accusa di terrorismo e istigazione a delinquere, 7 compagne e compagni anarchici (5 in carcere e 2 ai domiciliari) nella cosiddetta operazione “Bialystok” (dal nome del libro dedicato agli anarchici russi all’inizio del XX Secolo).

Alle compagne e compagni arrestati sono addebitate soprattutto azioni di solidarietà con i compagni prigionieri, come i presidi davanti alle carceri di La Spezia e Teramo e le azioni creative a La Spezia per denunciare i pestaggi, da parte delle guardie di quel carcere, contro Paska, un altro compagno detenuto.

Sotto accusa quindi è ancora una volta la solidarietà ai prigionieri politici e ai detenuti rivoltosi e il “programma per portare avanti una conflittualità viva e accesa per avviare la fase dell’insurrezione” attraverso scritte, volantini, manifestazioni non autorizzate.

Si parla anche dell’incendio di alcune autovetture ENJOY, del gruppo ENI, e di un attentato esplosivo ad un commissariato dei carabinieri avvenuto il 7 dicembre 2017 in seguito al quale è stata avviata l’inchiesta che oggi, con il tempismo che ricorda quello dell’operazione “Ritrovo”, ha portato alla custodia cautelare in carcere di Claudio, Roberto, Flavia, Nico e Francesca (Paska e Daniele sono ai domiciliari).

Da una prima lettura emergono clamorose lacune motivazionali in ordine alla sussistenza della finalità di terrorismo e l’incredibile distanza tra la gravita dei fatti contestati e la realtà” dice l’avvocato Eugenio Losco che assiste uno degli arrestati.

Mi pare che l’accusa di associazione terroristica sia del tutto sovradimensionata rispetto alla tipologia di condotte contestate e attribuite agli indagati” spiega l’altro difensore, Ettore Grenci. I difensori ricorreranno al Riesame.

Gli arresti romani arrivano pochi giorni dopo il flop registrato dalla procura di Bologna. Anche lì 7 anarchici arrestati ma scarcerati dopo tre settimane dal Riesame per mancanza di elementi utili a giustificare i provvedimenti restrittivi. La logica degli arresti, le accuse che li sottendono, basate soprattutto sull’istigazione a delinquere, sembra quindi la stessa utilizzata a Bologna e giustificata da una “strategia di tipo preventivo”, per governare un problema politico ed economico in vista dello scoppio del prossimo bubbone della crisi capitalistica.

Ma intanto ti sbatto il mostro in prima pagina e in galera, mentre i veri mostri, i veri eversivi dell’ordine democratico, i responsabili delle morti in carcere, dei pestaggi e delle torture a seguito delle rivolte carcerarie (ma anche prima), se ne fregano della “costituzione” e dello “stato di diritto”. Uno stato che continua a sostenere menzogne, come una presunta regia anarco-mafiosa delle rivolte, per coprire le vere associazioni a delinquere dei suoi servi in divisa non è uno stato di diritto; così come non può essere considerato uno stato democratico quello che si inginocchia sui più deboli davanti ai più forti, sugli oppressi davanti agli oppressori, sugli antifa davanti a fascisti e razzisti, che ben sono rappresentati, ancora una volta, dalle sue forze dell’ordine e dalla polizia penitenziaria.

Ai compagni e alle compagne anarchic* arrestat* va la nostra piena solidarietà.
Respingiamo ogni tentativo di criminalizzare le pratiche attive di lotta sociale e anticarceraria
Contro il terrorismo di stato e padroni rilanciamo la solidarietà proletaria!

TUTTE E TUTTI LIBERI

Soccorso Rosso Proletario

14/06/2020

Per scrivere ai compagni in galera:

Nico Aurigemma
cc di Rieti viale maestri del lavoro 2
02100, Rieti (RI)

Francesca Cerrone
C.P.de Almeria-El Acebuche CTRA. cuevas-ubeda km2,5
04030, Almèria

Claudio Zaccone
CC di Siracusa, strada monasteri 20
96014, cavadonna, (SR)

Flavia Digiannantonio
C.C di Roma Rebibbia
via Bartolo Longo 72
00156, Roma

Roberto Cropo
Num ecrou : 1010197
Centre pénitentiaire
1 allée des thuyas
94261 Fresnes CEDEX
FRANCIA

Il carcere tortura di Santa Maria Capua Vetere va chiuso

Le guardie carcerarie, vili picchiatori e torturatori, vanno sospesi e allontanati
Il sindacato SAP è una vera associazione a delinquere fuori dallo stato di diritto e dalla costituzione, va sciolto
Il Ministro della giustizia Bonafede è responsabile oggettivo politicamente di quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere e nelle altre carceri

