PER EBRU, PER AYTAC, PER LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI IN TURCHIA VENERDI’ 11 SETTEMBRE A ROMA – Piazza Monte Citorio, ore 14,30

Ebru Timtik è morta in difesa della giustizia, del diritto alla difesa e della dignità della professione forense, dopo 238 giorni di sciopero della fame mentre era detenuta.
L’Avv. Aytac Unsal, come lei detenuto e condannato in appello in un processo svolto in violazione di ogni regola, dopo 213 giorni di sciopero della fame, dopo la morte di Ebru e dopo la mobilitazione internazionale dell’Avvocatura e dell’opinione pubblica, il 3 settembre è tornato in libertà, per decisione della Corte Suprema, che ha deciso la sua temporanea scarcerazione (e il divieto di lasciare il Paese) in attesa che le sue condizioni di salute migliorino, sulla base della perizia medico legale che già a fine luglio aveva definito le sue condizioni (come quelle di Ebru) incompatibili con la detenzione. Peraltro, la Corte Suprema non ha ancora sciolto la riserva nel merito per questo processo per il quale altri colleghi ad oggi continuano ad essere detenuti in carcere.
È davvero intollerabile, un affronto ai principi stessi dello stato di diritto, che molte avvocate ed avvocati siano ancora in carcere in Turchia, con accuse che si fondano sull’esercizio del diritto/dovere di difesa.
È, a maggior ragione, ancor più intollerabile che a detenuti in gravi condizioni fisiche perchè debilitati dallo sciopero della fame, come Aytac, e prima di lui Ebru Timtik, di 42 anni, İbrahim Gökçek, di 40 anni, Helin Bölek e Mustafa Koçak, di 28,per citare solo i morti del 2020, sia impedito l’accesso a cure mediche di fiducia e l’applicazione delle misure cautelari in una forma tale da garantire il loro diritto alla salute, al punto tale da determinarne la morte.
Il governo italiano, l’Unione europea ed il Consiglio d’Europa levino finalmente la voce per denunciare la responsabilità di Stato per queste morti, ed intraprendano ogni azione necessaria per garantire il diritto alla vita ed al giusto processo per Aytac e per tutti gli avvocati ed avvocate ancora ingiustamente detenute.
Venerdì 11 settembre alle ore 14,30 tutte e tutti a Roma, in Piazza Monte Citorio, gli avvocati e le avvocate in toga, per ricordare Ebru e chiedere la liberazione di Aytaç Unsal e di tutti i difensori, magistrati, parlamentari, giornalisti, accademici e docenti, detenuti ingiustamente nelle carceri turche.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare agli eventi che verranno organizzati dalle associazioni e dagli Ordini Forensi mobilitati anche a livello europeo e proponiamo per lunedì 28 settembre, in occasione del trigesimo dell’assassinio di Ebru, una giornata di mobilitazione in tutte le sedi giudiziarie.
Promuovono la manifestazione: ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI insieme a : Unione Camere Penali Italiane-Osservatorio Avvocati Minacciati, Legal Team Italia, Associazione Italiana Giovani Avvocati (AIGA), Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione (ASGI), MGA sindacato nazionale forense, Magistratura Democratica, Movimento Forense

Comunicato dei prigionieri politici mapuche in sciopero della fame

Comunicato dei prigionieri politici mapuche in sciopero della fame nel carcere di Temuco
07 SETTEMBRE 2020

