Torino, «al Ferrante Aporti sovraffollamento e caldo torrido estivo: la rivolta nel carcere minorile è nata in un contesto di profondo malessere»

di Ludovica Lopetti

Lo scrive il Tribunale nelle motivazioni della sentenza con cui è stato condannato a 4 anni e 2 mesi di carcere il minore già protagonista, ai Murazzi, del lancio della bici che ferì Mauro Glorioso

La devastazione dell’1 agosto 2024 al carcere minorile Ferrante Aporti non può essere imputata a motivi «futili». Lo scrive il Tribunale per i minori nei motivi della sentenza con cui lo scorso 11 novembre ha inflitto 4 anni e 2 mesi di carcere a uno dei minorenni già condannati per il lancio della bici dai Murazzi, che prese parte alla sommossa. «Il reato — si legge nella sentenza — è stato commesso comunque in un contesto di profondo malessere quale quello connesso alla permanenza in carcere nei mesi estivi, in strutture, tra cui anche l’istituto per i minori di Torino, all’epoca in condizioni di sovraffollamento e strutturalmente non equipaggiate per fronteggiare il caldo torrido estivo».

In effetti, poco dopo i fatti, i protagonisti di quella convulsa notte dichiararono che la sommossa era stata una reazione a «condizioni invivibili»: «C’è il materasso sporco, dormiamo per terra», «Ci mancavano gli armadi, la tv è rotta», «La rivolta è scoppiata anche per il caldo», si legge nei verbali. Inoltre è emerso che in quei giorni il numero dei detenuti al «Ferrante» aveva superato la capienza massima. Non certo un’attenuante, ma abbastanza per escludere un’aggravante a carico dei responsabili.

 

Il giovane, difeso da Domenico Peila, rispondeva di devastazione, saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale ed era l’unico ad aver scelto il rito ordinario. Gli altri detenuti sono già stati condannati a pene da 3 a 4 anni e 8 mesi nel giudizio abbreviato, per un totale di 35 anni di reclusione.

Il collegio ribadisce che quella notte si assistette a «una nichilistica e sistematica distruzione e danneggiamento di tutto ciò che gli stessi (i partecipanti alla rivolta, ndr) si sono trovati davanti». Tanto che «lo stesso direttore del carcere ha riferito di non essere stato in grado di trovare un solo punto specifico contro cui i ragazzi protestassero e su cui intavolare una trattativa».

Quanto al minorenne responsabile del ferimento di Mauro Glorioso, i giudici apprezzano «l’atteggiamento almeno parzialmente ammissivo» sulla partecipazione alla rivolta, che «pare poter essere letto come una iniziale presa di coscienza del disvalore delle proprie azioni», sebbene le «numerose sanzioni disciplinari» ricevute in carcere «portino a pensare che la strada verso la risocializzazione del ragazzo sia ancora molto lunga». Nella sentenza si cita anche una relazione trasmessa dal penitenziario di Catanzaro in cui il giovane viene descritto come «mite, ragionevole, collaborativo», ma anche «estremamente manipolabile» in quanto «darebbe troppa importanza all’amicizia e restando solidale anche davanti alle proposte palesemente illecite».

L’1 agosto 2024 una ventina di reclusi appiccò il fuoco in varie parti dell’edificio di corso Unione Sovietica e distrusse celle, uffici, aule e palestra a colpi di sedie e tavoli, usati come spranghe. I rivoltosi filmarono tutto e postarono i video su TikTok e altri social network in tempo reale. I partecipanti furono una decina e agirono «in modo coalizzato e compatto». Perché lo fecero? Secondo i giudici per esaltare un «modello alternativo alla legalità», nell’ottica di un «euforizzante autocelebrazione intrisa di aperta ribellione alle regole interne e alle autorità preposte».

Messaggio di Tarek dal carcere di Pescara

Riceviamo e diffondiamo, da Assemblea Palestina Pescara

Durante il presidio al carcere di Pescara, abbiamo visto Tarek, dietro le sbarre.
Ci ha chiesto di diffondere alcune sue parole:

“Fate arrivare fuori la mia voce.
Stiamo subendo, stiamo soffrendo.
La gente sta morendo.
I diritti non esistono proprio, qui le condizioni sono disumane, non funziona niente: la sanità non funziona, non abbiamo nemmeno l’acqua calda.
Mi sono cucito la bocca per fare arrivare la mia voce.

Con tutto quello che sta succedendo, stiamo nella merda tutti i giorni!
Per noi è difficile anche fare il Ramadan.