Soccorso rosso proletario ha indetto una giornata di informazione il 19 giugno
invita al fronte unito tutte le forze che si occupano di carcere e repressione e chiede a tutti i compagni singoli o organizzati a dare una mano per far avanzare queste proposte e queste azioni

info srpitalia@gmail.com

Da Contropiano

Scoppia il bubbone di Santa Maria Capua Vetere, carcere da tortura

Da alcuni giorni il penitenziario di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) è al centro delle cronache per un susseguirsi di eventi che richiamano non solo la gestione autoritaria ed antisociale del sistema penale italiano ma, anche, uno “scontro” tra apparati dello Stato attorno a snodi significativi (la questione Giustizia) dell’agenda politica del nostro paese.

Ricapitoliamo, brevemente, i fatti:

nelle prime settimane dell’emergenza/Covid in molte carceri italiane ci sono state proteste e rivolte le quali sono state soffocate nel sangue e con un numero enorme di morti e di feriti. Come è tradizione della storia giudiziaria dell’Italia, ad una legittima preoccupazione da parte dei detenuti verso un pericolo di contagio sanitario di cui nulla si conosceva, e nei confronti di una diffusa collera per l’improvvisa abolizione di colloqui e contatti con le famiglie, lo Stato ha ritenuto di risolvere questa “complicazione” con l’uso massiccio della forza. A manganellate, insomma.

In quasi tutti gli istituti di pena italiani le proteste sono state risolte manu militari, con il placet del Ministero di Grazia e Giustizia e dell’intero governo, mentre gli strateghi della comunicazione hanno coperto immediatamente la mattanza, prima opacizzando e mistificando sulle ragioni di queste proteste e, subito dopo, rimuovendo totalmente dalle cronache quotidiane il grande numero di morti causato da tali modalità di intervento.

A Santa Maria Capua Vetere, il 6 aprile scorso, nell’ambito delle operazioni di “ripristino dell’ordine nel locale carceregli squadroni della Polizia Penitenziaria si sono scatenati nell’uso della repressione ed hanno prodotto un intervento violentissimo a base di teste fracassate, umiliazioni fisiche e psichiche di ogni tipo ed accertati episodi di vera e propria tortura verso la stragrande maggioranza dei detenuti.

Questo massacro è stato denunciato dai familiari dei detenuti e da alcune associazioni indipendenti, le quali hanno consegnato alla Procura della Repubblica video, registrazioni di telefonate ed altri seri elementi di prova che hanno configurato una mole di materiale accusatorio verso la gratuita e vigliacca violenza da parte della Polizia Penitenziaria.

Evidentemente tale raccolta di prove e testimonianze è stata talmente precisa e particolareggiata che la Procura ha dovuto aprire una inchiesta con 57 indagati.

Tre giorni fa 44 di questi “avvisi di garanzia” sono stati notificati dai Carabinieri agli agenti della Polizia Penitenziaria impegnati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Continua a leggere

Contro la repressione delle lotte dei lavoratori una forte risposta

DAGLI OPERAI, DAI LAVORATORI DELLA SANITÀ, NELLA PIAZZA IN LOTTA CONTRO PADRONI E REGIONE LOMBARDIA, LA DENUNCIA E L’APPELLO ALLA LOTTA CONTRO LA REPRESSIONE – QUELLA BRUTALE DELLA POLIZIA DI STATO ALLA TNT, QUELLA DEI PADRONI DELLA SANITÀ CHE IMPONGONO CENSURE E DIVIETO DI PAROLE AI LAVORATORI

Diffuso in piazza un nuovo appello del PATTO D’AZIONE FRONTE UNITO ANTICAPITALISTA, ‘…per organizzare insieme nuove risposte di solidarietà ai lavoratori TNT e di lotta alla repressione, con la proposta di una giornata unitaria per il 19 giugno 2020.

Rebibbia, un altro detenuto suicidato dallo stato. La vostra e la nostra “conta”

Carceri, un altro detenuto si toglie la vita in isolamento. Si tratta del 22esimo suicidio in carcere dall’inizio del 2020
Si è impiccato in carcere ieri mattina all’alba P.B., 42 anni, detenuto a Rebibbia, a Roma, in isolamento. Si tratta del 22esimo suicidio dall’inizio del 2020 in carcere e il terzo in isolamento sanitario preventivo. L’uomo che si è tolto la vita avrebbe terminato di scontare la sua pena nel 2022 e lavorava al G 12. Dato che il 25 maggio aveva fatto ingresso nel carcere un nuovo detenuto, che poi era risultato asintomatico, si erano disposti per i nuovi ingressi isolamenti precauzionali di detenuti e staff venuti in contatto con l’uomo.