Comunicato pubblico rivolto alla nazione mapuche e all’opinione pubblica in generale,
noi Prigionieri politici mapuche del modulo dei comuneros del CCP Temuco, denunciamo ciò che segue:
La prigione politica è stata una conseguenza da quando esiste lo storico conflitto tra il nostro popolo nazione mapuche e gli stati argentino e cileno, rendendo ogni volta di più esplicite le contraddizioni che la nostra gente ha reclamato, territorio e autonomia. Di fronte a questa situazione la risposta da parte del governo di turno è stata repressione e militarizzazione di zone chiave, processi politici, criminalizzazione e carcere. Ogni volta gli stati hanno negato una risposta alle giuste rivendicazioni di fondo e si sono rifiutati di trovare una soluzione politica al conflitto. Questo perché il processo di lotta colpisce il modello economico di uno stato che è di tipo capitalista-neoliberale e perché nei territori occupati si trovano imprese forestali, centrali idroelettriche, miniere, latifondi e molti altri interessi di tipo estrattivista. Per questi motivi, noi come popolo mapuche, e in particolare coloro che sono più impegnati con la causa di recupero dei territori e della libertà, uniti nel movimento mapuche autonomista, dobbiamo accumulare le forze e scontrarci direttamente con questi interessi che tentano di depredare la nostra Ñuke Mapu. Per questo ci definiamo autonomi e anticapitalisti, essendo parte delle comunità lof e delle organizzazioni che provano attraverso i nostri weichafe e la gente mobilitata a ricostruire politicamente, territorialmente, culturalmente, spiritualmente e militarmente il nostro popolo. In altre parole facciamo parte di un progetto politico che, come militanti del movimento mapuche, ha deciso di assumersi il confronto diretto con il sistema capitalista a causa delle frequenti carcerazioni, a causa delle idee che il movimento autonomista mapuche porta avanti.

Come già detto, la caratteristica di questo conflitto è che gli stati, rappresentati da diversi governi, non hanno dubitato a mettersi fedelmente al servizio dell’imprenditoria e hanno tentato in varie maniere, di farsi carico del conflitto a danno del nostro popolo, un conflitto che si trascina da più di due decenni, attraverso la cooptazione, integrazione, infiltrazione, militarizzazione e carcere per coloro che non hanno abbandonato la linea della ricostruzione del nostro popolo mapuche, applicando rigidamente le loro leggi, le tecniche repressive, e molte volte bypassando le stesse istituzioni per tenere in prigione la nostra gente. È per tutte queste ragioni che rivendichiamo noi stessi come prigionieri politici mapuche. Così come il nostro nemico cerca di continuare il suo assalto, con l’appoggio di infrastrutture e dotazioni militari, noi lanciamo l’appello a continuare lungo il sentiero della liberazione nazionale, il weichan, il controllo territoriale e il sabotaggio contro le grandi imprese capitaliste che occupano il territorio mapuche, tornando a insediarci nelle terre che oggi si trovano nelle mani dell’estrattivismo, riappropriandoci della vita mapuche all’interno di queste proprietà, esercitando il controllo territoriale perché non tornino mai più nelle mani del capitale. La ricostruzione nazionale del popolo mapuche si ottiene con la lotta, il sabotaggio, con le nostre proprie pratiche e i nostri principi, non a fianco di istituzioni che intralciano le nostre rivendicazioni, settori che quando erano al governo non hanno fatto altro che perseguitarci, incarcerarci, e metterci in ginocchio di fronte all’imprenditoria. Per questo invitiamo la nostra gente a non accettare di ricevere le briciole. La nostra richiesta é chiara: lo stato deve restituire il territorio usurpato, ritirarsi insieme alla grande imprenditoria che allunga le mani sulla nostra terra, anche se, grazie alla stampa borghese, sono omesse le nostre rivendicazioni in quanto ritenute parte primordiale di questo conflitto.

Le imprese capitaliste (forestali, idroelettriche, latifondiste, e ciò che è interesse del grande capitale) sono i nostri veri nemici, non il cittadino comune, l’abitante non mapuche, i lavoratori e i poveri compaesani. Questa è una falsità che vuole insinuare il fascismo di estrema destra per mano dei mezzi di comunicazione borghesi. Come prigionieri politici mapuche, siamo fedeli militanti della lotta autonomista, membri del lof, comunità e organizzazioni che, da fuori, continuano a lottare principalmente contro le imprese forestali. I loro principi e la loro etica ci sostengono.

