Sospensione dei colloqui via skype: proteste anche nel carcere di Lecce

Tensione nella casa circondariale di Lecce per una protesta dei detenuti che ha messo in allarme la polizia penitenziaria. Nei giorni scorsi, racconta il sindacato Osapp, circa 500 detenuti hanno cominciato a sbattere contro le inferriate alcuni oggetti recuperati nelle celle provocando rumore per circa un’ora.

Il motivo? “I detenuti non hanno accolto positivamente la circolare di sospensione del sistema skype che consentiva di tenersi in contatto con le famiglie –  spiega il sindacato.

Ancora trasferimenti punitivi dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, per arginare le nuove proteste dovute alla sospensione della sorveglianza dinamica e dei colloqui via skype

I cosiddetti “promotori” sono stati trasferiti in altre strutture; si tratta di una ventina di detenuti, tutti del reparto maschile, ma si potrebbe arrivare a una cinquantina di trasferimenti a breve.

“La situazione è tesa e diventa grave. Chiediamo una repressione totale delle violenze che avvengono all’interno degli istituti carcerai. Ci sono dei detenuti che fanno il bello ed il cattivo tempo, decidono le sorti della vita carceraria, questo non deve più essere concesso. Il carcere deve servire da punizione e da monito e allora è necessario prendere delle misure affinché alcuni individui rispettino le regole e non prendano il comando della situazione, lo Stato deve farsi sentire.”

Lo ha dichiarato il Consigliere della Regione Campania dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, facendo eco alle dichiarazioni del SAPPE secondo cui in Italia ci sarebbe troppo garantismo e le misure prese per il contenimento del covid 19, oltre che per rispondere alle condanne della CEDU e del CPT (dalla sentenza Torreggiani fino al DL Carceri) avrebbero portato le carceri “alla deriva” e alla “resa dello Stato”.
La ricetta per uscire da questa “deriva” sarebbe, per questi “fedeli” servitori dello stato, negare ai detenuti i più elementari diritti umani, insabbiare le indagini sulle morti in carcere, colpire “una certa magistratura”, libertà di tortura, aumento ulteriore del numero e del potere del personale penitenziario e, non ultimo, nomina di un supercommissario con pieni poteri su ogni altro organo dello Stato.
Ecco quanto dichiarato dal SAPPE due settimane fa:

i detenuti ormai hanno dichiarato guerra allo Stato. L’unico baluardo rimasto a difendere le Leggi  e a far rispettare le regole a chi non le ha mai rispettate è la Polizia Penitenziaria.

Una guerra che è sotto gli occhi di tutti, ma che si tende a sottovalutare o addirittura negare, in virtù dell’iper garantismo imperante in questo Paese dove le carceri sono lasciate alla deriva.

Ma abbiamo già dimenticato che fior di galantuomini sono in carcere? Mafiosi, camorristi, ndranghetisti, violentatori di bambini, spacciatori di morte, malati mentali, tossici, extracomunitari, fiancheggiatori dell’estremismo islamico, sicuramente non mammolette o personcine a modo vittime del sistema.

Eppure, nonostante le rivolte di marzo, nonostante l’arroganza che travalica anche il buon senso, c’è in Italia questa tendenza a compatire, a perdonare, a difendere gli oppressi anche se questi hanno messo a ferro e fuoco gli Istituti di pena, non si riesce a trasferirli in modo automatico lontano da casa, non si riesca ad applicare loro il 14 bis, non si riesce a farsi risarcire i danni (moltissimi di questi non hanno né avranno mai un centesimo nella “libretta”), non si riesce a far comprendere ad una certa magistratura che  in certe situazioni quando c’è da ristabilire la sicurezza, l’uso del manganello è legittimo (art.41 O.P.) […] E se la Polizia Penitenziaria nega qualcosa pretesa come un “diritto” … allora ti devi aspettare sommosse, rifiuti di entrare in cella, aggressioni. Insomma una vera e propria guerra dichiarata da lestofanti e delinquenti della peggiore specie cui lo Stato non riesce a rispondere adeguatamente, ovvero con la giusta severità o con provvedimenti di legge eccezionali che vengono presi quando c’è una guerra in atto e bisogna che lo Stato si riappropri del territorio (in questo caso delle sue carceri).”

un appello tutt’ora valido – verso una assemblea nazionale in settembre

contro l’uso dell’emergenza coronavirus per intensificare la repressione antiproletaria e antipopolare – l’attacco al diritto di sciopero e alla libertà di manifestazione – contro il carcere assassino e il carcere tortura – a sostegno delle lotte nelle carceri e in solidarietà con i prigionieri politici nel mondo

A fronte della crisi economico/pandemica, frutto del modo di produzione capitalista nella fase imperialista, il governo sfrutta le lezioni dell’emergenza per imporre le leggi e gli interessi dei padroni ed affinare le armi della repressione a tutti i livelli.

