La solidarietà è un’arma – 20 febbraio presidio per Tarek a Pescara

Riceviamo e condividiamo, da Assemblea Palestina Pescara https://www.instagram.com/p/DU2yBzDinVP/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=NTc4MTIwNjQ2YQ==

Da qualche giorno il nostro compagno Tarek si è cucito la bocca per reagire ai sopprusi che sta ricevendo nel carcere di Pescara.
Per venerdì 20 febbraio è stato chiamato un nuovo presidio davanti al Carcere di Pescara per sostenere la lotta di Tarek e tutti i detenuti, in continuità con i diversi presidi che ci saranno davanti alle carceri di Melfi, Ferrara e Terni, e davanti ai tribunali di Campobasso e Torino.

Tarek è detenuto dal 5 ottobre 2024, giornata in cui migliaia di persone sono scese in piazza a Porta San Paolo, a Roma, in solidarietà con la Palestina, sfidando il divieto del governo per quella manifestazione e le sperimentazioni di quello che è poi diventato il primo decreto sicurezza di questo governo.

Diversi mesi fa, è stato trasferito dal carcere romano di Regina Coeli, assieme a decine di altr3 detenut3, all’improvviso e senza avvisare le persone a lui vicino, neanche l’avvocato che è venuto a saperlo tentando di contattarlo.
Da quando è a Pescara, Tarek ha perso quel poco di relazioni che si creano durante la detenzione, non ha potuto portare diverse cose che aveva, gli è stata vietata la possibilità di avere colloqui e impedito la consegna di pacchi, negandogli addirittura la solidarietà di qualche calzino e vestito . Inoltre, la struttura è stata problematica impedendogli anche di partecipare alle udienze che lo riguardano: in continuità con la strategia di isolamento propria della detezione gli è stato permesso di partecipare alle udienze solo in collegamento video, nel giorno dell’udienza mancava addirittura la luce.

Tarek ha usato il proprio corpo come strumento di lotta. Per molte persone in detenzione, nelle carceri come nei CPR, il corpo resta ciò di cui non si può essere privati e permette di urlare fuori dalle mura la violenza che si consuma dentro.

Ma se un corpo può gridare fino a spezzarsi, l’incidenza sul reale — quella che sfonda il muro e trasforma una singola denuncia in forza collettiva — può amplificarsi quando, fuori, ci sono persone che si organizzano, capaci di raccogliere quel gesto, sottrarlo all’isolamento imposto e restituirlo alla lotta comune contro quel sistema carcerario che punisce e reprime, che vorrebbe relegare al silenzio. Nelle carceri ci sono persone, in carne ed ossa, che subiscono repressioni di ogni tipo e in ogni forma possibile.

Perché ciò che Tarek ci sta urlando dal carcere di San Donato non resti sepolto tra le mura di cemento, è necessario rispondere con una mobilitazione collettiva per dargli solidarietà materiale e forza politica.

In questi due anni c’è chi ha riempito le piazze di questo paese, bloccato porti, strade e fabbriche, ostacolato come possibile la macchina genocidiaria che parte da paesi come l’Italia.
La Palestina insegna, non lasciamo da sol3 l3 attivist3 palestinesi e solidali colpit3 dalla repressione!

La solidarietà è un’arma, usiamola!

Con Tarek, Anan, Hannoun, Dawoud, Ahmad.
Per la Palestina libera dal fiume fino al mare.

HANNOUN LIBERO, 1 MARZO PRESIDIO NAZIONALE AL CARCERE DI TERNI

LA SOLIDARIETA’ NON SI ARRESTA – MOHAMMAD HANNOUN LIBERO!
DOMENICA 1 MARZO ORE 14,30 PRESIDIO NAZIONALE AL CARCERE DI TERNI