Innanzitutto rivendichiamo la violenza politica come forma legittima di resistenza e autodifesa verso il capitalismo estrattivista, rispettando la vita della gente che l’imprenditore o lo stato utilizza come capro espiatorio per sostenere la presunzione di terrorismo e le accuse contro il nostro popolo. Così sosteniamo pienamente il cammino dei weichafe e di quei settori realmente impegnati nella ricostruzione della nazione mapuche. Dissociandoci da quei settori che cercano solo di spremere reddito e sfruttamento politico per altri fini, che non aiutano, piuttosto il contrario, confondono e fermano molto volte gli obbiettivi in cui crediamo, la liberazione del nostro popolo nazione. Allo stesso modo, si vuole sostenere la lotta degna che viene porta da fuori, sia come nelle proposte politiche che nelle analisi delle nostre organizzazioni e comunità in Resistenza.

Da ultimo dichiariamo di affrontare lo sciopero della fame come una trincea di lotta dal carcere, mettendo in chiaro che, a sua volta, il nostro sciopero della fame e la nostra mobilitazione è politica e per le importanti richieste/rivendicazioni del nostro popolo. Allo stesso modo lo sciopero vuole incoraggiare la degna lotta che si fa là fuori, sia le proposte politiche che le analisi delle nostre organizzazioni e lof in resistenza. È per questo che affrontiamo la prigione politica con dignità sperando di apportare ancor più energia alla lotta per la ricostruzione nazionale mapuche, lanciando al contempo un appello per incoraggiare la nostra gente, a continuare il recupero territoriale attraverso il controllo territoriale, a continuare la resistenza e ad infiammare i nostri weichafe contro i diversi investimenti capitalisti.

Per tanto le nostre richieste sono:

– TERRITORIO E AUTONOMIA PER LA NAZIONE MAPUCHE
– ASSOLUZIONE IMMEDIATA DI TUTTI I COMBATTENTI MAPUCHE
– LIBERTÀ IMMEDIATA DI TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI MAPUCHE
– FINE DELLA MILITARIZZAZIONE DEL WALLMAPU

30 agosto 2020

tratto da Rete Internazionale in Difesa del Popolo Mapuche
Da Comitato Carlos Fonseca

Rabbia in Euskadi. Muore un altro prigioniero politico Eta

Una notizia dalle carceri ha scosso di nuovo Euskadi durante la notte appena trascorsa. La morte di un prigioniero basco ha alterato ancora una volta una normalità che non è tale, né nuova né vecchia, né con una pandemia né senza di essa, e che non sarà finché non lo sarà. Risolvere la situazione delle persone che rimangono imprigionate a causa di un conflitto che queste vogliono superare ma che altre insistono a perpetuare.

Il defunto è Igor González Sola, un bilbaino di 47 anni, in galera da più di quindici anni e che aveva scontato i tre quarti della pena lo scorso marzo. Dovrebbe essere libero, quindi, per tutto ciò che le autorità carcerarie hanno ignorato nelle loro stesse leggi. A maggior ragione quando era malato e anche undici anni fa, dopo due tentativi di suicidio che trascesero da parte sua nelle carceri di Granada e Badajoz.

Ma non era libero, era a Martutene, dove era stato trasferito appena due mesi fa, all’inizio di luglio. È arrivato da Soria, dopo essere passato per Valdemoro, in un viaggio dantesco che è la norma per i prigionieri baschi.

Cinque morti in sette anni

Questa morte segue quella dell’iruindarra Xabier Rey, ritrovata nella sua cella di Puerto III nel marzo 2018, e quella del galdakoztarra (l’area municipile di Bilbao) Kepa del Hoyo, deceduto a Badajoz il 31 luglio 2017 a causa di un infarto che le autorità spagnole hanno liquidato come “morte naturale”.