La Fase 2 per padroni e stato è all’insegna delle leggi e i provvedimenti liberticidi. Ai vari decreti e pacchetti sicurezza si aggiungono misure emergenziali, sanzioni e controllo sociale sempre più capillare, per usare il distanziamento sociale e le leggi anti-assembramento per impedire le lotte sociali e i movimenti di opposizione politica anticapitalista, antirazzista e antimperialista

Il cuore è l’attacco preventivo al diritto di sciopero – già esercitato in occasione della giornata internazionale delle donne – al diritto di manifestazione sindacale e politica in un quadro in cui si vuole cancellare ogni forma di libertà di espressione, militarizzando ogni aspetto della vita sociale.

Ogni manifestazione di dissenso viene immediatamente punita, sia attraverso multe comminate a proletari sia utilizzando l’arresto ed il carcere per punire la solidarietà proletaria.

Il diritto alla salute viene usato dal governo per un lockdown a favore di padroni che deve essere solo “lavorare per produrre profitto”.

Così diventano numerose le sanzioni, i licenziamenti punitivi su lavoratrici e lavoratori che si sono rifiutati di lavorare in condizioni di insicurezza, o che hanno osato solo denunciare la mancanza di dpi sul luogo di lavoro; le cariche, il controllo militare, la repressione poliziesca delle lotte operaie e sindacali, sulle manifestazioni e scioperi di lavoratori, disoccupati, migranti, pur se effettuate rispettando le regole sul distanziamento sociale e l’uso delle mascherine; i divieti e le misure “cautelari” imposte a lavoratrici e lavoratori precari, denunciati per aver difeso lavoratrici e lavoratori sfruttati, come successo a Bologna con accuse gravissime, come tentata estorsione, diffamazione ecc.

La repressione padronale delle lotte proletarie è andata ben oltre i limiti della cosiddetta “legalità”, innescando vere e proprie aggressioni criminali sui posti di lavoro ai danni di lavoratori ribelli e delegati dei sindacati di base e di classe 

Intanto si attaccano compagni, accusati di associazione sovversiva, costruendo montature

Nelle carceri, continua con virulenza la repressione, e l’ulteriore aggravamento delle già tragiche condizioni sanitarie e di sovraffollamento,

Dobbiamo sostenere la legittima lotta dei detenuti per il diritto alla cura e all’affettività, per una vita dignitosa, la richiesta di amnistia/indulto.

bisogna costruire una mobilitazionenazionale, unitaria e organizzata contro la repressione sociale e politica, contro il carcere assassino e il carcere tortura, per la solidarietà di classe e militante nei confronti di tutti i prigionieri politici e dei proletari ribelli detenuti nelle carceri dell’imperialismo.

Un appuntamento da costruire insieme con una assemblea nazionale che proponiamo per settembre