Da Rete evasioni

“Già 22 detenuti suicidi dall’inizio dell’anno 2020…”,
“…sottolinea come questo sia l’ottavo decesso in un carcere del Lazio nel 2010, il terzo per suicidio”.

Questi gli incipit degli articoli, per altro pochissimi, seguiti alla morte di un uomo nel carcere di Rebibbia.
Nel carcere la conta è una prassi che vede i secondini, più volte nella giornata, presenti nella sezione e impegnati nell’odioso compito di contare le persone detenute.
Quelle vive, però…
Evidentemente questa attività trova la sua continuazione anche nella “conta” dei morti di carcere.
Perché, lo affermiamo per l’ennesima volta, quelle morti non possono essere annoverate nella categoria dei suicidi. Troppo comodo delegare il tutto alla volontà soggettiva. Troppo utile, troppo in odor di alibi.

Le morti in carcere sono dovute alla condizione di prostrazione psico-fisica a cui il sistema carcere induce. Una condizione che chiunque abbia vissuto la galera sulla propria pelle conosce molto bene e che non sempre si riesce a superare.
Una condizione che, per altro, è abbondantemente prevista dagli stessi operatori interni (guardie e non solo), visto che il primo colloquio di ingresso avviene con la figura dello psicologo il quale (con la freddezza e l’insensatezza tipica dei protocolli) ti chiede “Hai intenzioni suicidarie?”.
E parliamo della condizione detentiva “normale”, quella cioè non ulteriormente influenzata da contingenze particolari quale, per esempio, quella attuale data dall’emergenza Covid.
Persone detenute trattate come sempre (perché anche questa è prassi del sistema carcerario) da infanti, a cui non dare alcuna spiegazione su quanto stesse accadendo, salvo improvvise comunicazioni di interruzione dei colloqui con i propri affetti. Le uniche notizie erano quelle diffuse attraverso i canali televisivi e chiunque può ravvisare quanto elevato fosse il livello di paura che causavano.
Ci sono volute le rivolte di marzo, legittimamente rabbiose perché spinte dalla autodifesa a salvaguardia della propria vita, a far sì che ci fosse una parvenza di presa in carico da parte delle istituzioni, governative e sanitarie, della salute delle persone detenute.
Tutto colpevolmente tardivo, tutto colpevolmente superficiale.
Tavoli di confronto e discussione istituzionali sul come organizzare le patrie galere e come intervenire per prevenire la diffusione del contagio, dai cinici titoli tipo #iorestoincarcere, hanno avuto alla fine come unico risultato alcune sezioni destinate a reparti Covid, in cui isolare le persone contagiate.
Non bisogna per forza essere anarchici estremisti per porsi la banale domanda “se svuotano un reparto per destinarlo alle persone contagiate, non si causerà inevitabilmente un affollamento degli altri?”
Ma è l’identico, perenne, futile giochetto a cui con tanta solerzia si dedica il DAP: le patrie galere come un’enorme scacchiera sulla quale spostare le pedine da un quadrato ad un altro, senza che nulla accada.
“Tutto cambia perché nulla cambi”.

Chi ha deciso di andarsene dalla galera Rebibbia, nell’unico modo che ha ritenuto in quel momento possibile, era in isolamento sanitario e non sappiamo né mai sapremo cosa davvero l’ha spinto a quell’estremo gesto.
Eppure non è necessario chissà quale particolare sforzo intuitivo (se ancora proviamo anche solo empatia) per comprendere la condizione emotiva in cui poteva versare, considerato per altro la procrastinata chiusura dei colloqui e, più in generale, di qualsiasi entrata dall’esterno, fatto salvo di chi con il carcere ha garantita la propria sopravvivenza economica, operatori e secondini.

Un tempo si parlava di istituzioni totali di cui il carcere ne era degno rappresentante.
Oggi il linguaggio democratico sembra aver epurato il proprio vocabolario da definizioni così inequivocabili.
Quella sostanza per noi resta ed è irriformabile.
Ogni morte in carcere non sarà mai da noi annoverata tra i suicidi.
Le vostre “conte” ci fanno ribrezzo e mai le dimenticheremo.
L’unica sicurezza è la libertà!

Rete Evasioni

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