Elorrio Arkaitz Bellón è morto nel febbraio 2014, appena tre mesi prima della data in cui avrebbe dovuto lasciare la prigione. E solo undici mesi prima, nel marzo 2013, Xabier López Peña, anche lui un galdakoztarra, era morto quando era stato ricoverato a Parigi per tre settimane dopo aver subito un infarto e poi un ictus.

E se ogni morte è una bevanda molto dura per la famiglia e gli amici, lo è soprattutto in queste circostanze. La cadenza con la quale la morte sta invadendo i prigionieri baschi è insopportabile anche per una società come quella di Euskal Herria, abituata a stringere labbra e pugni.

Ci sono stati cinque morti nelle carceri da quando l’ETA ha abbandonato le sue armi nell’autunno 2011. Da allora, l’unica violenza perpetrata in questo paese è quella perpetrata dagli stati spagnolo e francese, e i prigionieri e solo subito rappresaglie e continue umiliazioni.

Sare convoca una mobilitazione a Bilbo

La notizia della morte di González Sola, già nota nella notte, ha avuto un’eco immediata sulle reti, e non ci è voluto molto per le valutazioni dell’accaduto.

Sare ha denunciato la morte tramite Twitter, dove ha indicato che “con tre quarti della pena scontata, Igor dovrebbe essere per strada, vivo”.

È ora di porre fine alla legislazione speciale”, ha aggiunto la rete dei cittadini, che ha indetto una mobilitazione di protesta oggi a mezzogiorno in Plaza Elíptica, con lo slogan “Salbuespen Legediak hiltzen du!”  (La legislazione speciale uccide!)

Allo stesso tempo, gli Artigiani della Pace hanno convocato per domenica una manifestazione davanti al consolato spagnolo a Baiona con lo slogan “Condannato a morire in prigione?”

Etxerat, che ha denunciato “le sofferenze cui governi spagnolo e francese non vogliono porre fine” e che ha trasmesso la sua “solidarietà e un caldo e affettuoso abbraccio alla famiglia e agli amici” del prigioniero defunto, ha chiesto che la mobilitazione sia sostenuta in massa.

EH Bildu ha considerato la morte del prigioniero di Bilbao “inammissibile” e ha sottolineato che “quando sono trascorsi 9 anni da quando ETA ha annunciato la cessazione definitiva delle violenze e sono passati più di due anni dalla scomparsa dell’organizzazione, è ancora incomprensibile che I prigionieri baschi rimangono in prigione”.

La morte di González Sola – ha valutato la formazione politica di Arnaldo Otegi – ha confermato ancora una volta che è fondamentale che i prigionieri tornino immediatamente alle loro case”. Secondo EH Bildu, “la costruzione della convivenza democratica che la maggioranza della società basca ha più volte rivendicato richiede l’adozione di misure, e su questa strada è essenziale il rapido rilascio dei prigionieri baschi”.

In questo senso”, ha aggiunto in una nota, “è essenziale che lo Stato spagnolo cambi il prima possibile la sua politica carceraria”.

A parità di condizioni, Arnaldo Otegi ha denunciato che Igor González “è l’ultima vittima di una politica carceraria crudele e vendicativa”.

Costruire la convivenza richiede anche la sua disattivazione (della legge speciale) e il rilascio di tutti i prigionieri politici baschi. Un abbraccio alla sua famiglia e ai suoi amici“, ha aggiunto il leader di EH Bildu su Twitter.

I navarri di Sortu hanno valutato che “questa morte avrebbe potuto essere evitata, perché Igor doveva essere libero” e hanno sottolineato, a questo proposito, che il prigioniero di Bilbo “era malato e aveva già scontato i tre quarti della pena inflitta dai giudici spagnoli“, a cui si chiedeva “perché fosse ancora in carcere”.