La detenzione di Mohammad Hannoun, il presidente dell’API l’associazione Palestinesi d’Italia nel carcere a Terni dopo l’arresto avvenuto a fine dicembre con l’accusa di essere finanziatore di Hamas, arresto confermato. nonostante l’esclusione delle “prove” presentate da Israele, ci impone di mobilitarci ed esprimere la nostra piena solidarietà e anche di leggere questo come l’ennesimo attacco alla solidarietà con la Palestina. Lo Stato italiano sta conducendo -su mandato di Israele e in ossequio alla sua logica di annientamento del popolo palestinese- un attacco alla resistenza palestinese e ai movimenti di solidarietà. Questo attacco ha molte facce, ma una sola direttrice: schiacciare chiunque osi opporsi al colonialismo di insediamento e alla pulizia etnica in corso. Vengono imprigionati e processati, su richiesta israeliana, partigiani palestinesi rifugiati politici in Italia, come Anan Yaheesh condannato incredibilmente in 1° grado a 5 anni e mezzo; vengono colpiti e arrestati palestinesi che, in piena guerra genocida, raccolgono aiuti umanitari per il loro popolo sterminato da bombe, fame e malattie diffuse; viene repressa con ferocia’ differenziata la solidarietà al popolo e alla resistenza palestinesi con condanne pesantissime come quella a Tarek e con azioni esemplari contro studenti pro-Palestina come fermi, arresti domiciliari e schedature che coinvolgono le stesse scuole pubbliche.

In questo quadro, l’operazione di criminalizzazione degli aiuti umanitari al centro del processo contro Mohammad Hannoun assume un significato chiaro. È la stessa logica applicata su scala globale: come Israele nei territori occupati e a Gaza blocca gli aiuti, caccia Medici Senza Frontiere e accusa l’UNRWA (l’agenzia ONU che dal 1949 fornisce assistenza ai profughi palestinesi) di complicità, così all’estero chiede ai governi vassalli, come quello italiano, di colpire i flussi di solidarietà dal basso. Due piccioni con una fava: screditare i movimenti di solidarietà e garantirsi il business esclusivo degli aiuti e della futura ricostruzione, mentre si tenta di ridurre al silenzio la solidarietà con il popolo palestinese e mentre continua l’assedio a Gaza con l’imposizione di condizioni di vita inumane e l’impedimento di qualsiasi forma di aiuto e assistenza alla popolo palestinese. Per questo è urgente smontare questa narrazione tossica e ristabilire un piano di verità: l’unica direttrice giusta è quella della resistenza e della liberazione del popolo palestinese dall’entità coloniale israeliana.

Di fronte a questa macchina repressiva, le finzioni legali crollano. A nulla valgono l’esclusione delle prove israeliane anonime ed estorte nel processo Mohammad Hannoun, o l’inconsistenza delle testimonianze dell’ambasciatrice israeliana nel processo contro Anan Yaheesh. La partita non si gioca sul campo dello stato di diritto, ma su quello dei loschi affari e delle convenienze politiche: accordi energetici (ENI), commesse militari, cyber sorveglianza, affari di altre società italiane con Israele, in cambio di ostaggi e del silenzio sulla Palestina. In questo contesto, diventa cruciale creare un legame forte e visibile tra tutte le mobilitazioni. I presidi del 21 febbraio per Anan Vaheesh a Melfi e per Ahmed Salem, Yaser Alassali e Riyad Albastangi a Rossano Calabro, per Raed Dawood a Ferrara sono in continuità con gli scioperi, i presidi, i cortei e le manifestazioni per la Palestina, come lo è il presidio per Mohammad Hannoun a Terni e quelli per Tarek, e tutti gli altri detenuti e processati perché credono che l’autodeterminazione del popolo palestinese, la sua liberazione dal fascismo israeliano sia oggi una possibilità di riaffermare anche qui da noi delle pratiche di autodeterminazione e libertà da uno stato sempre più autoritario, poliziesco, autoritario e fascista. Ogni processo contro la solidarietà è un processo contro la libertà di tutte e tutti. Libertà per tutti i prigionieri politici.

Perché la liberazione della Palestina è liberazione di tutti!

Perché la solidarietà è un’arma e per questo il potere la vuole spezzare!

Coordinamento ternano per la Palestina, API e UDAP

 la resistenza non è reato – libertà per Anan e tutti i prigionieri palestinesi

 

Carcere di Melfi 21 febbraio ore 15 

presidio al carcere di Melfi 

contro la sentenza di condanna per Anan

 

– Per esprimere solidarietà e vicinanza ad Anan  e a tutti i prigionieri politici palestinesi

– contro la montatura per Hannoun 

– contro la repressione del movimento palestinese e del movimento di solidarietà con la Palestina 

La resistenza non è reato, la solidarietà è un’arma non un reato! 

Liberi tutti! Palestina libera! 

 

Da Taranto delegazione con mezzo collettivo

per info e adesioni

#iostoconlaPalestina Taranto

c/o slai cobas taranto wa 3519575628