Conoscete la mia storia, dopo il 5 ottobre sono stato condannato ingiustamente.
Resisto fino alla fine, io sono più forte di loro.
Mi fido di voi. Se state con me, la mia condanna non mi interessa!
Il 5 ottobre la nostra voce è arrivata in tutto il mondo.
Vi ringrazio per la solidarietà.
Vi voglio bene. Io resisto ancora, lo sapete!
Palestina libera!
Libertà.”

La lotta per la liberazione della Palestina non è terrorismo! La solidarietà con il popolo palestinese non è reato! Prossimi appuntamenti sotto le carceri

La lotta per la liberazione della Palestina non è terrorismo!
La solidarietà con il popolo palestinese non è reato!

Prossimi appuntamenti sotto le carceri in cui sono rinchiusi prigionieri politici palestinesi e solidali con la Palestina:

20 febbraio a Pescara per Tarek
21 febbraio a Melfi per Anan
21 febbraio a Ferrara per Raed
21 febbraio a Rossano Calabro per Ahmad, Yaser, Riyad
1 marzo a Terni per Mohammad Hannoun

Anan, Ahmad, Hannoun, Raed, Yaser, Riyad
TUTTI LIBERI

LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI PER LA PALESTINA!

TORINO: NUOVA OPERAZIONE REPRESSIVA CONTRO LA SOLIDARIETA’ CON LA PALESTINA

Questa mattina, con un’operazione di polizia all’alba sono stati notificati 5 arresti domiciliari e 12 obblighi di firma ad altrettanti compagni e compagne come esito di un’operazione della DIGOS di Torino, durata mesi, contro le lotte per la Palestina in città.
Dai cortei oceanici che assediarono Leonardo all’ingresso dentro le ogr fino al blitz a città metropolitana e la Stampa, la procura di Torino continua a costruire il proprio castello di carte.

Fra i tanti reati imputati ci sono i blocchi stradali e ferroviari, indice della volontà sia di colpire una pratica messa in atto da migliaia e migliaia di persone in tutta italia, sia del fatto che il movimento di settembre e ottobre ha fatto veramente paura.

Da La Presse:

“Lo abbiamo già detto: di fatto chi ha innalzato il livello in questa situazione è chi ha deciso di attaccare l’Askatasuna e di attaccare una città che è quella di Torino con lo sgombero che c’è stato il 18 dicembre”. Così una delle portavoci del centro sociale Askatasuna che oggi hanno tenuto una conferenza stampa, in merito alle violenze che si sono registrate in città lo scorso 31 gennaio. “Questo ha portato in piazza anche una risposta a questo attacco che è stata una risposta determinata che ha visto la partecipazione di tutti e tutte”, ha aggiunto la portavoce.

“Schiacciare il dibattito sul tema violenza è una scorciatoia per semplificare una realtà molto più complessa perché da un lato c’è chi solleva questa questione della violenza in maniera strumentale e con questi non ci interessa confrontarci. Ci interessa invece confrontarci con chi solleva delle questioni più profonde: pensiamo che il tema del conflitto sia una questione fondamentale oggi e pensiamo anche che vada trattato da un punto di vista politico”, hanno aggiunto. “Tutta la questione degli infiltrati, il fatto che i manifestanti cattivi abbiano oscurato le buone ragioni della stessa, ecco tutto questo aspetto è semplificare, non è andare a fare i conti con quella che è la realtà”, ribadiscono gli attivisti che chiedono di “confrontarsi su quello che è il nodo politico”.

“Con sgombero colpito simbolo di Torino”

“Colpire Askatasuna ha significato colpire un simbolo importante per la città. Lo sgombero è stato percepito non solo da noi, ma in generale dalla città come un attacco a Torino: è stato una risposta da parte del governo nei confronti di una città che si è mobilitata in maniera importante a settembre e ottobre con il movimento ‘Blocchiamo tutto‘, è stato un segnale che il governo ha voluto lanciare”. Così i portavoce del centro sociale Askatasuna in una conferenza stampa, sottolineando che “tutte le parti del quartiere si metteranno in prima fila perchè quel posto riapra” e che “venga snaturato il meno possibile”.

“Chi protesta fa interessi Italia”

“Meloni ha dichiarato che chi protesta è nemico dell’Italia. Di fatto qui siamo di fronte a un governo che è nemico del popolo, ma allo stesso tempo vediamo che c’è un popolo, una popolazione intera che ha tutta la determinazione e la voglia di resistere a questo attacco. Noi pensiamo che chi protesta faccia gli interessi dell’Italia e in questo momento chi invece non fa gli interessi della popolazione italiana è proprio il governo”. Così i portavoce del centro sociale di Askatasuna in una conferenza stampa.