Questa morte è una conseguenza della politica penitenziaria penale applicata ai prigionieri politici baschi ed è responsabilità diretta del governo spagnolo”, ha detto la formazione Abertzale, e ha concluso “è ora di prendere decisioni politiche, di smettere di considerare i prigionieri baschi come ostaggi politici e rimandarli a casa”.

Per questo hanno chiesto la partecipazione alle mobilitazioni, “affinché tutti possiamo arrivare alla soluzione”, e hanno ritenuto che “questo fatto doloroso richiede una riflessione collettiva”, invitando a farlo tutti tra le componenti politiche e sociali basche.

Per quanto tempo dovremmo continuare in questa situazione? Che futuro si può costruire in questo modo?”, Si è chiesta la formazione in una nota in cui inviava le sue condoglianze a chi era vicino a Igor González.

Venti prigionieri politici uccisi dietro le sbarre, quinto dal 2013

L’eccezionale politica carceraria applicata ai prigionieri baschi ha numerose conseguenze, ma la più crudele è senza dubbio quella di coloro che muoiono dietro le sbarre. Negli ultimi decenni sono stati 20.

Il terremoto politico che ha determinato al cambio di strategia della sinistra nazionalista ha portato all’annuncio della definitiva cessazione dell’attività armata dell’ETA nel 2011 e, successivamente, nel maggio 2018, con la dichiarazione della definitiva uscita dalla scena. La replica sociale, anch’essa notevole, si è cristallizzata in una maggioranza trasversale per esigere una nuova politica carceraria, adeguata al contesto e questo nuovo tempo.

Queste richieste, però, sono sempre finite per incontrarsi nello stesso luogo: le mura della prigione, i cui movimenti si sono limitati a gesti timidi, come approssimazioni o libertà condizionali, spesso tese all’estremo. Negli ultimi anni, da quando è stato intrapreso il suddetto profondo cambiamento, ci sono stati cinque prigionieri baschi che hanno lasciato la loro vita dietro le sbarre.

Il primo di loro è stato il 54enne  Xabier López Peña, morto nel marzo 2013 in un ospedale di Parigi, dove era rimasto dopo aver subito un infarto e un ictus a Fleury.

Il 5 febbraio 2014, il prigioniero 36enne di Elorrio, Arkaitz Bellon è morto a Puerto de Santamaría (Cadice) a causa di un edema polmonare, tre mesi prima della data fissata per il suo rilascio.

Il 31 luglio 2017, Kepa del Hoyo, anche lui vicino di Galdakao, ha lasciato la sua vita nella prigione di Badajoz a causa di un infarto.

Xabier Rey Urmeneta, residente nel quartiere Iruindarra di Donibane, si è tolto la vita il 6 marzo 2018 nella sua cella nella prigione di Puerto III a Cadice, a più di 1.000 chilometri da casa.

E per ultimo, solo ore fa, Igor González Sola è stato trovato morto nella sua cella di Martutene.

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Torino: mobilitazioni per il processo scripta manent

A Settembre si terranno a Torino numerose udienze del processo d’appello dell’operazione “Scripta Manent”, in cui 23 anarchiche e anarchici sono imputati a vario titolo per episodi e pratiche di attacco che appartengono al patrimonio delle lotte contro l’Autorità.
Operazione su operazione, processo dopo processo, lo Stato affina gli strumenti giuridici per criminalizzare l’agire anarchico e rivoluzionario, colpire le lotte, soffocare la solidarietà, inasprire l’isolamento carcerario per le prigioniere e i prigionieri.

Da una parte, lo Stato e il Capitale, con le discriminazioni, la repressione, lo sfruttamento, le guerre e le stragi di cui si rendono responsabili ogni giorno
Dall’altra diverse pratiche e strumenti per mettere in discussione, ostacolare, attaccare ruoli e strutture responsabili di tutto questo.
Siamo orgogliosi e orgogliose di aver scelto da che parte stare. Orgogliose e orgogliosi di lottare.