Soccorso rosso proletario srpitalia@gmail.com

Venerdì 3 luglio a Napoli in piazza per Ugo Russo

Da Mensa Occupata

VERITÀ PER UGO RUSSO!
Venerdì scenderemo accanto alla famiglia di Ugo Russo per chiedere verità sui fatti avvenuti la notte del 1 marzo. Da quel giorno abbiamo letto decine di articoli sull’accaduto, tutti con la stessa trama del carabiniere buono e il ragazzo cattivo dei quartieri popolari che piace tanto ai giornalisti, pur di guadagnare un po’ di visibilità.
Non conta la storia reale di Ugo e il contesto di provenienza, o meglio, conta solo dal momento in cui deve essere identificato come “il solito ragazzo dei quartieri spagnoli”, la riconferma dello stereotipo del napoletano delinquente, che nasce e cresce con la macchia di criminale, senza alcuna possibilità di riscatto.
La storia di Ugo per noi è invece uguale a quella di molti ragazzi che nascono nelle periferie e nei quartieri popolari e che si trovano a subire il peso della contraddizione del Capitalismo.
Qui lo scontro tra gli ultimi e la “Napoli bene” si è intensificato negli ultimi anni, abbiamo visto la turistificazione del centro e lo svuotarsi delle abitazioni vissute da generazioni. Chi vuole speculare sulla nostra città dimentica che Napoli non è una cartolina e difficilmente può diventarlo.
La storia di Ugo è stata strumentalizzata dai mass media e dalla politica locale, facendo dimenticare alle persone il nocciolo della questione. È inammissibile strappare la vita ad un ragazzo di quindici anni solo perché “ha sbagliato” . È inammissibile che una persona solo perché ha una divisa e riveste un ruolo di potere, si senta autorizzato a sparare a freddo su un’altra persona.
I proiettili che sono partiti quella notte sono cinque, tre mortali per Ugo. A più di cento giorni dalla morte di Ugo ancora dobbiamo avere notizie del referto ufficiale.
In America sono scoppiate le rivolte popolari contro gli operatori della repressione dopo l’episodio accaduto a George Floyd. La storia di Ugo Russo così come quella di Davide Bifolco e quella di George Floyd hanno molto in comune: da un lato il braccio armato dello stato che approfitta della propria impunità e del proprio potere di esercitare la violenza; dall’altro gli ultimi, quelli emarginati dalla società per il semplice fatto di non essere nati privilegiati.
Il ruolo che ci resta è quello di stravolgere l’attuale e cambiare il mondo che ci circonda per fare in modo che questi episodi non si ripetano mai più!
Ci vediamo
VENERDÌ 3 LUGLIO a LARGO BERLINGUER (metro Toledo) ore 17.00.

Videochiamate sospese in carcere: detenute e detenuti in rivolta a Santa Maria Capua Vetere

E il Sappe invoca il 41 bis per i rivoltosi e la libertà di tortura.

Un centinaio di detenute e detenuti dei reparti di alta sicurezza femminile e maschile, Senna e Tamigi, del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, non hanno fatto ritorno in cella al termine dell’ora d’aria e si sono barricati nell’area riservata al passeggio per protestare contro la decisione del Dap di sospendere i colloqui online coi familiari e la sorveglianza dinamica. I detenuti sarebbero dovuti tornare in cella alle 15, ma si sono rifiutati e hanno cominciato a battere oggetti contro il muro; hanno poi incendiato con dei pezzi di carta dell’erba che si trova intorno alla chiesetta nell’area del passeggio.

Motivo della contestazione, soprattutto, la sospensione della sorveglianza dinamica, ovvero il regime che prevede che le celle siano tenute aperte la mattina: non è previsto per i detenuti di alta sicurezza, che però ne hanno beneficiato durante questi mesi di emergenza coronavirus e vorrebbero che restasse in vigore. Altro motivo, la sospensione dei colloqui online tramite videochiamate, che già ieri aveva portato alla protesta delle donne del reparto Senna.

«Ieri e oggi ancora disordini e violenza da parte delle detenute e detenuti – dice Emilio Fattorello, segretario nazionale per la Campania del SAPPE, Sindacato Autonomo Polizia PenitenziariaCominciano nella giornata di ieri tutte le detenute ad Alta Sicurezza del Reparto “Senna”, nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, circa 50.
Il motivo della protesta è stata la sospensione delle videochiamate in tutte le sezioni sottoposte ai circuiti ad Alta Sicurezza, negli istituti della nazione.
Oggi le donne del “Senna”, detenute per reati associativi, hanno continuato la protesta, in considerazione che non si è sviluppata la trattativa con i vertici dell’Istituto come erano state abituate in un recente passato. Oggi a dar manforte alle rivoltose, è stato il reparto “Tamigi” con circa 150 detenuti classificati Alta Sicurezza.
Il personale della polizia penitenziaria attende ordini e regole di ingaggio chiare da parte delle Autorità preposte alla gestione di tale evento critico, con liberatoria di eventuali responsabilità sull’applicazione dell’articolo 41 Op come invece verificatosi per i noti fatti che qui non siamo a ripetere.
Il Sappe è stato, é e sarà al fianco dei colleghi in divisa e contro alle spettacolarizzazioni e comizi dei vari garanti che soffiano sul fuoco».