Da Radio Onda d’Urto l’intervista a Umberto, compagno di Askatasuna:

“Continuare la mobilitazione per la Palestina”. Lettera di Mohammad Hannoun dal carcere di Terni

Carissime e carissimi, fratelli e sorelle, compagne e compagni
Mi mancate tutte e tutti. Vi abbraccio tutte e tutti
Vi scrivo per confermare tutte le nostre parole e intenti, chiari, evidenti e non equivocabili, sin dal primo giorno delle nostre mobilitazioni .
Abbiamo dichiarato pubblicamente che:
– sosteniamo la legittima Resistenza del Popolo Palestinese sino alla fine del colonialismo nazi-sionista.
– chiediamo un cessate il fuoco vero e non quello menzognero dichiarato dai corrotti venduti a Sharm El Sheikh.
– sosteniamo attraverso la raccolta di fondi pubblici e volontari progetti umanitari chiari e trasparenti, non come quei complici e guerrafondai dei vari governi, compreso quello Meloni, che da oltre due anni in maniera svergognata continuano il supporto economico e militare attraverso vari accordi con l’entità sionista criminale, ben sapendo che quegli armamenti sarebbero stati usati per massacrare il popolo palestinese.
Invito tutte e tutti a continuare le mobilitazioni in tutti i modi possibili.
Il nostro arresto non a che fare con i falsi finanziamenti per Hamas o altri. I nostri “accusatori” sanno benissimo che i nostri movimenti sono chiari e trasparenti come dimostrano i filmati e le ricevute varie.
L’obiettivo è quello di colpire il nostro movimento Pro-Pal e con questo tentare di censurare e criminalizzare ogni possibile mobilitazioni a sostegno della causa palestinese.
Dietro le varie accuse di antisemitismo e la loro sovrapposizione all’antisionismo c’è il chiaro tentativo di silenziare ogni possibile critica all’entità criminale sionista.
Per questi motivi dobbiamo riprendere in mano la situazione chiamando all’unità tutte le realtà, le associazioni, i sindacati di base, i movimenti studenteschi e tutti i cittadini liberi per non permettere le manovre di isolamento di questa nostra lotta e il suo indebolimento.
Alla fine dal carcere di Terni dove mi trovo vi mando i miei saluti rivoluzionari.
Siamo forti, coraggiosi, e combattenti
Siamo fieri di voi
A presto sempre per una Palestina Libera dal fiume fino al mare
Hannoun Mohammad (carcere di Terni)

Lettera di Ahmad Salem dal carcere di Rossano

Ciao a tutti, sono Salem
Vorrei mandarvi un messaggio grande di ringraziamento a tutto il popolo italiano! La vostra solidarietà per me e per il popolo palestinese mi rende contento e felice.
Vi chiedo di non smettere mai la vostra solidarietà per la Palestina, soprattutto per il popolo gazawi, perché Gaza è diventata un esempio per tutte le persone umane, oneste, libere di tutto il mondo.
Ancora un ringraziamento per tutte le persone che hanno dato solidarietà a me e che hanno portato il mio nome e la mia foto nelle manifestazioni.
Vorrei farvi sapere che qui a Rossano ci sono molti giovani come me, imprigionati per nulla. Adesso sono arrivati anche tre accusati di avere aiutato il popolo di Gaza.
Io sto aspettando la mia udienza il 10 marzo e spero che uscirò e potrò ringraziarvi direttamente!

Viva Gaza!
Viva Palestina!
Dal carcere di Rossano

Tra l’altro, vorrei dire che la mia carcerazione non cambierà mai la mia opinione riguardo il mio caso.
Il caso della Palestina.
Se anche mi vorranno rinchiudere dietro 1000 porte blindate rimarrò sempre a dire “Palestina libera” “Gaza libera” se Dio vorrà.
Ringrazio ancora molto molto il popolo italiano che ha sempre supportato la Palestina, i palestinesi e la causa palestinese.
Un sincero grazie dal profondo del mio cuore.