Giovedì 24 Settembre dalle 9,00
PRESENZA ALL’AULA BUNKER DEL CARCERE DELLE VALLETTE (dentro e fuori)

Sabato 26 Settembre ore 11
PRESENZA SOLIDALE IN PIAZZA BORGO DORA (TORINO)

Domenica 27 Settembre dalle 15,00
PRESIDIO AL CARCERE DI ALESSANDRIA

Solidali con gli imputati nel processo “Scripta Manent”.
Ostili all’alienazione dei processi in videoconferenza e ai provvedimenti per impedire la presenza solidale in aula.

Contro tutte le forme di reclusione.
Per non dimenticare le proteste e le rivolte nelle carceri del Marzo scorso, represse dallo Stato con 13 morti, pestaggi e trasferimenti di massa.

Per rivendicare che lottare è giusto e necessario.

– in rete o sui 105.250FM di Radio Black Out, si darà conferma della data di presenza all’aula bunker (in base ad eventuali modifiche nel calendario del processo).

Cassa Anti Repressione delle Alpi Occidentali

A Parigi per Georges Ibrahim Abdallah

Soccorso rosso proletario invierà un messaggio per l’assemblea del 12 settembre e parlerà della campagna nelle riunione nazionale di settembre – data esatta e luogo da confermare

la lettera ricevuta Bonsoir camarade,

depuis 2015, en septembre, nous avions l’habitude de nous retrouver à la fête de l’Humanité et d’exiger la libération de notre camarade Georges Abdallah notamment lors d’une manifestation organisée par la Campagne unitaire. Cette année,  le contexte sanitaire très particulier modifie les choses.

Il nous a semblé cependant important – au vu du contexte actuel – de profiter de ce week-end où beaucoup d’entre nous seront peut-être à Paris pour que nous puissions nous réunir sur un temps de discussion et d’échange et pour un repas solidaire libano-marocain.

Cette réunion et ce repas auront donc lieu :

– samedi 12 septembre, à partir de 19h, au local Émancipation : impasse Crozatier, Paris 12ème

Merci, pour des questions d’organisation, de confirmer votre présence en écrivant à la Campagne unitaire pour la libération de Georges Abdallah à l’adresse suivante : campagne.unitaire.gabdallah@gmail.com

L’événement est aussi publié sur facebook :

https://facebook.com/events/s/reunion-et-repas-solidaire-pou/344954910201757/?ti=cl

Salutations rouges internationalistes et solidaires

 

 

 

Il FAUT QU’IL SIGNE ! FAISONS PLIER L’ETAT FRANÇAIS ! Continua a leggere

Milano, sabato 5 settembre: Assemblea pubblica e cena solidale per organizzare insieme una risposta

Unità e solidarietà
contro lo “stato di emergenza”
e la criminalizzazione delle lotte!

 soccorso rosso proletario appoggia l’iniziativa  e lavora per una assemblea nazionale che unisca le forze contro tutte le forme della repressione

Unità e solidarietà
contro lo “stato di emergenza”
e la criminalizzazione delle lotte!

Il fascismo è reato – Libertà per tutt* le/gli student* antifascist*. SRP

4 settembre 8:30: presidio davanti al Tribunale di Torino in solidarietà agli studenti e alle studentesse atifasciste di Torino a cui sono state comminate misure cautelari per i fatti del 13 febbraio 2020. Qui l’indizione dell’iniziativa, promossa dalle Mamme in piazza per la libertà di dissenso

Di seguito alcune lettere degli studenti e delle studentesse colpit* dalle misure

COSTI QUEL CHE COSTI, É GIUSTO CACCIARE I FASCISTI!

Qui sotto qualche pensiero di Daniele, un lavoratore e studente di Scienze Storiche, che dal 23 luglio è sottoposto al divieto di dimora dalla sua città! Continua a leggere