Sabato 21 Febbraio Presidio di solidarietà a Melfi per Anan Yaeesh e per la Palestina libera

Sopra un video con musica di Nino Losito

Sabato 21 Febbraio Presidio di solidarietà a Melfi

per Anan Yaeesh e per la Palestina libera

Dopo i presidi solidali sotto la casa circondariale di Melfi del 13 e del 26 Ottobre 2025, poi del 15 Novembre; dopo il corteo interregionale che il 13 Dicembre si è snodato per le strade di Melfi per giungere sotto il carcere locale di massima sicurezza, sabato 21 Febbraio 2026, a partire dalle ore 15, si terrà un nuovo presidio di solidarietà a favore del prigioniero politico palestinese Anan Yaeesh, che in questo carcere è stato trasferito da Settembre in custodia cautelare dalla sezione di alta sicurezza del carcere di Terni per allontanarlo da un consolidato circuito di sostegno esterno.

Con Anan, che ha ingiustamente subito lo scotto di oltre due anni di detenzione preventiva per un surreale processo che lo vede imputato per “terrorismo internazionale” (art. 270 bis c.p.) a causa del suo sostegno, mai rinnegato, alla Resistenza palestinese; che da Melfi ha subito l’ignominia delle udienze del 21 e del 28 Novembre del processo celebrato al Tribunale dell’Aquila, condivideremo collettivamente l’indignazione contro un processo voluto da istituzioni e servizi segreti dello stato genocida di Israele. Si è trattato di un processo smaccatamente politico, che si è concluso in primo grado lo scorso 16 Gennaio con una condanna a 5 anni e 6 mesi.

Al di là della richiesta del PM a 12 anni per Anan e dell’assoluzione per i coimputati Alì Irar e Mansour Dogmosh (rei di essere conoscenti palestinesi…) per totale mancanza di elementi probatori; al di là della già annunciata impugnazione del dispositivo di sentenza e del conseguente secondo grado del giudizio, si è trattato dall’inizio di un processo alla Resistenza più volte segnato da gravi limitazioni del diritto alla difesa e da ricorrenti quanto improvvide ingerenze, che sono state possibili non di certo in virtù del diritto internazionale e di quanto previsto dalla Carta costituzionale italiana, bensì dalla natura degli interessi commerciali, militari e finanziari che intercorrono tra aziende e governo italiani con lo stato genocida e di apartheid di Israele.

Anan resta a tutti gli effetti un perseguitato politico, che in Israele ha subìto ripetute torture e tentativi di omicidio, ma ciò nonostante ha rischiato (nel Gennaio 2024) di essere rispedito ai suoi carnefici dopo essere stato arrestato su loro richiesta dalle competenti autorità italiane.

In forme diverse, ma con procedure analoghe dettate dalla cinica determinazione antistorica in atto di criminalizzare i palestinesi e quanti si adoperano anche in Italia per esprimere solidarietà e reclamare il diritto all’autodeterminazione di chi soffre, vive e lotta a Gaza e in Cisgiordania, sono finiti agli arresti Mohammad Hannoun, presidente dell’API (Associazione Palestinesi d’Italia), ora nel carcere di Terni con l’accusa di finanziare Hamas, nonostante l’esclusione delle “prove” presentate da Israele.

Su richiesta israeliana vengono imprigionati e processati in Italia partigiani palestinesi rifugiati politici; vengono colpiti e arrestati palestinesi che, in piena guerra genocida, raccolgono aiuti umanitari per il loro popolo sterminato da bombe, fame, malattie diffuse; viene repressa la solidarietà al popolo e alla resistenza palestinesi con condanne pesantissime come quella a Tarek, mentre contro studenti pro-Palestina si moltiplicano i fermi, gli arresti domiciliari, le schedature, portando per “disciplinamento” la museruola e la repressione anche all’interno delle scuole pubbliche.

Da Melfi il 21 Febbraio contribuiremo a rendere più forte e visibile il legame tra tutte le mobilitazioni, creando un ideale abbraccio solidale con Anan Yaheesh, ma anche con Ahmed Salem, Yaser Alassali e Riyad Albastangi, nel corso del contemporaneo presidio a Rossano Calabro, così come con Raed Dawood a Ferrara.

Le soluzioni autoritarie e poliziesche sono destinate a durare poco.

Ogni processo contro la solidarietà è un processo contro la libertà di tutte e di tutti.

Chiediamo alla stampa di non oscurarci; chiediamo alle associazioni antifasciste e alle persone autenticamente democratiche di non aver paura e partecipare, perché della paura e del silenzio si alimentano i regimi repressivi. Perché la liberazione della Palestina è liberazione di tutte e tutti!

Perché la solidarietà è un’arma e per questo il potere la vuole spezzare!

Reti per la Palestina di Basilicata

Potenza, li 18 Febbraio 2026